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Il superfluo non è tuo

C’è un principio sacro nel pensiero sociale della chiesa, secondo il quale ciò che avanza al tuo fabbisogno non appartiene a te, ma a colui che manca del necessario. Un principio duro, severo, rivoluzionario, capace di riordinare da solo la società, che ha però qualcosa di caratteristico. Esso infatti non si trova esplicitamente nel Vangelo, ma ha la sua origine e la sua dottrina corrispondente nei Padri della chiesa, i primi grandi teologi, che in tal modo interpretavano il pensiero di Gesù e si rifacevano direttamente ad altri scritti biblici. Il versetto biblico a cui si è attribuita normalmente l’origine è Lc 11, 41, che nella Vulgata di san Girolamo veniva espresso con: “Quod superest date eleemosynam”, tradotto normalmente in italiano: “Ciò che avanza datelo in elemosina”. Senonché il testo originale greco non parla di “ciò che avanza”, ma di “quello che è dentro” (il piatto): non quindi il superfluo ma semplicemente il contenuto stesso. È questo ciò che intendeva Gesù. Sembra proprio che Gesù non si contenti della dottrina del superfluo, ma chieda ancora di più.
Un’ altra volta il Vangelo parla di superfluo, esattamente quando Gesù addita ai discepoli l’esempio della vedova, che viene elogiata non perché dona del suo superfluo, come fanno i ricconi presenti, ma dà “tutto quello che aveva” (cf. Mc 12, 41-44). Due casi in cui il concetto di superfluo viene ricordato non per esser raccomandato ma superato. Il Vangelo sopravanza se stesso. I Padri della chiesa parlano del superfluo interpretando, ma si direbbe anche in qualche modo “minimizzando”, il vero pensiero di Gesù. È tutto dire. Il lettore dovrebbe essere avvisato in questo senso. Ma i commentatori sembrano averlo dimenticato.
Eppure la dottrina del superfluo, come è stata elaborata fin dall’antichità, è severa, severissima, ed è estremamente difficile essere in pari con essa. Basterebbe riflettere su alcune delle più conosciute e più ricordate affermazioni di alcuni dei più famosi Padri della chiesa.
Il caso più classico è quello di Basilio il Grande, che rimane una delle voci più autorevoli e più influenti dell’intera produzione patristica. Egli scrive: “Se ognuno prendesse soltanto ciò che è necessario per le sue necessità e lasciasse ciò che è superfluo ai bisognosi, non ci sarebbero né ricchi né poveri”. Gli faceva eco in Occidente, sant’ Agostino con affermazioni di questo genere: “Se teniamo soltanto ciò che è necessario, abbiamo anche molto superfluo; infatti se ricerchiamo le cose vane, niente ci basterà. Ricerca ciò che è sufficiente e vedrai quanto è poco. Le cose superflue dei ricchi sono cose necessarie per i poveri. E quando si posseggono le cose superflue, si ritengono cose che sono degli altri”. Gli stessi pensieri espressi sostanzialmente con le stesse parole nei due emisferi cristiani e le citazioni potrebbero aumentare con estrema facilità.
Come potere farli nostri nella società complessa qual è quella nella quale viviamo? Le regole che vigevano nelle società rurali possono ancora essere riprese e fatte rivivere nelle società post-industriali? In realtà, non è che si parli molto oggi di superfluo, ma certo non è giusto dimenticarlo.
Su di esso era ritornato papa Giovanni, affermando che esso si misura dai bisogni del mondo circostante; il che, nel mondo globalizzato di oggi, significa su scala universale. Un richiamo che è anche una precisazione. Il principio del superfluo domina tutto il campo dell’economia.
Ci troviamo di nuovo dinanzi a una vigorosa contestazione della nostra società, dove le disuguaglianze hanno raggiunto punte esasperate abnormi. Agli armadi e agli scaffali pieni delle case dei ricchi, senza contare i fondi giacenti nelle banche, fanno riscontro le case vuote e disadorne dei poveri non soltanto del terzo e del quarto mondo. Il consumismo ha invaso anche i nostri paesi, dove gli sprechi e gli avanzi si moltiplicano e raggiungono misure semplicemente scandalose. Un tenore di vita a cui ci si è assuefatti e per il quale non c’è ombra di rimorso e di resipiscenza. Come se la cosa fosse la più naturale e la più ovvia. Un problema morale, prima che sociale. Ma da che parte rifarsi?
Sulla misura del superfluo si è discusso e si discute ancora. Ma forse la questione più importante del nostro tempo non è tanto quello della misura, quanto piuttosto quello della mentalità. Nel mondo cristiano un’idea del genere non dovrebbe avere difficoltà a entrare e diventare una regola d’azione e di comportamento. Una coscienza evangelicamente formata troverà poi da sé i modi della soluzione concreta. Esistono poi i limiti oltre i quali sarà lo stesso potere politico a dover entrare in azione con i mezzi a sua disposizione, in nome della giustizia distributiva. Anche in questo settore il pensiero sociale della chiesa batte la via della serietà e della severità. Perché Dio la terra l’ha creata per tutti e non soltanto per i ricchi.
Giordano Frosini

