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Il Natale continua

La verità del Natale non può andare perduta, ma deve continuare nella continuità dello spirito. La grazia di cui ci ha fatto dono ha una durata perenne da richiamare ogni giorno della nostra vita. Le parole ormai le conosciamo bene e sono espresse con carattere indelebile nel nostro animo. Esse devono rivivere in noi con serenità ed entusiasmo, mantenendo il Natale nello spirito della riscoperta della formula dei padri della Chiesa. In realtà, non conosciamo niente di più bello e di più impegnativo: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio”. Più a fondo nel mistero non è possibile scendere, maggiori risonanze mistiche nel nostro animo non sono reperibili.
Da una parte c’è la divinità del veniente Figlio di Dio, che “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. E’ la kenosi (lo svuotamento) della pienezza della divinità e dell’immortalità fino all’assunzione della sofferenza e della morte. Un percorso nemmeno immaginabile, come è, di per sé, il passaggio dall’infinito al finito.
La poesia popolare l’ha detto in parole più semplici, che la modernità non ha voluto o potuto dimenticare. La venuta del Signore “al freddo e al gelo” riscalda ancora il canto natalizio della nostra gente, per niente soffocato da altre composizioni sopravvenute nel frattempo con maggiore carica espressiva e dignità di parole.
La teologia, sulla base dei testi della sacra Scrittura, ha espresso in molti modi il motivo dell’incarnazione del Figlio di Dio. La domanda “Cur Deus homo?” (Perché Dio si è fatto uomo?), anche se di fatto è stata formalizzata negli anni mille, rincorre se stessa nell’intera riflessione teologica. È il suo punto nevralgico, il suo centro assiale. Nel tempo sono arrivate risposte complementari, ognuna delle quali illumina come un lampo fuggevole un lato del grande mistero, ma nessuna ha le capacità suggestive della formula tanto cara ai padri della chiesa: dall’Infinito al finito; dal necessario e dall’assoluto al contingente e al finito. Poteva l’uomo esigere di più? Poteva Dio essere più generoso e grande nel dono?
È il meraviglioso scambio di natura che non ha niente a che fare con il commercio umano, dominato dalla legge dell’uguaglianza e della somiglianza. La legge della natura è superata e stracciata. Dio è assai più grande dei nostri pensieri, incommensurabilmente più generoso dei nostri doni.
Ma dall’altra parte, qual è la risposta che si attende? La risposta è implicita: se sei diventato Dio, ora devi agire come tale. Agire come Dio; come è possibile? L’esemplare è Gesù, coi suoi pensieri, i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti. La divinizzazione è un dono e una chiamata.
I padri greci distinguevano fra immagine e somiglianza: Dio ti ha fatto il dono dell’immagine, ora devi diventare la sua somiglianza: la via è quella del Vangelo, quella della santità. Soprattutto rimane chiusa la via del peccato, dell’egoismo, del ritorno su noi stessi. Una conversione a tutto campo.
Ci sono pagine bellissime che i nostri antichi ci hanno lasciato come testimonianza e come esempio. Una di esse è diventata la lettura fondamentale della liturgia natalizia. Una pagina su cui dovremmo tornare spesso per non perdere i pensieri che la festa ci ha trasmesso e che devono continuare a illuminare e guidare tutti i giorni della nostra vita. Natale non è un giorno, ma un’esistenza, non è un evento ma un punto fermo destinato a segnare tutti i giorni della nostra vita. Dalla nascita all’eternità.
E san Leone Magno e termina con una esortazione illuminante:
«Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo».
