Eventi

I giovani e Gesù

Nel quadro statistico tracciato da loro stessi, i giovani confessano che il loro rapporto con Gesù è “tanto vario quanto il numero dei giovani nel mondo”. Da “molti di loro” egli è considerato come il “loro salvatore e il Figlio di Dio”. Altri invece vedono in lui “un riferimento morale e una brava persona”. Molti ancora lo percepiscono come un personaggio storico di un’epoca ormai passata, senza rilevanza per la loro vita. Per altri egli appartiene al passato e rimane del tutto estraneo alla loro esperienza, a causa del comportamento incoerente della chiesa. Non mancano poi fra loro false immagini che non richiamano affatto la loro attenzione su colui che pure è stato considerato una delle quattro figure determinanti dell’intera storia umana. L’analisi della Riunione pre-sinodale dei giovani, che teniamo sotto gli occhi, non contiene le cifre relative alle varie categorie recensite, ma, se dobbiamo giudicare sulla base della nostra esperienza diretta e indiretta, la maggioranza non è certo rappresentata dalla prima categoria, quella dei fedeli convinti, ma piuttosto da coloro che hanno del tutto dimenticato o considerano il profeta ebreo ormai come qualcosa di antiquato e superato, privo di interesse e di richiami efficaci nel mondo attuale. Come l’ha esaltato nel passato, fino a dividersi in due tronconi da tutti riconosciuti, così ora la storia l’ha come inghiottito e relegato nel novero dei personaggi finiti e ininfluenti, anzi, almeno per qualcuno, addirittura dannosi e nemici della libertà dell’uomo contemporaneo, svincolatosi definitivamente dai lacci della superstizione e della credulità.
Gesù di Nazaret è il centro dinamico, il punto essenziale di riferimento della fede e della conseguente religione cristiana. Colpire lui significa colpire a morte il cristianesimo, dimenticare lui significa dimenticare la religione che per duemila anni ha dominato incontrastata l’intero mondo occidentale. Ma forse il primo dimenticato non è lui, ma quel Dio che lui è venuto ad annunciare sulla terra. Il grande dimenticato del mondo contemporaneo è Dio, come tutti ci assicurano, e c’è da pensare che soltanto Gesù di Nazaret, la riscoperta del suo volto, della sua bellezza e della sua grandezza umana, saranno capaci di riavvicinarsi al principio dell’intera realtà, come, del resto, lui stesso ci ha assicurato: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio”.
L’evangelizzazione ricomincia da lui, dal rivivere e ripercorrere le strade che lui ha percorso nella breve e bruciante sua permanenza sulla nostra terra, nella riscoperta dei suoi atteggiamenti fondamentali, dei suoi richiami all’amicizia universale, alla solidarietà, all’amore per i poveri, alla pace, alla giustizia, al rispetto del creato, alla pace, alla carità spinta fino al sacrificio supremo. “Umano così non poteva essere che Dio”, è stato detto. L’uomo di sempre, quello di oggi in particolare, ha estremo bisogno di queste parole, di questo messaggio, di questa speranza. Sono le cose più belle che l’umanità ha registrato nel corso della sua lunghissima e tormentatissima avventura terrestre. L’unica bellezza che può salvare il mondo.
Annunciare Cristo. È questo lo schema fondamentale dell’evangelizzazione. Con la vita prima che con la parola, come ormai si è soliti affermare nella chiesa dallo stesso suo magistero supremo. D’altra parte, soltanto quando la mente e il cuore riposano su queste certezze e su queste speranze si può parlare di vera formazione cristiana. Un impegno e una responsabilità che la chiesa, che vuol dire l’intero popolo cristiano, dal primo all’ultimo dei suoi fedeli, non può certo dimenticare nella particolare situazione che stiamo vivendo. Essa esiste semplicemente per questo. Come affrontare il problema per tutti, ma in particolare per i giovani, in un tempo così fortemente segnato dalla secolarizzazione, dal consumismo, dal pensiero liquido, dai più impensati dei pregiudizi, da un’opinione pubblica così distratta e incapace di fermarsi a riflettere sui grandi problemi del senso e della vita?
Non c’è nessuna ricetta facile. Ricordiamo anzitutto che la salvezza viene da Dio e non dalle nostre deboli forze e dalle nostre inesistenti capacità: all’opera di evangelizzazione e di conversione noi collaboriamo con la nostra testimonianza, la nostra coerenza, la nostra preghiera, la nostra parola in cui vibra e risuona la forza della Parola che viene dall’alto, filtrata attraverso una intelligenza e una volontà rinnovate dalla grazia dello Spirito Santo. Una testimonianza dei singoli, ma soprattutto dell’intera comunità, esattamente come ci raccontano gli Atti degli Apostoli, secondo i quali, sullo sfondo della vita delle prime comunità cristiane, “il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità i nuovi salvati”. Se il Sinodo non cambia nulla nella chiesa evangelizzante, mancherà, almeno per parte nostra, una delle condizioni necessarie per la sua crescita. E i giovani non avvertiranno il richiamo dei loro fratelli maggiori, che dovrebbero vivere nella gioia quanto stanno annunciando. Il Sinodo è anzitutto questa convocazione. Nessuno ha il diritto di essere assente.
Giordano Frosini

