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I giovani e il nichilismo

Nichilismo: parola tetra e spettrale, negazione di vita e di speranza, sinonimo di dissoluzione e di morte. Uno dei termini più disperati entrati nel vocabolario europeo nel 1800 per opera dello scrittore russo Ivan Sergeevic Turgenev, passando rapidamente attraverso i movimenti culturali del tempo, incamerando per affinità le idee fondamentali dell’anarchismo e del populismo russo, la morte di Dio di F. Nietzsche e l’ultimo ferale scetticismo fiorito nell’ormai vecchio e decrepito continente. Un coacervo di negazioni e di mali che mina alla base, fino a distruggerla, qualsiasi realtà a cui viene accostato. Il morso velenoso del serpente. La nostra domanda oggi è: ha coinvolto e pervaso anche il mondo giovanile? Forse la domanda più severa fra quelle che ci possiamo fare sui nostri giovani. Non sono pochi a pensarlo fondandosi, su una conoscenza approfondita del pur frastagliato e confuso universo giovanile.
Fra questi, pur con qualche limitazione, un autore di grido come Umberto Galimberti, il quale solo pochi anni fa usciva con un libro dal titolo provocante: L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani (Editore Feltrinelli). Il successo della pubblicazione metteva in chiaro che l’ipotesi dell’autore era sostanzialmente condivisa dai molti che seguono con crescente preoccupazione quanto sta accadendo non soltanto vicino a noi, ma anche addirittura nelle nostre case. Va detto però che il titolo, che riecheggia da vicino celebri espressioni ormai passate alla storia, esprime più una tentazione che una realtà già compiuta. Ma il tempo ha certamente aggravato la situazione, richiamando alla mente il versetto biblico che parla di quel leone ruggente, che circola affamato “cercando gente da divorare”. Qualche zannata di più, tutt’altro che trascurabile, va certamente registrata nel lasso degli ultimi mesi trascorsi.
Così gli specialisti hanno puntualmente avvertito gli interessati (cioè potenzialmente tutti: nessuno si può chiamare fuori) che le cose proseguivano sulla strada intrapresa, senza sensibili variazioni di sorta, e che i vari indici del deprecato nichilismo stavano inesorabilmente crescendo. I nostri piccoli atei crescono, scrive un noto sociologo cattolico, mettendo alla base il problema fondamentale che sta mietendo continuamente vittime nel nostro mondo. Si comincia con l’assenza dagli atti fondamentali del culto, si passa alla disistima progressiva della chiesa a cui si rimprovera di essere portavoce di un Dio che toglie la libertà e la gioia di vivere, si mettono in dubbio verità fondamentali come la risurrezione prive, si dice, di ogni fondamento oggettivo, lentamente si spegne anche il senso morale con la dimenticanza dei valori della vita e della società e il gioco è facilmente arrivato alla sua conclusione. “Prevedo ciò che avverrà nell’arco di due secoli”, aveva detto il pazzo che gridava la morte di Dio sulla piazza del mercato. A conti fatti, siamo quasi in anticipo sulla profezia. Non mancano certamente i richiami che impediscano al cammino di rallentare, ma anzi possa proseguire con immutata accelerazione. I mezzi di comunicazione sociale, gli scrittori di successo, gli uomini della televisione, i gruppi di amicizia e di riferimento, l’opinione pubblica, l’insufficienza sempre più notevole dell’educazione religiosa sostanzialmente inchiodata sul passato, si uniscono e congiurano insieme per dare consistenza e continuità a un cammino che non sembra conoscere pause di sosta o di serio ripensamento.
Nessuno può dire il numero esatto delle vittime di questo andazzo dei nostri tempi. Ma, stando così le cose, ogni educatore serio non può che considerare tutti i nostri giovani come potenziali soggetti di queste trasformazioni e comportarsi di conseguenza. Non è un segreto per nessuno che non poche volte la crisi si attorciglia proprio intorno ai figli di famiglie esemplari (o almeno così ritenute, perché l’esemplarità non è mai del tutto compiuta). Qui si danno convegno i pensieri e la preoccupazioni di genitori, docenti, educatori, amici, ai quali si chiede un supplemento di attenzione e di responsabilità per un compito che si fa sempre più difficile e faticoso. È necessario non contentarsi di vuote formule e di parole insignificanti e scendere in fondo all’anima dei giovani interlocutori con pensieri veri, sentimenti grandi, pazienza infinita, esemplarità totale. A mali estremi, si direbbe, estremi rimedi.
