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Un manuale di vita cristiana

O meglio ancora: un manuale di santità cristiana. Che poi è la stessa cosa, perché il cristiano ha ricevuto il dono della divinizzazione ed è chiamato e abilitato a vivere in corrispondenza. Prima di essere chiamati cristiani i credenti in Cristo si chiamavano santi. Su questi temi papa Francesco ha fatto in questi giorni l’ennesimo regalo alla sua chiesa; un regalo grande, certamente non secondo a nessun altro. Ha scritto una lettera a tutti noi spiegandoci con le parole più semplici possibili come si vive da cristiani, come si raggiunge la santità nel mondo contemporaneo, il mondo da tutti considerato come il più lontano da Dio, il mondo della secolarizzazione e dell’indifferenza, della perdita dei valori e del materialismo dilagante.
Più volte, da diverse parti, anche da quelle che non ti aspetti, mi è accaduto di sentire rimproveri sulla difficoltà di certi documenti ecclesiali che, se pure diretti a tutti, rimangono come uno scrigno chiuso per molti, per i più, per la loro difficoltà di linguaggio e di contenuto. Forse non è del tutto vera questa affermazione, certamente non è affatto vera questa volta. Stile e contenuto sono alla portata generale, si direbbe anche dei non incolturati e il manuale di cui stiamo parlando può andare benissimo nelle mani di tutti. Se questo succederà, e ce lo auguriamo, e ciascuno di noi deve fare di tutto perché ciò accada, la chiesa farà passi da gigante in tutti i suoi settori e in tutte le sue manifestazioni. Veramente una lettera pastorale nel senso più vero e più forte della parola.
Perché tutti gli aspetti della vita cristiana, anche se sinteticamente, sono  presi in esame e riletti e spiegati nella temperie difficile e controversa del nostro tempo. Il senso vero della santità, che è chiamata universale senza eccezioni, i mezzi messi a disposizione di coloro che, con la grazia di Dio, si incamminano in questa difficile ed entusiasmante strada, i compiti che attendono il cristiano nella sua vita personale, nella famiglia, nella chiesa, nella professione, nell’impegno sociale, nella lotta contro le povertà. Afferma il papa all’inizio della sua esortazione: “Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione. Il mio obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi ‘per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità’”. Tutto sommato, se non andiamo errati, un caso unico, almeno nel pontificato di questi ultimi decenni. Qualcosa di cui approfittare con avidità e di cui ringraziare con gratitudine il suo autore. Un testo di riflessione e di meditazione per l’intera comunità cristiana.
Sarà obbligo nostro e di tutti ritornare spesso sul contenuto di queste pagine, intanto ci contentiamo di una calda esortazione e di alcune annotazioni fondamentali. Il documento è naturalmente cristocentrico, perché la vita cristiana e la santità sono nella sostanza imitazione e sequela di Cristo: un programma che ci spinge controcorrente nella negazione dello spirito del nostro “mondo” e nella pratica della beatitudini, richiamate nella loro integrità con una sottolineatura particolare sulla misericordia, dallo stesso Francesco altrove definita “l’architrave che sorregge la vita della chiesa” e “la chiave del cielo”. La misericordia sta diventando sempre di più il concetto fondamentale della sua teologia e della sua prassi pastorale.
Di interesse particolare, anche se in qualche caso si richiede un supplemento di riflessione, la diagnosi della situazione in cui attualmente è chiamata a esprimersi la via e la santità cristiana. Anzitutto il richiamo a due tentazioni antiche quanto il cristianesimo, che stanno riemergendo oggi in forme nuove altrettanto pericolose: quella dello gnosticismo e quella del pelagianesimo, che sono una sopravvalutazione dell’intelligenza e della volontà dell’uomo. La prima che non lascia spazio al mistero che ci sovrasta da ogni parte; la seconda, certamente più comune, che crede nella forza determinante della volontà umana senza bisogno della grazia di Dio e dello Spirito Santo. Due forme di umanesimo eternamente riemergenti che, alla resa dei conti, sono la negazione dell’autentico spirito cristiano. Nella vita cristiana tutto è dono. La casistica che fa il papa su questi due atteggiamenti è degna della massima attenzione, perché forse nessuno è esente da qualche colpa.