“Si è sempre fatto così”

Leggere gli scritti di papa Francesco è insieme una gioia e una sofferenza. Una gioia perché le parole schiette e serene del papa incoraggiano e immettono nell’animo fiducia e voglia di lavorare; tristezza perché si ha la netta impressione che, nonostante tutto, le cose rimangano al punto di partenza e gli stimoli offerti non trovino corrispondenza adeguata in coloro ai quali sono rivolti. A lungo andare anche lo scrivere su di essi, il commentarli, il raccomandarli stanca, perché si ha l’impressione di ripetere parole quasi inutilmente. Rimane la coscienza di aver adempiuto al proprio dovere, con l’aggiunta che non manca occasione senza che allo scrivente non arrivino parole di approvazione e di compiacimento. E ciò è sufficiente a proseguire. D’altra parte, nessuno si nasconde le difficoltà che gli operatori pastorali incontrano oggi nella loro azione che nessuno ha il diritto di non tenere nella debita considerazione. Anche in questo caso, come sempre, del resto, è più facile dire o scrivere che fare.
Detto questo proviamo a rileggere quanto papa Francesco ha scritto solo poco tempo all’inizio di quel documento-base che è l’Evangelii gaudium su “l’improrogabile rinnovamento ecclesiale”: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini gli stili, gli orari e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione”: bisogna cambiare, bisogna aggiornarsi, bisogna inventare. Quello che è stato fatto fino a ora va modificato, rimodellato, ristrutturato. Il passato ha i suoi meriti e i suoi vantaggi, ma qui si tratta non tanto di conservare, quanto di camminare, di andare avanti, di rivedere, di riformare.
“La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del ‘si è sempre fatto così’. Invito tutti a essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata scelta comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure”. Una rivoluzione, ma soltanto per modo di dire, perché è una rivoluzione voluta e richiesta dal papa. Niente paure allora.
Se non andiamo errati, qui c’è anche l’esortazione a non aver paura delle critiche che possono arrivare a qualsiasi parte, a non temere nemmeno quello che oggi si è soliti chiamare “il fuoco amico”. La nobiltà del fine supera questo genere di difficoltà.
Riassumere le linee di una chiesa missionaria non dovrebbe essere difficile per chi ha seguito con attenzione le linee che sono venute emergendo, in particolare con l’insegnamento di papa Francesco. Ma il discorso riparte dal concilio che, dobbiamo riconoscere con profonda tristezza, non è ancora attuato, passa per la sinodalità, l’aggiornamento, l’uscita dalle mura della chiesa, la testimonianza comunitaria, l’amore per i poveri, dall’impegno sociale, al fondo dalla conversione e dalla scelta missionaria.
Dinanzi a paradigmi del genere ogni comunità ha la possibilità di rivedere il proprio passato e ripensare su basi nuove il suo futuro. Le diocesi intorno al proprio vescovo, le parrocchie ai fianchi del proprio parroco dovrebbero fare spesso delle soste per riflettere seriamente e severamente sul proprio operato. Esistono diverse occasioni per poterlo fare. Ma raramente questo avviene. Ciò dipende anzitutto dal capo della comunità, che dovrebbe avvertire questa necessità e imporla in qualche modo alla sua comunità. Ma, se per un motivo o per un altro, non lo fa il parroco, dovrebbero essere i parrocchiani, i più attivi di essi che fortunatamente ogni comunità possiede, a richiederlo ad alta voce. Ognuno nella chiesa ha il diritto di farlo in nome del proprio battesimo e della professione di fede.
Il giudizio di papa Francesco non è molto tenero in proposito: “Dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione e si orientino completamente verso la missione”. Un giudizio che purtroppo non possiamo che condividere. La scarsezza di sacerdoti, la presenza di non pochi sacerdoti stranieri rende più complessa la questione. Un motivo di più perché i laici si assumano in pieno le loro responsabilità. Per definizione il popolo cristiano è un popolo di persone, attive, partecipi, corresponsabili. E ognuno è portatore di un carisma da non tenere nascosto, ma da spendere per il bene della comunità.
In questi ultimi tempi si stanno ripetendo, in particolare, gli inviti alle donne, alle quali si riconosce non soltanto l’uguaglianza con l’uomo (cosa che nessuno ormai dovrebbe avere il buon gusto di pensare), ma un carisma speciale particolarmente adatto alla natura della chiesa. Il detto “la chiesa è donna” ha qui il suo fondamento.
Giordano Frosini

