Libri di Giordano Frosini

Eventi

“Le domande più difficili le fanno i giovani”

La frase è di papa Francesco, che in questi giorni ha rilasciato a “La Civiltà Cattolica”, oltre che un discorso programmatico, una lunga intervista, che merita di essere segnalata ai nostri lettori e raccomandata per i suoi contenuti e anche perché riporta diverse affermazioni che manifestano simpaticamente il suo carattere duramente messo alla prova da un impegno che supera le capacità medie di ogni uomo, anche singolare e straordinario come lui. “E se ci fossero critiche?”, gli è stato chiesto prima di essere interrogato all’interno di un’assemblea dei superiori degli Ordini religiosi; e lui di rimando: “È bene essere criticato, a me piace questo, sempre. La vita è fatta anche di incomprensioni e di tensioni. E quando sono critiche che fanno crescere, le accetto. Le domande più difficili però non le fanno i religiosi, ma i giovani. I giovani ti mettono in difficoltà, loro sì. I pranzi con i ragazzi nelle Giornate Mondiali della Gioventù o in altre occasioni, quelle situazioni mi mettono in difficoltà. I giovani sono sfacciati e sinceri e ti chiedono le cose più difficili”.
Una bella confessione e un bella testimonianza, che è anche una lezione per tutti coloro che detengono un’autorità soprattutto all’interno della chiesa, dove dovrebbe essere chiaro che l’autorità non è dominio o imposizione di silenzio, ma servizio e ascolto umile e paziente. L’autorità caporalesca non ha senso in nessun luogo, meno che mai nella chiesa, comunità di fratelli e di compagni di fede e di ricerca. Francesco ci insegna il Vangelo anche nelle sue sortite estemporanee. Come quando, nel corso dell’intervista, ha detto con simpatica sincerità di aver imparato dagli italiani a vivere in pace con “un sano menefreghismo” o confessato con l’ingenuità di un bambino. “Se c’è un problema, io scrivo un biglietto a san Giuseppe e lo metto sotto una statua che ho in camera mia”. Lui dorme ormai “sotto un materasso di biglietti” e così dormo anch’io.
Ma torniamo al suo accenno ai giovani e alla difficoltà che egli trova a dialogare con loro, nonostante che tutti gli riconoscano una esemplare capacità di ascolto e un carattere gioviale e aperto che concilia la confidenza e la sincerità di tutti gli interlocutori. Ma, nonostante tutto, bisogna parlare con loro, soprattutto ascoltarli. Nella loro schiettezza quasi brutale, comunque al di là di ogni infingimento e di ogni copertura di tipo diplomatico, ti fanno capire subito qual è veramente il loro pensiero e chi dialoga con loro si rende subito conto della situazione in cui si trovano e di quanto essi desiderano per venirne fuori. Anche se non di rado occorre prestare loro i termini per chiarire fino in fondo ciò che avvertono indistintamente nel loro animo tumultuoso e istintivo. Il pensiero che, oltretutto, essi sono gli uomini di domani, coloro che, si voglia o no, prenderanno il posto degli adulti nella società e nella chiesa, è uno sprone per le persone intelligenti a moltiplicare le attenzioni per poter arrivare a qualche conclusione positiva. Papa Francesco, e non soltanto da oggi, è maestro in quest’arte dialogica e in questa operazione maieutica. I suoi gesti sono normalmente una preziosa lezione per noi, una lezione preziosa nel tempo difficile che stiamo vivendo. Un grande maestro per la cui presenza dobbiamo continuamente ringraziare Dio che ce l’ha dato.
Ora tutta la chiesa, per sua esplicita volontà, è impegnata ad ascoltare le loro opinioni, le loro difficoltà, le loro proposte non sempre chiare e rifinite. Un ascolto universale e corale, anche se a noi interesserà soprattutto la voce del nostro paese e dell’occidente, a cui ci legano strettamente la storia e il presente. Ci dicano perché non amano le nostre liturgie, perché abbandonano la chiesa nell’età più felice e più fresca della vita, soprattutto vogliamo capire perché essi, figli del fallimento del secolarismo e dell’umanesimo chiuso e senza Dio, rinuncino alla trascendenza e cedano così facilmente alle tentazioni del nichilismo, l’ospite pericoloso che circola da tempo nella vecchia Europa. Ormai l’attenzione si è concentrata su quest’ultimo fronte. Più che la chiesa, la sua opera, le sue sortite e i suoi insegnamenti, è in questione il problema di Dio e, di conseguenza, quello della contingenza dell’uomo, “vivente a breve termine, morente perpetuo”, del suo assoluto bisogno di un punto fermo su cui appoggiare la sua inguaribile finitudine.
Giordano Frosini