La santità odierna può rilucere meglio sullo sfondo delle condizioni e delle mentalità contemporanee se risplenderà per la sua sopportazione, la sua pazienza, la sua mitezza, brillerà per la sua gioia e il senso dell’umorismo, sarà vissuta nella comunità e animata dalla preghiera costante.
Il tutto in poche pagine calde, affettuose, al fondo autobiografiche. In fin dei conti, con la sua lettera, Francesco ci ha messo in contatto, più che con dei principi e dei ragionamenti, con la sua vita e la sua anima. Parole di un santo in lista di attesa, come ha detto recentemente in occasione di una futura canonizzazione, che ci rivela la strada da lui battuta perché la possiamo battere anche noi.
Giordano Frosini

“Dove sono finiti i cattolici?”

Un grido di allarme (e di rimprovero) che ci proviene dall’esterno, esattamente dal filosofo Massimo Cacciari, il cui volto e il cui pensiero sono ben conosciuti, se non altro perché portati frequentemente dalla televisione in tutte le case. “Dove sono finiti i cattolici?” – ha detto in una recente intervista al settimanale cattolico della sua diocesi – “I loro valori non si sentono più. È un interrogativo drammatico: che influenza ha oggi sulle scelte politiche Santa Romana Chiesa? Che influenza hanno il magistero e i discorsi di papa Francesco? I cattolici hanno rappresentato per il Paese un valore determinante di vita civile. È sparito tutto questo? La gente va ad ascoltare il papa per fare una gita? Come mai l’influenza della chiesa va scemando a prescindere dalla popolarità dei papi e dalla loro grandezza? Ecco, credo che questo sia un grande tema per il dopo elezioni. Dovreste porlo voi settimanali diocesani, con forza”.
È passato un mese dalle elezioni ed è venuto il tempo per riflettere seriamente su quanto sta succedendo nel nostro paese. Le drammatiche parole che abbiamo ascoltato sono certamente condivise da molti cattolici, addolorati e sorpresi, più che dai risultati, soprattutto per la mancata opera di educazione del popolo cristiano, dei giovani in particolare, sull’importanza dei problemi sociali e politici e sulla influenza che il Vangelo dovrebbe avere nella loro soluzione. Una educazione che riguarda i principi e non le scelte tecniche e concrete che, salvi i principi, dipendono dalle opzioni dei singoli e possono variare da individuo a individuo, da gruppo a gruppo. Per la politica il Vangelo non è da considerarsi una ideologia obbligatoria e uguale per tutti, ma una ispirazione o, se vogliamo, una serie di ispirazioni, che consentono possibilità di scelte concrete diverse, pure all’interno dello stesso principio. Giustamente Cacciari parla di valori, cioè di principi che si possono applicare in diverse maniere concrete, senza venir meno a essi. Ai cristiani va dunque riconosciuta una certa pluralità di soluzioni all’interno dei medesimi principi, che invece sono obbligatori per tutti.
Un motivo questo che non soltanto rende difficile l’unità politica dei cattolici, ma addirittura non consente soluzioni del genere se non in tempi straordinariamente gravi. Si ascoltano qua e là richieste del genere, specialmente da una certa parte di cattolici. Tuttavia non crediamo che sia questa la via da battere per eliminare i gravi inconvenienti denunciati da Cacciari e da coloro che soffrono forse troppo silenziosamente per l’attuale situazione della chiesa. Certo, così non si può e non si deve continuare. La chiesa rischia di essere tagliata fuori dalla storia; di più: la chiesa viene meno a se stessa, alle leggi e agli orientamenti che si è data nel corso dei secoli, specialmente in quest’ultimo scorcio di storia, segnato in particolare dai grandi documenti del concilio Vaticano II e degli ultimi papi, tutti quanti all’altezza della situazione. Sulla carta almeno, un vero e proprio trionfo della incoerenza.
Sembra ormai quasi inutile ripetere le stesse cose, visto il silenzio con cui esse vengono accolte. Che un laico, aperto ai valori morali e spirituali, ma formalmente almeno non cristiano, come Massimo Cacciari, arrivi a dire quanto abbiamo ascoltato a proposito del popolo cristiano, che esalta all’infinito papa Francesco, cerchi di incontrarlo per sentire dal vivo la sua voce, ma poi non lo ascolti quando traduce il Vangelo in norme di vita per il nostro tempo, suona a rimprovero per tutta una categoria, come uno schiaffo che ci colpisce direttamente sulla faccia.