Sono molti anche i richiami dell’autore, intelligente uomo di cultura, capace di vedere oltre le apparenze, anche se il cristiano ha un’arma in più, a cui per nessuna ragione può mai rinunciare. In particolare ricordiamo il mito dell’apparire come unica forma dell’esserci, la diffusione incontrollata della droga che ha precise ragioni psicologiche, il dominio dell’indifferenza egocentrica, il cedimento a una certa cultura di morte, la non partecipazione alla vita della comunità, l’acriticità del pensiero e del comportamento. La sua raccomandazione dell’etica del viandante, che vive di attesa e di speranza, può essere completata dalla divina trascendenza del mistero cristiano, capace di dare un senso definitivo e totalizzante alla vita del tempo e dell’eternità.
Giordano Frosini

I giovani e la politica

Che i giovani abbiano una scarsa affinità con la politica è convinzione comune e assodata. Le cose non dovrebbero essere modificate nemmeno con i recenti cambiamenti, di cui molto si parla, perché le recenti elezioni sono state soprattutto una votazione di protesta. Evidentemente, più che su ragionamenti, questa convinzione nasce dalla constatazione di quanto sta avvenendo, non da oggi, nel campo della gestione della cosa pubblica, dove sembra si siano dati convegno tutti i difetti, i limiti, i vizi, gli inganni, diciamo pure la parola, i peccati, di cui è capace l’uomo. Basta ascoltare qualcuno per rendersene subito conto e per perdere la fiducia in tutta la categoria, anche se tutti non vanno certamente considerati alla stessa stregua. Ma le eccezioni sono talmente rare che non riescono in nessuna maniera nemmeno a scalfire la convinzione che attraversa il mondo giovanile, ma che non si limita soltanto a loro.
Presunzione di aver agito sempre bene, colpe da attribuirsi soltanto agli avversari politici che non ne indovinano nemmeno una, menzogne sesquipedali ripetute come verità sacrosante, offese triviali insopportabili in qualsiasi luogo e per qualsiasi persona, gesti violenti che hanno deturpato perfino le aule sacre del parlamento nazionale, insufficienze personali e di partito che hanno lasciato invecchiare questioni rimaste, naturalmente aggravatesi col tempo, ricerca di interessi personali e di gruppo anziché del bene comune, che rimane il fine ultimo della politica, mancanza di professionalità e improvvisazioni a volte sconcertanti, facile oggetto della satira politica, mai forse scatenatasi come in questo tempo… E si vada dicendo. Nessuno ha la capacità e la forza di smentire queste affermazioni, che la stampa e i mezzi di comunicazione sociale (anch’essi in buona parte responsabili della situazione) hanno certamente dilatato. La gente guarda con diffidenza e meraviglia crescente, poi, incapace di capire da che parte sta la verità, si stanca definitivamente della politica, si ritira nel proprio guscio e smette di compiere anche quel minimo gesto di partecipazione alla vita democratica del proprio paese che è la votazione. È storia di ieri e storia di oggi. Una storia che sembra aver raggiunto più o meno metà dell’intero paese. Per queste strade finiscono le democrazie e lasciano il campo a forme aberranti di potere, che anche l’Italia ha ben conosciuto nel suo recente passato.
A questo triste stato di cose (che, lo ripetiamo, non va esteso a tutto o a tutti) fa riscontro il racconto sereno del pensiero della chiesa, che parla della politica in termini positivi, entusiasti, affascinanti, degni della massima attenzione e convincenti sul piano umano e sul piano cristiano. Un racconto che ha prodotto nel nostro recente passato politici di primissimo piano, pensatori prima che attivisti, di forte tempra spirituale e cristiana, vissuti nella povertà e nel disinteresse, unicamente preoccupati del bene comune, il cui nome rimane nella memoria riconoscente della patria e della chiesa. Certamente non perfetti nemmeno loro (la perfezione non è di questo mondo), ma esemplari a cui un giovane può guardare con sentimenti di meraviglia e, forse, avvertire il fascino di una vita esemplarmente efficace, piena di vitalità e di amore, una maniera difficile ma entusiasmante per passare almeno un po’ di tempo della propria vita.
