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L’eredità di don Frosini

Giordano Frosini è tornato alla casa del Padre. Ha concluso la sua vicenda terrena a 92 anni, combattendo fino alla fine, certamente molto provato nel fisico, ma non fiaccato nella mente e nella volontà. Frosini è stato direttore di questo giornale per oltre 32 anni, ne ha caratterizzato l’originale linea editoriale, ha ricontrollato, anche in questi ultimi mesi, ogni pagina; ogni settimana ha redatto, con grande passione, gli editoriali in prima pagina. Un impegno costante – apprezzato ed atteso – che gli permetteva di stare sempre in prima linea, di fronte alle sfide più urgenti del tempo, sorretto dalla luce dei grandi testi del Concilio e animato dall’amore per la Chiesa. Una Chiesa da educare, sollecitare, pungolare continuamente perché si immettesse senza indugio sulle strade del Regno. Ancora un’ultima volta ci piace lasciare alle parole di monsignor Frosini la prima pagina del settimanale, riproponendo un editoriale dell’11 marzo 2012  che ci sembra appropriato per consegnare ai lettori il suo estremo saluto.

Il Concilio, testo unico di conversione

Unico per tutti. Nel concilio è lo Spirito Santo che ha parlato alla chiesa, attualizzando al presente l’antica parola che Dio ha detto all’umanità e che ha lasciato nelle nostre mani. Per la sua ricchezza, il Vaticano II ha parole di vita per tutti, nessuno di coloro che compongono il popolo di Dio è escluso dalla sua attenzione. Esso chiama alla santità i ministri ordinati, i religiosi, i laici; chiede la riforma delle strutture per allinearle alle indicazioni del Vangelo e, insieme, allo spirito del tempo; indica perentoriamente le vie della sequela di Gesù, maestro e co-fondatore, con lo Spirito Santo, della chiesa. Uno sguardo onnicomprensivo, che giace da tempo (sono trascorsi quasi cinquant’anni) sotto i nostri sguardi alquanto pigri e disattenti.
“Questo oggi lo Spirito domanda alla sua chiesa”. Eppure l’attenzione è stata limitata, l’attuazione è stata lenta, sospesa e ammezzata, il richiamo disatteso. Di parole e di discussioni se ne sono fatte tante, quasi fino alla noia, ma la pratica non è stata alla loro pari. Papa Giovanni, il papa del concilio, inaugurandolo, l’aveva salutato come una rinnovata pentecoste, una nuova discesa dello Spirito Santo, l’inizio di una chiesa veramente alternativa, finalmente riscattata dai suoi anacronismi e dalla polvere dei secoli. Ma il mattino del giorno nuovo non ha avuto il seguito che si sperava.
Ricordiamo ancora l’ultima pubblicazione di un vero maestro della chiesa attuale, il card. Walter Kasper, il quale, ricordando il grande avvenimento, ha detto con la forza che gli viene anche dalla sua posizione, che “la storia della ricezione del concilio è ben lungi dall’essere giunta alla sua conclusione”, che “il potenziale del concilio per quanto riguarda il futuro è ancora lontano dall’essere esaurito”. Una constatazione e un rimprovero che ci raggiungono tutti, nella posizione da ciascuno occupata all’interno della chiesa. Un richiamo che si allinea a tanti altri e che non possiamo disattendere.