Senza complessi di inferiorità

Quante volte, in questo clima di sospensione, di incertezza, di scetticismo, di scientificità vera o apparente, ho dovuto prendere atto del complesso di inferiorità che pervade il mondo dei credenti dinanzi alla sicurezza, che non di rado arriva fino alla derisione, di coloro che non credono a nulla. Altre volte il clima che respiriamo produce atteggiamenti quasi invincibili di timore che qualsiasi scelta di fede sia una rinuncia alla ragione e un esporsi alle critiche di una certa opinione pubblica. Atteggiamenti assai diffusi che impediscono il libero manifestarsi delle proprie convinzioni e anche la volontà di approfondire serenamene il problema più serio della vita: quello del senso.
Sono soprattutto ragioni di tipo scientifico, come la teoria dell’evoluzione, che avrebbero eliminato la vecchia dottrina della creazione e di carattere storico che ormai avrebbero eliminato la certezza dell’esistenza di Gesù, almeno come ci è stato presentato nel passato. Purtroppo questi temi, di fondamentale importanza ai nostri giorni, sono stati dimenticati da parte della comunità credente in favore di altre iniziative anche di per sé valide, ma bisognose di supporti e di fondamenti indispensabili, senza i quali si rischia di costruire sulla sabbia e, alla resa dei conti, di perdere tempo.
Convinto dell’esatto contrario, che cioè il complesso d’inferiorità dovrebbe stare dall’altra parte, propongo ai lettori alcune riflessioni. Il premio Nobel Jacques Monod, autore del libero Il caso e la necessità, in cui svolge le sue teorie evoluzionistiche da scienziato ateo, riporta senza commento le parole del grande romanziere cattolico F. Mauriac che, ascoltandolo, aveva detto: “Quanto dice questo professore è ancora più incredibile di quel che crediamo noi poveri cristiani”. È certo che il credente sa di trovarsi di fronte al mistero e che le sue conclusioni non hanno la certezza della matematica, ma  nelle affermazioni di certi scienziati, c’è qualcosa di più del mistero, che mette in questione addirittura i supremi principi della ragione umana.
Intanto l’evoluzione presuppone un punto di partenza (nell’ipotesi del Big Bang, la molecola concentratissima esplosa circa quindici miliardi di anni fa, dando origine all’universo ancora in via d’espansione). Ma, ci domandiamo, qual è la sua origine? Dire: dal nulla non è una risposta seria, perché, lo si voglia o no, dal nulla non proviene nulla. Dire che esiste da sempre per forza propria è attribuirle esattamente i caratteri dell’Assoluto, gli stessi che il credente attribuisce a Dio. Sarebbe una professione di panteismo e non di ateismo, perché si attribuiscono alla materia le caratteristiche della divinità. Una vera e propria forma di idolatria.
In più, l’evoluzione, nella sua traiettoria finora registrata, partendo dalla materia inorganica, ha prodotto da sola la vita, la sensibilità, l’intelligenza, soltanto a caso, senza l’apporto di nessuna intelligenza che domina l’intero processo e lo dirige verso fini fissi e determinati. A caso i viventi minori, a caso i viventi maggiori, a caso l’occhio che vede, l’intelletto che ragiona, l’uomo in tutta la sua ricchezza e complessità. Tutto per caso, al quale, di nuovo, si attribuiscono qualifiche che non gli appartengono in nessuna maniera.
Se poi allunghiamo lo sguardo sul microcosmo e macrocosmo, sugli atomi e i suoi infinitesimi componenti, sui miliardi di galassie in mezzo alle quali noi ci troviamo, sugli equilibri dei pianeti volteggianti intorno alle loro stelle, le cose non cambiano, anzi si fanno ancora più difficili, più misteriose, più sfuggenti ai nostri calcoli e alle nostre misure. Ci avvertono gli scienziati che noi oggi, con tutti i nostri sforzi e i nostri sudati progressi, siamo più o meno arrivati a conoscere il cinque per cento della realtà che ci avvolge e ci circonda. Il resto è ancora dinanzi a noi e chissà a quale percentuale potremo arrivare nel lungo futuro che ci attende. Così stando le cose, c’è da concludere che il caso è molto più intelligente dell’uomo, essendo giunto (naturalmente per caso) a mete da noi né raggiunte né raggiungibili.
Scientificamente non si può dimostrare né che Dio c’è e nemmeno che Dio non c’è. Però la scienza, che sta  ritrovando sentimenti di modestia e di umiltà, sta prestando alla mente umana straordinari punti di partenza per arrivare con ragionamenti semplici e convincenti all’esistenza di un Assoluto, di una Super-intelligenza, di un Dio vero e proprio. L’ateismo è pagato col rifiuto della ragione e dei suoi principi supremi. Proprio per questo l’ammissione di un Essere Supremo fa parte del bagaglio culturale sostanzialmente dell’umanità intera.
J. Monod ha la bontà di avvertirci che se si accetta il suo “messaggio in tutto il suo significato, l’uomo deve destarsi dal suo sogno millenario per scoprire la sua completa solitudine, la sua assoluta stranezza. Egli ora sa che, come uno zingaro, si trova ai margini dell’universo in cui deve vivere, Universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini” È proprio il caso di dire: No, grazie!
Giordano Frosini

