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I giovani e la politica

Che i giovani abbiano una scarsa affinità con la politica è convinzione comune e assodata. Le cose non dovrebbero essere modificate nemmeno con i recenti cambiamenti, di cui molto si parla, perché le recenti elezioni sono state soprattutto una votazione di protesta. Evidentemente, più che su ragionamenti, questa convinzione nasce dalla constatazione di quanto sta avvenendo, non da oggi, nel campo della gestione della cosa pubblica, dove sembra si siano dati convegno tutti i difetti, i limiti, i vizi, gli inganni, diciamo pure la parola, i peccati, di cui è capace l’uomo. Basta ascoltare qualcuno per rendersene subito conto e per perdere la fiducia in tutta la categoria, anche se tutti non vanno certamente considerati alla stessa stregua. Ma le eccezioni sono talmente rare che non riescono in nessuna maniera nemmeno a scalfire la convinzione che attraversa il mondo giovanile, ma che non si limita soltanto a loro.
Presunzione di aver agito sempre bene, colpe da attribuirsi soltanto agli avversari politici che non ne indovinano nemmeno una, menzogne sesquipedali ripetute come verità sacrosante, offese triviali insopportabili in qualsiasi luogo e per qualsiasi persona, gesti violenti che hanno deturpato perfino le aule sacre del parlamento nazionale, insufficienze personali e di partito che hanno lasciato invecchiare questioni rimaste, naturalmente aggravatesi col tempo, ricerca di interessi personali e di gruppo anziché del bene comune, che rimane il fine ultimo della politica, mancanza di professionalità e improvvisazioni a volte sconcertanti, facile oggetto della satira politica, mai forse scatenatasi come in questo tempo… E si vada dicendo. Nessuno ha la capacità e la forza di smentire queste affermazioni, che la stampa e i mezzi di comunicazione sociale (anch’essi in buona parte responsabili della situazione) hanno certamente dilatato. La gente guarda con diffidenza e meraviglia crescente, poi, incapace di capire da che parte sta la verità, si stanca definitivamente della politica, si ritira nel proprio guscio e smette di compiere anche quel minimo gesto di partecipazione alla vita democratica del proprio paese che è la votazione. È storia di ieri e storia di oggi. Una storia che sembra aver raggiunto più o meno metà dell’intero paese. Per queste strade finiscono le democrazie e lasciano il campo a forme aberranti di potere, che anche l’Italia ha ben conosciuto nel suo recente passato.
A questo triste stato di cose (che, lo ripetiamo, non va esteso a tutto o a tutti) fa riscontro il racconto sereno del pensiero della chiesa, che parla della politica in termini positivi, entusiasti, affascinanti, degni della massima attenzione e convincenti sul piano umano e sul piano cristiano. Un racconto che ha prodotto nel nostro recente passato politici di primissimo piano, pensatori prima che attivisti, di forte tempra spirituale e cristiana, vissuti nella povertà e nel disinteresse, unicamente preoccupati del bene comune, il cui nome rimane nella memoria riconoscente della patria e della chiesa. Certamente non perfetti nemmeno loro (la perfezione non è di questo mondo), ma esemplari a cui un giovane può guardare con sentimenti di meraviglia e, forse, avvertire il fascino di una vita esemplarmente efficace, piena di vitalità e di amore, una maniera difficile ma entusiasmante per passare almeno un po’ di tempo della propria vita.
Si tratta di una vocazione tipica del laico cristiano, il cui fine naturale non è tanto quello di vestire un abito bianco per un servizio alla chiesa (si tratta di vocazioni particolari), ma piuttosto quello di prendere parte attiva alla costruzione della città dell’uomo, nella famiglia, nella professione, appunto nella politica, da concepirsi come una forma estesa di carità. La politica è una scienza e un’arte che ha un ampio spazio di applicazioni concrete, sia nel piccolo che nel grande: se ne può prendere coscienza leggendo una presentazione della cosiddetta dottrina della chiesa. Un libro sconosciuto per colpa di chi doveva farlo conoscere, ma che attende solo di essere ripreso in mano come punto di partenza per un approccio concreto con la vita politica. Da cristiano, oltre che da uomo del proprio tempo. La situazione deteriore in cui siamo immersi è un motivo in più per ritornare sui propri passi. Ce lo chiedono anche gli altri: la mancanza dell’apporto dei cristiani in questo momento particolarmente difficile e tormentato non è certo una benemerenza da ascriversi a nostro vantaggio.
