Eventi

Perché l’essere e non il nulla

Una domanda che circola da qualche secolo nel campo del pensiero, formulata da un grande filosofo protestante del 1700, ripresa da altri grandi filosofi dei secoli successivi, fino ai nostri giorni, che interpella ciascun essere ragionevole con la sua semplicità disarmante e che attende da ciascuno una presa di posizione. Filosofia della massima facilità, domanda che potrebbe porsi anche un bambino e capisce molto bene anche chi non ha sentito nemmeno parlare di filosofia, tanto è semplice e immediata. Perché ci sono al mondo le cose, gli esseri, le realtà di ogni specie, rocce, vegetali, animali, uomini, mare, monti, cielo, terra, atomi e galassie a non finire, ognuna delle quali conta miliardi di stelle? O, se vogliamo semplificare ancora di più, perché è esistita la molecola iniziale, concentratissima e di inimmaginabile densità, da cui, con il famoso Big Bang primordiale, ha avuto inizio l’evoluzione che ha formato l’universo che noi conosciamo? Perché? Una domanda che incombe su tutti e che non è certamente segno di saggezza ignorare, come se non ci fosse. Il nostro poeta Giosuè Carducci preferiva questa seconda strada: “Meglio oprando obliar senza indagarlo/ questo enorme mister de l’universo”: una posizione che sostanzialmente coincide con la rinuncia alla ragione. Una soluzione che non ci fa certamente onore.
Ma non sempre è così. Quel vecchio socialista non credente, uomo onesto fino allo scrupolo che risponde al nome di Norberto Bobbio ha lasciato scritto che questa domanda gli girava importunamente nella testa e gli turbava i sogni notturni. E qualche tempo fa, quando un noto quotidiano nazionale pubblicò un articolo che riassumeva per i propri lettori i termini del vecchio problema, ho assistito a una lunga discussione fra i nostri medici, anche loro rimasti colpiti dalla semplicità e dalla fondamentalità ineludibile della domanda. Una discussione che durò delle ore, normalmente con l’accettazione del pensiero di colui che per primo l’aveva formulata.
Cioè, se al mondo esiste anche solo un grammo di realtà, visto che da nulla non può uscire nulla, bisogna riconoscere l’esistenza di un Assoluto, che esiste, senza dipendere da nessuno. O un Assoluto, che tutti chiamano Dio, oppure il nulla. Ma il nulla, l’inesistente, ciò che non è, può produrre qualche cosa? Troppe volte i filosofi si sono abbandonati a soluzioni del genere, inconcepibili e insostenibili comunque si vogliano formulare. In questo clima rarefatto di razionalità, i credenti si considerano spesso vittime di un complesso d’inferiorità, semplicemente perché gli altri, i non credenti, fanno più chiasso e parlano con disinvolta e ingiustificata arroganza. Ma colui che per primo disse che le cose e gli esseri procedono dal nulla (i filosofi sanno bene chi è stato), ha detto la più grossa fandonia che si possa pensare, semplicemente perché dal nulla, come sa bene chi ha anche un briciolo di ragione, dal nulla non può uscire nulla. A meno che l’umanità non debba dividersi in due categorie: quelli che ragionano e quelli che non ragionano o ragionano in un’altra maniera. La moltiplicazione nel tempo della confusione dell’episodio della torre di Babele, di cui parla anche la Bibbia. Del resto, il vecchio Aristotele soleva dire che non è necessario che uno pensi veramente quanto afferma con la bocca o con lo scritto.
La storia dell’umanità conferma questa facilità dell’accesso a Dio attraverso il ragionamento della mente umana, perché, da sempre, sia pure con molti errori riguardo alla natura, l’umanità è arrivata, quasi con una specie di naturalità, all’esistenza di un Essere Assoluto, senza il quale l’intero universo mancherebbe del suo ultimo fondamento. A meno che non si vogliano attribuire all’universo stesso i caratteri dell’Assoluto, ciò che sarebbe panteismo e non vero e proprio ateismo, cioè un errore sulla natura e non sull’esistenza di Dio: un errore verso cui protendono gli scienziati moderni, catturati dalla grandezza, dalla bellezza, dalla complessità del creato, di cui si dice che si conosce soltanto il cinque per cento dell’intero. Albert Einstein era uno di questi, non certamente un ateo, come in genere i grandi che hanno preso parte agli enormi progressi delle scienze umane in questi ultimi tempi.
