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L’amicizia con Gesù

Il sognatore è l’amico di Gesù. Al tema dell’amicizia papa Francesco ha dedicato pagine commosse e suggestive della sua lettera ai giovani, nate dall’esperienza di una vita in cui la parola in questione ha avuto la sua nascita e la sua rivelazione. L’amicizia umana certamente, ma soprattutto l’amicizia con Cristo. Soltanto chi proviene da questa duplice esperienza può scrivere parole così convinte: “Per quanto tu possa vivere e fare esperienze, non arriverai al fondo della giovinezza, non conoscerai la vera pienezza dell’essere giovane, se non incontri ogni giorno il grande Amico, se non vivi in amicizia con Gesù”. Espressioni del genere non nascono dalla penna ma dalla vita o, se vogliamo, dalla penna che attinge le sue parole dal cuore. Una confidenza preziosa che vorremmo poter imitare da parte nostra. Poste queste premesse, al lettore si richiede di leggere le pagine che seguono come un diario spirituale, che è qualcosa di più, di molto si più di una riflessione teologica.
Poi la litania dell’amicizia, della sua natura, della sua incommensurabile preziosità. “L’amicizia è un regalo della vita e un dono di Dio”. Un’opinione che trova d’accordo l’opinione pubblica, anche se può essere segnalata come una originalità la chiamata in causa di Dio, del cui amore l’amicizia può essere considerata come un riflesso e una partecipazione. Qualcosa di sacro, dunque, che oltrepassa il solo richiamo esistenziale.
Di più se è vera, l’amicizia “non è una relazione fugace e passeggera, ma stabile, fedele, che matura col passare del tempo” e che ha come caratteristica la ricerca del bene di colui col quale l’amicizia è stata stabilita. Una ricchezza, un sostegno, un completamento della natura, di cui nessuno ignora o vuole ignorare l’importanza, Anzi, aggiunge il papa, essa “è così importante che Gesù stesso si presenta come amico”. Sta qui il segreto della riflessione papale: Gesù ha detto chiaramente che egli ci considera come amici e ci chiama con tale nome. Ne dobbiamo trarre le conseguenze.
Un nome che dà al rapporto con lui caratteristiche particolari da sottolineare e da valorizzare. L’amicizia crea un legame intimo, un rapporto affettivo, un vincolo familiare, una relazione di tenerezza. Il rapporto appare radicalmente cambiato, con un passaggio dall’ordine oggettivo all’ordine soggettivo. Così il peccato non è più soltanto una negazione della legge, un atto di disubbidienza al Creatore, ma anche un’offesa dell’amico; e la preghiera oltrepassa il valore del formulario dettato per diventare un momento di dialogo e di familiarità. L’amicizia colora tutto di luce nuova e l’intero rapporto assume i caratteri della confidenza e dell’intimità.
Due vite che s’incontrano fino a fondersi: “ Non vivo più io, ma Cristo vive in me”.
“Con l’amico parliamo, condividiamo le cose più segrete. Con Gesù pure conversiamo. La preghiera è una sfida e un’avventura. E che avventura! Ci permette di conoscerlo sempre meglio, di entrare nel suo profondo e di crescere in un’unione sempre più forte”. La conversazione intima con lui è anche un esercizio di preparazione della vita con lui, nell’eternità. Quando, dopo la morte, lo incontreremo, lo riconosceremo, perché avremo già stabilito con lui un rapporto di vera amicizia. Sarà una cosa affascinante ritrovarsi sempre insieme con lui “faccia a faccia” e continuare per l’eternità un dialogo amicale cominciato e portato avanti nel tempo.
È Gesù che offre l’amicizia, richiede l’amicizia, si direbbe in gergo: “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici”, afferma il testo giovanneo. L’amicizia con lui fa parte del dono fondamentale della grazia elevante, della parentela divinizzante. Il cristiano è chiamato a rispondere con la sua accettazione: la chiamata allora diventa realtà, che da parte di Gesù è indissolubile. Egli non ci abbandona mai e chiede a noi di fare altrettanto. Se ci allontaniamo, la sua alleanza rimane, perché egli non può “rinnegare se stesso”. Dio non conosce l’infedeltà, che pure rimane sempre nelle possibilità delle mani dell’uomo.
