Eventi

Riflessioni ecclesiali in clima elettorale

Non si tratta di un richiamo al voto personale che, come sempre, è un problema di coscienza illuminata dalla ragione e dalla fede. Ma di qualcosa che riguarda l’intera chiesa locale, anzi, a quanto pare, l’intera chiesa nazionale. La quale si presenta a questa data con le mani vuote, con la coscienza pesantemente gravata da un peccato di omissione. Ridiciamolo ancora per non essere fraintesi: non si tratta di mancanze su impegni politici concreti, ma di una trasgressione che riguarda la chiesa come tale. I documenti degli episcopati italiani hanno giustamente sottolineato la fine di ogni forma di collateralismo, nel rispetto assoluto dell’autonomia delle attività umane, compresa quella nobilissima della politica, ma insieme hanno altrettanto giustamente ricordato, direttamente ai cristiani e indirettamente agli altri, i1 contenuto del suo insegnamento sociale, praticamente l’unico rimasto in piedi dopo la fine delle ideologie moderne. Un insegnamento nato dal Vangelo applicato alle concrete situazioni della storia, che ha già mostrato più volte la sua carica riformatrice e provvidenziale in un mondo spesso dominato dalla superficialità, dagli egoismi, da una più estesa mancanza di solidarietà. Un supplemento d’anima prestato a un’attività continuamente tentata dagli interessi immediati e dalla brama di potere e mai così generalmente sottostimata e criticata come ai nostri giorni.
Un’occasione d’oro offerta alla comunità cristiana per far conoscere il suo pensiero e così prestare il suo disinteressato contributo per il progresso e il benessere della società, come aveva solennemente annunciato il concilio Vaticano II. Invece è accaduto proprio il contrario. Gli anni del fervore dell’immediato post-concilio e successivamente del primo convegno delle chiese italiane (quello del 1976), di fatto, come fu detto, una traduzione del messaggio conciliare in lingua e in chiave italiana, sono ormai un lontano e sbiadito ricordo. Da allora, nonostante i reiterati inviti dei diversi papi succedutisi sulla cattedra di Pietro, le cose sono andate progressivamente peggiorando, salvo qualche lucido intervallo di tempo e di luogo senza conseguenze. Morte le scuole di formazione sociale, morti i corsi di aggiornamento organizzati su scala diocesana, morti i richiami a un’attività che è da considerarsi come parte integrante, anzi essenziale, dell’evangelizzazione. La ricerca delle cause è presto conclusa: o si è fatto del proprio pensiero negazionista una legge vera e propria oppure si è ceduto alla pigrizia, cullata anche da un disinteresse diffuso e generalizzato. Difficile dire quale sia la peggiore e la più sconcertante; certo il perdurare della prima, lasciata sopravvivere come se avesse corso legittimo e benedetto, non può non meravigliare coloro che amano allinearsi alle direttive della chiesa, raramente così chiare e così esplicite.
La chiesa vive nella storia, esercita il suo ministero all’interno delle società umane, fa proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini” di ogni tempo e di ogni luogo, come si dice all’inizio di uno dei grandi documenti del concilio Vaticano II. Una chiesa spiritualistica (come, del resto, una chiesa totalmente immersa nelle realtà sociali) non è la chiesa del concilio, né la chiesa di Gesù Cristo. La storia le ha condannate tutt’e due, si direbbe senza possibilità di appello. È proprio tanto difficile trovare un giusto equilibrio fra due tendenze in questione? Il richiamo per tutti ai documenti ufficiali è indispensabile e cogente, il pluralismo attualmente in uso non può e non deve continuare.
Il fatto che la chiesa non prende parte per nessun partito non significa che tutto vada bene e che non esistano errori da evitare e indicazioni positive da adottare. Non ogni forma di pluralismo è accettabile e, si voglia o no, quando qualcuna di esse è adottata dai responsabili della comunità, meravigliano alquanto e scandalizzano anche coloro che sono fuori della chiesa. Il ritorno ai giusti limiti si impone a tutti, ricordando che il pluralismo per il cristiano, né in questo né in altri campi, può mai essere illimitato. La libertà è possibile all’interno della cornice, ovverosia dei principi, mai al di fuori.