Essi domandano semplicemente una presenza più diretta di Dio nell’evoluzione continua, cominciata circa quattordici miliardi di anni fa e tuttora perdurante sotto i nostri occhi, aiutati dai grandi telescopi e dai ragionamenti dell’intelligenza umana. Ciò che la teologia, con la scienza, crede di aver trovato nel cosiddetto panenteismo, secondo il quale tutto è in Dio, concepito come l’anima del mondo, ma nello stesso tempo anche essere personale, padre amoroso dell’umanità, col quale l’uomo può parlare e dialogare, come la tradizione della chiesa ha da sempre insegnato.
Ragionamenti che dovrebbero interessare tutti e a cui i giovani dovrebbero essere gradatamente introdotti, perché il loro avvenire si muoverà su questa linea di pensiero. Compito degli insegnanti, dei sacerdoti, dei catechisti. Un impegno ineludibile.
Giordano Frosini

Il difficile momento della Chiesa

Non è certo il primo e non sarà l’ultimo, ma l’attuale momento storico continua a inallenare difficoltà su difficoltà, in termini umani si direbbe sconfitte su sconfitte all’interno della comunità cristiana, che vanno ad aggiungersi alle contestazioni che da tempo hanno preso di mira senza mezzi termini coloro che al suo esterno si ribellano ai suoi insegnamenti con critiche aspre e offese vere e proprie, per di più con un linguaggio scomposto e sguaiato, sconosciuto fino ai nostri giorni. Scandali interni, offensive esterne. Un mix che non accenna per niente a finire, che anzi cresce di intensità e di gravità e che naturalmente turba la vita della comunità e allarma l’opinione pubblica del cristiano medio. Inutile fingere di non sapere quello che, in un modo o in un altro, ormai conoscono tutti. Le notizie si diffondono capillarmente soprattutto attraverso i social, che ormai sanno usare anche i bambini, e che sono diventati una fonte continua di espressioni volgari e irripetibili, che offendono le intelligenze prima che gli organi sensitivi. Una offensiva vera e propria, di cui non è difficile scoprire l’origine, almeno remota.
Le ultime aggressioni verbali hanno preso di mira addirittura il papa da parte di un personaggio di alto livello ecclesiastico, che probabilmente non avrebbe avuto il coraggio di fare quello che ha fatto se non si sentisse appoggiato da una parte dell’opinione pubblica, specialmente del suo paese. Se è oggetto di sofferenza e di delusione, la bufera in corso non deve scoraggiare, ma piuttosto intensificare l’attenzione del popolo cristiano, così bruscamente richiamato alle sue responsabilità. Un’ora brutta che può portare anche conseguenze positive.
Anzitutto un invito alla comunità cristiana nella sua integrità a rimanere esemplarmente riunita nella fedeltà al Vangelo, costi quello che costi, anche se la persecuzione dovesse aggravarsi, come già sta avvenendo in alcune parti del mondo. Condannando senza appello quanto c’è da condannare fra le nostre file e stringendosi affettuosamente intorno al papa più amato dal popolo, che non sarà un povero untorello della diplomazia vaticana a scalfire nella sua grandezza e nella sua santità. L’unica cosa che dovrebbe meravigliare in questo caso è come quel tale abbia fatto ad arrivare tanto in alto. Ma chi conosce l’umanità della chiesa e come certe cose avvengono, non si meraviglia affatto. Magari una richiesta di maggiore oculatezza e maggiore severità a chi di dovere non è affatto fuori luogo. Gli scatti automatici lasciamoli agli organismi umani, ma all’interno della chiesa si proceda con altri criteri. Peccato che di un procedimento vecchio quanto l’uomo debba far le spese il papa meno diplomatico e meno carrierista che si ricordi. La vicinanza che la comunità cristiana deve dimostrare al papa del sorriso, venuto da lontano, non è soltanto di carattere affettivo, ma deve sostanziarsi di comportamenti concreti, di atteggiamenti conformi ai suoi esempi e ai suoi insegnamenti. È questo l’unico modo per stargli vicino e consolarlo in un momento di sofferenza e di umana stanchezza. Non fiori si direbbe, non parole vane e senza significato, non sospiri che poi si perdono nell’aria, ma veramente opere di bene. Fedeltà al Vangelo, che egli ci ripete con tanta forza e tanta convinzione.
