Libri di Giordano Frosini

Eventi

La natura come libro dell’estate

Da sempre il mondo è stato considerato come il primo documento dell’auto-manifestazione di Dio. Prima che per mezzo dei profeti e degli scrittori sacri, Dio ha parlato agli uomini attraverso la creazione, che ha messo nelle loro mani perché la completassero con la loro intelligenza e la loro azione. La seconda rivelazione, contenuta nella Sacra Scrittura, che pure è il perfezionamento e il completamento definitivo della comunicazione divina, non deve far dimenticare la prima, che fin dalle origini è servita da scala per risalire dalle cose al loro autore. Dio ha rotto il suo silenzio eterno anzitutto con i messaggi disseminati a diversi livelli nella natura, a cui, in posizione di preminenza, appartiene l’uomo, come suo vertice e fine immanente. Create attraverso la Parola, anche le cose sono parole che parlano di Dio al cuore e all’intelletto dell’uomo. Un libro, quello della natura, aperto indistintamente a tutti, che non costa nulla, decifrabile pure da coloro che non sanno né leggere né scrivere, che si rinnova nel tempo, anche per opera dell’uomo, pur rimanendo sostanzialmente lo stesso. Un pensiero antico che i poeti, Dante anzitutto, hanno immortalato coi loro versi. Ma già l’apostolo Paolo ne aveva parlato quando, nella sua lettera ai cristiani di Roma, aveva scritto che le “perfezioni invisibili (di Dio), ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute”.
La civiltà moderna, con l’invasione delle sue costruzioni artificiali, con il dinamismo accelerato e scomposto impresso ai costumi delle nostre società, coi connessi rumori e fracassi che stanno soffocando il silenzio e il raccoglimento anche nei luoghi più dissiti e solitari, hanno di fatto rubato quella possibilità di contemplazione estatica di cui parla l’apostolo Paolo. Un libro aperto a tutti, la natura, da tutti facilmente comprensibile, ma soltanto a una condizione: quella dell’attenzione prolungata, della quiete indisturbata, dello stato di riposo, dell’apertura disponibile al messaggio che viene da un mondo che ci sovrasta e ci conquide. Bastano gli occhi per gustare la gioia di un tramonto sul mare, di un’alba sui monti, dello spettacolo di un cielo scintillante di stelle nelle notti profonde, lontani dalle luci della città, perché queste impediscono di guardare in alto. Condizioni che l’estate tiene in serbo per tutti, in qualche modo anche per coloro che non hanno la possibilità di abbandonare a lungo i luoghi della propria abituale residenza per una meritata villeggiatura.
Ma anche una prima e parziale informazione scientifica amplia e fortifica la capacità di meraviglia dinanzi al grande mistero dell’universo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, dagli elementi sub-atomici alle maestose galassie che si rincorrono nello spazio a velocità semplicemente inimmaginabili. Più di sempre, oggi “i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani”. L’antico salmista ci presta le espressioni più belle della sua meraviglia.
Il cristiano sa che quanto l’universo “squaderna” ai nostri sensi è opera dell’intera Trinità, ma la teologia ama distinguere quanto appartiene alle singole persone, secondo la loro caratteristica e funzione all’interno del cerchio trinitario. È così che al Padre, principio di tutto, si attribuisce la potenza, la forza, l’unità delle singole realtà e dell’universo nel suo complesso; dal Figlio, che è il Logos, la mente, il pensiero, dipendono, l’ordine, la misura, la matematica, le leggi che lo scienziato sta ricercando con lentezza e porta alla superficie per il benessere e lo sviluppo dell’umanità; lo Spirito Santo, che è il compimento della Trinità, è colui che completa l’opera delle prime due persone, arricchendola con l’apporto della grazia, della bellezza, della bontà, dell’incanto, del brivido che scuote il sentimento dell’uomo fino nelle sue più intime profondità.
Un mondo raccolto nella sua grande unità, solcato dal pensiero, arricchito di grazia e di bellezza: è esattamente questo il mondo che sta dinanzi a noi e che convoca la nostra attenzione, troppe volte sperduta in faccende insignificanti. Ogni spettacolo che si snoda sotto i nostri occhi è un’occasione che ci ricorda la divina grandezza, suscita la nostra ammirazione e domanda la nostra preghiera. Il cristiano arricchisce così la sua vacanza.
Giordano Frosini