La crisi attuale della politica, che non accenna affatto a diminuire, anzi trova sempre nuove motivazioni per continuare la sua discesa verso il baratro, è un incentivo in più a tornare sui propri passi. Se le forme antiche non vanno più bene, se ne cerchino delle nuove: l’essenziale è ricordare efficacemente che quello di cui stiamo parlando è un dovere tassativo della pastorale ordinaria di chiunque intenda lavorare nella chiesa. Ognuno naturalmente dal proprio posto e secondo il tipo e la variazione delle proprie responsabilità.
La responsabilità è di tutti nessuno escluso se, appena appena, abbiamo in mente la sinodalità della chiesa.
Sarebbe certamente opportuno che nella formazione, negli incontri, negli aggiornamenti, nella valutazione, nelle scelte, anche questo criterio venisse tenuto nella debita considerazione. Ai nostri giorni ci stiamo giocando un pezzo del nostro futuro. “Errare humanum, perseverare…”.
Giordano Frosini

Una corruzione dilagante

Basta aprire un giornale la mattina, basta leggere ogni giorno il sommario esposto in bella vista nelle tante edicole della città, per capire che la corruzione ha raggiunto limiti insopportabili, che la società in tutti i suoi settori, anche quelli più insospettati, è profondamente e gravemente ammalata e che è improcrastinabile un’azione di pulizia morale non solo da parte degli organismi statali, anch’essi tutt’altro che indenni dalla crisi generale, ma anche di tutte le forze sane del paese. Se uno vuole, può riprendere in mano certe descrizioni di particolari momenti del passato, quelle di san Paolo nella lettera ai Romani per esempio, e con sorpresa si accorgerà che l’intero elenco è ancora di piena attualità, che anzi è necessario aggiungere altre voci per completare il quadro, perché la tecnica moderna ha prodotto nuove possibilità di crimine, che le società passate non potevano nemmeno prevedere. E tutto non è registrato né registrabile: i piccoli sotterfugi, gli inganni segreti, le invisibili infrazioni, il diffuso e comune arrangiarsi nelle situazioni più varie della vita, i furti che nessuno mai conoscerà, le nascoste infedeltà, le disinvolte e insospettate furbizie che sfuggono ai controlli anche più accurati, le maldicenze, le calunnie, le detrazioni che feriscono e uccidono, trucchi micidiali, “fake news” a sfare, e chi più ne ha più ne metta. Poi c’è il capitolo delle grandi infrazioni, del delitto, dei grandi furti, delle patenti ingiustizie, dei torti continuati fatti a coloro che non hanno la possibilità di difendersi… L’aria sta diventando veramente irrespirabile, la società barcolla sotto un peso ormai insopportabile, l’immoralità piccola e grande la fa da padrona e impedisce anche la buona riuscita di leggi per sé giuste e provvidenziali. La politica poi sembra diventata il luogo dove il disordine, l’arroganza, l’inganno, la furbizia, la slealtà, l’offesa volgare, hanno trovato la loro stabile e indisturbata dimora. Senza parlare dei politici condannati che aspirano ancora a dirigere il paese e non soltanto in posti di secondaria importanza.
Esagerazioni? Saremmo contenti di essere smentiti, ma purtroppo c’è da pensare che non sia tanto facile. Il problema è sapere cosa fare in circostanze così drammaticamente gravi. Certo, si stanno scontando gli errori del passato lontano e recente. La ricerca di una libertà senza limiti e senza remore, la volontà sfrenata di dominio e di successo, l’insaziabile fame di denaro, la derisione del senso morale come se ormai fosse un ferrovecchio inutilizzabile, diciamolo pure con franchezza: la negazione e il rifiuto di Dio, sono riusciti a cambiare radicalmente il volto dell’uomo e della società in questi ultimi anni. Avevano ragione i profeti pessimisti del passato: il nichilismo ormai si aggira da padrone in lungo e largo nel nostro mondo. Le prime vittime, perché le più esposte e le più indifese (la prima “generazione incredula”, come è stato detto), sono i giovani, che ormai costituiscono un capitolo a parte, per il quale nessuno sembra avere idee chiare e parole sufficienti. Ma nessuno può ignorare più le tentazioni a cui sono esposti e da cui in gran parte sono già raggiunti e contaminati. Eppure a loro appartiene di diritto il futuro, anche quello di domani.