Giordano Frosini

Il paradosso della tenerezza vince su tutto

E’ inutile girarci intorno. Si può infiocchettare come si vuole o colorare di mille colori, accompagnandolo col suono di altrettante cornamuse: il Natale resta e sarà sempre un paradosso, che urta la ragione e che a dispetto delle apparenze, si conficca come una stilettata dentro la storia del mondo. Per sfuggire al paradosso, si cerca allora di “secolarizzarlo”, riducendolo cioè a una dimensione puramente antropologica o cosmica se volete: il solstizio d’inverno, la luce del giorno che inizia ad aumentare, la gioia della vita che nasce, il desiderio di far festa per dimenticare l’anno che sta alle spalle e aprirci al nuovo; il bisogno di allegria e anche di buoni sentimenti; il desiderio di ascoltar favole che accarezzino le orecchie ed il cuore come ai bambini o il tepore di un focolare che risponda alla ricerca d’intimità e di raccoglimento, mentre fuori fa freddo ed è notte. Tutto bello, per carità, ma il nocciolo del Natale non è lì. Forse anche le dolci tradizioni religiose, alla fin fine possono contribuire ad “addomesticare” il Natale, a togliergli quel che di “scandaloso” e urtante che esso ha.
In effetti, il Natale rappresenta una grande sfida per l’uomo. In un duplice senso. Il primo è che esso afferma non solo l’esistenza di un Dio unico, creatore di ogni cosa e origine della vita, ma che questo Dio si è fatto uomo. E non semplicemente uomo: un bambino. Piccolissimo vagito di bimbo. Impotente, incapace di tutto, bisognoso di tutto. Non potrebbe vivere senza braccia e mani che lo sostengano, senza un petto che lo allatti, senza qualcuno che si prenda amorevolmente cura di lui. Questo dice la fede cristiana; questo il nostro credo. Non è semplice accettarlo. Già è oltremodo difficile all’evoluto uomo contemporaneo ammettere che ci sia un Dio “lassù nel cielo”, perché lo trova inutile, lui che confida piuttosto nella scienza, nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale; lui che si è emancipato dagli dei e si è fatto arbitro e inventore di se stesso, padrone della vita e della morte propria e degli altri. Se dunque già è difficile accettare l’esistenza di Dio, figurarsi se sia mai facile credere in un Dio che si fa uomo; credere cioè che Dio sia entrato nella storia, abbia abitato tra noi, come uno di noi, per liberarci dal peccato e darci la possibilità di una vita nuova; credere addirittura che un piccolo bambino, una piccola indifesa creatura che piange e tende le manine verso di noi, sia il nostro Salvatore. Mentre l’umanità, a prima vista, non pare proprio sia stata salvata. È una bella sfida, non c’è che dire. Un paradosso così o si accetta o si rifiuta; o si crede a questa divina presenza tra noi che cambia il nostro destino oppure niente: è solo favola. Ma a quel punto vale ancora celebrare il Natale?
Come dicevo, il Natale rappresenta una grossa sfida pure in un altro senso. Perché mai Dio avrebbe scelto una strada così strana, fatta di abbassamento, di annientamento, di diminuzione di sé, fino a farsi presente in un bambino indifeso e impotente? Ecco il secondo aspetto della sfida. Se Dio ha scelto questa via un motivo ci deve pur essere. E se questo motivo poi è una questione d’amore, perché, come dice la nostra fede “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”, allora vuol dire che l’abbassamento di Dio indica la strada dell’amore. Quindi che succede? Che se vogliamo amare ed essere salvi, bisogna che anche noi assumiamo questo modo di fare. La via della kenosi di Dio è la via da percorrere per essere uomini capaci di amore. La via che ciascuno di noi deve seguire: quella dell’abbassamento più completo fino all’impotenza addirittura dell’annientamento, perché l’altro viva. Abbiamo voglia di seguire Dio su questa strada che porta alla morte dell’io perché l’altro viva? Che conduce a donare noi stessi per accogliere e servire l’altro, chiunque esso sia? Se sì, allora celebriamo il Natale. Se no, non è roba cristiana.
Fu un bambino piccolo e indifeso quello che nacque a Betlemme duemila anni fa: ma le domande che ci ha posto non sono per niente innocue. Quel bambino attende tutto il nostro amore, ci fa tenerezza e ci commuove ma nello stesso tempo ci interroga e attende risposte.