L’amore ai poveri, lo spirito di accoglienza per chi non ha casa, la vicinanza alla sofferenza di ogni origine e colore sono elementi irrinunciabili per il seguace di Cristo. Nessuno, si voglia e no, riuscirà a toglierli dal cuore e dalla mente del vero cristiano. Lo devono sapere tutti: tanto chi non è cristiano, quanto chi lo è soltanto di nome. Pochi i primi; molti, troppi, sorprendentemente troppi, i secondi.
Ci corre il dovere di dire chiaramente che i nostri parroci riconoscono nelle firme che riempiono i nostri social alcuni nomi di loro parrocchiani che pure frequentano la messa domenicale: qualche volta rispondono, qualche altra volta no. Ma questo è segno di autentica confusione mentale. Da parte di tutti, e non soltanto del papa, che lo fa in modo egregio ed esemplare, è dovere dire tutta verità, senza mezzi termini e senza troppe distinzioni, che poi finiscono con l’annullare o fare dimenticare il principio. L’errore nel modo non dovrebbe inficiare la sostanza e invece il più delle volte si finisce col fare così. È l’eterna storia del dito e della luna, del dito che indica la luna: si guarda il dito, si dice che è sporco, che ha le unghie tagliate male, che non è a regola e intanto si perde di vista la luna, che era proprio ciò che si voleva guardare. Fuor di metafora, così facendo si critica chi fa (con più o meno sbagli) e si lascia in pace, cioè, in pratica si giustifica, chi non fa nulla e così trova facilmente la sua pace interiore, perché, come dice un noto proverbio, “chi non fa non falla”.
Abbiamo l’esempio luminoso del papa. Forse gli attacchi violenti che lo perseguitano in questo momento sono l’occasione migliore per allinearsi al suo stile senza infingimenti e senza mezze figure e farla finita col vecchio vizio del doppiogiochismo.
Giordano Frosini

Ricominciamo

L’estate non ha portato consiglio. L’anno pastorale comincia con le stesse difficoltà, magari aumentate da circostanze avverse, ma, da quello che sembra, anche da una certa scarsezza di idee e con un entususiasmo non proprio alle stelle. La freschezza e il dinamismo che in genere qualificano il tempo degli inizi non sembrano il segno distintivo di questo principio del nuovo mese di settembre. È ancora lo stordimento dell’estate bruciante e afosa, oppure è l’indice di una stanchezza che da tempo grava sulla nostra situazione in progressione crescente? In nome di Dio, dobbiamo raccogliere le nostre energie nella certezza che lo Spirito Santo non  verrà meno al suo aiuto. C’è dinanzi a noi almeno un avvenimento di straordinaria importanza che può incidere profondamente sul futuro della chiesa non soltanto nella sua parte giovanile. Seguirlo con attenzione, disponibilità e partecipazione è dovere di ogni cristiano serio e convinto. Attendiamo con fiducia e speranza.
Sulla base delle ultime esperienze, due cose in particolare ci sentiamo di raccomandare ai nostri lettori Anzitutto una maggiore unità all’interno della chiesa e delle sue attività. Non è certamente un cedere al pessimismo se denunciamo un individualismo esasperato che attraversa massicciamente non solo metodi e programmi pastorali (e non sarebbe affatto poco, perché certe diversità sorprendono e non di rado scandalizzano i nostri fedeli), ma addiritttura idee, indirizzi, prospettive, scelte pubbliche e private. Né l’individuo è un’isola, né la parrocchia una cbiesa a sé stante. Il papa stesso, da considerare un dono straordinario dello Spirito Santo in un tempo così difficile sotto tutti i punti di vista, è diventato oggetto di divisione. È vero che egli non è sempre infallibile, ma avere i suoi stessi sentimenti, condividere scelte impegnative dell’intera chiesa, dare ascolto alla sua voce in cui risuona da vicino la stessa voce di Gesù, sacrificando anche il proprio pensiero e le proprie preferenze, è un segno distintivo di coloro che appartengono in senso forte alla chiesa cattolica.