Sulla negazione di Dio vorremmo essere più chiari. Di per sé, si può pensare che anche senza Dio sia possibile mantenere un comportamento morale degno di questo nome, semplicemente perché, in mancanza di Dio, rimane l’uomo come fonte immediata di ragionevolezza e di moralità; ma l’uomo inteso in tutta la sua ricchezza e complessità. Il fatto è che, come è stato detto felicemente da persone non sospette, con Dio è morto anche l’uomo. Aveva torto Dostoevskij quando affermava: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Ma nessuno può negare che di fatto è avvenuto così, almeno su scala generale. Una verità, dunque, non di principio, ma di fatto.
Un quadro quasi disperato, quello che si presenta ai nostri occhi. Gli impegni e le preoccupazioni elettorali sono un momento di sospensione e di decisioni immediate. E per questo bisognerà contentarsi delle soluzioni meno peggiori. Ma poi tutti gli uomini di buona volontà, in particolare i cristiani e coloro che ancora credono in Dio dovranno arricciarsi le maniche e passare all’azione di risanamento, mai così necessaria e urgente. C’è un mondo da rifondare, quasi da rovesciare. Le responsabilità del passato e anche quelle del futuro sono comuni a tutti. Una parabola evangelica ci ricorda che tutto questo è avvenuto perché “il nemico” ci ha colto nel sonno e ha seminato zizzania là dove doveva nascere soltanto grano.
L’ennesimo invito alla chiesa e alle chiese a collegarsi strettamente fra loro e a riprendere senza stancarsi il loro cammino. Ricordando che Dio è con noi e che lo Spirito Santo è la grande forza amica a nostra disposizione. A queste condizioni, il miracolo è ancora possibile, perché quello che è impossibile all’uomo diventa possibile con l’aiuto di Dio. Più che le parole avranno valore la testimonianza e l’esempio. Ancora una volta alla chiesa è chiesto di essere visibilmente l’inizio di quel Regno che è il mondo rinnovato dalla luce e dalla grazia di Dio.
Giordano Frosini

È finita la solidarietà?

Solidarietà, una delle parole più belle del vocabolario umano e cristiano, rischia di essere eliminata del tutto dal nostro linguaggio e dalla nostra vita, tanti sono i nemici organizzatisi contro di lei. Egoismo, individualismo, chiusura su se stessi e i propri interessi, dimenticanza o addirittura disprezzo degli altri: alla resa dei conti, un vero e proprio solipsismo, come se gli altri non esistessero o non avessero diritti e consistenza. La negazione della persona intesa come apertura, dialogo, mano tesa, condivisione, responsabilità. E insieme negazione radicale del cristianesimo inteso sostanzialmente come la religione della carità, del dono e dell’amore.
Virtù umana o virtù cristiana? L’uno e l’altro: la virtù cristiana sostanzialmente è la stessa virtù umana, anche se la sorpassa nell’intensità e la colloca in un contesto più ricco e religiosamente più profondo. Chiunque conosce un po’ il pensiero antico sa bene che i filosofi stoici parlavano disinvoltamente di amore universale, affermavano solennemente che la famiglia umana è legata da un vincolo di affetto e di amore che la qualifica e la distingue da tutte le altre società. Un amore universale dettato dalla stessa natura umana, inteso come fondamento essenziale di ogni convivenza centrata sull’uomo. Gli stoici non erano cristiani, anche se da qualche parte si vocifera che queste cose le avessero imparate, direttamente o indirettamente, da questi. Affermazioni del genere si sono ascoltate altre volte nel corso della storia e si ascoltano ancora oggi, ma non si può dire che riflettano il sentimento comune della nostra gente. Proprio in queste ore l’opinione pubblica è allarmata per quanto è successo in una città di provincia del centro Italia: un episodio però che ha la sua origine in una diffusissima mancanza di solidarietà nei riguardi degli extracomunitari, ben visibile e denunciata da molto tempo. Non è tanto in questione il problema dei provvedimenti di ordine pubblico per regolare in qualche modo un flusso disordinato e fuori misura, sui quali si può sempre discutere, quanto la mentalità che, perfino nelle parole e nello stesso tono della voce, manifesta una decisa volontà di rifiuto e di chiusura, anche se questa è stata graduata nel tempo, secondo le circostanze e gli umori cangianti dell’opinione pubblica. Difficoltà e ragioni d’ogni genere, non poche volte prive di fondamento, per negare comprensione e aiuto a tanta gente che soffre e bussa alle nostre porte in attesa di un nostro gesto di solidarietà. È troppo chiedere almeno ai cristiani di confrontare le posizioni di papa Francesco con quelle di certi politici che stanno facendo la loro fortuna su questo malessere diffuso? Da chi dovremo imparare lo stile cristiano in un momento così particolare come il nostro e che gli spiriti più attenti ai movimenti della storia avevano previsto da decenni? Quanto lo spirito evangelico è rispettato in certi atteggiamenti che purtroppo molte volte (troppe volte!) ci tocca constatare anche da cristiani che frequentano esemplarmente le nostre chiese? Per quanto concerne i fatti di Macerata, c’è da dire che si tratta di episodi gravissimi, ma purtroppo c’è da aggiungere che molti commenti che abbiamo ascoltato o letto in queste ore non sono da meno.
