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Come dire Gesù oggi?

Sulla presentazione attuale di Gesù, che è la via che conduce a Dio, gli Orientamenti fondamentali della Catechesi della Conferenza Episcopale Italiana chiedono da tempo di mettere in luce “particolarmente i lineamenti della sua personalità che meglio lo rivelano all’uomo del nostro tempo: la sua squisita attenzione alla sofferenza umana, la povertà della sua vita, il suo amore per i poveri, i malati, i peccatori, la sua capacità di scrutare i cuori, la sua lotta contro la doppiezza farisaica, il suo fascino di capo e di amico, la potenza capovolgitrice del suo messaggio, la sua professione di pace e di servizio, la sua obbedienza alla volontà del Padre, il carattere profondamente spirituale della sua religiosità”. Un testo prezioso che mette in particolare risalto le doti umane di Gesù, da tutti considerato un personaggio singolare ed eccezionale.
Il nostro mondo incredulo e secolarizzato è particolarmente sensibile a questo tasto. Un’avvertenza preziosa da valorizzare in pieno nella difficile opera di evangelizzazione della chiesa di oggi. L’umanità come via maestra che conduce alla divinità, secondo quanto affermava convinto un noto teologo sudamericano: “Umano così non poteva essere che Dio”.
Non si tratta di diminuire l’aspetto divino per esaltare la dimensione umana: umanità e divinità sono strettamene unite fra loro.
Chi vuole oggi approfondire la personalità umana di Gesù di Nazaret non manca certo dei mezzi necessari per farlo, tanti sono i libri che continuamente vengono pubblicati su di lui, anche se naturalmente non tutti raccomandabili per la loro oggettività e la loro serietà. Ma il libro fondamentale per capire la sua eccezionale figura rimane il Vangelo, letto con quell’intelligenza critica, che ne rende più vicino e più intelligibile il contenuto. Una lettura che sarà resa più piena e più convincente se preceduta e accompagnata da quell’amore e da quella stima che legano il vero cristiano al suo maestro.
Le parole che escono dalla sua bocca sono parole di amore, di comprensione, di perdono, di condivisione, di liberazione, di incoraggiamento, di fraternità, di solidarietà, di amore, di invito alla speranza: un repertorio che contiene le espressioni più belle del nostro vocabolario. “Nessuno mai ci ha parlato così”, dicevano i primi ammirati e fortunati ascoltatori; altrettanto dobbiamo dire noi, a distanza di duemila anni. Non solo la storia non le ha indebolite o cancellate, ma le ha rese più forti, più significative, più degne di ammirazione, perché oggi smarrite e dimenticate. Un linguaggio che non risuona più nella lingua degli uomini, ma del quale questi sentono fortemente il fascino e l’ammirazione. È il linguaggio di Dio che, per conseguenza logica, dovrebbe anche divenire il linguaggio dell’uomo, chiamato per grazia a partecipare alla vita divina. Chi lo ascolta avverte che in esso risuonano accenti che non provengono dalla terra, ma portano il timbro inconfondibile di una provenienza più alta.
E i gesti di Gesù si allineano in questa direzione. Essi fanno capire che un universo diverso è possibile, che le parole non sono solo segni vuoti, ma possono diventare realtà. Un mondo da tutti ardentemente desiderato e mai sufficientemente realizzato per la presenza delle forze disgregatrici che minano alla base l’agire umano. Il profeta di Nazaret non ha dettato le linee concrete di un ordine sociale giusto e perfetto. Un punto di vista che, oltretutto, avrebbe limitato nel tempo il valore del messaggio da lui lasciato, perché la storia è in continuo cammino; Gesù però ha dettato i principi costitutivi di un ordine nuovo rivoluzionario e innovativo. I principi, ancora, della fraternità, dell’uguaglianza, della solidarietà, della condivisione, dell’amore privilegiato per i poveri, i diseredati, i miserabili, gli ultimi, i nullatenenti e i nullacontanti che non hanno voce. L’ideale dell’uguaglianza nella libertà e nel rispetto più assoluto della personalità. Così la città terrena imita e anticipa la città celeste, dove l’ordine regna sovrano, perché sorretto dalla forte e paterna mano di Dio.
Ma la chiesa di oggi è capace di raccontare questo Gesù, così bello, così fresco, così suggestivo e attuale, oppure le rughe dell’anzianità e della stanchezza che essa porta con sé ne impediscono la trasmissione? La conversione avviene oggi per contagio, non per conquista, è stato detto giustamente. Le altre vie, ammesso che ci siano, sembrano ostruite da impedimenti ostici e irremovibili. Più di sempre, oggi, la via dell’evangelizzazione è quella della testimonianza. “Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra”. Testimoni, cioè seguaci, imitatori, ripetitori-innovatori, messaggio reso visibile, parola fatta carne.
Nei grandi cambiamenti della storia, la chiesa ha sempre ritrovato le energie migliori, che peraltro non partono da lei ma le arrivano dall’alto. Sarà ancora, come sempre, l’altro Paraclito a darle la forza necessaria per affrontare la grande sfida.
Giordano Frosini