Potremmo aggiungere qualche altra considerazione. I problemi morali in questa lunga campagna elettorale non sono nemmeno stati toccati, ai politici si dà il massimo credito anche se hanno comportamenti familiari e personali più che discutibili, il richiamo ai grandi valori dell’esistenza è andato diluendosi fino quasi a scomparire, i discorsi che riguardano i temi della vita, della solidarietà, della giustizia, della disuguaglianza sono da tempo ridotti a semplici questioni economiche. Manca l’afflato profondo, lo spirito della carità come necessario complemento della giustizia, la ricerca delle ragioni ultime della convivenza umana, della società, della città, del piccolo agglomerato del paese, del valore assoluto della persona umana, dei grandi principi evangelici. Decisivo poi il tradimento dell’insegnamento papale sul fenomeno epocale delle migrazioni. Al di là delle leggi su cui si può sempre discutere, che ne è dei quattro verbi proposti da papa Francesco all’opinione pubblica del mondo intero: accogliere, proteggere, promuovere, integrare? Addirittura la concezione inclusivista, in cui l’Italia, se pur attraverso molte difficoltà, si stava distinguendo, è stata duramente punita. Si ripensi a tutto questo, senza facili slogans, minacce di paure ingiustificate, numeri gonfiati ad arte. Forse allora si potrà anche concludere che pure il papa è uno sconfitto.
Cosa pensano i lettori di tutto questo? Sarebbe molto interessante che su temi come questi si potesse discutere apertamente e con piena libertà. Con la speranza che un fremito di reazione si comunichi almeno alla parte migliore della comunità.
Giordano Frosini

La parola ai giovani

“La parola ai giovani”: il titolo del recente libro di Umberto Galimberti fa bella figura di sé nelle nostre librerie e noi lo salutiamo come un utile aiuto alle comunità cristiane impegnate da papa Francesco ad ascoltare senza chiusure e senza pregiudizi i nostri giovani in vista del prossimo Sinodo dei vescovi. Il famoso sociologo italiano aveva recentemente già scavato con successo nell’animo giovanile con una pubblicazione dal titolo abbastanza preoccupante. Analisi condotte con severità scientifica e senza secondi fini in un mondo che sembra sfuggirci sempre più di mano e che comunque ci serba continue sorprese che sarebbe fatale errore lasciar passare inosservate. La loro voce è troppo importante, perché, lo si voglia o no, essi hanno in mano il futuro dei nostri paesi e delle nostre nazioni. Già nelle recenti elezioni politiche hanno detto la loro, rompendo schemi prefissati e richiamando invece l’attenzione su questioni che pesano di più sul loro presente e sul loro avvenire. La risposta non è né una condanna né un’approvazione globale di quanto ci viene proposto. Due atteggiamenti opposti, uno più dannoso dell’altro, come ci dimostra l’esperienza anche recente. Sarebbe da stolti però evitare il dialogo, non ascoltare quello che pensano e quello che sentono, ignorare i loro consigli, nei quali è anche facile scoprire il vento dei segni dei tempi che soffia impetuoso e inarrestabile sopra le nostre teste. Diceva Giorgio La Pira che i giovani sono come le rondini, che per prime avvertono e annunciano la primavera. Il nostro è per antonomasia il tempo del confronto e del dialogo.
Che francamente non ci sembra tanto ricercato nelle nostre file. Il problema è talmente grave e importante che non è affatto il caso di contentarsi di poco, di un impegno alla bell’e meglio, che poi, alla fine, lascerebbe le cose più o meno come si sono trovate. Le nostre comunità parrocchiali o superparrocchiali, le nostre numerose e variopinte associazioni, che quando vogliono sanno anche farsi sentire, stanno facendo il possibile perché le mete prefissate da papa Francesco vengano realizzate? Manca forse la cosiddetta volontà politica? O forse non si ritiene il problema degno di una grande concentrazione di tempi e di energie da parte di tutti? Domande che rimangono sospese e non soltanto in questo caso.