E questo non è che un episodio. La mancanza di solidarietà ha radici profonde e ramificate, tanto da sembrare a prima vista inestirpabili con
le sole nostre forze. Si può dire che nessuna delle attività umane ne è esente. Una piovra che ha diffuso i suoi tentacoli in lungo e largo nel nostro tessuto sociale. Per guarirne c’è bisogno di una cura energica e impietosa, come si fa normalmente nelle malattie epidemiche e contagiose.
Ricordiamo che il pensiero sociale della chiesa da sempre ha fatto della solidarietà uno dei punti essenziali del suo programma, tanto che esso è stato chiamato il pensiero solidarista. Solidarietà è un nome che ha la sua radice nella carità, quasi il nome laico di questa fondamentale virtù cristiana. Nessuno potrà negare che la carità è alla base dell’intera morale e dell’intera teologia cristiane. Dio è amore: e se questo è vero, non solo il cristiano ma l’uomo come tale, è chiamato a non chiudersi in se stesso, ma ad aprirsi agli spazi sconfinati dell’amore. Soltanto così realizzerà se stesso e soltanto così nella società realizzerà i fini per cui questa è nata. L’uomo egoista non è un vero uomo e la società individualista è destinata facilmente a sfasciarsi, generando disordini a non finire, scontentezze e discordie, contorsioni e rivolte vere e proprie. Prima che politici i mali dell’uomo e della società sono vuoti ideali, mali profondi, atteggiamenti antinaturali. E a queste profondità vanno combattuti. Lo sanno coloro che detengono in mano, evidentemente per diffonderlo, il messaggio cristiano? Un ennesimo atto di accusa, da cui, in momenti straordinari, non si può sfuggire. Il cristianesimo inteso come risposta ai problemi fondamentali dell’uomo è l’apologetica come da tempo è intesa dalla migliore riflessione teologica. I nostri non sono pensieri di carattere tecnico, ma veri e propri fondamenti ineliminabili del Vangelo che ci è stato consegnato. Piaccia o no, siamo sempre nell’ambito caratteristico della chiesa.
Giordano Frosini

L’iniqua disuguaglianza

Era il 1971 e l’allora pontefice Paolo VI, per ricordare l’ottantesimo anniversario della Rerum novarum, che aveva segnato l’inizio del pensiero sociale della chiesa nei tempi moderni, pubblicò sul tema un documento che, per la forma e il contenuto, rimane uno fra i più belli e più centrati che noi possediamo. Un documento avveniristico, che proprio per questo ritorna alla mente per giudicare quanto sta succedendo, in forme sempre più gravi e preoccupanti, ai nostri giorni. Alludiamo alla questione delle disuguaglianze che sempre di più sta assillando l’opinione pubblica e in particolare il mondo cristiano, per le conseguenze deleterie e minacciose che essa sta producendo in seno alla società non solo locale ma del mondo intero. Guardando verso il futuro, il papa indicava allora con sensibilità profetica i due orientamenti complementari da perseguire ai fini di un avvenire collettivo pacifico e ordinato: la partecipazione e l’uguaglianza. Il secondo termine in questione destava allora (e può destare anche ora) qualche perplessità per la sua durezza che, nel clima allora particolarmente teso nella polemica anticomunista, poteva generare (e in qualcuno generava) qualche sospetto. Comunque il papa, che del resto tutti conoscevano come un autorevole interprete dei principi tipici del cattolicesimo democratico e certamente non allineabile alle posizioni del socialismo reale, usava proprio questa parola: uguaglianza, che è qualcosa di più e di più preciso della semplice somiglianza. La democrazia guarda tutti i suoi componenti con la stessa considerazione di fondo, sostanzialmente unica e paritaria: non ci sono privilegiati di sorta e le disuguaglianze, certamente inevitabili e anche necessarie per il retto funzionamento della società, non devono oltrepassare i limiti della decenza. Se va oltre, si entra inesorabilmente sul terreno del disordine, e di uno dei disordini più ingiusti e pericolosi, contro cui la normale sensibilità umana reagisce con forza e, se necessario, anche con violenza.