E dire che il concilio, oltre che un punto di arrivo, sognato e desiderato dai grandi spiriti del passato, era stato anche considerato come un punto di partenza, un impulso per nuovi sviluppi e nuovi itinerari spirituali. Gli anni passano inesorabili anche per le opere di Dio, tanto che da tempo si sta pensando a un nuovo concilio. Ma ha senso rimandare la riforma dei cristiani e della chiesa a un futuro aleatorio, quando ancora non si è stati capaci di mettere in pratica quanto è stato deciso nel passato?
Ci sono dei punti in particolare che attendono ancora di essere pienamente accettati e tradotti nella realtà. C’è la povertà della chiesa che non ha trovato ancora echi sufficienti nei nostri pensieri e nei nostri atteggiamenti. C’è l’uguaglianza del popolo di Dio, che rimane uno dei punti essenziali della riforma conciliare, ma che non riesce a superare i privilegi del passato, l’uso dei titoli, che urtano contro le stesse parole di Gesù, lo sfarzo delle vesti e delle cerimonie sontuose. C’è l’affermazione della partecipazione e della corresponsabilità che attende ancora la sua piena realizzazione. Ci sono i laici che chiedono che venga loro restituito quanto è stato loro tolto…
Ogni pagina posta alla nostra attenzione è un invito al cambiamento, alla conversione, a vivere responsabilmente l’ora solenne e impegnativa che stiamo attraversando. Quanto l’innegabile crisi, che in certi casi sembra quasi sommergerci, non dipende anche da noi, dai nostri ritardi, dalle nostre insufficienze, dalla nostra quasi inguaribile indolenza? La crisi non aspetta, esige risposte immediate da parte dei singoli e dell’intera comunità. Il nostro non è un tempo normale, nel quale si può anche procedere con lentezza e comodamente. Il nostro è un tempo straordinario, un tempo in cui si giocano i destini del presente e del futuro, un tempo che porta con sé tutti i caratteri delle grandi svolte della storia. La risposta dovrebbe essere immediata, generosa, totale, onnicomprensiva. Domani potrebbe essere già tardi.
Ne è coinvolta la sostanza, ma insieme ne sono coinvolte le stesse apparenze. è infatti sulla base di queste che noi veniamo continuamente giudicati. E il giudizio non è affatto benevolo, come, del resto, non è nemmeno benevolo il giudizio del Vangelo.
C’è qualcosa da lasciar perdere senza rimpianti, c’è molto da ricercare e fare nostro. Nelle grandi svolte della storia, guidata dallo Spirito Santo, la chiesa ha saputo fare passi decisivi, veri salti dialettici, per la sua vita e la sua evangelizzazione. Cosa ci manca oggi per fare altrettanto?
Giordano Frosini