Figli dell’incertezza

Una delle tante definizioni dei giovani riservate loro dai sociologi di oggi. Abbiamo cercato di descrivere i loro comportamenti religiosi, ma faremmo male a non interessarci anche della loro situazione esistenziale e sociale. Non ripetiamo gli errori commessi nel passato, quando il problema delle “anime” veniva completamente distaccato da quello delle persone in carne e ossa, come se lo spirito avesse un’esistenza a sé, senza nessun riferimento al corpo e alla società di appartenenza. La persona è una realtà plurima e complessa, che unisce però in sé in maniera singolare e complementare tutte le dimensioni costitutive di quel meraviglioso e mai sufficientemente esplorato microcosmo che essa racchiude in se stessa. La riduzione dell’uomo a una dimensione sola, qualunque essa sia, è un attentato pericoloso alla sua complessità. L’umanesimo di ispirazione cristiana è un umanesimo integrale, che giustamente riguarda con la stessa attenzione i singoli aspetti che compongono l’intero. Non esistono le anime separate, esistono le persone, non si può parlare delle prime senza includerle nel quadro delle seconde, il vecchio schema dello “stato d’anime” ormai si è evoluto nello stato delle persone.
L’incertezza che grava come una spada di Damocle sull’intero mondo giovanile mostra oggi segni inconfondibili e inequivoci. Balza anzitutto agli occhi anche del più superficiale osservatore il prolungamento dell’adolescenza a tempo indeterminato, spostando in tal modo gli appuntamenti tradizionali, che una volta scattavano puntualmente come una norma vera e propria che s’imponeva sostanzialmente a tutti. Così il momento dell’abbandono della famiglia di origine per formarsene un’altra, la propria, è ormai dilazionato nel tempo, senza termine fisso, che non di rado si sposta molto in avanti, con tutte le conseguenze del caso. Naturalmente una delle ragioni determinanti, se non proprio la principale, è la mancanza di un lavoro stabile confacentesi alle qualità dei singoli soggetti. La disoccupazione giovanile è arrivata e sostanzialmente rimane ferma a livelli impressionanti e scandalosi, ballando da tempo, di qualche centesimo in più o in meno, sul limite del 40%. Un ritardo che coinvolge la maturità psicologica (e spirituale) di molti che rimangono nelle loro case di origine al caldo dell’intimità familiare, senza assumersi in proprio le responsabilità della propria sussistenza e della propria gestione, come i coetanei di una volta. Gli adulti, perfino gli anziani, sono restii a lasciare ai giovani il posto di lavoro e ormai esiste la convinzione fondata che l’avvenire non riserberà loro il trattamento che è toccato ai genitori, ai nonni, agli antenati in genere. Quali pensioni riusciranno ad avere queste condizioni i nostri giovani? E quali potranno essere le loro condizioni di vita quando verrà meno l’aiuto delle loro famiglie? Incertezza non soltanto nell’oggi, ma forse ancora più marcata e più aleatoria nel futuro. La mancanza di solidarietà nel presente sta generando, di conseguenza, anche una analoga mancanza di solidarietà fra le generazioni. Una delle grandi accuse che alla nostra società ha rivolto il filosofo-sociologo ebreo Hans Jonas. L’egoismo orizzontale sta provocando un suo prolungamento verticale. Come nell’ecologia, così anche nell’economia, la generazione attuale pensa sostanzialmente a se stessa e toglie in tal modo speranze e certezze alle generazioni che verranno.
Una situazione di grave, gravissima ingiustizia, che si sta abbattendo sui nostri giovani, incerti nel presente e più ancora incerti e insicuri per il futuro. Non è tutto, ma, specialmente se mettiamo in conto le condizioni culturali che ci sovrastano e ci assillano quotidianamente, queste considerazioni sono sufficienti e mettere in luce le gravissime responsabilità che gravano sulla società di oggi, sui comportamenti personali e soprattutto sugli atteggiamenti politici di tutti, si direbbe in particolare dei cristiani, destinati per loro vocazione a essere la parte più sensibile ai richiami della solidarietà. Le accuse di papa Francesco non dovrebbero essere sufficienti a smuovere le coscienze e a convogliare insieme le energie e le preoccupazioni di tutti gli uomini di buona volontà per rimuovere i pesanti ostacoli che l’egoismo mantiene in vita e aprire nuove prospettive di sicurezza e di speranza? Frattanto l’eccezionale situazione del momento dovrà suggerire adeguati comportamenti pastorali della chiesa che, nella sua maternità, dovrà trovare quella comprensione e quell’affetto di cui essi soffrono vistosamente la mancanza.
Giordano Frosini