Per una chiesa giovane

Mancano ormai pochi mesi all’inizio dell’atteso Sinodo dei giovani, al quale l’intera comunità cristiana è chiamata a portare, direttamente o indirettamente, il suo contributo. Anzitutto di preghiera allo Spirito Santo perché assista il lavoro in programma con la sua presenza, la sua grazia, la sua forza rinnovatrice. Almeno nella mente e nelle attese di papa Francesco, si tratta di un avvenimento di straordinaria importanza in uno dei passaggi più difficili della storia della chiesa. L’augurio di tutti è che esso lasci un segno ben visibile del suo passaggio e che trovi poi la necessaria continuità nella vita delle chiese particolari, delle parrocchie, delle associazioni, dei singoli cristiani.
Ai giovani appartiene il futuro che, nonostante tutto, almeno su un piano umano, rimane ancora assai avaro di promesse. Le premesse da cui partiamo sono infatti tutt’altro che entusiasmanti e rasserenanti. Le ricerche condotte un po’ ovunque parlano di una loro continua rarefazione di presenza ecclesiale, specialmente nei paesi del vecchio occidente (compresa naturalmente l’Italia), che un giorno lontano elaborò una meravigliosa cultura cristiana, trasmessa poi a tutti i popoli della terra. Il processo di secolarizzazione (meglio sarebbe dire di secolarismo) è giunto ormai al suo apice, mettendo a soqquadro convinzioni, tradizioni, costumi, attese, certezze di ogni tipo; la globalizzazione in corso ha portato a contatto con altre civiltà, anche più fresche della nostra, assecondando un processo di relativizzazione delle religioni, che ora con molta facilità vengono messe tutte sullo stesso piano, a volte addirittura col contributo anche di teologi cristiani o sedicentisi tali; la tarda modernità (o, come alcuni preferiscono, la post-modernità) ha spazzato via le grandi sintesi del passato, fra le quali anche la grandi somme teologiche, che rivivevano popolarmente nei catechismi, nelle preghiere, nelle festività, nella letteratura, nei canti, nella stessa memoria della nostra gente: oggi le sintesi, i grandi pensieri, non si ricercano più e si preferisce vivere di sensazioni, di mode passeggere, di sentimenti, di impressioni; la decantata perdita della speranza, tipica del nostro tempo, come ci propinano con molta dovizia i nostri scrittori, gli uomini di cultura, i maestri del nostro tempo, sembra aver cancellato il futuro ultimo e definitivo, di cui si nutre essenzialmente ogni religione degna di questo nome; il terrenismo imperante sta riducendo di molto gli spazi finora occupati dalla religione: Dio stesso, negato o dimenticato, a seconda dei tempi e dei luoghi, ne fa le spese.
Pessimismo? Stiamo semplicemente sintetizzando quello che gli uomini di cultura stanno dicendo a voce alta da molto tempo e quello che, lentamente ma inesorabilmente, è penetrato, in tutto o in parte, nella mentalità del nostro popolo. Specialmente, ci si dice, nel mondo dei giovani, il più sensibile a ogni cambiamento di clima.
Certo, esiste anche un’altra realtà. Ma non saremmo nel giusto se non riuscissimo a guardare fino in fondo quello che sta succedendo sotto i nostri occhi. Il cristiano non è uso a cedere al pessimismo, ma non deve nemmeno farsi tarpare gli occhi dalle illusioni a dalle apparenze.
La chiesa, in un momento così delicato, anzitutto sente il bisogno di ricorrere a Dio, la roccia delle sue certezze e delle sue speranze. Ce l’ha ricordato papa Francesco quando, proprio in questi giorni, ci ha invitato a non cadere nella sopravvalutazione di noi stessi, delle nostre capacità tecniche, dei nostri sforzi. Alle difficoltà del momento, apparentemente almeno insormontabili, la chiesa risponde con la preghiera e con la conversione. La prima nasce dalla fede, la seconda dalla vita dei singoli e dell’intera comunità.