Si tratta di una vocazione tipica del laico cristiano, il cui fine naturale non è tanto quello di vestire un abito bianco per un servizio alla chiesa (si tratta di vocazioni particolari), ma piuttosto quello di prendere parte attiva alla costruzione della città dell’uomo, nella famiglia, nella professione, appunto nella politica, da concepirsi come una forma estesa di carità. La politica è una scienza e un’arte che ha un ampio spazio di applicazioni concrete, sia nel piccolo che nel grande: se ne può prendere coscienza leggendo una presentazione della cosiddetta dottrina della chiesa. Un libro sconosciuto per colpa di chi doveva farlo conoscere, ma che attende solo di essere ripreso in mano come punto di partenza per un approccio concreto con la vita politica. Da cristiano, oltre che da uomo del proprio tempo. La situazione deteriore in cui siamo immersi è un motivo in più per ritornare sui propri passi. Ce lo chiedono anche gli altri: la mancanza dell’apporto dei cristiani in questo momento particolarmente difficile e tormentato non è certo una benemerenza da ascriversi a nostro vantaggio.
È bello fare il sindaco, è bello aiutare chi è nel bisogno, è bello fare giustizia per tutti, è bello ridurre razionalmente le enormi e scandalose disuguaglianze che stanno minando da anni la pace delle società e dei popoli, è bello realizzare il bene comune, cioè di tutti e di ciascuno. Bello umanamente e cristianamente: un atto autentico di grande carità. Un capitolo dell’insegnamento anche catechistico da tempo abbandonato e da riprendere urgentemente in mano. Le cose sono giunte a un punto tale che è necessario parlare di una vera e propria rivoluzione. Una delle tante rivoluzioni cristiane a cui siamo tutti chiamati e che non possiamo disattendere.
Giordano Frosini

I giovani e il futuro

“No future”, così portavano scritto le magliette dei giovani qualche tempo fa: un gesto segnalato e deplorato da Giovanni Paolo II, appena ne era venuto a conoscenza. Una generazione bloccata sul presente, senza radici nel passato e, quasi di conseguenza, senza attese per il futuro. Il “sessantotto” che, per il suo cinquantennio, in qualche modo è ritornato fra noi, forse nella sua parte migliore, si era infranto contro il muro di una società dura e tetragona, cancellando sogni, utopie, desideri, addirittura il loro naturale contenitore e custode, che è appunto il futuro. Senza futuro la giovinezza manca del suo substrato essenziale, del suo supporto indispensabile. Una giovinezza che ha smarrito il senso del futuro vien meno a se stessa, su se stessa si ripiega come un fiore appassito, come un giunco inaridito, come l’erba bruciata dal sole. Giovinezza e futuro sono come sinonimi fioriti sulla stessa radice.
Sono ancora così i nostri giovani? Qualche inchiesta e certe esperienze ce lo farebbero pensare, ma forse le cose, al loro fondo, stanno in maniera diversa. Forse si tratta di un mondo sommerso ma certamente non estinto, forse si tratta soltanto di ravvivare quanto è appena sopito e ha bisogno di opportuni richiami capaci di scuotere dal comodo e passivo letargo privo di prospettive e di progetti, che sia in grado di risvegliare quel senso di responsabilità che rimane alla base di ogni persona seria, anche se tuttora in via di formazione e di completezza. È necessario qualcosa di grande e di straordinario che rompa la monotonia del ripetitivo e dell’eterno ritorno e apra orizzonti vasti e sconfinati, che riempiano l’animo di suggestioni forti e attraenti.
Ma c’è qualcosa di più bello e di più soddisfacente che pensare alla costruzione di un mondo migliore in cui regni la pace, la giustizia, la fraternità? Per un credente in particolare, c’è qualcosa che riempia di più l’animo di sentimenti di contentezza e di grandezza che anticipare qui sulla terra la società del futuro escatologico, che rimane il termine ultimo della speranza umana? Pure, questo futuro è aperto a tutti, perché questa è la vocazione di ogni uomo, chiamato da Dio a prendere parte attiva alla creazione del mondo nuovo in cui regnerà per sempre la giustizia.