Le “attese di Vangelo” e il cammino della Chiesa

La chiesa di Pistoia guarda al futuro e si orienta decisamente alla missione. Per questo si pone in stato “sinodale”. In tutto questo riconosce una precisa chiamata del Signore. La Chiesa infatti manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nella partecipazione attiva di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice. La messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero Popolo di Dio.
Siamo spinti a nuova, ampia, diffusa stagione missionaria per le strade degli uomini, attenti a cogliere quelle “attese di vangelo” che affiorano dalla vita delle persone, dalla parola del Signore. L’esortazione apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco fa da controcanto ad alcune pagine bibliche che ci scuotono e ci richiamano alle nostre responsabilità di testimoni ed evangelizzatori. Penso al passo del libro degli Atti 16, 9-10 dove si racconta che «Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macedone che lo supplicava: “Vieni in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il vangelo».  Ancora mi torna alla memoria il brano evangelico di Mc 6,34 in cui si dice che Gesù, «sceso dalla barca, vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose». E poi, il vangelo di Luca 10,2: «(Gesù) diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”».
Ma quali sono oggi le principali “attese di vangelo” presenti nella società? Immediatamente penso ai giovani. Essi, nei loro modi, con le loro fatiche e paure, le loro aspettative e desideri, manifestano sicuramente un’attesa di vangelo che però spesso la comunità cristiana non riesce a intercettare. È sotto gli occhi di tutti, la generale difficoltà a coinvolgere nella proposta cristiana i giovani e i giovani adulti. Perché? Forse che la proposta bella ed entusiasmante del vangelo non li raggiunge, non incontra il loro cuore e la loro vita, non gli interessa? Forse perché non riusciamo a testimoniarne loro tutta la bellezza?
Oltre che nei giovani, ci sono anche altre “attese di vangelo” che dovremmo saper cogliere. Una scaturisce a mio parere da quella fragilità della nostra vita fisica che tutti sperimentiamo. Malattie del corpo e della mente e l’inesorabile vecchiaia. Mancanza di lavoro, ristrettezze economiche, stress psico-fisico che il ritmo frenetico della società ci impone, minano la nostra salute. Situazioni che indubbiamente attendono la luce della speranza, il soffio di una prospettiva d’amore che dia senso anche alla fragilità e forza nella malattia come nella vecchiaia.
Anche la ragione umana oggi attende una “buona notizia”. C’è infatti tanta confusione in giro, direi principalmente a motivo di una certa disaffezione nei confronti della verità, che apre a quel relativismo che mette tutto sullo stesso piano e qualifica ogni cosa come “opinione”. È questa, certamente una “strana” attesa di vangelo. Infatti, spesso è inconsapevole, quando non addirittura esplicitamente o rabbiosamente negata. Eppure la ragione e l’intelligenza hanno bisogno di “redenzione”, perché le ferite della ragione sanguinano sempre mortalmente.
Anche la persona come tale, attende una buona notizia che valorizzi e difenda la sua dignità di essere umano. Capita sovente che oggi le persone siano “ferite” proprio nella dignità, a motivo di quella cultura dello “scarto” che sembra dominare il mondo. La terra stessa, come ci ha ricordato Papa Francesco nella Laudato si’, è violentata e distrutta proprio per l’ingiustizia che c’è nel mondo.
La difficoltà ad avere relazioni affettive stabili e durature per mancanza di amore o per le sue caricature, è evidente a tutti. Anche qui possiamo riconoscere l’attesa di una “buona notizia” di redenzione. Perché l’incapacità di accogliere l’altro non si trasformi in paura di lui e quindi in ostilità. La solitudine, ancor più drammatica nel mondo della comunicazione globale e dei “social”, ci ammala ed intristisce fino all’angoscia e di questa solitudine senza futuro, la denatalità che colpisce gravemente il nostro paese ne è segno inequivocabile.
Infine, l’attesa di Vangelo la si avverte in ciò che riguarda più propriamente la nostra anima. La corruzione e l’assopimento della coscienza morale; la trasgressione sistematica dei comandamenti di Dio; l’allontanamento di Dio dal cuore, dalla mente e dagli spazi sociali, tutto questo ferisce in modo a volte mortale la nostra anima. Come i tradimenti, le infedeltà, i raggiri, le menzogne, le invidie, gli odi e i rancori; una fede fiacca e debole, incoerente; l’indifferenza religiosa e la superstizione.
La “messe” è davvero molta. Non possiamo restare con le mani in mano. Lo Spirito del Signore ci spinge a prendere il largo, anche se il mare pare in burrasca.
† Fausto Tardelli

Il cristiano può andare in vacanza?