I giovani sono esigenti, lo sappiamo: hanno anzitutto bisogno degli stimoli dell’esempio e della testimonianza. I genitori, le famiglie, le parrocchie, l’intera chiesa hanno dinanzi a sé un nuova e singolare occasione di cambiamento e di crescita. Il cammino della conversione non è mai totalmente compiuto, anche perché noi viviamo in un tempo in cui la società cammina con un passo così svelto che è molto difficile starle dietro. I problemi si infittiscono, si complicano, si intersecano e da soli non si riesce ad affrontarli e men che mai a risolverli. Per primi i genitori avvertono la loro incapacità a far fronte alla sempre più difficile missione di educatori. Così, tutta la chiesa è chiamata in causa. Essa è “semper convertenda”, sempre in via di conversione.
Parole, queste, che ci riportano direttamente alla lettera e allo spirito del concilio Vaticano II. Sono in pari le nostre comunità con quanto lo Spirito Santo sta chiedendo con forza, da oltre cinquanta anni, alla sua chiesa? Quale occasione per un sereno e severo esame di coscienza e per un passo in avanti verso mete che ben conosciamo, ma che non siamo stati ancora capaci di realizzare. Il Sinodo mette di nuovo la comunità cristiana in stato di allerta. I giovani ci chiedono una chiesa fresca, evangelica, profetica, esemplare, capace di diffondere onde d’urto sull’intera estensione della terra. Non è una festa, ma una mobilitazione, una chiamata, un’autentica veglia d’armi.
Giordano Frosini

Oltre la crisi

Mentre la crisi italiana (chiaramente non solo politica) si sta ingrovigliando sempre di più, la grande stampa nazionale continua a denunciare il silenzio e l’assenza della chiesa in un momento così delicato. È di domenica 29 aprile un editoriale del Corriere della Sera, dal titolo significativo “Francesco parla, ma la chiesa è silenziosa”, di cui conviene prendere atto, perché riassume certamente il pensiero di qualche parte dell’opinione pubblica. Ne riferiamo alcuni tratti iniziali: “Colpisce l’afasia della chiesa dopo il voto e in presenza delle difficoltà nel formare un governo. Come stupisce che il silenzio non faccia notizia. Non si tratta di rimpiangere i tempi in cui i vescovi impartivano benedizioni (o condanne). Ma una chiesa che fatica a parlare alle persone e ai soggetti politici contribuisce ad un deficit di dialogo, valutazione responsabile dei problemi e delle soluzioni. Intendiamoci:il papa parla, eccome… Ma la visione di Francesco su lavoro, dignità delle persone, guasti del mercato, giustizia sociale, accoglienza e integrazione, alla base non ha mediazioni e rilanci. L’eco di Bergoglio sui media è inversamente proporzionale alla presa effettiva sulla catena istituzionale e pastorale, sul linguaggio di vescovi, parroci e fedeli. L’effetto è uno scollamento tra magistero e comportamenti individuali e di indirizzo politico-sociale”. Come esempi si citano la mancanza di mobilitazione capillare dopo la celebrazione della Settimana Sociale e le recenti elezioni in Lombardia, in cui la Lega ha vinto forse grazie anche ai simboli religiosi esibiti da Salvini. “E su 450 mila voti al centrosinistra i tre candidati espressione del mondo cattolico hanno avuto 15 mila preferenze, il 3 per cento”. La chiesa, dice l’autore, sta pagando i suoi errori del passato remoto e recente. Ora, almeno per noi, le si profilano dinanzi scelte fondamentali: o si rassegna alla irrilevanza, mancando ai suoi impegni e privando la società di un contributo assai vitale e importante, o riprende la sua tradizionale preparazione del popolo cristiano, che sembra avere del tutto, o quasi del tutto, dimenticato la coniugazione fra Vangelo e vita sociale e politica, da cui è nata la sua dottrina sociale, che ha avuto, specialmente in Italia, un passato glorioso e splendidi testimoni che rimarranno per sempre nella memoria collettiva del nostro popolo.