† Fausto Tardelli
vescovo di Pistoia

Un forte invito ai cattolici

Nel clima tutt’altro che rassicurante della politica italiana, i richiami alla formazione di un partito di ispirazione cristiana, anche se più rarefatti rispetto al passato, si stanno ancora rinnovando da più parti anche ai nostri giorni. Va detto che la maggior parte dei nostri cattolici, o che tali si ritengono, sembrano felicemente accasati negli spazi che l’attuale mercato politico offre, anche se in nessuno di questi si fanno riferimenti espliciti, ai principi e agli indirizzi del cristianesimo. Una brutta situazione frutto della pigrizia delle generazioni del passato, che hanno praticamente dimenticato il pensiero sociale della chiesa come parte fondamentale della sua evangelizzazione e preciso impegno del suo mandato missionario. Vani sono stati i richiami che anche gli ultimi papi hanno rivolto con forza e insistenza fino ai nostri giorni. Il lungo cammino percorso dalla chiesa italiana negli anni del dopoguerra non sembra aver lasciato traccia nei nostri attuali comportamenti. Un passato glorioso, un presente meschino. Inutile girare intorno all’ostacolo. Sembra proprio che i cattolici del nostro tempo non avvertano quanto sta succedendo in questo campo, non di rado con la stessa partecipazione di una certa parte della gerarchia. Le capacità di un settimanale diocesano come il nostro non sono molto ampie, però vorremmo che si riconoscessero gli sforzi in questo senso da esso compiuti lungo il corso degli anni. Consideriamo un titolo d’onore i frutti pur limitati che abbiamo potuto raccogliere con la nostra insistenza e la nostra continuità. Cedere le armi? Mai. Il dovere va perseguito con tutti i mezzi fino in fondo. Costi quello che costi. Per questo siamo decisi a continuare per la stessa strada, consapevoli come siamo che ci troviamo di fronte a una delle nostre massime responsabilità.
Che non consiste, pensiamo, nella formazione di un nuovo partito cattolico, quanto piuttosto nella diffusione capillare del pensiero sociale della chiesa. Un pensiero ricco, organico, strutturato, lineare, nato dall’incontro dell’eterna verità del Vangelo con le situazioni mutevoli di questo mondo, che coinvolgono individui, popoli e nazioni. Un servizio reso alla pace dei popoli, allo sviluppo umano nel suo vero significato, alla promozione di ogni persona umana, alla giustizia, alla solidarietà, alla giustizia, all’amore. Politica è molto di più che un problema economico.
Siamo nel campo dei rapporti umani minati dall’interesse, dall’egoismo, dall’amore disordinato di sè e delle proprie cose. La storia ci descrive il tortuoso cammino che ha portato l’umanità ai nostri giorni, quando i problemi si ripresentano a noi in forme ancora più violente e distruttive fino a mettere a repentaglio le stesse sorti dell’umanità.
Nonostante tutto, l’umanità è ben lungi dal ritrovare le vie della convivenza pacifica, della fratellanza universale, della solidarietà, dell’amicizia. Che i cristiani non sentano il bisogno di riunire gli sforzi per indicare al nostro mondo le vie della convivenza e della pace è certamente mortificante e umiliante. Eppure è così.
Ne è prova il loro comportamento nel problema che domina in lungo e in largo la storia del nostro tempo: quello delle grandi migrazioni; un problema che scuote interi continenti e fa sentire i suoi effetti anche negli angoli più remoti della terra. Problema certamente complesso, da non banalizzare con slogan facili, ma nemmeno da trattarsi con quell’egoismo che sta dominando le popolazioni più ricche e fortunate del pianeta. Nelle statistiche che vengono pubblicate dai mezzi di comunicazione sociale non sembra affatto che i cattolici, compresi quelli viventi in Italia, debbano essere collocati nelle categorie che avremmo desiderato per una testimonianza di chiesa coerente e testimone, in un momento così drammatico per l’intera umanità. La delusione non potrebbe essere più cocente, se è vero che l’85% di coloro che frequentano regolarmente la messa festiva hanno un pensiero diverso da quello del papa. Una cifra da leggersi non solo isolatamente, ma all’interno di una mentalità in cui l’egoismo personale o di gruppo ha fissato ben fortemente i suoi confini.