Sui giovani soffia il vento dell’ateismo

L’ospite inquieto che insidia da tempo i nostri giovani sta assumendo le forme estreme dell’ateismo. Il grido di allarme non è di oggi, ma sta prendendo ogni giorno di più toni drammatici e preoccupanti. Non è proprio il caso di distrarci ancora e far vista di niente: i tempi stringono e ci stanno inchiodando inesorabilmente alle nostre responsabilità. Siamo pressappoco a due secoli di distanza dall’annuncio della morte di Dio che Federico Nietzsche, in una pagina terribilmente meravigliosa, mise sulla bocca di quel pazzo che sulla piazza del mercato andava urlando. “Dio è morto, Dio è morto, e le chiese sono ormai diventate la sua tomba”, con l’aggiunta (rimorso? vanto?): “L’abbiamo ucciso noi”. Le conseguenze del tragico annuncio erano per un futuro lontano, ma ora il tempo previsto è arrivato e l’orologio batte la sua ora.
Franco Garelli è un autore da noi ben conosciuto: è il nostro sociologo di fiducia, sempre presente per illuminare, a volte anche ufficialmente, il cammino della chiesa nei momenti difficili che stiamo attraversando. Una delle sue ultime pubblicazioni è il libro Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio? Una denuncia senza mezzi termini, il nuovo che avanza, l’ateismo che è arrivato nelle nostre case. Rimane ancora aperto il campo dell’indifferenza, vera e propria anticamera della negazione diretta di Dio, ma in non pochi casi essa è arrivata alla sua conclusione naturale. Così a noi rimane la possibilità di classificare non di rado anche i figli di famiglie esemplarmente credenti fra l’una o l’altra categoria. Non che l’indifferenza sia un atteggiamento più rassicurante dell’esplicita negazione di Dio. In certo senso, anzi, esso è sempre apparso assai più pericoloso dell’ateismo positivamente inteso. Semplicemente perché l’indifferente non parla, non discute, non accetta confronti. Il problema di Dio non gli interessa, non serve a nulla, non cambia niente. Che Dio esista o non esista è perfettamente la stessa cosa: si tratta di un problema che, almeno personalmente, non lo riguarda e non lo scuote. Arrivato alla nostre spalle negli anni ’80, dopo l’ubriacatura dell’ateismo soprattutto di origine marxista, il fenomeno dell’indifferenza, è rimasto ancora massicciamente in mezzo a noi, ma da alcuni anni sta ritirandosi in favore dell’ateismo vero e proprio che, nel frattempo, riempiva delle sue idee e dei suoi schemi le librerie, le edicole, tutti i mezzi della comunicazione sociale. I nostri giovani sono cresciuti in questa terribile alternanza di atteggiamenti rinunciatari, uno peggiore dell’altro, che intanto erano tutt’altro che assenti nei pensieri, nei progetti, nelle mode, negli atteggiamenti degli adulti e delle intere società.
Almeno ora che siamo arrivati alla resa dei conti, sarà proprio il caso di svegliarci dal nostro sonno tranquillo. Le indagini religiose sui nostri giovani sono semplicemente sorprendenti, per non dire paurose: la loro frequenza a un atto così fondamentale come la partecipazione alla messa domenicale, in pratica l’unica manifestazione pubblica della propria fede, è andata diminuendo con l’andare del tempo; è da anni che si sta ripetendo che la cresima, anziché il sacramento della “perfezione” cristiana, è diventato il sacramento dell’addio; i matrimoni religiosi stanno diminuendo, senza nemmeno essere sostituiti dai matrimoni civili, ma semplicemente dalle convivenze di fatto. Non è affatto anormale la sequenza in una famiglia cristiana, in cui la prima figlia si è sposata in chiesa, la seconda in comune, la terza si è unita al compagno senza nessun vincolo formale ed esterno. Un crescendo alla rovescia, che rende ragione della china che è stata da tempo imboccata.
Certo, in questo clima rarefatto, non mancano notizie confortanti ed episodi degni della nostra ammirazione: per questo le nostre annotazioni non vogliono indurre a un pessimismo rassegnato e senza speranza. Rimane soprattutto la convinzione che il richiamo dell’infinito non si spegnerà mai nelle intimità più profonde dell’animo umano e che la grazia di Dio non lascerà mai tranquilli coloro che l’hanno dimenticato. Ma, in queste condizioni, la chiesa deve serrare le fila e ritrovare se stessa come mediatrice di salvezza, ricordando quanto ha affermato il concilio Vaticano II, che in tutto questo anch’essa ha una parte di responsabilità, per la sua incoerenza e per non avere sufficientemente aggiornato la sua predicazione su Dio.
Giordano Frosini