È bello fare il sindaco, è bello aiutare chi è nel bisogno, è bello fare giustizia per tutti, è bello ridurre razionalmente le enormi e scandalose disuguaglianze che stanno minando da anni la pace delle società e dei popoli, è bello realizzare il bene comune, cioè di tutti e di ciascuno. Bello umanamente e cristianamente: un atto autentico di grande carità. Un capitolo dell’insegnamento anche catechistico da tempo abbandonato e da riprendere urgentemente in mano. Le cose sono giunte a un punto tale che è necessario parlare di una vera e propria rivoluzione. Una delle tante rivoluzioni cristiane a cui siamo tutti chiamati e che non possiamo disattendere.
Giordano Frosini

I giovani e il futuro

“No future”, così portavano scritto le magliette dei giovani qualche tempo fa: un gesto segnalato e deplorato da Giovanni Paolo II, appena ne era venuto a conoscenza. Una generazione bloccata sul presente, senza radici nel passato e, quasi di conseguenza, senza attese per il futuro. Il “sessantotto” che, per il suo cinquantennio, in qualche modo è ritornato fra noi, forse nella sua parte migliore, si era infranto contro il muro di una società dura e tetragona, cancellando sogni, utopie, desideri, addirittura il loro naturale contenitore e custode, che è appunto il futuro. Senza futuro la giovinezza manca del suo substrato essenziale, del suo supporto indispensabile. Una giovinezza che ha smarrito il senso del futuro vien meno a se stessa, su se stessa si ripiega come un fiore appassito, come un giunco inaridito, come l’erba bruciata dal sole. Giovinezza e futuro sono come sinonimi fioriti sulla stessa radice.
Sono ancora così i nostri giovani? Qualche inchiesta e certe esperienze ce lo farebbero pensare, ma forse le cose, al loro fondo, stanno in maniera diversa. Forse si tratta di un mondo sommerso ma certamente non estinto, forse si tratta soltanto di ravvivare quanto è appena sopito e ha bisogno di opportuni richiami capaci di scuotere dal comodo e passivo letargo privo di prospettive e di progetti, che sia in grado di risvegliare quel senso di responsabilità che rimane alla base di ogni persona seria, anche se tuttora in via di formazione e di completezza. È necessario qualcosa di grande e di straordinario che rompa la monotonia del ripetitivo e dell’eterno ritorno e apra orizzonti vasti e sconfinati, che riempiano l’animo di suggestioni forti e attraenti.
Ma c’è qualcosa di più bello e di più soddisfacente che pensare alla costruzione di un mondo migliore in cui regni la pace, la giustizia, la fraternità? Per un credente in particolare, c’è qualcosa che riempia di più l’animo di sentimenti di contentezza e di grandezza che anticipare qui sulla terra la società del futuro escatologico, che rimane il termine ultimo della speranza umana? Pure, questo futuro è aperto a tutti, perché questa è la vocazione di ogni uomo, chiamato da Dio a prendere parte attiva alla creazione del mondo nuovo in cui regnerà per sempre la giustizia.
Sono le prospettive che già prima del 1968 il concilio Vaticano II apriva ai giovani di allora e che molti accettarono con entusiasmo, dando così inizio a una vita piena, serena e densa di soddisfazioni, nonostante le immancabili difficoltà che riserba la storia in tutti i suoi passaggi. Oggi ci accorgiamo che, nonostante i generosi impegni profusi da molti negli anni trascorsi, le cose non sono molto cambiate, anzi una grave crisi, soprattutto di carattere morale, pervade la nostra società e rende necessario lo sforzo della parte migliore di essa perché i valori del nostro passato tornino a risplendere in un mondo che per alcuni aspetti vive momenti difficili, addirittura drammatici. Soprattutto è l’egoismo degli individui, delle classi sociali e dei popoli che sta corrodendo sempre di più il tessuto connettivo dell’umanità fino a far temere addirittura del suo stesso futuro. Tornano gli antichi spettri e dunque si fa sempre più urgente necessario il richiamo alla coscienza e alle responsabilità di tutti e di ciascuno.