Accettare in pieno l’amicizia con Gesù significa anche impegnarsi con tutte le forze nell’imitazione. “Amicitia aut pares invenit, aut pares facit”: ripete da sempre il detto popolare. L’uguaglianza non c’è e non ci sarà mai, ma il desiderio di riprodurre in sé le sembianze dell’amico rimane il desiderio di fondo e il segno che l’accettazione dell’offerta è stata presa veramente sul serio e matura nel tempo.
“Christianus alter Christus”: il cristiano è un altro Cristo, la sua immagine riprodotta nel tempo. Amare come lui, sognare come lui, vivere come lui è il programma dell’esistenza del battezzato che cammina verso la perfezione. Non tanto una imitazione, impossibile oltre che senza senso, perché la vita non si ripete, ma una sequela, cioè una condivisione dei grandi ideali evangelici di amore e di speranza nel proprio tempo e nelle proprie condizioni di vita. È esattamente questa la croce da prendere e portare ogni giorno.
Giordano Frosini

Il giovane migrante

Il giovane migrante è oggetto di particolari sentimenti e attenzioni. Come tutti sanno, non si tratta di un esemplare isolato, o di piccole categorie, ma di una moltitudine immensa con diverse provenienze e naturalmente con diverse esigenze. Il problema, dunque, s’inquadra in un contesto vasto e complesso, purtroppo minato alla base da sentimenti di ostilità, di non accettazione, di rifiuto, perfino di razzismo. Noi stiamo assistendo a una delle più grandi migrazioni di popoli che la storia ricordi. L’intero mondo ne è coinvolto, anche se il fenomeno interessa direttamente alcuni continenti, l’Africa in modo più radicale.
Si sa però che, per motivi egoistici e politici, i numeri sono stati gonfiati e che non tutti i migranti arrivati in Italia via mare si sono fermati ma hanno optato per nazioni più settentrionali d’Europa. Le cose sono attualmente cambiate per il comportamento duro di certi movimenti politici che, sulla loro chiusura mondiale hanno fatto le loro fortune politiche. Rimane però la divisione mentale di un popolo chiaramente ormai diviso in due fazioni, la maggiore delle quali mantiene un sentimento più o meno avanzato di repulsa, più o meno accentuato verso tutto ciò che è straniero. Le discussioni che si sono susseguite a ritmo accelerato e che perdurano non hanno mutato di molto la mentalità popolare, nonostante i continui richiami ad aperture mentali più generose e più solidali. Anche molta parte del mondo cristiano non riesce a ragionare tanto diversamente dal mondo laico. Di fatto, i sostenitori del rifiuto dello straniero hanno alimentato i partiti e i movimenti fautori della chiusura delle frontiere. Le motivazioni, anche se non sempre confessate, sono di ordine egoistico. C’è da notare a questo proposito che gli attuali negatori d’asilo politico, per molta parte seguono le orme di quanti in un primo momento usavano la stessa misura per gli abitanti del Sud dell’Italia: da un meridione all’altro. Il che vuol dire che per non pochi la politica è lotta contro un terzo, visto come il nemico che mette a repentaglio i propri diritti e i propri interessi. Un’ulteriore prova dell’attuale realizzata crisi del “noi”.
