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La crisi giovanile un segno dei tempi

Parliamo della crisi religiosa, non certo la meno preoccupante di tutte quelle che oggi colpiscono pesantemente il settore giovanile. Proseguono, si direbbe a ritmo accelerato, le inchieste e le ricerche degli studiosi per capire meglio le ragioni di una situazione che si sta celermente aggravando giorno per giorno, in vista degli opportuni rimedi. Tutto un mondo provvidenzialmente messo in movimento da quando papa Francesco ha dato l’annuncio del sinodo dei vescovi, dedicato esclusivamente ai giovani, che si terrà nell’ottobre dell’anno prossimo. Crisi, si sa, può avere un significato negativo, ma anche un suo risvolto positivo: c’è una crisi di perdita e di sconfitta, ma c’è anche una crisi positiva, di crescita e di sviluppo; anzi le due crisi procedono normalmente insieme. Questo significa che quanto sta avvenendo è per tutti noi anche un’occasione opportuna di riflessione e di ripensamento, una domanda posta dalla storia alla nostra attenzione, come si dice in gergo un segno dei tempi che interpella e sollecita l’intera comunità cristiana. Nei segni dei tempi, come si sa, risuona sempre in qualche modo la voce dello Spirito Santo.
Un recentissimo intervento che, mentre scriviamo, teniamo sotto i nostri occhi, ci avverte che, secondo le ultime rilevazioni, solo il 50% dei nostri giovani si dichiara credente nella religione cattolica, con una flessione piuttosto rilevante registrata in questi ultimi anni; che fra quanti si professano credenti solo l’11,3% osserva una pratica religiosa settimanale e che addirittura il 24,6% di coloro che si dichiarano cattolici non frequenta mai la chiesa. Si parla di poesia delle cifre, ma questa è tutt’altro che poesia, è prosa e prosa amara. Che ci fa aprire però bene gli occhi, che ci sveglia, se ce ne fosse bisogno, dai nostri sogni dogmatici, che mitiga, fino ad annientarli, i nostri più resistenti ottimismi. Del resto, basta dare un’occhiata alle assemblee liturgiche festive in una qualsiasi delle nostre chiese per rendersi conto, senza la necessità di alcuna mediazione, di come stanno realmente le cose. I giovani si sono rarefatti; scomparsi, o quasi, i chierichetti che una volta tradizionalmente servivano all’altare. Nonostante la resistenza delle cifre, nemmeno la situazione dell’insegnamento religioso nelle nostre scuole, fatte le debite eccezioni, gode di ottima salute.
Una ricercatrice ben conosciuta, Paola Bignardi, dopo aver riportato queste cifre, soggiunge convinta: “La questione religiosa per molti giovani resta sotto la cenere, come una brace accesa, ma coperta, senza che possa scaldare né illuminare. Tuttavia c’è; occorre qualcuno che riesca a soffiare via la cenere, e la brace può tornare ad ardere, a scaldare, a vivere. Occorre andare alla ricerca della brace, che non è sempre ben visibile. In questa operazione può anche darsi che ci si scottino le dita. Eppure solo una chiesa che avrà il coraggio di soffiare via la cenere e di credere alla presenza della brace può avere un futuro”.
Al fondo dell’animo giovanile, afferma la nostra ricercatrice, rimane il desiderio di una fede personale, l’esigenza di un Dio vivo e presente, la domanda di una comunità vera che si staglia sull’anonimato della società contemporanea, l’attesa di una chiesa confessante e testimoniante con la vita la verità della sua predicazione. Una chiesa nei cui pensieri e nei cui atteggiamenti rifulge la splendida luce del messaggio cristiano, una chiesa baluardo di giustizia e di libertà, amica dei poveri e artefice di pace. La chiesa di papa Francesco, tracciata nelle sue linee fondamentali dal concilio Vaticano II, in ascolto dei freschi pensieri che animano e agitano il mondo giovanile. Anche le nostre assemblee, senza perdere niente del loro fascino mistico, non potrebbero essere più libere, più aperte, più spontanee, meno stereotipate e ripetitive, dando luogo alla festa, alla fraternità, alla gioia, all’esplosione del sentimento e della poesia? Problemi da prendere in seria e urgente considerazione, prima che, secondo la bella immagine suggeritaci, la brace si spenga definitivamente.