Alla sua chiusura il concilio rivolse alcuni messaggi all’umanità; l’ultimo di essi, il più fiducioso e commosso era rivolto ai giovani, ai quali si chiedeva di non essere tentati di “cedere alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere o a quelle della disperazione e del nichilismo” e di reagire “di fronte all’ateismo, fenomeno di stanchezza e di vecchiaia”. “Rifiutate di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale”.
Il progresso tecnico non assicura il progresso morale. Il primo è automatico, il secondo va sempre riconquistato da capo, di generazione in generazione, da individuo a individuo. Le parole dei padri conciliari prima riportate sono datate 1965, ma sono ancora attuali. Anzi più vere di allora. Così il messaggio della speranza si tramanda nel tempo, sempre antico e sempre nuovo. Finché la storia continua, cambieranno forse i nomi, ma la sostanza rimarrà sempre la stessa. Un mondo migliore è sempre possibile. Lottare contro il male (ogni male: quello morale, quello fisico, quello sociale), costruire bontà, bellezza, armonia, è dovere permanente dell’uomo.
La fede cristiana ci insegna che tutto questo non ha valore soltanto nel tempo, ma addirittura per l’eternità. Noi, con le nostre mani, costruiamo insieme il futuro storico e il futuro escatologico. Una visione che è l’esatto contrario di quanto affermano coloro che considerano la religione cristiana come l’oppio del popolo. Il futuro si costruisce nel presente.
Giordano Frosini

I giovani e la chiesa

Ancora uno sguardo panoramico sul comportamento dei giovani tracciato da loro stessi. Per “molti” giovani la fede è diventata un fatto privato anziché comunitario. Altrettanti si sono convinti che nella chiesa si presti più attenzione alle istituzioni che alla persona di Gesù. Ma, specialmente nei paesi del terzo mondo, ci sono giovani che sperimentano la chiesa vicina e sono capaci di mantenere con essa un legame anche quando non vivono seriamente il Vangelo. Purtroppo non sono affatto pochi coloro che, per un motivo o per un altro, non sentono affatto il bisogno di essere parte della chiesa e che trovano un senso per la loro esistenza al di fuori di essa. In conclusione, i giovani senza la chiesa sono da considerarsi fra noi la grande maggioranza. Ciascuno può fare i conti nel suo ambiente e non saranno affatto computi consolatori.
“In alcune parti del mondo – afferma il nostro documento – i giovani stanno lasciando la chiesa in grande numero”. Per quali motivi’? “Perché hanno sperimentato indifferenza, giudizio e rifiuto. È possibile partecipare a una messa e andar via senza aver sperimentato alcun senso di comunità e di famiglia in quanto corpo di Cristo. I cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte. I giovani sono attratti dalla gioia, che dovrebbe essere un segno istintivo della nostra fede. Desiderano vedere una chiesa che sia testimone vivente di ciò che insegna e mostri l’autenticità della strada verso la santità, comprendendo l’ammissione degli errori commessi e avendo l’umiltà di chiedere perdono. I giovani si aspettano che le guide della chiesa – consacrati, religiosi e laici – ne siano un forte esempio”.
E ancora: “Spesso i giovani hanno difficoltà nel trovare uno spazio nella chiesa in cui possano partecipare attivamente e avere delle responsabilità… I movimenti e le nuove comunità nella chiesa hanno sviluppato vie feconde non solo per l’evangelizzazione dei giovani, ma anche per legittimarli nell’essere i principali collaboratori della fede per i loro coetanei”.
Seguiamo pure la loro analisi. Il primo accento è posto giustamente sulla liturgia, in particolare sulla liturgia della messa, momento principale della vita della chiesa, riunita in assemblea per celebrare la sua unità e la sua fede e ritrovare nell’unico pane nell’unico calice la forza per purificare se stessa e rinnovare energie e prospettive per il comune impegno di evangelizzazione. Il tutto in un clima di partecipazione e di entusiasmo che coinvolga tutti i presenti in una atmosfera di gioia e di fraternità. L’accusa che ci ripetono i giovani nel momento del loro addio non è per niente infondata. Le vostre riunioni sono ripetitive, uggiose, monotone, per buona parte anche incomprensibili; e le vostre parole sono lontane anni luce dai nostri interessi. La liturgia, che pure fu il primo argomento trattato dal concilio Vaticano II perché ben preparato dagli studi, dagli esperimenti, dagli approfondimenti dei decenni precedenti e il cui aggiornamento portò entusiasmo nelle nostre comunità è tornato a fare problema e sta diventando sempre di più il segno delle nostre incapacità e dei nostri fallimenti. A quale prezzo potremo richiamare i nostri giovani? Quali possibilità possiamo escogitare per poter rispondere alle loro domande e alle loro critiche? Si aspettano scelte intelligenti e coraggiose. Intanto si potrebbe chiedere a tutti di mettersi almeno in pari con quanto è stato deciso nel passato, perché nemmeno su questo punto la chiesa è stata sempre e del tutto fedele a quanto il concilio aveva chiesto indistintamente a tutti.