Il documento sinodale pontificio mette in luce un aspetto ancora più sconcertante e impressionante del fenomeno migratorio: la presenza non proprio eccezionale di ragazzi minori non accompagnati né dai genitori né da altri che ne fanno le veci. Anzi in molti casi sono proprio i genitori che caricano su barche o navi di salvataggio i propri figli con la speranza che da qualche parte e in qualche maniera essi potranno trovare un rifugio dove crescere e formarsi una vita. Si aggrava in questi casi il problema morale che questa volta coinvolge direttamente i genitori e naturalmente il problema della recezione e dell’accoglienza dei piccoli sfrattati. Una bella occasione per esercitare il dovere dell’assistenza in generale, specialmente da parte dei nuclei cristiani viventi nelle regioni di espatrio. Ma non sembra che le cose procedano sempre così: molto più probabile che la vicenda finisca più o meno miseramente in un campo profughi, con annessi e connessi. Il documento contiene anche l’ammonizione a non fomentare sentimenti di odio   o comunque di repulsa dei giovani locali contro gli immigrati. In un clima come il nostro, specialmente in certe regioni, le precauzioni contro certi abusi non sono mai sufficienti.
C’è anche da ricordare che il distacco dal proprio paese e dalla propria patria provoca normalmente anche uno sradicamento dalle proprie convinzioni religiose e dalle pratiche relative, specialmente quando i figli rimangono lontani dai propri genitori. Casi in cui le attenzioni della comunità cristiana andrebbero intensificate, come caldamente raccomanda il documento pontificio, che trova accoglienza soltanto in alcune eccezioni. Manca infatti una preparazione adeguata nell’ambito delle comunità come tali.
Comunque l’incontro fra comunità di partenza e comunità di arrivo genera ottime possibilità di rapporto, di scambio di idee, di arricchimento reciproco. Sono gli aspetti positivi di una vicenda che, per motivi polemici e mancanza di un sereno sguardo d’insieme, vengono tralasciati o lasciati al caso. In un confronto sereno e aperto, le culture si arricchirebbero, specialmente quando sono le nuove generazioni a mettersi a contatto. Conclude il documento: “Proprio il fatto di includere al suo interno tutte queste diverse prospettive mette la chiesa in condizione di esercitare un ruolo profetico nei confronti della società sul tema delle migrazioni”.
Un nuovo campo di lavoro oneroso, una nuova occasione di mostrare l’amore della chiesa presente nella storia.
Giordano Frosini

L’individuo digitale

Non esiste la gioventù in astratto, esistono i giovani in carne e ossa. Tra questi il papa individua tre figure emergenti bisognose di una lettura specifica approfondita, la cui trattazione rende attualissimo il testo pontificio: sono l’individuo digitale, il migrante, l’oggetto di abusi.
L’ambiente digitale, a cui fa riferimento il primo caso, secondo papa Francesco “caratterizza sempre di più il mondo contemporaneo”, che al fenomeno in corso dedica molto della sua riflessione. Un fenomeno che si è realizzato con sorprendente rapidità. Si è partiti con l’uso più diffuso di strumenti di comunicazione, si è arrivati alla formazione di una vera cultura digitalizzata, “che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri”. Tutto è velocizzato e l’immagine tende a sostituire la parola e l’audizione. Gli elementi per parlare di una buona cultura ci sono tutti. Non sono certamente pochi i giovani ormai entrati in questo nuovo modo di pensare e che si esprimono con le parole corrispondenti, fino a rendere più difficile il rapporto con le persone non omogeneizzate, rimaste al di fuori della nuova mentalità. Una nuova mentalità che si è imposta in tempi relativamente brevi, con cui dobbiamo ora fare i conti.
Come tutte le culture, anche questa nuova arrivata ammette gradazioni di conoscenza: per mantenere un buon rapporto con essa non si richiederà, almeno in tutti, una vera e propria specializzazione, ma è auspicabile che almeno una conoscenza elementare venga diffusa per un normale rapporto. Papa Francesco ne ha dato un coraggioso esempio insieme a un ottimo saggio espositivo. Uno sforzo da moltiplicare specialmente a certi livelli.
Tanto più che il nuovo modo di pensare e di esprimersi abbraccia un mondo vasto e indefinito, destinato a crescere col tempo, specialmente in alcune regioni del mondo “Una straordinaria opportunità di scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza”, senza contare che quello digitale è anche “un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva e può facilitare la circolazione di informazione indipendente capace di tutelare efficacemente le persone più vulnerabili palesando le violazioni dei loro diritti. Per papa Francesco, “in molti paesi, web e social network rappresentano ormai un modo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani anche in iniziative e azioni pastorali”.