Chiese in uscita

Una singolare espressione del vocabolario immaginifico di papa Francesco che mette in luce una caratteristica particolare della comunità cristiana di oggi. Una comunità che non rimane chiusa in se stessa in attesa che gli altri vengano a lei, ma che si apre all’esterno, alla continua ricerca dei vicini e dei lontani; che non attende ma va incontro agli uomini distratti e lontani dai suoi pensieri e dalle sue preoccupazioni; che non rimane immobile nella sua staticità ma esce sulla strade e le piazze perché tutti possano ascoltare le parole di cui essa è detentrice e di cui essa sola conosce il segreto. Una chiesa, si direbbe in linguaggio più tradizionale, missionaria, in movimento, in cammino, in perenne stato di ricerca e di scoperta. Una chiesa che non si dà pace perché le parole che le sono state consegnate vanno fatte conoscere a tutti prima che il sole tramonti e la giornata abbia il suo termine.
Un compito ecclesiale, comunitario, che coinvolge tutti e non dispensa nessuno, ma che in particolare chiama in causa il capo della comunità, il primo responsabile del suo andamento e della sua vitalità. Se vogliamo in questo senso un’epoca è finita e ne è cominciata un’altra e il passaggio è tutt’altro che facile e indolore. Non basta più l’affissione dell’orario delle funzioni alle porte della chiesa dal momento che soltanto pochi, i fedelissimi, le leggono. La chiesa in uscita non ha orari prestabiliti, ma vive di occasioni, di incontri, di opportunità, di occorrenze, di casi. Anche i programmi passano dalla tradizionale rigidità alla necessaria flessibilità. Cambia l’intero statuto oggettivo e anche la mentalità è sottoposta a ritmi e metodi adeguati alle circostanze. L’essenziale è tenere presente il fine che è l’annuncio della venuta del Regno, l’unica raccomandazione di Gesù quando inviava a due a due (in uscita) i suoi discepoli in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Attenzione però alle parole: la chiesa in uscita non si esprime col tono della predica, tipico della chiesa “ad intra”, ma con la testimonianza e la vita. La missione dei Dodici è esemplare per sempre: lo stile raccomandato è la leggerezza e la discrezione, la legge fondamentale la povertà e il disinteresse, il tono la discrezione e l’amore. Nessuna concessione al proselitismo, che mette in guardia e in posizione di difesa l’interlocutore anche più ingenuo. Non ci sono conquiste da fare o somme da tirare al termine dell’impresa: non sta a noi raccogliere frutti o godere dei risultati raggiunti; il testimone nient’altro desidera che lasciare la sua testimonianza. I risultati non dipendono da lui e rimarranno per sempre nascosti nel mistero. Per lui è sufficiente l’aver compiuto con umiltà e in obbedienza il suo mandato.