L’altro richiamo è quello della partecipazione dei giovani alla vita e alla missione della chiesa. Si direbbe un richiamo alla sinodalità, che rimane uno dei punti fondamentali di una chiesa viva, tradizionale nel senso forte della parola, di una chiesa-chiesa, in linea con l’insegnamento di tutti i nostri papi, in particolare di papa Francesco. Un termine entrato ormai nel nostro linguaggio usuale, di cui si parla molto, ma a cui corrisponde una insoddisfacente realtà, in particolare per quanto concerne la partecipazione dei giovani. La sinodalità è il Corpo mistico in azione, una esplicita realizzazione del concilio, secondo il quale fra tutti i cristiani “vige una vera uguaglianza per quanto riguarda la dignità e l’unica missione di edificare il corpo di Cristo, che è la chiesa”, la fraternità in atto. Una caratteristica della comunità di Cristo, dono dall’alto oltre che impegno diuturno dei battezzati, che si staglia sullo sfondo di una società disunita, disorganica, sparpagliata, vittima di quell’individualismo divenuto ormai la nota distintiva del nostro tempo.
Il richiamo al concilio è come sempre l’invito a ritornare alla “magna charta” del cammino che lo Spirito Santo ha indicato alla chiesa del nostro tempo e che papa Francesco ha richiamato con puntualità nei suoi documenti, in particolare nell’Evangelii gaudium, la “road map” dei nostri giorni. Inutile cercare scorciatoie: i giovani per natura aborrono dai compromessi di ogni sorta. L’ultima parola spetta a noi.
Giordano Frosini

I giovani e Gesù

Nel quadro statistico tracciato da loro stessi, i giovani confessano che il loro rapporto con Gesù è “tanto vario quanto il numero dei giovani nel mondo”. Da “molti di loro” egli è considerato come il “loro salvatore e il Figlio di Dio”. Altri invece vedono in lui “un riferimento morale e una brava persona”. Molti ancora lo percepiscono come un personaggio storico di un’epoca ormai passata, senza rilevanza per la loro vita. Per altri egli appartiene al passato e rimane del tutto estraneo alla loro esperienza, a causa del comportamento incoerente della chiesa. Non mancano poi fra loro false immagini che non richiamano affatto la loro attenzione su colui che pure è stato considerato una delle quattro figure determinanti dell’intera storia umana. L’analisi della Riunione pre-sinodale dei giovani, che teniamo sotto gli occhi, non contiene le cifre relative alle varie categorie recensite, ma, se dobbiamo giudicare sulla base della nostra esperienza diretta e indiretta, la maggioranza non è certo rappresentata dalla prima categoria, quella dei fedeli convinti, ma piuttosto da coloro che hanno del tutto dimenticato o considerano il profeta ebreo ormai come qualcosa di antiquato e superato, privo di interesse e di richiami efficaci nel mondo attuale. Come l’ha esaltato nel passato, fino a dividersi in due tronconi da tutti riconosciuti, così ora la storia l’ha come inghiottito e relegato nel novero dei personaggi finiti e ininfluenti, anzi, almeno per qualcuno, addirittura dannosi e nemici della libertà dell’uomo contemporaneo, svincolatosi definitivamente dai lacci della superstizione e della credulità.