La chiusura del giornale per la pausa estiva, mi da modo di lanciare una provocazione: il cristiano può “andare in vacanza”? Capite bene che non sto parlando di quei giorni di meritato riposo in cui uno stacca dalla vita ordinaria per ritemprarsi nel corpo e nello spirito. Quelle son vacanze salutari, anche se, diciamo la verità, non possono mai essere “spensierate”, avendo in mente chi non se le può permettere.
Ma non è di queste vacanze che intendo parlare. La mia domanda è ovviamente un’altra. Cioè se l’essere cristiani, l’essere discepoli di Gesù Cristo, preveda per così dire “zone franche” nella vita e nel comportamento. Zone in cui i criteri, il metro di giudizio e la pratica dell’esistenza si desumano semplicemente dal gusto personale, dai propri desideri, dall’opinione alla moda o dell’imbonitore di turno. La domanda è chiaramente retorica e la risposta scontata: certo che no; il cristiano non va mai in vacanza. Cristiani lo si è 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno – 366 per l’esattezza, nell’anno bisestile. Lo si dovrebbe essere nella vita domestica, nelle relazioni con gli altri come nella vita sociale e nella politica; nel momento del divertimento, come in quello del lavoro o dell’impresa; nel rapporto col proprio corpo o con la natura; nell’ambito delle scienze, come in quello della cultura e delle arti.
È chiaro che tra Vangelo e vasto campo della storia degli uomini, quello cioè dell’economia, della politica, della cultura, quello dell’organizzazione sociale e persino della vita quotidiana, è necessaria una mediazione. Il Vangelo infatti non è di per sé un manuale di economia o di politica, un manifesto culturale, una costituzione o un codice civile o penale. “Il mio regno non è di questo mondo”, proclama con chiarezza Gesù a Pilato. Eppure, la mediazione necessaria non può essere arbitraria; non può prescindere dal vangelo. Essere cristiani significa vivere di Cristo, da figli di un Dio di infinita misericordia, Padre, Figlio e Spirito Santo e conseguentemente da fratelli veri di ogni uomo, chiamati a formare una famiglia riunita nell’amore e destinata alla vita eterna. Da qui deriva necessariamente una visione del mondo e delle cose, un modo di sentire e percepire la realtà e uno stile di vita che hanno un preciso orientamento. Se da una parte valorizzano e fecondano creativamente ogni aspetto dell’umano, dall’altra, non sempre sono compatibili con ogni opinione, ogni modo di pensare e di vivere o con ogni tipo di scelta. In questo senso, la coerenza della fede esige che in certi momenti si dicano anche dei no, proprio perché si dice si a Gesù Cristo, salvatore e redentore dell’uomo.
Solo qualche esempio, tanto per spiegarmi. Parto da un ambito strettamente personale: quello dell’affettività e della sessualità. Lì, non è che per il cristiano vada sempre tutto bene e che possa accettare la “deregulation” affettiva e sessuale oggi in voga. Aldilà di ogni umana fragilità e di possibili e non rari condizionamenti, il Vangelo indica un cammino, a volte arduo ma necessario, perché l’amore risplenda in tutta la sua bellezza, libero dalle pastoie degli egoismi.
Ancora un altro esempio: un cristiano lavora, è impiegato od operaio, è imprenditore, oppure è nel commercio o nella finanza. Tutto bene. Proprio perché cristiano, si darà da fare con grande impegno e competenza. Non potrà però mai cedere alla corruzione e all’intrallazzo, pensare solo al proprio interesse o sostenere un’economia e una finanza che opprimono l’uomo. Ancora: il cristiano è e deve essere un buon cittadino e rispettare le leggi. Non dimenticherà però mai che è meglio obbedire a Dio che agli uomini e che il bene da compiere non lo stabiliscono le leggi fatte dall’uomo. Buon cittadino dunque, si, certo, ma anche sempre pronto all’obiezione di coscienza. In politica vale altrettanto. Ci ricorda papa Francesco che l’annuncio cristiano ha un contenuto ineludibilmente sociale e che la politica può definirsi una vocazione altissima, una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. A questo proposito vorrei citare la sempre illuminante dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede di qualche anno fa. “La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti”. Non sto ora qui ad elencare i casi in cui questo accade. L’importante è il concetto: per il cristiano anche le scelte e l’impegno politico, non sono “zona franca”.
Gli esempi non finirebbero, ma non posso dilungarmi oltre. Se ne potrebbero fare tanti, perché necessariamente il Vangelo si deve fare carne e storia e questo è un lavoro mai definitivamente compiuto e sempre bisognoso di nuovo discernimento. Credo comunque che si sia capito ciò che avevo in mente quando ho detto che il cristiano non può andare in vacanza. Con tutto ciò, auguro di vero cuore ad ognuno di potersi prendere in questo tempo un po’ di giusto riposo.
† Fausto Tardelli