Non siamo dunque a una perdita di tempo o a un inutile sfoggio di modernità, ma si sta toccando la carne viva della nostra gente. L’annuncio cristiano corre in tutte le lingue in possesso dell’uomo. Una sfida aperta e tutt’altro che semplice alla comunità cristiana di oggi già oberata di lavoro straordinario.
La questione morale è resa ancora più delicata e di difficile gestione dal fatto che in questo nuovo mondo sono in corso giganteschi interessi economici che non possono non sottostare alle leggi della morale e che “facilitano la diffusione di informazioni e notizie false, fomentando pregiudizi e odio. La proliferazione delle fake news è espressione di una cultura che ha smarrito il senso della verità e piega i fatti a interessi particolari”. Fenomeni a cui non è assente la chiesa coi suoi pastori. Insomma un mondo complicato da non trascurare ma da tenere accuratamente sotto controllo perché non produca guai morali d’ordine macroscopico.
Quanto riferisce al n. 90 il documento pontificio è particolarmente significativo e fa capire in pieno il motivo dell’interesse morale del papa e dei padri sinodali per la nuova cultura. Una preoccupazione evidentemente che deve passare alla chiesa nel suo complesso, anche se poi, per le opportune analisi e i successivi provvedimenti, la questione andrà demandata agli specialisti, in ultima analisi alla gerarchia.
In un documento preparato prima del Sinodo da un gruppo di 300 giovani di tutto il mondo si affermava che “le relazioni on line possono diventare disumane” perché allontanano dalla realtà e dal pensiero introspettivo. Come se i nostri giovani abbandonassero il mondo reale proiettandosi verso un mondo virtuale. Per descrivere questo strano e pericoloso fenomeno, il documento parla proprio di “migrazione digitale”, come si trattasse di un viaggio verso un continente sconosciuto, che di per sé appare come un elemento disgregatore, ma che, come ogni territorio inesplorato, può anche riservare opportunità e sorprese positive.
La speranza del papa è che i giovani prendano consapevolezza delle caratteristiche di questo ambiente digitale e sappiano umanizzarlo con i valori della giustizia, della dignità e del rispetto.
Giordano Frosini

Una crisi dichiarata

Papa Francesco è ben convinto che il mondo giovanile corrisponde solo in parte a quello descritto con le categorie fondamentali della natura e della grazia, quali si trovano al centro delle sue riflessioni precedenti: la storia ha voltato pagina e altrettanto si deve fare se si vuole trattare con un mondo così radicalmente cambiato rispetto anche al recente passato. Va da sé, poi, che il mondo giovanile è talmente frastagliato e complesso che è praticamente impossibile ridurlo all’unità.
In sostanza, la nostra gioventù è in crisi: così hanno detto i padri sinodali, così ripetono gli studiosi, così riconosce chiunque si interessa di loro. Crisi: questa rimane forse la parola più omnicomprensiva della situazione giovanile del nostro tempo. Da qui devono partire le nostre riflessioni. Una crisi che ha tutti i volti e tutte le età: crisi che colpisce all’esterno e in particolare crisi interiore, la più tipica del tempo giovanile. Nella descrizione la guida del papa ci apre la strada, ma l’elenco può continuare con la nostra personale attenzione.
Molti giovani vivono in contesti di guerra, causa e vittime di violenze e corruzioni nella stessa proporzione: bambini soldato, corrotti per sempre nella loro originale innocenza, usano imperterriti armi da guerra a fianco dei militari adulti: molti giovani sono emarginati non di rado anche per motivi religiosi. Le donne poi formano un capitolo a parte: sfruttate, angariate, violentate e lasciate sole nel conseguente stato di abbandono e di malattia. Per essere completa, la descrizione di quanto sta succedendo sulla faccia della terra, specialmente in alcuni angoli di essa, occorrerebbero pagine su pagine. Papa Francesco prende di mira soltanto i dati più eclatanti, ma non ha affatto l’intenzione di fornirci una elencazione completa.