Gesù di Nazaret è il centro dinamico, il punto essenziale di riferimento della fede e della conseguente religione cristiana. Colpire lui significa colpire a morte il cristianesimo, dimenticare lui significa dimenticare la religione che per duemila anni ha dominato incontrastata l’intero mondo occidentale. Ma forse il primo dimenticato non è lui, ma quel Dio che lui è venuto ad annunciare sulla terra. Il grande dimenticato del mondo contemporaneo è Dio, come tutti ci assicurano, e c’è da pensare che soltanto Gesù di Nazaret, la riscoperta del suo volto, della sua bellezza e della sua grandezza umana, saranno capaci di riavvicinarsi al principio dell’intera realtà, come, del resto, lui stesso ci ha assicurato: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio”.
L’evangelizzazione ricomincia da lui, dal rivivere e ripercorrere le strade che lui ha percorso nella breve e bruciante sua permanenza sulla nostra terra, nella riscoperta dei suoi atteggiamenti fondamentali, dei suoi richiami all’amicizia universale, alla solidarietà, all’amore per i poveri, alla pace, alla giustizia, al rispetto del creato, alla pace, alla carità spinta fino al sacrificio supremo. “Umano così non poteva essere che Dio”, è stato detto. L’uomo di sempre, quello di oggi in particolare, ha estremo bisogno di queste parole, di questo messaggio, di questa speranza. Sono le cose più belle che l’umanità ha registrato nel corso della sua lunghissima e tormentatissima avventura terrestre. L’unica bellezza che può salvare il mondo.
Annunciare Cristo. È questo lo schema fondamentale dell’evangelizzazione. Con la vita prima che con la parola, come ormai si è soliti affermare nella chiesa dallo stesso suo magistero supremo. D’altra parte, soltanto quando la mente e il cuore riposano su queste certezze e su queste speranze si può parlare di vera formazione cristiana. Un impegno e una responsabilità che la chiesa, che vuol dire l’intero popolo cristiano, dal primo all’ultimo dei suoi fedeli, non può certo dimenticare nella particolare situazione che stiamo vivendo. Essa esiste semplicemente per questo. Come affrontare il problema per tutti, ma in particolare per i giovani, in un tempo così fortemente segnato dalla secolarizzazione, dal consumismo, dal pensiero liquido, dai più impensati dei pregiudizi, da un’opinione pubblica così distratta e incapace di fermarsi a riflettere sui grandi problemi del senso e della vita?
Non c’è nessuna ricetta facile. Ricordiamo anzitutto che la salvezza viene da Dio e non dalle nostre deboli forze e dalle nostre inesistenti capacità: all’opera di evangelizzazione e di conversione noi collaboriamo con la nostra testimonianza, la nostra coerenza, la nostra preghiera, la nostra parola in cui vibra e risuona la forza della Parola che viene dall’alto, filtrata attraverso una intelligenza e una volontà rinnovate dalla grazia dello Spirito Santo. Una testimonianza dei singoli, ma soprattutto dell’intera comunità, esattamente come ci raccontano gli Atti degli Apostoli, secondo i quali, sullo sfondo della vita delle prime comunità cristiane, “il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità i nuovi salvati”. Se il Sinodo non cambia nulla nella chiesa evangelizzante, mancherà, almeno per parte nostra, una delle condizioni necessarie per la sua crescita. E i giovani non avvertiranno il richiamo dei loro fratelli maggiori, che dovrebbero vivere nella gioia quanto stanno annunciando. Il Sinodo è anzitutto questa convocazione. Nessuno ha il diritto di essere assente.
Giordano Frosini

Senza complessi di inferiorità

Quante volte, in questo clima di sospensione, di incertezza, di scetticismo, di scientificità vera o apparente, ho dovuto prendere atto del complesso di inferiorità che pervade il mondo dei credenti dinanzi alla sicurezza, che non di rado arriva fino alla derisione, di coloro che non credono a nulla. Altre volte il clima che respiriamo produce atteggiamenti quasi invincibili di timore che qualsiasi scelta di fede sia una rinuncia alla ragione e un esporsi alle critiche di una certa opinione pubblica. Atteggiamenti assai diffusi che impediscono il libero manifestarsi delle proprie convinzioni e anche la volontà di approfondire serenamene il problema più serio della vita: quello del senso.