Sono le prospettive che già prima del 1968 il concilio Vaticano II apriva ai giovani di allora e che molti accettarono con entusiasmo, dando così inizio a una vita piena, serena e densa di soddisfazioni, nonostante le immancabili difficoltà che riserba la storia in tutti i suoi passaggi. Oggi ci accorgiamo che, nonostante i generosi impegni profusi da molti negli anni trascorsi, le cose non sono molto cambiate, anzi una grave crisi, soprattutto di carattere morale, pervade la nostra società e rende necessario lo sforzo della parte migliore di essa perché i valori del nostro passato tornino a risplendere in un mondo che per alcuni aspetti vive momenti difficili, addirittura drammatici. Soprattutto è l’egoismo degli individui, delle classi sociali e dei popoli che sta corrodendo sempre di più il tessuto connettivo dell’umanità fino a far temere addirittura del suo stesso futuro. Tornano gli antichi spettri e dunque si fa sempre più urgente necessario il richiamo alla coscienza e alle responsabilità di tutti e di ciascuno.
Alla sua chiusura il concilio rivolse alcuni messaggi all’umanità; l’ultimo di essi, il più fiducioso e commosso era rivolto ai giovani, ai quali si chiedeva di non essere tentati di “cedere alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere o a quelle della disperazione e del nichilismo” e di reagire “di fronte all’ateismo, fenomeno di stanchezza e di vecchiaia”. “Rifiutate di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale”.
Il progresso tecnico non assicura il progresso morale. Il primo è automatico, il secondo va sempre riconquistato da capo, di generazione in generazione, da individuo a individuo. Le parole dei padri conciliari prima riportate sono datate 1965, ma sono ancora attuali. Anzi più vere di allora. Così il messaggio della speranza si tramanda nel tempo, sempre antico e sempre nuovo. Finché la storia continua, cambieranno forse i nomi, ma la sostanza rimarrà sempre la stessa. Un mondo migliore è sempre possibile. Lottare contro il male (ogni male: quello morale, quello fisico, quello sociale), costruire bontà, bellezza, armonia, è dovere permanente dell’uomo.
La fede cristiana ci insegna che tutto questo non ha valore soltanto nel tempo, ma addirittura per l’eternità. Noi, con le nostre mani, costruiamo insieme il futuro storico e il futuro escatologico. Una visione che è l’esatto contrario di quanto affermano coloro che considerano la religione cristiana come l’oppio del popolo. Il futuro si costruisce nel presente.
Giordano Frosini

I giovani e la chiesa

Ancora uno sguardo panoramico sul comportamento dei giovani tracciato da loro stessi. Per “molti” giovani la fede è diventata un fatto privato anziché comunitario. Altrettanti si sono convinti che nella chiesa si presti più attenzione alle istituzioni che alla persona di Gesù. Ma, specialmente nei paesi del terzo mondo, ci sono giovani che sperimentano la chiesa vicina e sono capaci di mantenere con essa un legame anche quando non vivono seriamente il Vangelo. Purtroppo non sono affatto pochi coloro che, per un motivo o per un altro, non sentono affatto il bisogno di essere parte della chiesa e che trovano un senso per la loro esistenza al di fuori di essa. In conclusione, i giovani senza la chiesa sono da considerarsi fra noi la grande maggioranza. Ciascuno può fare i conti nel suo ambiente e non saranno affatto computi consolatori.
“In alcune parti del mondo – afferma il nostro documento – i giovani stanno lasciando la chiesa in grande numero”. Per quali motivi’? “Perché hanno sperimentato indifferenza, giudizio e rifiuto. È possibile partecipare a una messa e andar via senza aver sperimentato alcun senso di comunità e di famiglia in quanto corpo di Cristo. I cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte. I giovani sono attratti dalla gioia, che dovrebbe essere un segno istintivo della nostra fede. Desiderano vedere una chiesa che sia testimone vivente di ciò che insegna e mostri l’autenticità della strada verso la santità, comprendendo l’ammissione degli errori commessi e avendo l’umiltà di chiedere perdono. I giovani si aspettano che le guide della chiesa – consacrati, religiosi e laici – ne siano un forte esempio”.
E ancora: “Spesso i giovani hanno difficoltà nel trovare uno spazio nella chiesa in cui possano partecipare attivamente e avere delle responsabilità… I movimenti e le nuove comunità nella chiesa hanno sviluppato vie feconde non solo per l’evangelizzazione dei giovani, ma anche per legittimarli nell’essere i principali collaboratori della fede per i loro coetanei”.