Un momento altamente drammatico quello che stiamo attualmente vivendo, in cui si stanno ripetendo gli errori del passato. Si è dimenticato tanto facilmente quello che il nazionalismo ha portato di danno nei nostri paesi, in particolare nell’Europa? Eppure si stanno ripetendo con tanta facilità e leggerezza, come se niente fosse successo.
Costruttrice del Regno, la chiesa ricerca la parte migliore di se stessa e ricolloca le cose al loro posto. Il rimorso del passato la spinge con forza verso i suoi doveri del presente. Essa è per natura sua messaggera e annunciatrice di speranza e sa anche, come ha affermato nel concilio Vaticano II, che l’avvenire spetta a coloro che avranno saputo presentare agli uomini il migliore messaggio della speranza.
Giordano Frosini

Perché Dio si è fatto uomo

La grande domanda che si posero i teologi degli anni mille risuona ancora alle orecchie di coloro che si chiedono la vera ragione del Natale, che non si contentano della poesia, della meraviglia, della suggestione  che esso porta immancabilmente con sé sempre. Al Natale non ci si abitua col passare degli anni. Sempre uguale e sempre diverso, ogni anno, di età in età. Esso rinnova gli stessi sentimenti di gioia, di pace, di serenità, di solidarietà, di amicizia. Una grazia che il primo freddo dell’anno si porta e di cui non si riesce a disfarsi. Un piccolo miracolo assicurato. Chi può avere creato una festa così bella, capace di raccogliere insieme, in un amalgama così familiare i migliori archetipi dell’esistenza umana? Forse all’origine c’è qualcosa di più grande dell’intelligenza e dell’opera dell’uomo. Siamo ai primordi stessi dell’umanità.
I primi cristiani affrontavano il problema con grande coraggio e determinazione di idee. Alla domanda posta prima rispondevano  ammirati in coro: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio”. Un annuncio sconvolgente che, senza bisogno di ulteriori aggiunte o specificazioni, dice in pochissime parole l’evento più grande della storia umana. Poi verranno i sentimenti, le risonanze interiori. Ma intanto è fissato il fatto. Inconcusso, assoluto, inaudito. Il catechismo dei bambini sta diventando il catechismo dell’umanità. La storia umana, si allunghi quanto si vuole, non potrà più conoscere una notizia paragonabile a questa.
I primi teologi del passato, quelli che si è soliti chiamare i padri della chiesa, ripetevano il detto senza falsi pudori o paure di esagerare. La rivelazione era stata troppo precisa per cadere in errore. Per l’incarnazione del Figlio di Dio, l’uomo è diventato consorte della famiglia di Dio. Fra le due nature è avvenuto uno scambio: la natura divina ha assunto la natura umana e viceversa. I due punti infinitamente distanti si sono avvicinati fino a toccarsi: quello che Dio è per natura, l’uomo lo è divenuto per grazia. L’uomo è così esaudito. Perché egli porta con sé un  desiderio d’infinito che niente e nessuno al mondo può soddisfare: sul piano della conoscenza, dell’amore, della felicità, del desiderio eterno della vita. Quello che è impossibile all’uomo diventa possibile con l’aiuto onnipotente di Dio.
Il  cristianesimo come risposta ultima ai grandi desideri dell’uomo.