Adesso, cosa è successo da allora? Qualche anno fa, esattamente nel 2013, un economista francese, Thomas Piketty, pubblicò un libro che fece scalpore nel mondo intero, intitolato Il capitalismo del XXI secolo, tradotto in molte lingue, compreso l’italiano. In seguito, tante altre pubblicazioni, fra cui anche una recente dello stesso autore, hanno continuato a ripetere il pericolo mortale che noi stiamo covando coi nostri comportamenti: gli effetti disastrosi che stanno venendo fuori, fra cui soprattutto l’aumento progressivo della ricchezza da una parte e della povertà dall’altra, sono una mina vagante per l’avvenire dell’umanità nel suo complesso. È chiaro che, su uno sfondo ben determinato e delimitato, la ricchezza e la povertà sono in proporzione inversa: la crescita di una di esse significa anche la crescita dell’altra.
È inutile riportare qui le cifre di questo scandalo crescente. Sono cifre note a tutti, come nota a tutti è anche la reazione che sta crescendo nell’opinione pubblica che assiste spaventata (e abbastanza passivamente) al triste spettacolo. La ricchezza mondiale è in mano a pochissimi individui e, su un piano più esteso, a pochissimi popoli. Naturalmente tutto questo non è avvenuto, e non continua ad avvenire, senza gli egoismi, le sopraffazioni, le ingiustizie, di cui gli uomini da soli e in collettività sono maestri specializzati. Il problema va visto e possibilmente sanato alla radice: c’è bisogno di una grande riforma economica, magari tenendo anche presente che il denaro non è la sola ricompensa che si può mettere in atto per premiare quelli che hanno maggiori meriti nella società. Questo criterio economicistico non è certo ispirato ai grandi principi del Vangelo e nemmeno della ragione umana. Invocare per questo una maggiore responsabilità è un’arma a doppio taglio, perché tutti coloro che lavorano, anche quelli che erigono una casa o costruiscono una ferrovia, hanno le loro responsabilità.
Ma purtroppo il discorso non finisce qui. Ci sono anche altri fenomeni di disuguaglianza che urtano la sensibilità degli interessati, cioè di tutti i cittadini del medesimo Stato. Si pensi ai posti di lavoro, specialmente in alcuni settori, ai concorsi evidentemente truccati, alla designazione di certi incarichi particolarmente importanti e particolarmente ricompensati. Basta camminare per le strade per sentire quanto questo modo abbastanza generalizzato di comportarsi sta  montando l’ira e lo sgomento generali. Noi veniamo da un tempo in cui tutti gli appartenenti al partito dominante, di riffe o di raffe, si prendevano tutti i posti disponibili, anche quelli collocati in un sottoscala; tutti sappiamo che da data immemorabile  i prescelti appartengono alla stessa famiglia, sono amici diretti o amici degli amici, e si vada dicendo. La competenza non vale quasi nulla, anzi a volte proprio nulla. E così le società si sfasciano e vengono meno a uno dei lori impegni fondamentali. Chi porrà rimedio a tutto questo? A quanto pare le leggi non bastano. Ci vuole una radicale conversione morale. Ma chi “pon mano” a ella?
Giordano Frosini

La persona umana anzitutto

Mi diceva qualche tempo fa un amico laicista che era stato rimproverato da un suo collega, evidentemente della stessa corrente, perché in un suo scritto aveva usato il termine persona, invece dell’espressione loro propria di cittadino. Per parte mia riconoscevo la bontà della distinzione, perché la parola persona ha una sua origine propriamente cristiana ed è bene che non la usi chi non ne condivide il significato profondo in essa contenuto. Un significato ricchissimo, profondo, approfondito da una lunga storia gloriosa e benemerita, che ha avuto come teatro l’Europa, da cui col tempo si è diffusa per il mondo intero. Lo sa bene chi ha avuto qualche contatto con le culture orientali, dove il concetto di persona non esiste e sembra sostituito con quello di massa, di insieme, di moltitudine, di appartenenza. Non è il singolo che conta ma il numero.