Sono soprattutto ragioni di tipo scientifico, come la teoria dell’evoluzione, che avrebbero eliminato la vecchia dottrina della creazione e di carattere storico che ormai avrebbero eliminato la certezza dell’esistenza di Gesù, almeno come ci è stato presentato nel passato. Purtroppo questi temi, di fondamentale importanza ai nostri giorni, sono stati dimenticati da parte della comunità credente in favore di altre iniziative anche di per sé valide, ma bisognose di supporti e di fondamenti indispensabili, senza i quali si rischia di costruire sulla sabbia e, alla resa dei conti, di perdere tempo.
Convinto dell’esatto contrario, che cioè il complesso d’inferiorità dovrebbe stare dall’altra parte, propongo ai lettori alcune riflessioni. Il premio Nobel Jacques Monod, autore del libero Il caso e la necessità, in cui svolge le sue teorie evoluzionistiche da scienziato ateo, riporta senza commento le parole del grande romanziere cattolico F. Mauriac che, ascoltandolo, aveva detto: “Quanto dice questo professore è ancora più incredibile di quel che crediamo noi poveri cristiani”. È certo che il credente sa di trovarsi di fronte al mistero e che le sue conclusioni non hanno la certezza della matematica, ma  nelle affermazioni di certi scienziati, c’è qualcosa di più del mistero, che mette in questione addirittura i supremi principi della ragione umana.
Intanto l’evoluzione presuppone un punto di partenza (nell’ipotesi del Big Bang, la molecola concentratissima esplosa circa quindici miliardi di anni fa, dando origine all’universo ancora in via d’espansione). Ma, ci domandiamo, qual è la sua origine? Dire: dal nulla non è una risposta seria, perché, lo si voglia o no, dal nulla non proviene nulla. Dire che esiste da sempre per forza propria è attribuirle esattamente i caratteri dell’Assoluto, gli stessi che il credente attribuisce a Dio. Sarebbe una professione di panteismo e non di ateismo, perché si attribuiscono alla materia le caratteristiche della divinità. Una vera e propria forma di idolatria.
In più, l’evoluzione, nella sua traiettoria finora registrata, partendo dalla materia inorganica, ha prodotto da sola la vita, la sensibilità, l’intelligenza, soltanto a caso, senza l’apporto di nessuna intelligenza che domina l’intero processo e lo dirige verso fini fissi e determinati. A caso i viventi minori, a caso i viventi maggiori, a caso l’occhio che vede, l’intelletto che ragiona, l’uomo in tutta la sua ricchezza e complessità. Tutto per caso, al quale, di nuovo, si attribuiscono qualifiche che non gli appartengono in nessuna maniera.
Se poi allunghiamo lo sguardo sul microcosmo e macrocosmo, sugli atomi e i suoi infinitesimi componenti, sui miliardi di galassie in mezzo alle quali noi ci troviamo, sugli equilibri dei pianeti volteggianti intorno alle loro stelle, le cose non cambiano, anzi si fanno ancora più difficili, più misteriose, più sfuggenti ai nostri calcoli e alle nostre misure. Ci avvertono gli scienziati che noi oggi, con tutti i nostri sforzi e i nostri sudati progressi, siamo più o meno arrivati a conoscere il cinque per cento della realtà che ci avvolge e ci circonda. Il resto è ancora dinanzi a noi e chissà a quale percentuale potremo arrivare nel lungo futuro che ci attende. Così stando le cose, c’è da concludere che il caso è molto più intelligente dell’uomo, essendo giunto (naturalmente per caso) a mete da noi né raggiunte né raggiungibili.
Scientificamente non si può dimostrare né che Dio c’è e nemmeno che Dio non c’è. Però la scienza, che sta  ritrovando sentimenti di modestia e di umiltà, sta prestando alla mente umana straordinari punti di partenza per arrivare con ragionamenti semplici e convincenti all’esistenza di un Assoluto, di una Super-intelligenza, di un Dio vero e proprio. L’ateismo è pagato col rifiuto della ragione e dei suoi principi supremi. Proprio per questo l’ammissione di un Essere Supremo fa parte del bagaglio culturale sostanzialmente dell’umanità intera.
J. Monod ha la bontà di avvertirci che se si accetta il suo “messaggio in tutto il suo significato, l’uomo deve destarsi dal suo sogno millenario per scoprire la sua completa solitudine, la sua assoluta stranezza. Egli ora sa che, come uno zingaro, si trova ai margini dell’universo in cui deve vivere, Universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini” È proprio il caso di dire: No, grazie!
Giordano Frosini