I laici e le realtà temporali

Si cambi pure il nome, non si parli più di laici ma di cristiani senza altri aggettivi, che non sono cioè né ministri ordinati né religiosi, ma, una volta, sottolineato che tutti i battezzati sono insigniti della stessa dignità (quella di figli di Dio) e della stessa missione (quella di edificare la chiesa sia al suo interno che al suo esterno, nei riguardi cioè della società e del mondo), c’è un’altra affermazione in cui tutti sono sostanzialmente concordi, quella che a loro compete un particolare impegno nella vita familiare, professionale, sociale e politica. La cosa appare più che normale, essendo essi direttamente immersi in questa trama quotidiana di preoccupazioni e di relazioni, a differenza delle altre due categorie di fedeli che compongono la chiesa. Non è questo, dobbiamo ripeterlo, l’unico campo della loro azione (essi sono veri membri effettivi e responsabili della chiesa, che ha assoluto bisogno del loro specifico apporto), né, d’altra parte, questi campi sono esclusi alla presenza e alla competenza dei ministri ordinati, ma nessuno intende negare che le competenze e le responsabilità dei cristiani “normali” vertono anzitutto e soprattutto in questi settori, normalmente designati col nome di realtà terrene. Di più, la loro presenza nella chiesa porterà sempre il timbro della loro condizione e della loro provenienza. “Uomini di chiesa nel cuore del mondo, uomini di mondo nel cuore della chiesa”, così le chiese latino-americane hanno definito (meglio: hanno descritto) la figura di coloro che finora si sono chiamati laici.
Nel campo delle attività profane, c’è però un capitolo che merita una particolare attenzione e trattazione: quello della politica. Se in quello che abbiamo chiamato il settore delle attività profane (si pensi, per esempio, alla scuola, all’insegnamento, all’educazione, all’amministrazione, a diverse altre attività non proprio religiose), si può essere più larghi nelle possibilità concesse al ministero ordinato, nel campo politico dobbiamo affermare un limite molto stretto e più rigoroso. La chiesa come tale, insieme al suo ministero di presidenza, si è auto-esclusa dall’esercizio della politica attiva, della politica con la “p” minuscola, della politica cosiddetta partitica, riservando per sé la politica dei principi, la politica col “P” maiuscolo. Una distinzione non di rado confermata anche con diversi concordati della chiesa con gli Stati. Di per sé, nessuna legge umana, in clima di democrazia, potrebbe impedire alla gerarchia di fare politica anche nel primo modo ora ricordato, naturalmente stando alle condizioni in uso in ogni ordinamento democratico, cioè al gioco della maggioranza e della minoranza. Ma è lei stessa che rinuncia a questa possibilità per motivi ponderati e seri, fra i quali il comportamento di Gesù, la mancanza di competenza nonché di autorità, soprattutto perché la politica divide ed essa, col suo ministero ordinato, è segno di convergenza, di pacificazione e di unità. Di fatto, nei principi i cristiani possono (dovrebbero) essere uniti, pur dividendosi nelle scelte politiche concrete, tutte quante però rispettose dei principi in questione. Un esempio concreto; è principio vincolante per tutti la scelta preferenziale dei poveri, però che questa scelta venga realizzata in un modo o in un altro, rimane nella libera valutazione dei cristiani, singolarmente presi o radunati in movimenti o partiti.
Un campo, questo, in cui i “laici” devono essere lasciati liberi, senza ingerenze ecclesiastiche di nessuna sorta. Il passaggio dai principi alle soluzioni pratiche si chiama in termini tecnici “mediazione”, sulla quale si è discusso molto nei decenni passati, ma che ora sembra più pacificamente accettata: essa appartiene di diritto ai cristiani impegnati in politica. Si pensi, per esempio, al complesso delle leggi riguardanti il matrimonio e la famiglia, che ha impegnato il nostro e gli altri paesi in questi ultimi decenni.
Dobbiamo ripetere quanto i papi hanno detto più volte negli ultimi tempi, in particolare nel periodo post-conciliare: l’esortazione alla politica. Sbagliano coloro che insistono esclusivamente sui temi di tipo religioso e dimenticano la bellezza e la necessità dell’impegno politico-sociale, da considerare una delle migliori partecipazioni alla costruzione del Regno di Dio, che è anche regno di giustizia e di pace. Evidentemente la rarefazione dei cattolici in politica dipende anche da questo ingiustificabile silenzio. È necessario (e urgente) risalire la china. La chiesa italiana lo deve fare anche nel nome e nel ricordo dei tanti politici cristiani che, con le loro idee e i loro comportamenti, hanno onorato nei decenni passati insieme il paese e la chiesa. I loro nomi sono scritti nel libro della vita.
Giordano Frosini