Intanto un altro ottimo aiuto concreto ci giunge da parte di un sociologo cattolico, da noi ben conosciuto, che ha appena concluso un’inchiesta sulla fede dei nostri giovani, giungendo a conclusioni non molto sorprendenti, comunque degne della massima attenzione: Franco Garelli. Ne riferiamo la sintesi recentissimamente pubblicata su una delle poche riviste cattoliche rimaste ancora sul mercato.
“Vent’anni fa i giovani che si dichiaravano ateo-agnostici in Italia non superavano il 10-15%, mentre oggi sono circa il 30%. Se a questi si aggiungono quanti – pur palesando una fede religiosa e cattolica- vivono di fatto ‘come se Dio non ci fosse’, appare evidente il processo di avvicinamento dell’Italia alla situazione media del centro-nord Europa, dove circa la metà dei giovani si definisce ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. In parallelo, la crescita riguarda anche i giovani che continuano a identificarsi nella religione della tradizione (circa un terzo dei casi) ritrovando in essa più un ancoraggio identitario e culturale che un principio di vita. Inoltre, i giovani che rientrano nella categoria dei ‘credenti convinti e attivi’ non superano il 15% e rappresentano un gruppo che si sta assottigliando nel corso degli anni, anche se si compone di figure consapevoli e reattive. Il trend dunque appare sufficientemente chiaro: non mancano soggetti che nella società aperta vivono con entusiasmo ed impegno un’opzione religiosa e un’appartenenza ecclesiale consapevole, smarcandosi dal sentire diffuso; ma molti mantengono un legane allentato e assai soggettivo con la fede della tradizione in cui siamo stati formati e educati; mentre sono in sensibile aumento quanti hanno ormai spezzato il legame con l’identità cristiana e cattolica ritenendosi ormai in posizione ateo-agnostica o di indifferenza religiosa”.
I testi dei sociologi, specialmente quando si tratta di questioni religiose, non sono mai del tutto precisi come la matematica, tuttavia quanto abbiamo ora riportato è sufficientemente chiaro per impostare, insieme ai giovani, una ricerca sul proprio ambiente, per vedere se la situazione è nei limiti tracciati oppure se è diversa, in meglio o in peggio. Il discorso può cominciare così, anche se così non può terminare. Rimane poi da ricercare le motivazioni di fondo di questi atteggiamenti e allora il discorso si fa più difficile e stringente. Forse le risposte ci costringeranno a rivedere il nostro modo usuale di vivere la fede e la stessa vita ecclesiale, l’impostazione delle assemblee liturgiche e i rapporti fra le diverse categorie di fedeli, in particolare fra i semplici fedeli e coloro che detengono il ministero della presidenza. Niente di male, anzi sarà questa l’ennesima occasione di ripensare i nostri comportamenti alla luce degli insegnamenti conciliari. Un impegno poche volte cominciato, certamente mai portato a termine.
Giordano Frosini

«Io sono la risurrezione e la vita»

«Io sono la risurrezione e la vita. Chiunque crede in me anche se muore, vivrà». Queste parole di Cristo riportate nel vangelo di Giovanni mi tornano alla mente in questi giorni, come un ritornello affascinante e misterioso. Parole che anno il senso dell’evento pasquale.
Al centro dei riti della settimana santa, in quei gesti antichi e così evocativi che coinvolgono centinaia di migliaia di persone, al centro delle feste pasquali c’è Lui: quell’uomo misterioso che da 2000 anni è segno di contraddizione dentro la storia. Un uomo speciale. Per noi credenti, figlio vero di Dio, della stessa sua sostanza. Un uomo concreto e completo però, fatto di carne e di ossa, la cui vicenda si concluse tragicamente: barbaramente ucciso, con un supplizio terribile, quello della croce. Ciononostante, quell’uomo ci dice: «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se morrà, vivrà». E non è un discorso, una chiacchiera: effettivamente Egli ha sconfitto ha la morte. Almeno è così per la nostra fede. Non è restato prigioniero del sepolcro. È passato da una situazione di assoluta impotenza e assoluto abbandono, a una condizione gloriosa, misteriosa ma vitale, perennemente vitale. Ci vuol fegato a credere una cosa del genere, diciamo la verità! Chi di noi ha mai visto un morto tornare in vita? A volte ci sono casi di morti apparenti ma la persona tornata alla vita poi, giunto il suo momento, muore di nuovo. Qui però non è la stessa cosa. Il risorto non torna alla vita di prima ma entra in una condizione esistenziale nuova per mai più morire; assiso, come affermano le Scritture con linguaggio immaginifico, «alla destra del Padre».