È una tesi che stanno ripetendo con scarsi risultati i più avveduti e i più attenti osservatori dell’attuale situazione che non ha uguali nella storia della nostra recentemente rinata democrazia. Fra questi molti cristiani semplici, componenti della gerarchia, addirittura anche non pochi laicisti che, nonostante tutto, rimpiangono la mancanza di valori, di ideali, di sogni, di utopie nei programmi dei nostri striminziti movimenti politici. Con le idee che stanno circolando non c’è possibilità di andare molto lontano. La fine delle ideologie ha portato con sé anche la fine dei programmi organici fondati sulle solide basi della persona umana, della politica intesa come servizio, della società concepita come comunione, dell’uguaglianza sostanziale di tutti i suoi membri, degli ideali di partecipazione, di corresponsabilità, di fratellanza universale. Stiamo facendo l’elenco sintetico dei capitoli fondamentali del pensiero sociale della chiesa, invano presentato e raccomandato come parte essenziale dell’evangelizzazione.

Fra i grandi rammemoratori di questa gloriosa tradizione non dimentichiamo papa Francesco, che per le sue insistenze e le sue coraggiose affermazioni si è guadagnato, perfino fra i cattolici, certi nomignoli non proprio graziosi che tutti ben conosciamo. Ma fra il papa e la base come funzionano i cosiddetti organi intermedi? Di questo passo, come si potrà superare la distanza quasi abissale fra il vertice e la base, attualmente esistente all’interno della chiesa? La palla è rimessa nelle mani di tutti. Ciascuno dovrà operare nel campo che gli è proprio: la gerarchia nel mondo dell’alta politica, che rimane, al fondo, una questione teologica e morale; i laici dando vita, singolarmente, o a gruppi, a idee, iniziative, programmi in cui si attuano la giustizia e la carità. Un appello alla fede e alla ragione: si pensi soltanto al programma della rivoluzione francese: libertà, fraternità, uguaglianza. Un trinomio che, preso sul serio, basterebbe a rimettere in questione l’intero ordinamento sociale.

Non è la prima volta, ma con piacere vediamo l’ultima esortazione del papa, che stiamo presentando in queste settimane come il programma del “cristiano normale”, che non vuol dire affatto cristiano mediocre, ma cristiano che tende alla santità nella quotidianità semplice e ripetitiva della vita, si trova la primo posto fra i “saggi” più venduti da alcune settimane. Un piccolo segnale di speranza che non vogliamo perdere. Perché, non dimentichiamolo, fra gli impegni emergenti del cristiano serio c’è anche quello sociale-politico. Nella pagina successiva ne riportiamo il testo relativo. Si legga attentamente, si mediti con serietà e poi se ne tirino le conseguenze sul piano pratico.