Laici e clero anzitutto uguali

C’è qualcosa di nuovo oggi nella questione dei laici, anzi d’antico, se si pensa che la novità nient’altro è se non un approfondimento del pensiero del concilio Vaticano II, non bene interpretato anche perché non del tutto chiaramente esposto. Ci sono però in esso due fatti indubitabili: anzitutto la trattazione del popolo di Dio prima della costituzione gerarchica della chiesa e dei cosiddetti laici; e poi la solenne e ultrachiara affermazione di principio sull’uguaglianza sostanziale fra gli appartenenti all’una e all’altra categoria. Questo passo l’abbiamo citato molte volte, ma lo ripetiamo ancora perché tutti lo imparino a memoria, trattandosi di una questione essenziale per la vita della chiesa: “Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo”, cioè la chiesa (LG 32). Dunque i pastori anche d’altissimo grado, se l’hanno fatto nel passato, non si permettano ancora di rivendicare un grammo più di dignità rispetto alla comune dei fedeli (magari anche attraverso titoli evangelicamente ingiustificabili e vesti perlomeno anacronistiche); ma soprattutto si dimentichino la disuguaglianza fra loro e i laici nella edificazione della chiesa. Essa va cancellata anche dalla nostra memoria.
Edificare, cioè prendere parte attiva alla vita e alla missione delle comunità cristiane. E l’ambito di questa missione è bene espressa nelle prime parole del testo citato: sono esattamente la vita liturgica e sacramentale, l’insegnamento e l’evangelizzazione, la guida della comunità cristiana nel suo complesso e nelle sue singole parti. È troppo? No, è semplicemente quanto il concilio chiede all’intero popolo di Dio, in possesso del sacerdozio comune e del sensus fidei, tutto quanto animato dallo Spirito Santo. “Nella loro misura (i laici) – afferma il concilio – resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” (LG 31). L’edificazione della chiesa è un impegno comune, anche se al suo interno esistono differenze di competenza e di responsabilità. Altrettanto va affermato dei cosiddetti impegni temporali, che in parte almeno, appartengono anche ai detentori del ministero ordinato. La netta divisione dei compiti (al clero la vita interna della chiesa e ai laici il rapporto chiesa-mondo) non ha la minima possibilità di essere accettata. Per questo da più parti si insiste sulla eliminazione del temine laico e si suggerisce di parlare soltanto di cristiani. La chiesa, al fondo, non è composta di clero e laici, ma soltanto di cristiani. Si fa per questo l’esempio del termine “cittadino” che appartiene indistintamente a tutti gli abitanti di uno Stato, anche se poi questi si distinguono fra loro per i rispettivi compiti specifici, conservando però tutti indistintamente la qualifica di base. Cristiano è il termine che accomuna tutti i componenti il popolo di Dio: alcuni di questi, per il sacramento dell’ordine, sono costituiti ministri, con particolari mansioni; altri (la stragrande maggioranza) permangono nel loro stato di cristiani senza aggiunta. La chiesa è una nella sua sostanza, molteplice nelle sue espressioni.
Ma come stanno le cose ai nostri giorni? Una recente pubblicazione tedesca (intitolata Per una teologia del popolo di Dio) traccia un’analisi non proprio positiva: “A livello di prassi ecclesiale – afferma -, il processo di cambiamento di mentalità avviato dal concilio non ha ancora lasciato grandi segni… Le forme organizzative e le strutture, nelle quali il popolo di Dio potrebbe formulare la propria fede, trovare ed esprimere la propria volontà, sono ancora molto incipienti. Ancora oggi, come in passato, tutte le decisioni importanti non sono prese dal popolo di Dio, ma da pochi membri della gerarchia per tutto il popolo… L’elemento sinodale della chiesa è stato delimitato piuttosto che rafforzato. Questi organi non hanno quasi mai delle competenze decisionali… Oggi la chiesa viene percepita meno come popolo di Dio che come una grandezza la cui struttura discende totalmente dall’alto verso il basso, nella quale le decisioni spettano alla gerarchia mentre il ‘clero minore’ e in particolare i laici sono in gran parte esclusi dalla responsabilità”.
Un forte grido di allarme. Proviene dalla Germania, ma quanto interessa anche l’Italia?
Giordano Frosini