Con l’umanesimo ateo, cioè senza Dio e contro Dio, l’uomo ha cercato di darsi da solo una risposta ai suoi desideri. L’ha fatto in principio, al suo arrivo sulla terra, lo ha ripetuto altre volte nel corso della storia; lo ha fatto altre volte, ma sempre con disastri e fallimenti, che hanno alimentato la disperazione dell’uomo. L’esito è sempre stato drammatico: senza Dio l’uomo è destinato a soccombere.
Il cristianesimo si presenta come una risposta all’infinito che geme nel cuore dell’uomo. È la sua massima originalità, il suo tratto più umano.  Da sempre egli porta con sé il desiderio innato di essere come Dio. Per questo le parole di satana trovano subito la sua risposta immediata. “Sarete come Dio”. La proposta è giusta, l’errore sta nel volerla attuare senza Dio, anzi contro Dio, prendendo addirittura il suo posto. È il dramma dell’umanesimo ateo, che si sta consumando nel nostro mondo, in particolare dell’occidente, dove il moto di ribellione ha voluto coscientemente ripetere il gesto del primo uomo. “Abbiamo bevuto il veleno del serpente”, si vantavano gli atei del nostro ottocento, e il loro grido si sta diffondendo ancora intorno a noi, con le stesse identiche conseguenze. Con Dio, è stato detto, è morto anche l’uomo.
Neo-paganesimo come ultima parola. È storia dei nostri giorni. “Ognuno sta solo sul cuor della terra,/trafitto da un raggio di sole./Ed è subito sera!”
In questa atmosfera sta ritornando felicemente una parola che si diffuse nei primi secoli del cristianesimo per opera dei padri della chiesa sia orientali che occidentali: divinizzazione. Il cristianesimo è la religione della divinizzazione, secondo la formula che dobbiamo tornare a far nostra in tutta la sua forza e audacia. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. Così il desiderio di immortalità dell’uomo è esaudito in pienezza. L’uomo ha un destino di eternità. Un desiderio che Dio stesso ha messo nel suo cuore, come afferma sant’Agostino all’inizio del suo libro più famoso: “Ci hai fatto, Signore, per te ed è inquieto, senza pace, il nostro cuore fino a quando in te non riposa”.
Dio che risponde a se stesso, a distanza di tempo. A queste altezze il cristianesimo chiama l’uomo. A colui che, per essere felice, affermava che sarebbe necessario che l’impossibile diventasse realtà, si risponde che questo è realmente successo.
L’insegnamento fondamentale della Bibbia è tutto qui. L’impossibilità dell’uomo è stata riscattata dalla onnipotenza misericordiosa di Dio. Il piano di Dio va visto nella sua completezza.
Giordano Frosini

La chiesa in ascolto

Un titolo che campeggia all’inizio del documento del Sinodo dei giovani, su cui si sta lavorando a piene mani nelle parti più vive e responsabili della chiesa. L’attesa è intensa, viva, eccezionale, quasi spasmodica, con pochi precedenti nel nostro recente passato: nessuno si attende un documento che si esaurisca in alcune indicazioni generiche, senza il coraggio di entrare nel vivo dei grandi problemi che la preparazione dei giorni passati ha presentato all’attenzione comune.
Il tema dell’ascolto è certamente uno di questi. La chiesa parla, deve parlare, perché ha molte cose da dire, in nome di Dio all’umanità di oggi e di sempre. In particolare deve parlare ai suoi figli per ricordare loro impegni, doveri, fedeltà e collaborazione. Il ruolo di maestra le è stato affidato da Dio ed è parte integrante ed essenziale della sua missionarietà. Ma sarebbe un errore fatale dimenticare che il suo dovere missionario include anche quello dell’ascolto. Potremmo dire in proporzioni più o meno uguali. Il che vuol dire, che in essa c’è molto da cambiare, perché anche a un estraneo è facile rendersi conto che la categoria dell’ascolto non è proprio una delle sue categorie preferite e più esercitate.