Lasciamo per ora in sospeso la formazione umana spirituale dei singoli, che i vari contesti esistenti rendono molto difficile, in molti casi impossibile. La situazione è talmente complessa che riesce perfino difficile riassumere la breve esposizione papale. Non resta che rimandare a essa.
Chi è a conoscenza del nostro mondo giovanile non ignora il contenuto e il tono dei loro discorsi, del loro modo di vivere, sa bene a quali livelli siamo scesi nel linguaggio e nei comportamenti. L’opinione pubblica è smarrita. Smarriti e storditi in particolare coloro che sono destinati all’educazione, in particolare coloro che hanno un impegno e un mandato ecclesiale. Certo, non tutto è allo stesso pari. Esistono ancora giovani e gruppi giovanili sostanzialmente sani. Gruppi che dovrebbero diventare modello di attrazione ed elementi trainanti in un mondo che si fa sempre più tetragono e difficile.
La situazione è tale che papa Francesco chiede a se stesso e alla sua chiesa un dono straordinario, il dono del pianto. Siamo a un secondo grande affondo del papa che chiama a raccolta l’attenzione di tutti coloro che possono portare il loro contributo in vista di un miglioramento della situazione, se non proprio della sua soluzione. Quale altra carta giocare in un contesto di così grave portata? Piangere: non far finta di non vedere, non pensare ad altro per dimenticare, non anestetizzare se stessi e il mondo circostante con notizie più consolanti o più distraenti. Un gioco che ha già fatto il suo corso con le conseguenze che ha saputo portare. Questo è il tempo di rientrare in se stessi, di riprendersi in pieno le proprie responsabilità, di chiedere a se stessi il massimo di concentrazione e di attenzione prima che sia troppo tardi, ammesso che questo momento non sia già arrivato. Il gioco della permissività sembra aver rotto gli argini della decenza, per cui tutto sembra possibile. Sotto di noi, al di là del velo, esiste ormai un mondo inqualificabile.
Il dono delle lacrime è la condizione necessaria per affrontare giustamente il problema senza cadere o nell’inefficienza o nella disperazione. Finché c’è amore, c’è speranza; finché c’è dolore, c’è possibilità di redenzione. Un impegno comune, perché il male è generalizzato, un impegno personale perché il male bussa alle nostre stesse porte. Il dono delle lacrime è la condizione necessaria per affrontare la sfida che rischia di sopraffarci. “Quando saprai piangere, soltanto allora sarai capace di fare qualcosa per gli altri con il cuore”.
Così di fronte alla crisi che sta sommergendo il mondo della nostra gioventù nasce l’appello alla raccolta di coloro che sanno piangere le lacrime della vera compassione e si uniscono nella congiura contro il male dilagante apparentemente, almeno, senza possibilità di scampo.
Più volte, durante la lettura dell’esortazione pontificia, la mente torna alle idee dominanti il pensiero conciliare sulla chiesa. Una chiesa viva, come quella descritta dai documenti conciliari, potrà rispondere all’appello del papa. La questione giovanile e la vita della chiesa sono strettamente legate fra loro. Una conclusione a cui non si sfugge.