Le vie dell’uscita sono infinite. Ne ricordiamo alcune a mo’ di esempio.
Luoghi privilegiati della sua testimonianza potrebbero essere oggi i consigli di partecipazione o organismi similari, dove si trattano i problemi concreti dei quartieri, del lavoro, delle famiglie, degli studenti grandi e piccoli. Una chiesa fuori della chiesa, che prende parte ai problemi degli uomini, in difesa dei diritti di tutti, in particolare dei più deboli e dei più indifesi. Una chiesa che si impelaga pubblicamente nei problemi concreti, che si sporca le mani e i piedi, ma che riesce a lasciare il segno del suo passaggio.
Un altro esempio è la cura per la visita ai malati: una forma più intima e riservata, però, come risulta dall’esperienza, assai gradita agli ammalati e ai loro congiunti. La delicatezza del momento suggerirà le parole giuste, ma l’atto di presenza è già un gesto di vicinanza e di attenzione. La pastorale dei malati ha una lunga storia alle sue spalle, che può essere rinnovata e vivificata ai nostri giorni. Essa rimane un momento forte della cura pastorale della chiesa a imitazione di Gesù dal quale dobbiamo imparare a non parlare il linguaggio della rassegnazione e della resa, ma quello dell’incoraggiamento e della lotta per il superamento del male incontrato.
Quando si avvicina visibilmente il momento della fine e le normali remore della prudenza sono saltate, comincia il momento dell’ultima verità, per affrontare il quale con le parole giuste e appropriate è necessario fare appello a tutta la saggezza pastorale e soprattutto invocare l’aiuto di Dio perché venga incontro con la sua grazia alle nostre riconosciute difficoltà.
Ai giorni nostri non è difficile riconoscere nel momento delle esequie, quando molti dei presenti varcano per la prima o una delle prime volte le soglie dell’edificio sacro, un tempo della chiesa in uscita, anche se apparentemente essa rimane immobile e senza spostamenti. Si tratta senz’altro di uno dei momenti più difficili e più ricchi di grazia dell’intera gamma delle azioni della chiesa. L’intera comunità dovrebbe capirlo e non lasciare solo il parroco in un momento così difficile e determinante.
Dovrebbe essere l’intera chiesa che accoglie nella casa del Padre, in segno visibile di amore e di perdono, il figlio che se n’era andato lontano. Le parole giuste le tiene in serbo la liturgia. Forse sarà sufficiente ripeterle con parole di uguale tenore per commento. Nessuna tariffa, per carità! Sarebbe un tradimento imperdonabile.
Giordano Frosini