I laici all’ordine del giorno

Sui laici, sulle loro funzioni all’interno della chiesa, sul loro rapporto col ministero ordinato, impropriamente chiamato gerarchia, addirittura sul loro nome si continua a discutere. È giusto che di quanto bolle in pentola siano anch’essi informati. Sembrava che il concilio Vaticano II avesse esaurito il suo discorso, ma poi si è continuato a rovistare nell’interno del mistero della chiesa e si è arrivati ad alcune nuove conclusioni delle quali è giusto prendere atto. Nessuno deve aver paura di questi approfondimenti, che lentamente vengono confermati anche dal magistero ecclesiale. Non diciamo una cosa fuori luogo se affermiamo che il problema deve interessare in particolare coloro che detengono il ministero della presidenza, a cui spetta anche un compito di insegnamento, di direzione e anche un servizio di ordine. Perché il disordine non giova a nessuno e di disordini se ne avverte ogni giorno più d’uno nelle nostre fila, con la responsabilità di tutti, senza purtroppo fare qualche eccezione. Naturalmente i primi a rimetterci in questa situazione sono proprio loro, i laici, i più deboli e indifesi nella giustapposizione e nello schieramento dei corpi che compongono il tessuto della comunità cristiana.
Possiamo cominciare con alcune affermazioni che ritroviamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, che ha solo pochi anni di vita e che contiene ottimi suggerimenti di pensiero e di azione.
Anzitutto, a margine del documento uscito nel cinquantesimo anniversario dell’inizio del concilio Vaticano II (1963), papa Francesco, il 16 aprile 2013, ha posto, nella meditazione mattutina nella Cappella di Santa Marta, a tutto il corpo ecclesiale una domanda di carattere generale, che dovrebbe suscitare in ciascuno e in tutti un severo esame di coscienza: “Abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel concilio? In quella continuità della crescita della chiesa che è stato il concilio?”. Notiamo: continuità e novità, tradizione e crescita, come si conviene a tutti gli atti della chiesa. Ma la risposta del papa è senza mezzi termini: “No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare”. Un no secco, un no assoluto, un no senza attenuanti. Ma dove è finito il rimprovero? Solo alcuni l’hanno fisicamente ascoltato e probabilmente nessuno ne ha preso atto e se l’è sentito rivolto a se stesso. Per ogni argomento toccato dal concilio e quindi anche per quanto riguarda gli impegni dei laici, che rappresentano, è bene ripeterselo spesso, la quasi totalità della chiesa. Si direbbe: dobbiamo ricominciare da capo o, perlomeno, dobbiamo continuare nel cammino appena intrapreso.
E si ricomincia da capo con il principio fondamentale dell’evangelizzazione, perché, ricorda il papa, “tutto il popolo di Dio annuncia il Vangelo” (n. 111) e per questo “in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare” (n. 119). Un insegnamento vecchio, in qualche modo di sempre. Ma come e quanto è stato fatto proprio e onorato dai nostri fedeli? Si evangelizza con la vita e la parola, con la testimonianza e l’annuncio. In questo impegno, laici e ministri ordinati sono alla pari, senza differenze sostanziali, perché la missione evangelizzatrice è propria di tutta la chiesa. Si tocca qui uno dei punti più nuovi della riflessione teologica ed ecclesiale. Il concilio l’aveva detto con una chiarezza assoluta: “Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo”. La vera novità che sta emergendo sempre più chiaramente è questa: l’uguaglianza fra clero e laici, in qualche modo fino a dimenticare la loro divisione. Nella chiesa si è cristiani e basta.
Coerentemente con questa convinzione, papa Francesco afferma che i laici non sono oggetto ma soggetti della pastorale e dell’evangelizzazione e per questo essi vanno ascoltati come il magistero, essendo ambedue le categorie abitate e animate dallo Spirito Santo. “I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati” (n. 102). Mantenerli “al margine delle decisioni” è clericalismo un vecchio atteggiamento da eliminare quanto prima. Spazio ai laici. Se essi non hanno preso coscienza della loro dignità e responsabilità è anche perché non hanno trovato spazio “per poter esprimersi ed agire” (n. 32). Se questa non è rivoluzione …
Giordano Frosini