Seguiamo pure la loro analisi. Il primo accento è posto giustamente sulla liturgia, in particolare sulla liturgia della messa, momento principale della vita della chiesa, riunita in assemblea per celebrare la sua unità e la sua fede e ritrovare nell’unico pane nell’unico calice la forza per purificare se stessa e rinnovare energie e prospettive per il comune impegno di evangelizzazione. Il tutto in un clima di partecipazione e di entusiasmo che coinvolga tutti i presenti in una atmosfera di gioia e di fraternità. L’accusa che ci ripetono i giovani nel momento del loro addio non è per niente infondata. Le vostre riunioni sono ripetitive, uggiose, monotone, per buona parte anche incomprensibili; e le vostre parole sono lontane anni luce dai nostri interessi. La liturgia, che pure fu il primo argomento trattato dal concilio Vaticano II perché ben preparato dagli studi, dagli esperimenti, dagli approfondimenti dei decenni precedenti e il cui aggiornamento portò entusiasmo nelle nostre comunità è tornato a fare problema e sta diventando sempre di più il segno delle nostre incapacità e dei nostri fallimenti. A quale prezzo potremo richiamare i nostri giovani? Quali possibilità possiamo escogitare per poter rispondere alle loro domande e alle loro critiche? Si aspettano scelte intelligenti e coraggiose. Intanto si potrebbe chiedere a tutti di mettersi almeno in pari con quanto è stato deciso nel passato, perché nemmeno su questo punto la chiesa è stata sempre e del tutto fedele a quanto il concilio aveva chiesto indistintamente a tutti.
L’altro richiamo è quello della partecipazione dei giovani alla vita e alla missione della chiesa. Si direbbe un richiamo alla sinodalità, che rimane uno dei punti fondamentali di una chiesa viva, tradizionale nel senso forte della parola, di una chiesa-chiesa, in linea con l’insegnamento di tutti i nostri papi, in particolare di papa Francesco. Un termine entrato ormai nel nostro linguaggio usuale, di cui si parla molto, ma a cui corrisponde una insoddisfacente realtà, in particolare per quanto concerne la partecipazione dei giovani. La sinodalità è il Corpo mistico in azione, una esplicita realizzazione del concilio, secondo il quale fra tutti i cristiani “vige una vera uguaglianza per quanto riguarda la dignità e l’unica missione di edificare il corpo di Cristo, che è la chiesa”, la fraternità in atto. Una caratteristica della comunità di Cristo, dono dall’alto oltre che impegno diuturno dei battezzati, che si staglia sullo sfondo di una società disunita, disorganica, sparpagliata, vittima di quell’individualismo divenuto ormai la nota distintiva del nostro tempo.
Il richiamo al concilio è come sempre l’invito a ritornare alla “magna charta” del cammino che lo Spirito Santo ha indicato alla chiesa del nostro tempo e che papa Francesco ha richiamato con puntualità nei suoi documenti, in particolare nell’Evangelii gaudium, la “road map” dei nostri giorni. Inutile cercare scorciatoie: i giovani per natura aborrono dai compromessi di ogni sorta. L’ultima parola spetta a noi.
Giordano Frosini

I giovani e Gesù

Nel quadro statistico tracciato da loro stessi, i giovani confessano che il loro rapporto con Gesù è “tanto vario quanto il numero dei giovani nel mondo”. Da “molti di loro” egli è considerato come il “loro salvatore e il Figlio di Dio”. Altri invece vedono in lui “un riferimento morale e una brava persona”. Molti ancora lo percepiscono come un personaggio storico di un’epoca ormai passata, senza rilevanza per la loro vita. Per altri egli appartiene al passato e rimane del tutto estraneo alla loro esperienza, a causa del comportamento incoerente della chiesa. Non mancano poi fra loro false immagini che non richiamano affatto la loro attenzione su colui che pure è stato considerato una delle quattro figure determinanti dell’intera storia umana. L’analisi della Riunione pre-sinodale dei giovani, che teniamo sotto gli occhi, non contiene le cifre relative alle varie categorie recensite, ma, se dobbiamo giudicare sulla base della nostra esperienza diretta e indiretta, la maggioranza non è certo rappresentata dalla prima categoria, quella dei fedeli convinti, ma piuttosto da coloro che hanno del tutto dimenticato o considerano il profeta ebreo ormai come qualcosa di antiquato e superato, privo di interesse e di richiami efficaci nel mondo attuale. Come l’ha esaltato nel passato, fino a dividersi in due tronconi da tutti riconosciuti, così ora la storia l’ha come inghiottito e relegato nel novero dei personaggi finiti e ininfluenti, anzi, almeno per qualcuno, addirittura dannosi e nemici della libertà dell’uomo contemporaneo, svincolatosi definitivamente dai lacci della superstizione e della credulità.