La politica prima dell’economia

In un periodo come il nostro, dominato in lungo e largo dalla cultura del denaro, è del tutto normale che il vero motore della convivenza sociale sia l’economia o il potere economico. È la auri sacra fames che fa da padrona e impone i suoi ritmi e le sue scelte a tutto il resto. Un errore da rifiutare categoricamente in nome della politica, che è il vero elemento cui spetta di diritto il compito di dirigere e di organizzare l’intero complesso sociale. Etica, politica, economia: questo l’ordine naturale delle cose che, almeno nella sua seconda parte, gode, in teoria, di un consenso piuttosto ampio, cominciando dal mondo cattolico, interamente schierato su questa linea. Se la politica è la regina, l’economia è da considerarsi al suo servizio. L’ordine inverso implica forse il disordine sociale per eccellenza, con conseguenze pesantissime, di cui tutti purtroppo abbiamo fatto e facciamo quotidiana conoscenza.

(Fra parentesi c’è da notare che negli ultimi tempi, le cose si sono aggravate ancora perché, con le mani pesanti di piccole e corrotte oligarchie, la finanza ha preso il sopravvento sull’economia, complicando con un totale sovvertimento di valori l’intero sistema).

Ispirandosi ad Aristotele, san Tommaso presentava la politica come “principalissima” e “maxime architectonica” fra le scienze, per la grandezza e l’importanza del suo fine, che è appunto quello del bene comune. Giuseppe Lazzati commentava: “Questa e quella e altre ancora delle attività umane appaiono rivolte al conseguimento di un bene parziale, ma la politica a tutto il bene della persona umana, appare rivolta a tutte le persone e tutte le comunità entro le quali la persona naturalmente si sviluppa, che essa non può assorbire né distruggere ma che deve ordinare e potenziare, in forza di questa sua universalità si può dire la politica massimamente architettonica costruttrice della città terrestre, la polis, in un progressivo sforzo di coordinare in armonia di linee le mille e mille parti che dinamicamente la costituiscono”. Anche Giorgio La Pira la pensa nella stessa maniera: “La politica è principalissima ed architettonica rispetto a tutte le altre pratiche e morali; essa convoglia verso il fine ultimo dell’uomo tutte le attività; in essa soltanto si integra il bene individuale: è grave errore non tener conto di questo primato del ‘politico’ su tutta la rimanente attività: l’unica cosa che sovrasta la politica è l’attività interiore di contemplazione e di amore”. Si noterà l’altissima concezione della politica nel pensiero classico-cristiano, con la conclusione del sindaco santo, che la colloca immediatamente prima dell’azione contemplativa. Parole da non dimenticare, anche se sembra di trovarsi in un altro mondo. La politica che conosciamo è totalmente un’altra cosa. Ma anche le conseguenze sono ben visibili.

Sono soprattutto le concezioni di destra tentate dall’attuale pervertimento dei valori, ma nemmeno la sinistra è sempre e totalmente lontana da questo pericolo. Come dicevamo, è la cultura che ormai si è insediata specialmente nei paesi dell’occidente a produrre questi effetti. Ne è prova inconfutabile il dislivello economico che si è ormai stabilmente insediato nelle nostre società, dove addirittura poche persone posseggono oltre metà del patrimonio mondiale. Nelle attuali abissali differenze economiche si cela il male peggiore della nostra società che è anche, e non potrebbe essere diversamente, il pericolo maggiore della pace sociale e della pace mondiale fra le nazioni.

Principiis obsta! Bisogna rifarsi dai principi, riflettendo seriamente sulle teorie economiche di stampo neo-liberista che hanno preso il sopravvento nei nostri paesi e che producono i loro effetti anche in coloro che per principio vorrebbero rimanerne fuori. Un lavoro che il semplice cittadino non riesce a fare, perché c’è bisogno di una competenza che non è alla portata di tutti. Anzi, il normale elettore nemmeno si accorge del pericolo che corre se qualcuno, capace di farlo, non lo avverte e lo mette in guardia contro il linguaggio che subdolamente gli è propinato dai mezzi di comunicazione sociale.

È precisamente in base a queste considerazioni che sembra giusto tenere nel debito conto le obbiezioni e difficoltà che da più parti vengono rivolte alle politiche sovraniste e populiste del governo italiano attuale. Sono politiche tendenzialmente destroidi che rimettono in questione l’annoso problema di cui ci stiamo occupando. Certe accuse circolanti nell’ambito europeo, da cui il nostro paese si sta lentamente discostando non sembrano del tutto infondate.

Su più larga scala, uno dei più popolari politici cattolici italiani, proprio mentre la nostra economia e le sue previsioni continuano a peggiorare, ha chiesto con forza in queste ultime ore di cambiare rotta prima che sia troppo tardi.

Giordano Frosini

Come dire Gesù oggi?