Le parole di Cristo poi hanno una forza, una apoditticità che lascia di stucco. Egli non dice semplicemente che era morto e ora invece vive e già sarebbe tanto. No, le sue parole assomigliano a una pretesa che non ammette eccezioni o limiti: «Io sono la risurrezione e la vita». Lui è la risurrezione e la vita, senza se e senza ma. In pienezza. La vita si identifica con lui e con lui si identifica anche la risurrezione. Non solo. Egli afferma pure che chi crede in Lui, anche se muore, vivrà.
Che cosa vogliono dire queste parole? E soprattutto, è possibile per noi, uomini del XXI secolo, credere a cose del genere? Per noi, immersi come siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica che ci fa ritenere ormai possibili modificazioni del nostro statuto umano tali da farci superare limiti dovuti al tempo, al venir meno delle forze, alle malattie? Che significato mai possono avere le affermazioni di Cristo per noi che abbiamo tra le mani strumenti che ci consentono letteralmente, come si dice, di fare miracoli?
Domande indubbiamente pertinenti e nello stesso tempo impertinenti, che ci invitano a scavare più in profondità riguardo alla risurrezione del Signore e al suo significato per noi. Cominciamo allora col dire che il Signore Gesù non ha voluto darci la formula magica per non morire mai. Non è un prolungamento di quel vivere sperimentato ogni giorno ciò che Egli ha in mente. Nemmeno però è qualcosa di totalmente staccato da esso. Le parole di Cristo si riferiscono in realtà alla possibilità data a chi crede in lui, a chi a Lui si affida e in lui confida, di raggiungere non una vita un po’ più lunga ma una «vita nuova»: cioè la bellezza stessa della vita, arrivando a gustare il succo stesso della vita, una dimensione nuova del vivere, dove regna la gioia, la luce dell’amore donato e ricevuto, dove non ci sono ombre ad offuscare il godimento né ostacoli alla spontaneità del bene.
Quella che Cristo ci offre è dunque una vita nuova, e il nuovo sta a indicare una vita di comunione profonda con gli altri, con Dio, con se stessi, con l’intera creazione. Una vita che non porta con sé l’oblio della sofferenza e del pianto; che non è cancellazione della memoria del dolore e della cattiveria subita e arrecata, ma dove al contrario, la memoria ridonda in gratitudine per la misericordia di Dio, in un pianto che si scioglie in canto di liberazione e pace e dove le piaghe del dolore del mondo non spariscono ma diventano segni di gloria e di amore. La vita che Cristo ci offre assume tutto ciò che di bello, di gioioso, di luminoso c’è nell’esperienza umana; anzi, raccoglie tutta intera la densità dell’umano, anche della carne dell’uomo, delle sue passioni, dei suoi sentimenti, del suo dolore e della sua sensibilità, per trovare però compimento oltre ogni umana misura, nella conoscenza amorosa di Dio, nella figliolanza con Dio Padre, attraverso il Figlio unigenito Gesù Cristo, mediante l’effusione sovrabbondante dello Spirito Santo che «da la vita». Con la risurrezione di Cristo ci è dato così di godere della gioia che ci viene da questa vita di Dio in noi, che è libertà dal peccato, pienezza d’amore, carità operosa nei confronti dei fratelli. Niente di ciò che è veramente umano è disprezzato o perduto, anzi, nella vita di grazia che lo Spirito Santo realizza in noi, tutto trova pieno significato e profondità. È questa la «buona notizia», il vangelo di Pasqua: «Coloro che si lasciano salvare dal Signore Gesù sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, 1).