Giordano Frosini

Politica forma di carità

L’accostamento esplicito fra politica e carità risale a molto tempo fa. Fu infatti Pio XI che, parlando nel 1927 agli universitari della FUCI, usò per primo l’espressione “carità politica”. Un accostamento felice perché le due realtà sono molto vicine fra loro e, almeno in certi aspetti, la carità per essere tale, cioè efficace, ha assoluto bisogno della politica. Se, per esempio, per dare da mangiare a qualche affamato, almeno una volta o saltuariamente, può essere sufficiente l’elemosina, per dar da mangiare a milioni di affamati è necessario por mano alle strutture, fare riforme che incidono profondamente sulla società, compiere cioè delle vere e proprie azioni politiche. Di questo connubio si è poi continuato a parlare, forse forzando un po’ troppo i concetti, attribuendo a Paolo VI una frase che poi non risulta vera: non è esatto dire che la politica è la forma più alta della carità, ma è certamente vero (si pensi all’esempio prima riportato) che la politica è una forma di carità, in certi casi necessaria e senza possibili sostituti: forse l’espressione più giusta è quella di forma più espansiva di carità, come si esprime anche qualche documento ufficiale.
Ma, al di là delle polemiche e delle discussioni, com’è che questo argomento non è entrato per niente (o quasi) nella mentalità del popolo cristiano, molta parte del quale continua tranquillamente a pensare che la politica è una cosa sporca, che si può vivere benissimo senza dedicarvi nemmeno un momento di attenzione, nemmeno il tempo di deporre una scheda nell’urna. Riflessioni di uomo dimezzato e di cristiano infantile, che non ha preso ancora possesso delle proprie responsabilità. La partecipazione attiva all’azione politica, si capisce nei limiti delle proprie competenze, è insieme un dovere umano e cristiano, un valore che si impone al cittadino e al membro della chiesa, comunità di fede e di carità.
È un vero peccato che non si insegnino più gli atti di fede, di speranza e di carità, un peccato ancora più grande che essi non siano stati aggiornati alla luce delle riflessioni teologiche attuali e soprattutto sulla base degli insegnamenti del concilio Vaticano II e dei papi che li hanno commentati e raccomandati in tanti documenti, tutti all’altezza della situazione e degni della nostra attenzione. Qui si sta scontando la mancanza di una catechesi e di una istruzione di base aggiornate ed efficaci. Gli atti di pigrizia e di disinvolta ignoranza si scontano e si pagano col tempo. Eppure i consigli in questo senso non sono affatto mancati.
Quando si propongono riflessioni del genere, è facile sentirsi ripetere che così va il mondo e che la chiesa, specialmente in un momento come questo, non ha la minima possibilità di rimediare a una situazione ormai sfuggitale totalmente di mano. Una obiezione valida, senza dubbio, ma non tale a giustificare l’attuale disimpegno che domina incontrastato l’attuale situazione della chiesa. In ogni tempo, facile o difficile che sia (ma ci sono mai stati tempi facili e riposanti?), la chiesa è sempre stata realtà alternativa, non omogeneizzata, non riducibile agli schemi di una società in balia delle mode e degli andazzi del tempo. È un fatale errore avere considerato la politica come qualcosa di molto secondario e di poca o nessuna importanza per la formazione del cristiano. In essa sono in questione elementi essenziali della vita cristiana, risuonano gli orientamenti del Vangelo, gli insegnamenti del concilio Vaticano II. Non si dirà, per esempio, che la carità è un elemento secondario del messaggio cristiano, di cui siamo gli eredi e i testimoni. La santità stessa è la perfezione della carità.
“Un solo Signore”. È la formula della vita cristiana che ci hanno lasciato i cristiani del tempo della dittatura hitleriana. La parola di Cristo è la guida per tutti quanti i settori della vita. La libertà è all’interno di questa convinzione di fondo, che il cristiano non può mai dimenticare. Che il mondo faccia la sua strada è perfino normale, ma dovrebbe essere anche normale che i membri della chiesa facciano lo stesso.
C’è anche da ricordare che la teologia attuale ha imparato a considerare la corrispondenza degli insegnamenti evangelici, di cui dovrebbe essere portatrice la chiesa, come un argomento apologetico fondamentale del cristianesimo: il cristianesimo come risposta singolare e soddisfacente ai bisogni personali e sociali dell’uomo, dal desiderio di immortalità all’ordinamento della società umana, preludio e immagine della Gerusalemme celeste, la città della solidarietà, della pace e dell’amore.
Non è fuori luogo a questo proposito ricordare quanto l’apostolo Paolo scriveva molti anni fa ai primi cristiani dell’Europa, anche se noi dovremmo usare termini più soffici: “Fate tutto per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita”. A queste profondità, anche la quantità sarebbe una questione relativa.
Giordano Frosini