Va da sé che è tutt’altro che facile trovare nella vita qualcuno che ti sappia ascoltare sul serio. L’ascolto per essere vero ha bisogno di alcune condizioni tutt’altro che facilmente reperibili: ascolto significa fare silenzio perché la parola penetri nel suo vero significato, significa dare libero corso al pensiero dell’interlocutore perché questo possa passare nell’udito dell’altro nella sua genuinità e verità, eliminando fraintesi, intese di comodo, decurtazioni, significa sbrogliare ogni intromissione perché il messaggio arrivi in tutta la sua freschezza. L’ascolto è sempre un atto morale, una vittoria sull’egoismo. Una qualità talmente rara che, quando si trova, si sente il bisogno di metterlo in luce: “finalmente ho trovato qualcuno veramente capace di ascoltare”. Uno dei migliori elogi che si possa fare a una persona di qualità. Una ricchezza da acquistare piuttosto che un dono della natura.
Ottima la definizione del documento: “L’ascolto è un incontro di libertà, che richiede umiltà, pazienza, disponibilità a comprendere, impegno a elaborare in modo nuovo le rispose. L’ascolto trasforma il cuore che loro vivono, soprattutto quando vi si pone in un atteggiamento interiore di sintonia e di docilità allo Spirito. Non è quindi solo una raccolta di informazioni, né una strategia per raggiungere un obiettivo, ma è la forma in cui Dio stesso si rapporta al suo popolo. Dio infatti vede la miseria del suo popolo e ne ascolta il lamento, si lascia toccare nell’intimo e scende per liberarlo. La chiesa quindi, attraverso l’ascolto, entra nel movimento di Dio che, nel Figlio, viene incontro a ogni essere umano” (n. 6). Addirittura un atto che avvicina a Dio, perché, alla resa dei conti, solo Lui sa ascoltare. La chiesa ha dinanzi a sé un esempio trascendente da imitare.
Anche se vogliamo restringere il campo dell’ascolto da parte della chiesa al mondo dei giovani, esso ha un’estensione impressionante: i giovani devono essere ascoltati. Anzi sono loro stessi a volere essere ascoltati. Se questo è vero, è il Sinodo stesso a trarre una prima considerazione: “Non mancano nella chiesa iniziative ed esperienze consolidate attraverso le quali i giovani possono sperimentare accoglienza, ascolto e far sentire la propria voce. Il Sinodo riconosce però che non sempre la comunità ecclesiale sa rendere evidente l’atteggiamento che il Risorto ha avuto verso i discepoli di Emmaus, quando, prima di illuminarli con la Parola, ha chiesto loro: ‘Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?’. Prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte. Senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione” (n. 8).
Siamo di fronte a uno dei punti nodali del Sinodo dei giovani. I giovani parlano poco di questioni religiose, anzi parlano poco di tutto con gli adulti. Il loro linguaggio si è fatto critico, a loro uso e consumo, ed è molto difficile entrare nel loro mondo per gli adulti, genitori compresi. Una considerazione da non perdere mai di vista, senza facili e comode rassegnazioni. Ma anche la chiesa adulta non è certamente in pari. Fino al punto di non essere capace di manifestare loro il suo disappunto e il suo dolore per la loro perdita, che ha tutta l’aria di non essere affatto provvisoria e destinata a un facile rientro.
Bisogna riconoscerlo: non c’è stato sufficiente dialogo e un impegno adeguato in vista di un incontro efficace. Dovrebbe essere questa una delle decisioni più importanti e impegnative del Sinodo. Una scelta di metodo e di contenuto: un vero e proprio ribaltone, che le nuove scelte in questione dovrebbero rendere evidente e constatabile a tutti. Guai se le nostre decisioni dovessero rimanere soltanto nelle parole. L’auspicio di un possibile futuro ministero dell’ascolto al servizio dell’intera chiesa è un segno che si vuol procedere sul serio.
Giordano Frosini