Come sempre, il segno dei tempi è esigente e impaziente. Va ascoltato in tempo: anche la giovinezza passa alla svelta. Domani sarà troppo tardi. È stato rilevato che la società di oggi tarda ad assorbire e valorizzare in tempo le forze giovanili a disposizione. Così essi non trovano lavoro, non riescono a essere autonomi, a formarsi una famiglia, a entrare a pieno diritto e con piena responsabilità nei meccanismi che contano della società. Giovani in perenne attesa. La chiesa ha un’occasione unica per mostrarsi diversa dalla società chiusa e tetragona in cui è immersa: ne verrà fuori vittoriosa se riuscirà col suo papa ad aprire le porte e le braccia a un mondo che attende con ansia e impazienza che qualcuno lo prenda in seria considerazione.
Giordano Frosini

Per una chiesa missionaria

Allo sviluppo straordinario del tema della missione in questi ultimi anni non sempre è corrisposta una adeguata presa di coscienza da parte della comunità cristiana, almeno in parte ancora legata ai vecchi schemi largamente superati dal concilio Vaticano II in poi. Sono almeno tre i passi che il magistero della chiesa ci ha invitato a fare per vivere in pienezza quella vocazione missionaria che è propria della comunità ecclesiale. Li enumeriamo schematicamente perché i lettori si rendano conto dei loro doveri e delle loro responsabilità.
Il primo passaggio è quello dalle missioni alla missione. Una conclusione registrata dallo stesso concilio Vaticano II, che ha segnato la fine della mentalità della delega, che affidava la missione a coloro che partivano per i continenti lontani, cui il grosso della comunità garantiva una certa assistenza spirituale e materiale, rimanendo nei propri paesi e sostanzialmente senza ulteriori preoccupazioni. Anche sulla base delle mutate condizioni religiose e culturali della società e soprattutto di una più attenta meditazione dei testi ispirati, il concilio maturava la convinzione che l’impegno di evangelizzare è tipico di ogni battezzato e chiama in causa l’intera comunità cristiana. “Tutta la chiesa è missionaria, tutta la chiesa è essenzialmente missionaria, la missionarietà è una sua caratteristica fondamentale”. Fino al punto che Paolo VI affermò categoricamente che “la chiesa o è missionaria o non è”, cioè non è chiesa. Una legge da applicarsi a tutte le comunità cristiane, dalla più grande alla più piccola. La chiesa nel suo complesso o è missionaria o non è, altrettanto una chiesa particolare, una diocesi, altrettanto ancora una parrocchia. Dopo cinquanta anni in cui sono state ripetute mille volte queste parole, c’è per tutti la necessità di un vero e proprio esame di coscienza. Che cosa ne abbiamo fatto di una prospettiva e di un impegno così importante? La missione ai lontani continua, ma i lontani ormai li abbiamo anche vicino a noi.
Un secondo momento di approfondimento del tema missionario fu sviluppato da Paolo VI in uno dei documenti più belli dell’intero magistero della chiesa, l’Evangelii nuntiandi del 1975 e riguarda il tema dell’impegno sociale, della giustizia, della pace, come si imparò a dire allora della liberazione. Riascoltiamo con rinnovata attenzione le sue parole: “L’evangelizzazione comporta un messaggio esplicito adatto alle diverse situazioni, costantemente attualizzato, sui diritti e sui doveri di ogni persona umana, sulla vita familiare senza la quale la crescita personale difficilmente è possibile, sulla vita in comune nella società, sulla vita internazionale, la pace, la giustizia, lo sviluppo: un messaggio particolarmente vigoroso nei nostri giorni, sulla liberazione”. Persona, famiglia, società, ordine internazionale: sono i capitoli fondamentali del pensiero sociale della chiesa, che da allora è diventato oggetto di missione, di evangelizzazione, di catechesi. O meglio: doveva. Perché purtroppo non è stato così. Altro argomento per il nostro esame di coscienza, personale e collettivo.