† Mons. Fausto Tardelli
vescovo

Se Cristo è risorto…

Lo sappiamo, ma ogni anno la certezza si rinnova e si fortifica: la risurrezione non è soltanto un fatto che riguarda Gesù, ma coinvolge tutti noi. Se Cristo è risorto, risorgeremo anche noi, con tutto ciò che siamo, anima e corpo, persone complete. Egli “è il principio, il primogenito di coloro che risorgono dai morti”, il primo arrivato, nella mente di Dio anche prima di coloro che l’hanno preceduto nella loro esistenza. Dio è il “Dio dei viventi, non dei morti”, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. La morte non ci annienterà, anche l’assalto dell’ultimo nemico sarà vittoriosamente respinto. In questa prospettiva, la fede cristiana supera se stessa, dice l’ultima parola sulle convulse vicende umane. Niente di quanto Dio ha creato andrà perduto: anche la storia che abbiamo intessuto nei nostri giorni mortali ci seguirà, la porteremo con noi nell’eternità. Risurrezione è il nostro nome.
È vero però che la certezza è circondata dal mistero, sul quale, nonostante tutto, ci piace ancora indagare. Non dimenticando, comunque, che la rivelazione ci è stata donata “nostrae salutis causa”, cioè per orientarci nel cammino della nostra salvezza, non per appagare la nostra curiosità. Così, con questo spirito, ci possiamo domandare quando la risurrezione avverrà. Normalmente nel passato si è risposto che essa si realizzerà alla fine dei tempi, oggi però crescono sempre di più coloro che tendono a collocarla nello stesso momento della morte. Naturalmente a conclusioni del genere si arriva dopo lunghe discussioni e reiterati esami. Ci si appella, per esempio, a quanto disse Gesù al buon ladrone, prima della sua morte: “Oggi sarai con me in paradiso”. Oggi vuol dire subito; come in Gesù la morte implicherebbe l’immediata risurrezione. Un’opinione che si può seguire, senza però eccessive sicurezze.
Un’altra questione, ancora più difficile, sulla quale si discute anche da parte dei non addetti ai lavori, è quella relativa al corpo col quale risorgeremo. Anche qui si naviga a mare aperto. Già non sappiamo con quale corpo Gesù è risorto: i vangeli lo fanno capire quando ci dicono che egli non fu mai riconosciuto di primo acchito, ma soltanto dopo qualche parola o qualche gesto che in qualche modo lo rendevano riconoscibile. Per dire che egli era lo stesso, il Gesù della Galilea e della Giudea, il Gesù crocifisso, ma non identico a prima. Uguale nella sostanza, diverso nelle apparenze visibili.
Certo, il corpo della risurrezione non sarà il corpo attuale, con le sue cellule, le sue funzioni, la sua fisiologia; andare però oltre, attraverso ragionamenti o immagini, è veramente pericoloso. Meglio sostare silenziosi dinanzi al mistero che ci attende. Con la risurrezione si entra in una nuova dimensione.
Del problema si era già interessato l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti: si vede che la questione era di attualità anche ai primi tempi del cristianesimo. Rimandare a lui però significa arrivare a qualche precisa conclusione, anzi col rischio di meritarsi qualche epiteto non proprio simpatico. Rileggiamo comunque il testo: “Ma qualcuno dirà: ‘Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?’ Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non tutti i corpi sono uguali: altro è quello degli uomini e altro quello degli animali; altro quello degli uccelli e altro quello dei pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale”.
Parole belle, espressioni stupende che fanno intravedere un mondo meraviglioso e senza paragoni nel campo delle nostre usuali esperienze, ma dal mistero si parte e nel mistero si rimane. Il corpo mortale che ci ha accompagnato per tutta la vita, a volte anche con eccessive cure ed eccessive attenzioni, è un seme, nient’altro che un seme che, morendo, produrrà la pianta. È certo che la pianta è una derivazione del seme, ma fra le due cose c’è una bella differenza. Sarà certamente una pianta bella, bellissima, degna di Dio e del suo paradiso, ma non possiamo dire di più. La diversità dei corpi può essere un’immagine per affermare la diversità della materia. Questa nostra materia, fragile e inconsistente, sfiderà un giorno l’eternità e diverrà incorruttibile, immortale, gloriosa, potente, addirittura spirituale, sullo sfondo dei cieli nuovi e della terra nuova, in cui abiterà per sempre la giustizia di Dio.
Niente di più. Ma questo è sufficiente a orientare il nostro faticoso cammino e, come afferma la lettera agli Ebrei, “liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”.
Giordano Frosini