Non è facile però riconoscerne e rispettarne tutti i dati che lo costituiscono e ne fanno una delle parole più belle e più significative del nostro vocabolario. Qualcosa di grande, di straordinario, di sacro. Per il cristiano l’uomo è l’immagine di Dio, il suo sostituto e partner sulla terra, l’icona che lo rende presente conservando le caratteristiche essenziali della sua origine. Di Dio egli ha la consistenza, la costituzione, la struttura, la statura spirituale. Chi colpisce la persona colpisce Dio, chi la ama ama Dio; addirittura tutto quello che si fa nei suoi riguardi Dio lo considera fatto a sé. Essa rimane il centro dei pensieri, delle preoccupazioni, delle iniziative dell’uomo: per Giovanni Paolo II la persona è la via fondamentale della chiesa. Niente le è superiore, se non Dio, cioè il prototipo di cui è l’immagine. Sempre fine e mai mezzo, l’intera creazione è come inginocchiata dinanzi a lei. Così la politica è per l’uomo, l’economia per l’uomo, la finanza per l’uomo, tutta l’attività umana è finalizzata al suo bene e al suo benessere. Accanto ai doveri, egli ha dei diritti inalienabili, riconosciuti teoricamente dai popoli civili, ma molto spesso negati nella realtà. Il peccato comincia quando le cose vengono distorte dal loro ordine e si rivolgono contro di lui, quando prevale l’egoismo, l’istinto di sopraffazione, la violenza dei singoli e delle comunità, quando l’odio prevale sull’amore e le forze istintive sulla ragione e sulla fede.
Parlare dell’uomo, ci insegna un altro papa, Paolo VI, significa parlare di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Egli è un microcosmo che unisce insieme il mondo materiale e il mondo spirituale, il corpo e l’anima, la storia e l’eternità: chi parla di lui e tratta con lui non può dimenticare nessuno dei due aspetti che lo costituiscono e lo definiscono: ambedue sono importanti e sacri e la società ha il dovere di riconoscerli e rispettarli entrambi. Si dà per scontato il valore dello spirito ed è normale che sia così, ma anche il corpo con tutte le sue esigenze ha un altissimo valore: il materialismo è certo condannabile, ma anche uno spiritualismo malinteso e disarticolato dal contesto non ha nessuna possibilità di essere giustificato e, come la storia ci insegna, è foriero di disordini, di sommosse e di rivoluzioni.
Ma lo sguardo si allarga a tutti gli uomini, nessuno escluso, per nessuna ragione. Val più una persona umana, anche piccola e apparentemente insignificante, che l’universo intero. Fortilizio inespugnabile in se stesso, l’uomo si realizza in comunità concentriche sempre più vaste, dalla famiglia allo Stato, alla comunità internazionale. Persona e comunità sono inscindibili fra loro. Da sola, senza aperture, senza dialogo, la persona umana si sclerotizza e muore in se stessa. Il Dio di cui è immagine è infatti il Dio trinitario.
Tutti gli uomini, senza distinzioni e senza preferenze, il che equivale a dire che le attuali scandalose differenze fra alcuni privilegiati e tutto il resto, come anche i diversi trattamenti usuali nelle nostre società (si pensi soltanto ai concorsi) sono da condannare senza appello. Per la verità, una preferenza ci deve essere, ma rovesciando i termini e dando la precedenza ai poveri di qualunque genere e specie. Il cristiano, come Dio, ama particolarmente coloro che non contano, gli emarginati, gli esseri delle periferie, i dimenticati. E chiede alla società che ogni iniziativa parta da loro, in loro favore, perché le povertà siano combattute su tutti i fronti e al posto degli invincibili egoismi regni la solidarietà, l’uguaglianza sostanziale, l’amore, la carità. Le tasse non possono essere uguali per tutti, i passaggi anche ereditari vanno sottoposti a rigorosi controlli, i ricchi devono essere capaci di rinunciare a parte dei propri averi per venire incontro ai bisogni dei meno avvantaggiati nella società. Gli ideali devono essere un lavoro per tutti, una sussistenza e una sufficienza generalizzate, un benessere condiviso, senza patenti esagerazioni né in un senso né nell’altro. E non tutti i politici la pensano così. Anziché fuggire dalle proprie responsabilità, il tempo di elezioni è l’occasione per ripensare seriamente a queste cose.
Giordano Frosini