Un caso clamorso è oggi quello del rapporto con i popoli del terzo mondo, con coloro che cercano di fuggire dalle loro condizioni più o meno disperate. Un evento che si prolunga e sta diventando una pietra di scandalo, in cui sono coinvolte questioni di carattere tecnico e politico, ma al fondo del quale passa soprattutto un problema di fede e di morale. Qualche giorno fa un nostro quotidiano pubblicava a caratteri cubitali un titolo di prima pagna così concepito: “L’85% dei cattolici italiani la pensa diversamente dal papa”. Forse si sta esagerando, ma tutto sommato, non si dovrebbe essere molto distanti dal vero. Se pensiamo a chi è compreso in quella cifra e alle cose che sul tema si scrivono sui social nei riguardi del papa, vengono i brividi. Poi ci sono tutti gli aggiornamenti imposti alla chiesa e dalla chiesa sui quali una non piccola parte non si è voluta allineare. Per cui ci sarebbe da chiedere quante antropologie, ecclesiologie, teologie ci sono oggi nei nostri ambienti. Non si parli però a queste condizioni dell’unità delle chise, delle diverse aggregazioni, degli stessi presbiterii. La carità, che rimane il dovere fondamentale del cristiano, non può sanare un pluralismo così degenere e senza un minimo di razionalità e di fondamento.
L’altra cosa da raccomandare agli inizi di un percorso è l’entusiasmo, che le difficoltà più recenti di ogni attività pastorale, hanno gradatamente rapito ai nostri animi e alle nostre iniziative.  La convinzione di fondo è quella che noi stiamo combattendo la battaglia di Dio e che, quindi, Dio è con noi e lo Spirito già previene e poi accompagna con la sua grazia e la sua forza il nostro impegno e il nostro sacrificio. L’anima di ogni apostolato (una vecchia formula da non dimenticare mai) rimane la preghiera, la meditazione, il ritiro con Dio, il silenzio contemplativo, la vita esemplare. Ai ministri ordinati dovremmo anche ricordare che fra i loro doveri c’è pure quello della preghiera d’intercessione, di cui le ultime pagine del vangelo di Giovanni ci offrono un esempio incisivo e sublime. Sono impressionanti le parole di commento che Max Thurian scrive a questo proposito in un suo aureo libro sul sacerdozio cristiano, scritto prima del suo passaggio dal calvinsmo al cattolicesimo. Un tasto quasi proibito che oggi non si ha quasi il coraggio di affrontare più.
Nova et vetera: il vecchio e il nuovo. C’è un passato da rinnovare, c’è un presente da valorizzare. È esattamente il ritratto  dell’apostolo dotto nella scienza del Regno, che, secondo il vangelo di Matteo, tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie. Niente di valido deve andare perduto. Un lavoro che il cristiano trova oggi già posto sotto i suoi occhi. Non soltanto dai teologi (anch’essi meriterebbero più considerazione), ma addirittura dalla chiesa, in particolare da una serie di papi uno più grande dell’altro, che abbiamo conosciuto e apprezzato nel corso della nostra fortunata esistenza, tutti quanti al servizio di quel grande avenimento mondiale che fu il concilio Vaticano II, o alla sua preparazione, o alla sua celebrazione o al suo commento aggiornato in ogni suo settore.
Si voglia o no, questa è l’unica via della comunione e della sinodalità.
Giordano Frosini

Un’estate per restare umani e pensare al creato

La chiusura estiva de “La vita” mi da modo non solo di augurare a tutti, ma proprio a tutti, che possano “staccare” un po’ e prendersi una pausa di sano riposo ma anche di invitare a una riflessione personale, che forse può trovare in questo tempo un più ampio spazio. Quindi, anche se il nostro settimanale per un po’ chiude, voglio lasciarvi qualche utile indicazione di lettura.
La prima lettura che vi suggerisco è dettata in parte dalla memoria di San Jacopo apostolo e martire che è di questi giorni e in parte dalla canonizzazione di Papa Paolo VI, il prossimo 14 ottobre. Consiglio dunque di andare a rileggersi con calma il “Credo del popolo di Dio” che a nome di tutta la Chiesa, il grande Papa Montini volle solennemente professare in piazza San Pietro la domenica 30 giugno 1968. Una lettura che suggerisco per cercare di capire o di ricapire chi è il cristiano. Ce n’è bisogno. La cosa sarebbe di per sé semplice, se non fosse che purtroppo non sia chiaro a molti, per cui a volte capita ci si professi cristiani e cattolici senza esserlo nei fatti. Allora è bene ricordare che cristiano è chi crede che Gesù è il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per liberarci dai peccati e aprirci le porte del paradiso. Cristiano è chi confida in Lui e spera di entrare nel Regno dei cieli che è il destino dell’uomo: la comunione della Trinità divina. Per questo cerca di vivere già quaggiù, insieme a fratelli e sorelle nella Chiesa, seguendo Gesù e mettendo in pratica i comandamenti del Signore che si concentrano nell’amore verso Dio e verso il prossimo, chiunque esso sia ma in specie i poveri. Il cristiano perdona le offese ricevute e si sforza di amare anche i nemici. Partecipa abitualmente all’Eucaristia domenicale, prega e fa penitenza per i propri peccati, si nutre della parola di Dio e lavora instancabilmente per il Regno. Vive in Cristo, per Cristo e con Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo, nella grazia di Dio. Cerca di pensare come Cristo, di agire come Lui, di amare come Lui, secondo quello che la bimillenaria trazione della Chiesa propone a credere.