Il cristiano e la libertà

Con certezza, nei tempi moderni, non c’è una parola tanto usata quanto quella di libertà. In qualche modo, essa definisce, almeno in occidente, l’uomo di oggi, quello nato dalla rivoluzione francese e dall’ideologia che la sostentava. “Liberté, fraternité, egalité” è il trinomio che segnò l’inizio e guidò il cammino dell’insurrezione parigina, dalla quale gli storici senza distinzione sono abituati a dare inizio all’era moderna. Una parola sacra per la cultura, laica, ma anche il cristiano ha qualcosa da dire su di essa. Intanto, come avvertì almeno due volte in terra francese Giovanni Paolo II, si tratta sostanzialmente di un trinomio di origine cristiana. Si possono citare a questo proposito diversi testi scritturistici e soprattutto ricordare il contributo dato dai cristiani per il superamento della schiavitù e di ogni condizione servile; una lotta, fra l’altro, che non ha mai raggiunto il termine, perché forme di schiavitù si sono succedute, sia pure con modalità e terminologie diverse, fino ai nostri giorni. Tutto sommato, però, al papa polacco non si può non dare ragione.
La storia frattanto dimostra che il trinomio mantiene la sua esistenza e la sua coesione finché è stato retto dalla parola centrale “fraternité” che, anche per il posto mediano che occupa, appare come la chiave di volta che sostiene l’intera costruzione. Quando però, venendo meno le motivazioni religiose nelle nostre società secolarizzate, si perse il senso vero della fratellanza, le cose cambiarono radicalmente.
Così la terza parola, “egalité”, perse integralmente il suo significato, dando luogo a sperequazioni, disuguaglianze non soltanto in campo economico, disparità, che l’attuale sistema economico-finanziario non fa che incrementare in continuità, arrivando a punte non soltanto scandalose, ma fuori di ogni ordinamento minimamente razionale e diventando una vera e propria minaccia della pace sociale e internazionale.
Per parte sua, la secolarizzazione estrema della libertà ha prodotto nel suo campo effetti ugualmente disastrosi. La libertà è degenerata in libertarismo, ove il suffisso “ismo” indica esagerazione, esasperazione, eccesso, squilibrio, dissesto vero e proprio. La libertà che perde se stessa fino a diventare una nuova forma di schiavitù, questa volta non di altri, ma di se stessi, dei propri egoismi, delle proprie soddisfazioni personali, dei propri interessi. Quando diventa egocentrica, la libertà cessa di rimanere tale e perde se stessa, sommersa e affogata nelle proprie soddisfazioni personali. Fra libertà ed egoismo non c’è un semplice passaggio, ma una vera e propria interruzione.
In un suo testo famoso, l’apostolo Paolo sembra riassumere in poche battute questa lunga storia, che è storia di sempre e non soltanto di oggi. Scrive nella lettera ai Galati: “Voi infatti, fratelli siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il tuo prossino come te stesso”.
Un testo che rimette le cose al loro posto. La chiave di volta del nostro trinomio è richiamata in vita e collocata al suo posto addirittura nella sua forma più alta e sublime, quella della carità, che rimane l’essenza del cristianesimo e che restituisce ad abundantiam quello che loro spetta all’uguaglianza e alla libertà. Se si è fratelli, figli dello stesso padre, e tali ci si sente, non si può essere che sostanzialmente uguali. Solo così, nel superamento delle molteplici, quasi infinite, ramificazioni dell’egoismo (è questo l’autentico significato della parola “carne”), si raggiunge veramente il traguardo della libertà. La vittoria su se stessi è la più difficile e la più costosa. Non è niente la rinuncia alle cose esterne in confronto della rinuncia a se stessi, ai propri interessi, ai propri punti di vista, al proprio ego eretto a signore e dominatore assoluto della propria vita. Per questo l’apostolo dei lebbrosi, R. Follerau pregava e insegnava a pregare: “Liberaci da noi stessi”.
La libertà cristiana passa per questa strada e proprio perché si tratta di percorsi difficili, essa è così rara nelle nostre società, purtroppo anche nella chiesa. Soltanto a queste condizioni, il trinomio della modernità può ritornare a vivere e prosperare. Gli psicologi parlano di libertà da e di libertà per. Un vero e proprio gioco di sostituzione. La negazione non è fine a se stessa, ma è legata a una scelta positiva. È proprio questo il ritmo della libertà: abbandono di se stessi per l’altro, per gli altri, passaggio dall’egoismo all’altruismo, uscita dai propri confini per l’inoltro disinteressato nelle terre altrui. L’apostolo Paolo non poteva essere più chiaro nelle sue parole.
La libertà è sinonimo di carità, voce dell’amore, chiamata di servizio. In questo senso l’ha vissuta Gesù, uomo libero per eccellenza: uomo totalmente per gli altri, che vive la sua vita come dono, che non lascia niente per sé, ma si apre ai bisogni e alle sofferenze di tutti. La vera libertà è la santità consumata.
Giordano Frosini