Giovani: tempo di ascolto

È l’attuale impegno dell’intera chiesa. Un vero cambiamento di metodo: da oggetto essi diventano soggetto. La speranza è poter capire fino in fondo il loro stato d’animo, le loro intenzioni, le loro attese, le loro richieste. Perché è facile constatare la loro fuga dalla chiesa, ma assai più difficile capire il perché di questa rinuncia. Nemmeno i  colloqui faccia a faccia riescono a farci vedere chiaro: è necessario che essi esprimano i loro pensieri collettivamente, facendosi coraggio a vicenda e aiutandosi l’un l’altro a esprimere meglio ciò che veramente pensano.
Solo qualche anno fa il libro La prima generazione incredula di un giovane sacerdote, impegnato pastoralmente a livello nazionale nel campo universitario, metteva a fuoco l’attuale difficile rapporto tra i giovani e la fede, con un taglio forse eccessivamente pessimistico, chiamando in supporto delle sue riflessioni anche autori non proprio di provenienza ecclesiale, come Claudio Magris, che metteva in luce come, nonostante le folle devote che ogni tanto riempiono le piazze, “le chiese si svuotano ogni giorno di più, sacramenti come il battesimo e il matrimonio religioso cadono sempre più in disuso e soprattutto sparisce la cultura cristiana e cattolica, la conoscenza elementare dei fondamenti della religione e perfino dei più classici passi e personaggi evangelici, come si può constatare frequentando gli studenti universitari”.
Il fatto, dicevamo, è più o meno sotto gli occhi di tutti e contro i fatti non valgono i nostri argomenti: di essi possiamo soltanto prendere atto, nella ricerca di soluzioni adeguate e intelligenti. L’impressione generale è che i nostri giovani, nonostante la loro riconosciuta sensibilità, non riescano pienamente a capire se stessi, vittime come sono di un groviglio quasi inestirpabile di errori presenti e passati, anche certamente personali, ma, forse soprattutto, dei loro genitori, dei loro antenati, della società e, perché no?, pure della chiesa (che vuol dire l’intero popolo di Dio, senza eccezioni), che non li ha ascoltati seriamente e non è mai venuta loro incontro, contentandosi di ripetere facili e inutili ritornelli, come: “I giovani di oggi sono diversi da quelli di ieri”. La più ovvia delle ovvietà, quasi la ripetizione del principio di identità. Forse un’attenzione maggiore ai provvedimenti conciliari avrebbe semplificato le cose e indicato ai giovani nuove possibilità di permanenza all’interno della chiesa di Gesù Cristo.
Fra le domande che accompagnano l’annuncio di papa Francesco del prossimo sinodo dedicato ai giovani, ce ne sono alcune di valore particolare, che devono interessare da subito coloro che hanno un qualche rapporto istituzionale con loro, in particolare responsabili di associazione, insegnanti di religione, catechisti, ministri ordinati, incaricati diocesani a vario livello. Queste, per esempio: “Che cosa chiedono concretamente i giovani del vostro paese alla chiesa oggi?”, “Nel vostro paese quali spazi di partecipazione hanno i giovani nella vita della comunità ecclesiale?”, “Come e dove riuscite a incontrare i giovani che non frequentano i vostri ambienti ecclesiali?”. Domande che toccano da vicino la stessa teologia della chiesa, comunità che esiste per il Regno, di natura strettamente sinodale, aperta sul mondo e sui suoi problemi,  perennemente inquieta e in uscita.
L’interesse richiesto attualmente per il nostro mondo giovanile non può non prevedere anche quell’aggiornamento teologico che il concilio Vaticano II e il post-concilio hanno messo a nostra disposizione. Soprattutto per virtù dei suoi santi, la chiesa ha scoperto un nuovo volto di Dio, un volto di amore e di misericordia senza confronti, oltre ogni nostra capacità di comprensione: tutti hanno diritto di esserne informati, perché la nuova consapevolezza può dare un senso definitivo di serenità e di quiete all’intera nostra vita e perfino alla nostra morte. E il Gesù della fede deve essere riscoperto in tutta la ricchezza della sua umanità, perché ogni particolare della sua esistenza è rivelazione della vera natura di Dio e nostra indicazione di vita, come ha da tempo auspicato la guida fondamentale dei nostri catechismi. La ricerca comune poi farà scoprire meglio il vero volto della chiesa, comunità di salvezza, casa della libertà, della comunione, della fraternità, inizio misterioso ma reale del regno di Dio che già lavora nella storia e che, per mezzo di tutti, tende al suo compimento.
Giordano Frosini