Giordano Frosini

La gioia di un incontro

Nessuno ha visto il momento della risurrezione di Gesù. Non ci sono testimoni di quel momento. I vangeli non ci parlano di come il Cristo risorga da morte. La risurrezione rimane nascosta agli occhi di discepoli e anche ai nostri. Nemmeno le guardie poste a custodia del sepolcro si sono accorte di niente. Che cosa ci raccontano invece i vangeli? Essi ci testimoniano il Risorto che incontra qualcuno. Questo si. Nei racconti pasquali passano davanti ai nostri occhi gli incontri del Risorto. Il nostro sguardo si posa su di Lui che incontra le donne, gli apostoli; su di Lui che fa visita ai suoi e mostra le mani e il costato; su di Lui che mangia con loro o prepara da mangiar sulle rive del mare di Galilea. La contemplazione del Cristo risorto è sempre carica della gioia di un incontro. La gioia della risurrezione è la gioia che proviene dall’incontro con Lui. L’esperienza della risurrezione consiste esattamente nell’incontrare nella propria vita Colui il cui amore per noi è più forte della morte e, conseguentemente, nel riuscire ad andare incontro agli altri con lo stesso amore, nonostante tutto.
La Pasqua in questo senso non si celebra in un giorno ma in tutta la vita. È sempre Pasqua, perché tutta la vita del cristiano o è “pasquale” o non è vita. Ed ecco allora che il prolungato giorno di Pasqua che liturgicamente si fa “tempo pasquale”, ricorda a ciascuno di noi che la nostra vita deve essere una vita “da risorti con Cristo”. Una vita cioè vissuta nella gioia dell’incontro con il Cristo risorto che ci fa suoi testimoni. La luce del mattino di Pasqua deve illuminare pertanto ogni istante della nostra vita; anzi, già li illumina, basta soltanto accorgercene: è già lì quando nella nostra coscienza brilla la luce del bene; è già lì anche quando si constata la nostra debolezza e i nostri tradimenti; è già lì quando si affaccia nella nostra vita la passione e la morte. Si tratta allora di accorgercene e condurre una vita “pasquale”, una vita cioè che passa continuamente dalla morte alla vita, dalla schiavitù dei nostri egoismi alla libertà dei figli di Dio che vivono d’amore. Come ci ricorda infatti la prima lettera di Giovanni: “noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli.”
Una vita così non può che essere gioiosa e capace di trasmettere gioia. Si può forse vivere da risorti con Cristo senza gioia? No. Impossibile. Sarebbe una smentita clamorosa della verità della fede. Nella vita di chi è risorto con Cristo le lacrime ci possono stare e ci stanno, eccome. Lacrime e fatica, dolore e croce, necessariamente direi, quali discepoli di Colui che ha versato tutto il suo sangue per noi. La luce del mattino di Pasqua però asciuga le lacrime e scioglie il dolore nell’amore, fa fiorire anche nel deserto dell’anima il fiore della speranza. E questa gioia pasquale che viene dall’incontro col Signore risorto non la si può trattenere; va comunicata, testimoniata: attraverso il modo in cui viviamo la nostra vita, con cui ci relazioniamo con gli altri e attraverso la semplice ma calorosa comunicazione agli altri del tesoro nascosto nel campo ora scoperto e dalla perla preziosa trovata.
La Pasqua ci racconta allora che non siamo più soli ma parte di una “comunità pasquale”. Nella gioia dell’incontro col Risorto, si ritrovano insieme i fratelli che prima si erano dispersi; si ricompattano nell’attesa del dono dello Spirito secondo la promessa. Quello Spirito che nel Vangelo di Giovanni viene già donato da Cristo sulla croce e alla sera di Pasqua nell’incontro con gli apostoli.
La comunità cristiana, la fraternità della Chiesa è resa possibile dal Risorto, dalla potenza della sua risurrezione. È il frutto di essa e noi dunque, alla luce della Pasqua, siamo chiamati a ritrovare la gioia dell’abbraccio coi fratelli, la gioia di sentirci rinnovati dalla grazia di Cristo. È tradizione della chiesa d’oriente che nel giorno e nel tempo di Pasqua i cristiani che si incontrano si salutino dicendo l’uno: “Cristo è risorto!” e l’altro, in risposta: “Si, è veramente risorto!”. Ecco, in questo semplice saluto scambiato nasce la chiesa e si consolida; in esso c’è il mistero ammirevole della Chiesa e si manifesta la comunità gioiosa dei credenti, luce per il mondo e sale della terra.
† Mons. Fausto Tardelli
vescovo