Il terzo momenti di crescita è stato dettato da Giovanni Paolo II con la sua enciclica missionaria, Redemptoris missio (1990) che, nel tempo della globalizzazione e del conseguente intrecciarsi dei popoli, delle culture e delle religioni, includeva nella missione della chiesa anche il dialogo interreligioso. Queste le sue parole: “Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa”. Dialogo anzitutto: cioè incontro, confronto, ascolto, discussione, ricerca comune, accettazione di suggerimenti validi, senza condanne e senza preclusioni di sorta, con semplicità, umiltà, nonché coerenza alle proprie convinzioni. Il dialogo è ormai componente essenziale della missione e dell’evangelizzazione, come aveva già ricordato Paolo VI fin dall’inizio del suo pontificato e come ha fatto la chiesa fino dai primi giorni della sua esistenza.
Alle religioni aveva guardato con grande apertura e simpatia anche il concilio Vaticano II, i documenti post-conciliari hanno approfondito e ampliato questi elementi di apprezzamento. Ai tempi di Giovanni Paolo II e del cardinal Joseph Ratzinger prefetto della Congregazione della dottrina della fede, si è arrivati a riconoscere loro una “mediazione partecipata” nei riguardi del cristianesimo. L’unico mediatore di salvezza per il cristiano rimane Gesù Cristo, ma una mediazione subordinata viene riconosciuta anche alle altre religioni, specialmente alle più importanti come il musulmanesimo, il buddhismo, le antiche religioni orientali. Papa Francesco fa sue queste conclusioni e chiede alla sua chiesa di riformare tutte le sue espressioni in funzione di questo dialogo, che ora rimane un impegno privilegiato per esse, cominciando dalle parrocchie.
Giordano Frosini

Il paese ha bisogno di cristiani

I primi atti pubblici del neo-presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, hanno incontrato generalmente consensi e simpatia. La cosa ci fa piacere perché egli porta con sé i segni evidenti di quella cultura teologico-pastorale fiorita negli ultimi decenni in terra toscana, che sostanzialmente ha coinvolto almeno parte anche di noi. Sono soprattutto due gli indirizzi che si sono imposti all’attenzione comune: il richiamo alla partecipazione sinodale nella vita della chiesa e la richiesta di una maggiore presenza culturale-politica dei cristiani, di cui il paese avverte sempre di più il bisogno, man mano che le cose in quel settore stanno progressivamente degenerando nei toni e nei contenuti. Ne è riprova difficilmente contestabile il progressivo distacco dell’opinione pubblica dalla vita politica del paese e il moltiplicarsi di movimenti di contestazione e di rifiuto.
La prima prolusione al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale, di cui abbiamo dato notizia nel numero precedente, nell’intenzione del neo-presidente potrebbe essere anche l’ultima, perché egli ha dichiarato di voler ascoltare prima il pensiero dei consiglieri sulla base di un questionario precedentemente elaborato e soltanto dopo concludere col suo intervento la discussione sui temi discussi e dibattuti. Il discorso iniziale dei presidenti del passato sapeva troppo di indicazione e di indirizzo da seguire dai consiglieri, chiamati in tal modo più al ruolo di commentatori che di creatori. Tanto più che quel discorso iniziale aveva una immediata e rapida diffusione nei mezzi di comunicazione sociale, che non avevano affatto le striminzite e laconiche conclusioni finali, dando così l’imptessione che i lavori sostanzialmente si esaurissero nell’intervento iniziale. In sostanza, più un Ascolto che un Consiglio.
L’iniziativa prospettata va appoggiata pienamente, magari completandola richiedendo ai vescovi presenti di riportare, insieme alla loro, anche la voce delle diocesi da essi rappresentate: sarebbe un magnifico trionfo della sinodalità, esempio e sprone per la chiesa a tutti i suoi livelli. Le conclusioni sarebbero allora veramente un’azione ecclesiale, a cui ha partecipato l’intero popolo cristiano. Un grande passo in avanti della sinodalità in un momento così straordinariamente importante della storia della chiesa e così  sensibile a questa dimensione, che purtroppo cammina con troppa lentezza e troppe difficoltà. Un’anticipazione del futuro, che certamente andrà in questa direzione.