Chiesa e teologia nel mediterraneo

Come la chiesa, la teologia, che è il suo pensiero, è chiamata all’accoglienza e al dialogo. Con questo pensiero papa Francesco ha iniziato solo pochi giorni fa un suo notevole intervento all’incontro svoltosi a Napoli sul tema “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo” Bando a ogni teologia di tipo difensivo, apologetico, autoreferenziale, come si è fatto formalmente fin quasi ai nostri giorni. Ma apertura e interesse per le altre religioni e le altre forme di pensiero con cui la comunità cristiana si trova a contatto nel suo cammino storico. È la parola d’ordine che ormai risuona chiaramente nelle parole e nella prassi dell’attuale pontefice, che prosegue imperterrito, nonostante le aspre critiche provenienti da alcuni settori della chiesa. Una rivoluzione a tutto campo che non può lasciare indifferente nessuno.
Il Mediterraneo sembra il luogo fatto apposta per un esperimento del genere. Un mare di dimensioni non eccessive, quasi un grande lago straordinario, che unisce insieme tre continenti su cui si affacciano molti stati, ognuno con una sua storia alle proprie spalle, con tre religioni dominanti provenienti dallo stesso ceppo abramitico e dove il pensiero laico-secolare ha trovato le sue più alte espressioni. “Non è possibile leggere realisticamente tale spazio – ha detto il papa – se non in dialogo e come un ponte storico, geografico, umano – tra l’Europa, l’Africa, l’Asia. Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace. Giorgio La Pira direbbe che si tratta, per la teologia, di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una “grande ‘tenda di pace’, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo”.
Nel suo significato profondo, accoglienza vuol dire ascolto consapevole, che vuol dire ascolto del presente, ma anche del passato. Dall’ascolto e dal dialogo, da raccomandare in particolare ai giovani, nascono forme nuove di pensiero e di vita “Non si perde niente con il dialogare. Sempre si guadagna. Nel monologo tutti periamo, tutti”. Parole sagge che mantengono una valenza universale e che creano lo spirito giusto in ogni rapporto interpersonale.
In questo cammino di uscita e di incontro è importante l’abito della compassione per poter andare incontro efficacemente verso i bisognosi, gli oppressi dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite. Un compito primario della chiesa, ma che deve far proprio anche la teologia, la quale altrimenti non perderebbe solo l’anima, ma perderebbe totalmente se stessa, venendo meno allo spirito e alla lettera della Parola di Dio, di cui intende essere custode e interprete. “Si può fare teologia soltanto ‘in ginocchio’”. Una nuova espressione felice di papa Francesco, da rimandare alla memoria, anche se esprime un pensiero tutt’altro che ignoto almeno ai grandi teologi.
Altrettanto si dica della teologia (e della chiesa) in rete, cioè in collegamento con le varie forme religiose e culturali particolarmente vivaci all’interno del mare Mediterraneo. Bando alle chiusure che immiseriscono il nostro passato e tarpano le ali al cammino dell’evangelizzazione, per natura sua destinata a tutti i popoli. In particolare in solidarietà con tutti i naufraghi della storia, da collocare sempre al primo posto nell’amore e nell’azione della chiesa, ospedale da campo in tutti i campi della storia.
Una chiesa (e una teologia) che respirano a pieni polmoni l’aria che attraversa la storia e si inserisce in essa con le sue aspirazioni di fondo, tenendo presenti le criticità che in essa si producono e si moltiplicano col passare degli anni e delle stagioni.
Qui, sul mare Mediterraneo, ci sono anche richiami storici che ci interpellano e ci sollecitano. Ricordiamo l’apostolo Paolo che proprio all’interno di questo mare scrisse pagine di storia che segnarono il futuro cammino della chiesa e gettarono i ponti fra l’oriente e l’occidente. “Qui, molto vicino a dove Paolo sbarcò, non si può non ricordare che i viaggi dell’Apostolo furono segnati da evidenti criticità, come nel naufragio al centro del Mediterraneo (At 27, 9ss). Naufragio che fa pensare a quello di Giona. Ma Paolo non fugge e può anzi pensare che Roma sia la sua Ninive. Può pensare di correggere l’atteggiamento disfattista di Giona riscattando la sua fuga. Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura”.
Meraviglioso. Ma la chiesa seguirà il suo papa?
Giordano Frosini