La seconda lettura forse è un po’ particolare: “Etica e infinito. Dialoghi con Philippe Nemo” di E. Levinas, ed. Castelvecchi. Perché suggerisco questo libro? Perché oggi è urgente rimanere umani. Urgentissimo. E un autore come Levinas è quello che ci vuole per una riflessione sull’umano. Il rischio della barbarie non è superato, anzi è sempre dietro l’angolo. Sia che essa prenda la forma di un mondo nuovo governato dagli algoritmi di una tecnologia che tutto pianifica e pacifica, imbrigliando però la libertà dell’uomo, considerato l’essere più pericoloso della terra; sia che assuma la forma muscolosa di un nuovo “super uomo”, forte e prepotente che afferma la sua superiorità sugli “altri”, “sub umani” senza diritti e dignità e che considera la pietà, la giustizia e la solidarietà ridicole debolezze. Occorre dunque ricordarci di essere uomini. Chi è però un uomo? Non è facile rispondere. Eppure bisogna farlo. Unità di corpo e anima spirituale, caratterizzato da complementarietà sessuale, l’uomo è un animale pensante e parlante e quindi relazionale, libero e cosciente si sé, a meno che qualcosa non lo condizioni in modo determinante. Cerca la felicità e cioè il bene, il vero e il bello. Per il credente è creatura a immagine e somiglianza di Dio. La sua natura personale non è lui a darsela e a inventarsela; la può solo riconoscere e semmai svilupparla in sé e negli altri come una inalienabile dignità che unisce tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro condizione di vita, il colore della pelle, la storia o le idee personali. Egli ha una natura sociale, per cui si definisce a partire dall’altro, non viceversa. E nell’accoglienza dell’altro fatta di attenzione, rispetto e amore, sta il compimento della sua vita che egli spera vittoriosa sopra la morte. Un tale uomo sa anche di sbagliare ed è dunque umile e desideroso di imparare e di migliorare ogni giorno se stesso con il necessario aiuto degli altri.
Come ultima lettura, vi propongo l’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco sulla “cura della casa comune”. Il primo di settembre si celebra la 13° giornata per la custodia del creato che quest’anno ha per tema: “Coltivare l’alleanza con la terra”. Di fatto, ci rendiamo conto che oggi questa alleanza è intaccata per tutta una serie di motivi; certamente anche a causa dell’uomo. Sempre più spesso la nostra terra – città, paesi, campagne – è devastata da fenomeni atmosferici di portata largamente superiore a ciò che eravamo abituati. Né il cambiamento climatico è l’unica minaccia: si pensi all’inquinamento diffuso ad ogni livello. Se, particolarmente d’estate ci è dato di gustare la bellezza di mari, boschi, montagne e valli, dobbiamo ricordarci che tutti questi beni sono a rischio. Qualcosa possiamo fare e lo dobbiamo fare perché la casa comune è affidata a tutti noi.
Dunque, con questo invito a prendersi qualche giorno di riposo e di tranquillità lontano dagli affanni quotidiani, approfittando però dell’occasione per qualche buona lettura, vi do il mio arrivederci a settembre.
† Fausto Tardelli

La Chiesa del SInodo

“La prima forma di evangelizzazione è la testimonianza”: una frase ormai ben nota che figura solennemente nel documento dedicato da Giovanni Paolo II al mandato missionario della chiesa. Anche a chi scrive, per aver ripetuto queste parole, più di una volta è capitato di sentirsi accusare di pelagianesimo o quasi, come se la Parola non avesse alcuna efficacia nativa in se stessa, ma trovasse il consenso dell’uditore solo in forza della vita personale e collettiva di chi l’annuncia. Non è così, ma è pur vero che chi ascolta ha diritto di misurare la coerenza di chi parla e di aspettarsi da lui la corrispondenza della vita, che si manifesta nella scelta delle espressioni e dello stesso tono della voce con cui si pronuciano. Stanco di parole che gli arrivavo, molteplici e contraddittorie, da tutte parti, l’uomo di oggi difficilmente ascolta e più difficilmente ancora si lascia convincere, specialmente quando sono in gioco le sorti della sua vita. Anche papa Benedetto ha usato per questo una espressione ugualmente impegnativa e forse di maggiore spessore teologico: “La conversione non è opera di proselitismo, ma di imitazione”.