Sulla presentazione attuale di Gesù, che è la via che conduce a Dio, gli Orientamenti fondamentali della Catechesi della Conferenza Episcopale Italiana chiedono da tempo di mettere in luce “particolarmente i lineamenti della sua personalità che meglio lo rivelano all’uomo del nostro tempo: la sua squisita attenzione alla sofferenza umana, la povertà della sua vita, il suo amore per i poveri, i malati, i peccatori, la sua capacità di scrutare i cuori, la sua lotta contro la doppiezza farisaica, il suo fascino di capo e di amico, la potenza capovolgitrice del suo messaggio, la sua professione di pace e di servizio, la sua obbedienza alla volontà del Padre, il carattere profondamente spirituale della sua religiosità”. Un testo prezioso che mette in particolare risalto le doti umane di Gesù, da tutti considerato un personaggio singolare ed eccezionale.
Il nostro mondo incredulo e secolarizzato è particolarmente sensibile a questo tasto. Un’avvertenza preziosa da valorizzare in pieno nella difficile opera di evangelizzazione della chiesa di oggi. L’umanità come via maestra che conduce alla divinità, secondo quanto affermava convinto un noto teologo sudamericano: “Umano così non poteva essere che Dio”.
Non si tratta di diminuire l’aspetto divino per esaltare la dimensione umana: umanità e divinità sono strettamene unite fra loro.
Chi vuole oggi approfondire la personalità umana di Gesù di Nazaret non manca certo dei mezzi necessari per farlo, tanti sono i libri che continuamente vengono pubblicati su di lui, anche se naturalmente non tutti raccomandabili per la loro oggettività e la loro serietà. Ma il libro fondamentale per capire la sua eccezionale figura rimane il Vangelo, letto con quell’intelligenza critica, che ne rende più vicino e più intelligibile il contenuto. Una lettura che sarà resa più piena e più convincente se preceduta e accompagnata da quell’amore e da quella stima che legano il vero cristiano al suo maestro.
Le parole che escono dalla sua bocca sono parole di amore, di comprensione, di perdono, di condivisione, di liberazione, di incoraggiamento, di fraternità, di solidarietà, di amore, di invito alla speranza: un repertorio che contiene le espressioni più belle del nostro vocabolario. “Nessuno mai ci ha parlato così”, dicevano i primi ammirati e fortunati ascoltatori; altrettanto dobbiamo dire noi, a distanza di duemila anni. Non solo la storia non le ha indebolite o cancellate, ma le ha rese più forti, più significative, più degne di ammirazione, perché oggi smarrite e dimenticate. Un linguaggio che non risuona più nella lingua degli uomini, ma del quale questi sentono fortemente il fascino e l’ammirazione. È il linguaggio di Dio che, per conseguenza logica, dovrebbe anche divenire il linguaggio dell’uomo, chiamato per grazia a partecipare alla vita divina. Chi lo ascolta avverte che in esso risuonano accenti che non provengono dalla terra, ma portano il timbro inconfondibile di una provenienza più alta.
E i gesti di Gesù si allineano in questa direzione. Essi fanno capire che un universo diverso è possibile, che le parole non sono solo segni vuoti, ma possono diventare realtà. Un mondo da tutti ardentemente desiderato e mai sufficientemente realizzato per la presenza delle forze disgregatrici che minano alla base l’agire umano. Il profeta di Nazaret non ha dettato le linee concrete di un ordine sociale giusto e perfetto. Un punto di vista che, oltretutto, avrebbe limitato nel tempo il valore del messaggio da lui lasciato, perché la storia è in continuo cammino; Gesù però ha dettato i principi costitutivi di un ordine nuovo rivoluzionario e innovativo. I principi, ancora, della fraternità, dell’uguaglianza, della solidarietà, della condivisione, dell’amore privilegiato per i poveri, i diseredati, i miserabili, gli ultimi, i nullatenenti e i nullacontanti che non hanno voce. L’ideale dell’uguaglianza nella libertà e nel rispetto più assoluto della personalità. Così la città terrena imita e anticipa la città celeste, dove l’ordine regna sovrano, perché sorretto dalla forte e paterna mano di Dio.
Ma la chiesa di oggi è capace di raccontare questo Gesù, così bello, così fresco, così suggestivo e attuale, oppure le rughe dell’anzianità e della stanchezza che essa porta con sé ne impediscono la trasmissione? La conversione avviene oggi per contagio, non per conquista, è stato detto giustamente. Le altre vie, ammesso che ci siano, sembrano ostruite da impedimenti ostici e irremovibili. Più di sempre, oggi, la via dell’evangelizzazione è quella della testimonianza. “Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra”. Testimoni, cioè seguaci, imitatori, ripetitori-innovatori, messaggio reso visibile, parola fatta carne.
Nei grandi cambiamenti della storia, la chiesa ha sempre ritrovato le energie migliori, che peraltro non partono da lei ma le arrivano dall’alto. Sarà ancora, come sempre, l’altro Paraclito a darle la forza necessaria per affrontare la grande sfida.
Giordano Frosini