Un seminario per i laici

La notizia è importante ed è giusto darle il rilievo che merita, in un clima in cui si stanno moltiplicando le iniziative, non sempre però con sufficiente ponderazione. Parte da una chiesa del nord Italia e porta la firma di un vescovo intelligente, ottimo teologo della scuola milanese e brillante personaggio in un mondo piuttosto ripetitivo e senza eccessiva fantasia. Un segno dei tempi, non c’è dubbio. Dal concilio di Trento nacquero i seminari per i futuri sacerdoti (anche se le cose potevano andare in altra maniera), dal concilio Vaticano II nascono i luoghi di educazione e di formazione per i laici. Rilevanti i primi, anche se oggi essi hanno avuto bisogno di radicali cambiamenti e in qualche modo sopravvivono a se stessi; altrettanto rilevanti i secondi, che promettono attenzione, cura, interessamento per una categoria di persone che costituiscono la quasi totalità del corpo ecclesiale e che ha conosciuto il forte rilancio nella rinnovata ecclesiologia dell’ultimo concilio della chiesa. “La chiesa senza i laici è una cosa ridicola”, diceva Newman nell’ambiente super-clericale del suo tempo (per intendersi, i tempi del concilio Vaticano I, il concilio di Pio IX, con tutto quello che rappresentò e che ne seguì).
Sulla definizione del laico si discute da tempo, arrivando sostanzialmente alla conclusione che il laico come tale è il cristiano senza ulteriori aggettivi, membro della chiesa e partecipe della sua missione. Però, all’interno dell’unico popolo di Dio, a lui appartiene in particolare l’impegno delle realtà temporali specialmente di quelle politico-sociali.
In questo contesto, l’iniziativa di monsignor Franco Giulio Brambilla appare lodevole e preziosa. Una iniziativa, comunque, che va incontro a una necessità che manifesta sempre di più la sua urgenza. Si può parlare di chiesa in uscita, di evangelizzazione dei lontani, di presenza della chiesa nella città degli uomini, di catechesi agli adulti, di veri gruppi del Vangelo, senza una adeguata preparazione dei laici? Già è in questione la catechesi dei bambini e dei ragazzi (per la quale le nostre parrocchie spendono quasi tutte le loro energie) per la carente preparazione dei catechisti. Se, come è giusto, si amplia il panorama della nostra azione, è chiaro che aumentano anche le nostre responsabilità. Le guerre si fanno con un esercito adeguato e preparato, altrimenti, come ci dice il Vangelo, è meglio rimettere la spada nel fodero.
Sincerità vuole che si confessi la nostra impreparazione che, ahimè, non si limita soltanto ai laici, ma avvolge, anche se in misura diversa, l’intera comunità. Sono per questo benvenute tutte le iniziative destinate ad aggiornare, preparare, maturare clero e laici. Si voglia o no, questa è l’opera più necessaria nel momento che stiamo vivendo. Benvenuta per questo l’iniziativa di Novara, con l’augurio che l’esempio si propaghi a tutte le chiese e a tutte le persone interessate. Particolarmente a coloro che detengono il ministero della presidenza e della comunione.
Si precisa nel comunicato di istituzione che il seminario dei laici “non è un luogo, ma è un ‘tempo’, un itinerario personale e comunitario che propone un percorso formativo pastorale, spirituale e culturale, in vista di un ministero”. Non un insieme di corsi, ma un cammino dove “formare alla vita spirituale cristiana, al sensus ecclesiae e a un percorso di discernimento vocazionale”. Attraverso tre momenti: formazione del sensus ecclesiae come anima e fondamento dell’intero itinerario; abilitazione pastorale ai diversi ministeri necessari alla vita delle comunità; formazione culturale, cominciando naturalmente dalla preparazione biblico-teologica, in collaborazione con le scuole di teologia che, sia pure a diversi livelli, già operano sul nostro territorio. Il secondo momento, di carattere più tecnico, rimarrà certamente il più semplice e il più abbordabile; più difficili invece sia il primo che il terzo, per gestire i quali occorrono competenze che non si improvvisano, ma che hanno bisogno di lungo studio e di adeguata preparazione. È da troppo tempo che, da alcune parti e da alcune persone, si ripete questo invito fino a diventare anche stucchevoli e noiosi. In momento come questo, ognuno faccia le scelte che ritiene più opportune, ma si lasci a tutti la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Poi ognuno si porterà con sé e dinanzi a Dio le proprie responsabilità.
Giordano Frosini