Gesù di Nazaret è il centro dinamico, il punto essenziale di riferimento della fede e della conseguente religione cristiana. Colpire lui significa colpire a morte il cristianesimo, dimenticare lui significa dimenticare la religione che per duemila anni ha dominato incontrastata l’intero mondo occidentale. Ma forse il primo dimenticato non è lui, ma quel Dio che lui è venuto ad annunciare sulla terra. Il grande dimenticato del mondo contemporaneo è Dio, come tutti ci assicurano, e c’è da pensare che soltanto Gesù di Nazaret, la riscoperta del suo volto, della sua bellezza e della sua grandezza umana, saranno capaci di riavvicinarsi al principio dell’intera realtà, come, del resto, lui stesso ci ha assicurato: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio”.
L’evangelizzazione ricomincia da lui, dal rivivere e ripercorrere le strade che lui ha percorso nella breve e bruciante sua permanenza sulla nostra terra, nella riscoperta dei suoi atteggiamenti fondamentali, dei suoi richiami all’amicizia universale, alla solidarietà, all’amore per i poveri, alla pace, alla giustizia, al rispetto del creato, alla pace, alla carità spinta fino al sacrificio supremo. “Umano così non poteva essere che Dio”, è stato detto. L’uomo di sempre, quello di oggi in particolare, ha estremo bisogno di queste parole, di questo messaggio, di questa speranza. Sono le cose più belle che l’umanità ha registrato nel corso della sua lunghissima e tormentatissima avventura terrestre. L’unica bellezza che può salvare il mondo.
Annunciare Cristo. È questo lo schema fondamentale dell’evangelizzazione. Con la vita prima che con la parola, come ormai si è soliti affermare nella chiesa dallo stesso suo magistero supremo. D’altra parte, soltanto quando la mente e il cuore riposano su queste certezze e su queste speranze si può parlare di vera formazione cristiana. Un impegno e una responsabilità che la chiesa, che vuol dire l’intero popolo cristiano, dal primo all’ultimo dei suoi fedeli, non può certo dimenticare nella particolare situazione che stiamo vivendo. Essa esiste semplicemente per questo. Come affrontare il problema per tutti, ma in particolare per i giovani, in un tempo così fortemente segnato dalla secolarizzazione, dal consumismo, dal pensiero liquido, dai più impensati dei pregiudizi, da un’opinione pubblica così distratta e incapace di fermarsi a riflettere sui grandi problemi del senso e della vita?
Non c’è nessuna ricetta facile. Ricordiamo anzitutto che la salvezza viene da Dio e non dalle nostre deboli forze e dalle nostre inesistenti capacità: all’opera di evangelizzazione e di conversione noi collaboriamo con la nostra testimonianza, la nostra coerenza, la nostra preghiera, la nostra parola in cui vibra e risuona la forza della Parola che viene dall’alto, filtrata attraverso una intelligenza e una volontà rinnovate dalla grazia dello Spirito Santo. Una testimonianza dei singoli, ma soprattutto dell’intera comunità, esattamente come ci raccontano gli Atti degli Apostoli, secondo i quali, sullo sfondo della vita delle prime comunità cristiane, “il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità i nuovi salvati”. Se il Sinodo non cambia nulla nella chiesa evangelizzante, mancherà, almeno per parte nostra, una delle condizioni necessarie per la sua crescita. E i giovani non avvertiranno il richiamo dei loro fratelli maggiori, che dovrebbero vivere nella gioia quanto stanno annunciando. Il Sinodo è anzitutto questa convocazione. Nessuno ha il diritto di essere assente.
Giordano Frosini