Se queste cose le avessimo dimenticate o, piuttosto, non prese sufficientemente sul serio, i giovani ce l’hanno continuamente ricordate e in particolare ce l’hanno ripetute, si direbbe a muso duro, quando abbiamo parlato con loro dell’imminente Sinodo. Anche l’Instrumentum laboris ne parla spesso, in particolare nel capitolo terzo della terza parte, dove si richiamano i principi fondamentali del concilio Vaticano II e si invita a prendere parte attiva alla loro ancora incerta realizzazione. Un’ennesima occasione, non certo l’ultima, che si offre alla chiesa di riprendere ciò che è stato tralasciato, correggere ciò che si è sbagliato magari con la migliore delle intenzioni, aggiornare ciò che non si è preso con la dovuta serietà. È triste constatare questo ritardo conciliare dopo tanto tempo dalla sua celebrazione. La chiesa che offriamo ai giovani non è esattamente quella che i padri conciliari, sotto la guida dello Spirito Santo, avevano coraggiosamente tratteggiato e programmato. Forse a questo punto la cosa migliore è che ci rivolgiamo a loro perché con la loro freschezza e la loro sensibilità ci aiutino a ritrovare noi stessi e insieme le grandi idee smarrite per la nostra pigrizia e così fare con loro quello che non si è riusciti a fare senza di loro. Non sono tanto loro ad aver bisogno di noi, quanto noi ad aver bisogno di loro. Per questo ci disponiamo all’ascolto, alla ricerca comune, al cambiamento necessario, alla realizzazione di quell’aggiornamento, che rimane la parola d’ordine e la grande eredità di papa Giovanni. I giorni del Sinodo sono i tempi dello Spirito Santo, i tempi in cui si potranno rinnovare i prodigi delle tante “Pentecoste” che hanno segnato nel tempo il cammino della chiesa. Ogni giorno lo pregheremo perché egli aleggi di nuovo su di noi, come fece nei tempi della prima creazione. “Vieni, Santo Spirito, e manda dal cielo un raggio della tua luce”, che ferisca le nostre menti, accenda i nostri cuori, attraversi visibilmente col suo entusiasmo e la sua forza il corpo dell’intera chiesa, rinnovi la faccia della terra. Restiamo in attesa. Che sarebbe la nostra vita senza questi tempi di luce e di grazia?
C’è una preghiera della liturgia nuova che dice tutto in poche ispirate parole: “La tua chiesa sia testimonianza di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”. È la chiesa del concilio, la chiesa del Vangelo, la chiesa dei grandi papi che lo Spirito ci ha donato in questi ultimi anni. La chiesa dell’uguaglianza, della fraternità, della sinodalità, della libertà, la chiesa di tutti. La chiesa che sa ancora meravigliare e che, come nei giorni antichi, attiri l’attenzione del mondo intero, che potrà così ritrovare in lei quello che da sempre sta cercando. La chiesa della speranza, venuta a mancare nel tempo del nichilismo e della cultura di morte, che stanno ricoprendo il pianeta della loro ombra triste e tenebrosa. La chiesa della gioia, esattamente di quella gioia che il mondo non può dare, ma che non può nemmeno rapire. La chiesa giovane, che torna a sperare, come nelle sue ore migliori, nelle schiere dei giovani, riammessi a pieno titolo al suo interno dal papa più giovane che la storia ricordi. Una chiesa che, dimentica di se stessa, vive e lotta per il veniente Regno di Dio, che è “regno di verità e di vita, di santità di grazia, di amore, di giustizia e di pace”.
La chiesa dei nostri sogni e delle nostre speranze. La chiesa di cui parlava l’antico padre greco Giovanni Crisostomo, rivolgendosi in particolare ai giovani: “Non separarti dalla chiesa! Nessuna potenza ha la sua forza. La tua speranza è la chiesa. La tua salvezza è la chiesa. Il tuo rifugio è la chiesa. Essa è più alta del cielo e più grande della terra. Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna”. La chiesa di Gesù, non quella degli uomini.
Giordano Frosini