“I giovani hanno qualcosa da dirci”

La convocazione di un sinodo per i giovani con un congruo periodo di preparazione, cui saranno chiamati a partecipare giovani credenti e no, cattolici o di altre religioni, è un atto di grande coraggio e di altrettanto grande intelligenza: una nuova apertura di papa Francesco che, in una chiesa chiusa in una sua preoccupante immobilità, non cessa di meravigliarci. Quasi una risposta “a longe” al cardinale Carlo Maria Martini, che anni fa aveva scritto le parole che figurano nel nostro titolo: “I giovani sono soggetti che stanno davanti a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci”. Una singolare sintonia di pensiero fra i due grandi gesuiti del nostro tempo.
I giovani (e non solo loro) hanno qualcosa da dirci e sembra che nessuno abbia il tempo e la voglia di ascoltarli. Non l’hanno gli stati, che sembra averli dimenticati nel loro condizione di inedia e senza futuro, magari con l’accusa aggiunta di essere gli eterni bamboccioni, incapaci di pensare a se stessi e rassegnati a rimanere a lungo nel caldo delle loro famiglie di appartenenza; non li ascolta nemmeno la chiesa, forse impaurita di una loro radicale contestazione e, comunque, convinta di non avere possibilità concrete per dare loro una soddisfacente risposta, senza mettere a repentaglio qualcuna delle certezze, che hanno guidato il suo cammino fino ai nostri giorni. C’è da ricordare che anche l’evangelista Giovanni, nella prima delle sue tre lettere, si era rivolto ai giovani del suo tempo con la fiducia di trovare in loro accoglienza e risposte concrete: “Ho scritto a voi giovani, perché siete forti”, di quella energia che la natura vi ha dato e che potete riversare sulle società delle quali fate parte a pieno diritto; ho scritto a voi giovani, perché, lo vogliamo o no, voi siete il nostro futuro.
Più volte papa Francesco, nei suoi vari interventi, in particolare negli incontri mondiali con la gioventù, si è rivolto a loro invocando la loro presenza, il loro aiuto, la loro collaborazione. Come dire: “aiutatemi perché da solo non ce la faccio, la materia da lavorare è per me troppo dura e resistente”. Che altro infatti pensare quando si leggono parole come quelle da lui pronunciate nella Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro: “fate chiasso, fatevi sentire”? Specialmente se si dà a queste parole pronunciate in lingua spagnola il loro significato originale.
Come sono scontenti della società, così i giovani sono insoddisfatti anche della chiesa, perché, riconosce il papa, essi “nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite”. Così essi si collocano ai lati dell’una e dell’altra. La fuga dei giovani dalla chiesa è sotto gli occhi di tutti. È difficile e aleatorio tener dietro alle numerose inchieste che si susseguono sul loro comportamento religioso, anche perché, fra l’altro, raramente esse si corrispondono nelle loro affermazioni e nelle loro cifre. Una cosa però le accomuna tutte: col passare degli anni, esse si stanno progressivamente aggravando. Si pensi soltanto al problema della frequenza sempre più rarefatta alla messa domenicale, presentato alcune settimane fa da un quotidiano nazionale con un titolo a tutta pagina così concepito: “La messa sta finendo”. Non è vero, ma la lunga analisi mostra chiaramente che non è soltanto in questione l’omelia (e non sarebbe poco), ma che forse c’è qualcosa di più profondo da rivedere.
Umberto Galimberti ha recentemente denunciato l’ospite inquietante che si annida nel nostro mondo giovanile: il nichilismo, cioè l’estremo precipizio, oltre il quale non rimane altro da sperare che ricominciare da capo, ammesso che sia ancora possibile. Certi avvenimenti dei nostri giorni, di una inaudita gravità, farebbero pensare che l’illustre sociologo almeno qualche ragione l’abbia davvero.
L’annuncio del prossimo sinodo riapre l’animo alla speranza. È in questa prospettiva che noi vogliamo guardare ai nostri giovani, ai quali fra poco gli anziani, volenti o no, dovranno lasciare le sorti della società e della chiesa. L’appello di papa Francesco merita di essere ascoltato e preso sul serio da tutti. Egli ci sta ripetendo che il tempo che viviamo “non è un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca”. Portare il proprio contributo in un momento così decisivo della storia può diventare un rilevante titolo di merito per tutta la comunità, un ottimo pedaggio da pagare nel nostro breve e rapido passaggio su questa terra.
Giordano Frosini