Il secondo richiamo su cui insiste il presidente Bassetti è quello di una ripresa di quello spirito che ha animato il nostro recente passato, quando fervevano gli studi del pensiero sociale della chiesa e quando autentici cristiani, preparati nel silenzio della riflessione e della preghiera, seppero dare una testimonianza esemplare nella vita sociale e politica che s’impose all’attenzione ammirata anche oltre i confini del nostro paese. Una vera e propria fioritura di santi, più numerosi e più rappresentativi in campo politico che altrove. In più, un fenomeno soprattutto italiano.
A scanso di equivoci, dobbiamo dire subito che non si sta pensando a un nuovo “partito cristiano” che, alla resa dei conti, potrebbe diventare anche un mezzo di potere e di supremazia. Una tale esperienza è attuabile soltanto in momenti di grave necessità e nessuno oggi si sogna di poterla ripristinare. Il cristiano intende tassativamente la politica come servizio disinteressato, speso esclusivamente per il bene comune e non per l’interesse proprio e dei propri sodali. Purtroppo nel passato molti hanno mancato clamorosamente a questa loro vocazione e si sono accodati all’andazzo comune, che domina forse incontrastato da sempre l’ambiente politico. Non si sta pensando alla potenza umana, ma alla forza travolgente che, col passare dei secoli, mantiene intatta la parola del Vangelo, messaggio di amore, di giustizia, di solidarietà, di uguaglianza e di pace.
La nostra storia è però anche animata da figure straordinariamente esemplari, di cui è nostro dovere conservare la memoria e la testimonianza: uomini e donne che hanno speso la loro vita per il bene delle popolazioni, diffondendo bontà, giustizia, comprensione per tutti, in particolare per i più poveri e i più bisognosi. Persone di grande spessore morale e intellettuale e insieme persone semplici e modeste che non chiedevano nulla in nome del loro sacrificio, contente solo di dare un contributo insostituibile al presente e al futuro del paese. Per la verità, politici di questo genere ci sono ancora, ma sono pochi e non sentono affatto il sostegno e l’appoggio della loro comunità, che pure essi dovrebbero rappresentare. C’è bisogno di qualcosa di nuovo e di inedito, perché, i tempi sono profondamente cambiati. Occorrono ancora maestri come Lazzati, La Pira, Dossetti, per ricordare soltanto i più vicini a noi, che ci hanno offerto paradigmi e modelli perennemente validi. A noi sta di ritesserli e reinterpretarli nella trama liquida e rarefatta dei nostri giorni.
Giordano Frosini

Il dialogo con le altre religioni e la missione della chiesa

Per chi vuole essere fedele alle disposizioni della chiesa, l’ordine del giorno della missione e dell’evangelizzazione va aggiornato. Abbiamo già ricordato che Paolo VI nel 1975 aveva chiesto di ampliare la tematica in questione includendovi il pensiero sociale della chiesa; ora dobbiamo aggiungere che Giovanni Paolo II nel 1990 aveva chiesto di fare altrettanto con il dialogo interreligioso. Purtroppo siamo ancora a lamentare il colpevole ritardo di gran parte della chiesa per l’una e l’altra richiesta, che invece dovrebbero avere il valore di un ordine preciso e obbligatorio. Non c’è ragione al mondo che possa giustificare questo ritardo. Esso è semplicemente un atto di disubbidienza, che reca un danno non indifferente alla vita della chiesa e un motivo di nuove divisioni, di cui non si sentiva affatto il bisogno.
L’enciclica Redemptoris missio di san Giovanni Paolo II afferma testualmente al n. 55: “Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa”. Certo, un dialogo che deve andare di pari passo con la convinzione dell’unicità della missione di Cristo e della chiesa, come i cristiani hanno sempre affermato e insegnato nel corso della loro storia. L’induismo, il buddismo, il musulmanesimo e le altre religioni non salvano, però si riconosce loro un’azione positiva nell’opera di salvezza. Già il concilio Vaticano II era stato con loro molto generoso, riconoscendo i valori di cui sono in possesso, in qualche caso addirittura assai prima del cristianesimo. Ma il documento di Giovanni Paolo II va oltre, riconoscendo loro il valore di “mediazione partecipata”, cioè subordinata rispetto a quella di Gesù Cristo e della chiesa, capace comunque di portare a salvezza coloro che l’accettano e la mettono in pratica. Un’affermazione preziosa che sarà confermata più tardi dal documento della Congregazione della Dottrina della fede Dominus Jesus, il quale sprona e incoraggia i teologi a proseguire la loro riflessione su questa linea. È il massimo riconoscimento che tutti i cristiani sono chiamati a tributare loro con convinzione e sicurezza.
Le conclusioni per i cristiani sono così chiaramente delineate: accettazione di questa ultima grande apertura teologica, dialogo sereno con tutti coloro che appartengono ad altre religioni, superamento di ogni spirito fondamentalistico ed esclusivistico, senza rinunciare naturalmente alle proprie convinzioni, ma approfondendole con lo studio e la riflessione, rimanendo aperti a eventuali suggerimenti e complementi, pronti soprattutto a recepire e imitare gli esempi che non di rado vengono offerti a molti cristiani stanchi e rinunciatari. Il dialogo è da intendersi come il metodo regale di ogni opera di evangelizzazione. Ci soccorrono per questo atteggiamenti di pastori come il cardinal Tettamanzi e il nuovo arcivescovo di Milano, che proprio in questi giorni ha preso possesso della sua diocesi con un fraterno saluto ai fratelli e alle sorelle di religione musulmana.
Anche l’Evangelii gaudium di papa Francesco ricalca le stesse linee. In particolare, queste raccomandazioni valgono oggi per i seguaci del musulmanesimo, presenti fra noi in maniera sempre più massiccia e significativa. Ci sono notizie false da smentire (lo ha fatto in questi giorni il direttore di Repubblica), notizie esemplari da diffondere, soprattutto c’è per tutti un richiamo alla carità verso coloro che hanno lasciato tutto per ritrovare altrove ragioni di vita e di speranza. Una linea di rispetto, di stima, di fraternità. Ci ha insegnato papa Benedetto e lo ha ripetuto papa Francesco, l’evangelizzazione non avviene per proselitismo, ma per contatto e attrazione. Come sempre, la comunità cristiana è invitata ad andare controcorrente, perché nella vecchia Europa, ce l’hanno confermato le recentissime elezioni in Germania, si sta diffondendo un clima di appena attutito stampo razzista e xenofobo. Che poi tutto questo si faccia in nome del Vangelo, per difendere, come si dice, i valori cristiani messi in pericolo dai nuovi sopravvenuti (i nuovi “barbari”), è veramente strano e aberrante. I valori cristiani si difendono attuando i comandamenti dell’amore, dell’accoglienza, della solidarietà, che formano la sostanza prima del Vangelo. Coloro che ne sono beneficiari oggi non potranno mai dimenticare l’accoglienza che siamo stati capaci di accordare loro. Ma, al limite, anche questo conta poco: l’essenziale per la coscienza cristiana è aver compiuto il proprio dovere e avere onorato la fede che ci qualifica e di cui vogliamo essere gelosi custodi.
“Il dialogo interreligioso e l’annuncio, anche se non allo stesso livello, sono entrambi elementi autentici della missione evangelizzatrice della chiesa”. La presenza delle altre religioni in mezzo a noi è una sfida posta alla nostra attenzione, la nostra fede messa alla prova, a livello di convinzioni e soprattutto a livello di vita. Due vie da percorrere insieme. Per l’apostolo Pietro, il cristiano è colui che è sempre pronto a dare ragione della propria fede e della propria speranza.
Giordano Frosini

Migrazioni: i quattro verbi di Papa Francesco

Li ha dettati il 21 febbraio di quest’anno, parlando ai partecipanti al Forum internazionale ‘Migrazioni e pace’. Sono: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, e nella loro laconicità, esprimono una scelta strategica che impegna indistintamente tutti coloro che partecipano alla sofferenza dell’umanità di oggi e hanno a cuore le sorti di quella del futuro. Anche se declinati secondo le proprie possibilità e disponibilità, essi portano in sé il timbro cristiano dell’amore e della carità e insieme hanno la capacità di parlare al cuore di ogni uomo che, al fondo, conserva sempre sentimenti di solidarietà per i più poveri e più infelici. Di questa virtù insieme umana e cristiana, possiamo ricordare ancora la bella definizione che di essa ha dato Giovanni Paolo II in una sua non dimenticata enciclica: “Non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine o lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti”.
Un sentimento, di per sé, comune a tutti gli uomini, come ci ricordano anche le culture pre-cristiane, che già riuscivano a parlare questo linguaggio. Purtroppo il veleno dell’individualismo, che si è così pesantemente inoculato nella nostra società, ha cambiato radicalmente pensieri e modi di essere degli uomini di oggi. Un forte regresso rispetto al nostro lontano passato, chiaramente ma invano rintracciato da coloro che indagano sul cammino della storia morale dell’umanità. Una vittoria scandalosa dell’egocentrismo e del proprio benessere, che da tempo dominano sovrani nella società dell’opulenza e del consumismo. E così rinasce spontanea in noi la domanda che ci mette dinanzi alle nostre responsabilità e alle nostre infedeltà: si è dunque esaurita la forza dirompente del messaggio cristiano, che pure era riuscito in pochi decenni a cambiare radicalmente i pensieri e i costumi degli uomini dei tempi passati? Da sempre l’amore, la carità, la solidarietà sono le caratteristiche distintive del messaggio cristiano, il segno di riconoscimento della comunità cristiana: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli”.
Inutile girare intorno alle parole: qui si impone un severo esame di coscienza, perché i conti non tornano. E non tornano in proporzioni non solo preoccupanti, ma addirittura drammatiche. In circostanze come quella che stiamo vivendo, la comunità cristiana dovrebbe essere capace di esprimere con forza ancora maggiore, rispetto alle situazioni normali, la sua testimonianza e la sua esemplarità sulla gente che la circonda. Ma non è affatto così. Perché una grande parte di essa, conquistata dagli slogan divulgati con tanta larghezza dai mezzi della comunicazione sociale e dall’opinione pubblica, si è allineata all’andazzo della gente che chiede soltanto di non essere disturbata nel suo quieto vivere, come non succedesse nulla, e non di rado almeno implicitamente si è fatta anch’essa portatrice di una mentalità pericolosamente inclinata verso il razzismo. A questo punto, un giornale che si professa cristiano e cattolico ha il dovere di gridare allo scandalo e di richiamare tutti alla propria coerenza. Ne va della nostra serietà. Non si è cristiani per gioco o per scherzo. Si rileggano le parole del racconto finale della storia umana: “Ero forestiero… e mi avete rifiutato!”.
Sono parole di Gesù, parole che ci ripete continuamente almeno papa Francesco, così tanto ammirato e così poco ascoltato. Meno, molto meno dell’ultimo imbonitore politico che con i suoi appelli sostanzialmente blasfemi spera di conquistare la maggioranza politica e andare al governo. Uno spettacolo avvilente e triste. Aggravato dalla convinzione diffusa anche in coloro che frequentano la messa domenicale che la questione di cui stiamo parlando è di carattere politico e che per questo la chiesa non se ne occupi e “pensi ai fatti suoi”. Quante volte e per quanti motivi, ci tocca risentire frasi come questa anche da parte di coloro che dovrebbero farsi portatori di idee diverse. Certo la questione è anche politica, perché va regolata secondo ordine e intelligenza, ma è anche, è soprattutto, di carattere morale e chi la tratta con spirito egoistico compie un peccato, di cui dovrà rendere conto a Dio. Chi tocca l’uomo tocca Dio, sua unica immagine e altra incarnazione di Cristo: “Qualunque cosa avete fatto agli altri l’avete fatta a me”. Il catechismo si impara da coloro che il Signore ha posto come maestri della sua chiesa, non dalla televisione o da certi giornali.
Un appello accorato, il nostro, rivolto a coloro che ancora si considerano cristiani, che riconoscono al papa la facoltà di interpretare autenticamente il messaggio rivelato, che non intendono vendere la propria fede e nemmeno il proprio cervello a coloro che continuano a ripetere insegnamenti lontani anni luce dal Vangelo consegnatoci da Gesù.
Giordano Frosini