Il cristiano e le altre religioni

Con quale atteggiamento il cristiano di oggi vive il rapporto con le altre religioni che il processo di mondializzazione in corso ha portato fino alle soglie delle nostre case? Oltre il problema delle relazioni inevitabili interpersonali, si impone soprattutto il tema non facile del rapporto teologico fra le diverse professioni di fede, non di rado assai distanti fra loro. Non si tratta solo di una questione teorica, dal momento che nel nostro mondo, su uno sfondo dominato normalmente dall’ignoranza, stanno circolando e diffondendosi idee inesatte e del tutto infondate, a volte anche con scopi ben definiti.
Il tema è da tempo all’ordine del giorno della comunità cristiana. In particolare il concilio Vaticano II ha sostato a lungo su di esso dedicandovi, oltre a tanti richiami sparsi qua e là, un intero interessantissimo documento. Oggi la questione può essere trattata con qualche importante approfondimento, collegato soprattutto con l’idea di rivelazione, alla quale si tende a pensare da più parti in termini universali.
Se da un lato non possiamo fare a meno di pensare alla salvezza in termini specificatamente cristiani (Gesù di Nazaret è il salvatore, l’unico e insostituibile), allo stesso tempo ritieniamo che il credente di altre religioni possa salvarsi se rimane fedele ai dettami della coscienza e della religione professata. Un pensiero forte e illuminante, che deve dominare ogni rapporto, sia teorico che pratico, del cristiano con gli appartenenti a qualsiasi altra religione. La tensione drammatica vigente nel passato su questo punto di importanza fondamentale è superata. Alle religioni non cristiane si riconosce la presenza di una rivelazione (parziale) e la qualifica di mediatrice subordinata di salvezza. Anche se la riflessione sta continuando, non è certamente piccola cosa quella che stiamo affermando con l’autorità stessa della chiesa. Il cristiano ne prende atto e agisce di conseguenza.
La linea da seguire è questa. Il cristiano l’accetta dalla sua chiesa e scarta decisamente altre soluzioni senza fondamento, bandite e propagandate da altri anche per interessi pratici. Altrettanto è chiamato a fare il cristiano che, per motivi personali, forse teorici ma il più delle volte di carattere pratico (comprendendovi anche l’ignoranza), è portato a disprezzare o perlomeno a non ritenere degni di stima o meno stimabili, perché di livello inferiore, coloro che aderiscono a religioni non cristiane.
Il momento particolare che stiamo attraversando richiede invece stima e apprezzamento per tutti i credenti del mondo, qualunque sia il loro nome e la loro provenienza. L’espulsione di Dio dalla coscienza degli uomini e dalla società è la causa prima e fondamentale della crisi del mondo attuale, in cui lo stesso uomo ha perduto la sua consistenza e la sua identità. In questa prospettiva di umanesimo ateo, tutti quanti i credenti, dovrebbero sentire il bisogno di riunirsi insieme e insieme, soprattutto con la loro testimonianza, riportare le cose e il mondo a Dio. Una vera e propria fraternità è auspicabile fra tutti i credenti, in particolare fra i seguaci delle religioni monoteistiche che vivono a contatto diretto nel bacino del Mediterraneo e hanno percorso insieme, anche con periodi di incomprensione e addirittura di guerra lunghi e fecondi tragitti di storia. Fratelli è il nostro nome, la convivenza pacifica e costruttiva il nostro programma.
Quante iniziative si possono fare insieme su terreni di comuni interessi che non sono pochi né di poco interesse. Si pensi soltanto alla salvaguardia del creato, alla lotta contro la povertà, all’aiuto ai paesi sottosviluppati. Su questi campi esistono già esperienze significative che fanno ben sperare per il futuro. Saranno particolarmente i giovani a creare fra i diversamente credenti rapporti di amicizia e di collaborazione, in nome degli stessi valori, saldamente fondati sulla fede in un essere supremo che, anche designato con nomi diversi, rimane ugualmente per tutti fondamento di pace e di concordia.
Massimo rispetto poi sia per le persone che per le religioni. Apprezzabile il dialogo e il confronto su temi specificatamente religiosi che serve a chiarire le idee ai singoli dialoganti e ad approfondire i temi dalle due parti. Scambio di vedute non nella confusione o nel pressappochismo, ma nella serietà e nella maturità. Con scambi di pensieri e di concezioni, si possono imparare molte cose da una parte e dall’altra e fare propri atteggiamenti tipici delle diverse professioni di fede. Senza complessi di superiorità. Anche i cristiani in tal modo possono approfondire certe loro convinzioni o maturare idee su temi rimasti fuori dalle proprie riflessioni o non approfonditi a sufficienza.
Confronto aperto poi sul piano dei comportamenti. Il coraggio pubblico dei musulmani, per esempio, per quanto riguarda la preghiera è una vera e propria lezione che fa bene al mondo occidentale, diventato col tempo incapace di dare forma visibile alla propria fede e incapace ormai di pregare pubblicamente e a voce alta. Due atteggiamenti opposti, di cui avvertiamo un vero e proprio complesso di inferiorità.
Giordano Frosini

La bellezza del servizio politico

Perché i cattolici non amano molto impegnarsi in prima persona per la direzione del proprio Comune e lasciano volentieri ad altri questa incombenza, che pure la democrazia lascia alla portata di tutti? Perché nell’opera educativa in mano ai cattolici, cominciando dalla stessa catechesi, a cui bene o male la partecipazione è ancora assai numerosa, non si parla mai di temi consimili e non si pone all’attenzione dei giovani ascoltatori la possibilità (e anche la bellezza) di gestire in prima persona (o anche in subordine) le piccole realtà politiche di cui è formata e intessuta la struttura giuridica di una nazione? Molte volte chi ha fatto proposte del genere a giovani dotati di tutti i mezzi necessari per simili mansioni ha ricevuto una risposta negativa, senza mezzi termini, come si trattasse di qualcosa di non degno di attenzione e di apprezzamento.
Certo, il discorso non va isolato dal suo proprio contesto, ma va presentato sullo sfondo di una vera e propria formazione politica di ispirazione cristiana, con tutti i suoi ricchi valori e le sue grandi capacità. La politica deve essere presentata come servizio disinteressato fino a diventare un vero e proprio esercizio della carità. In un mondo in cui la politica è mal gestita, l’invito può farsi ancora più suasivo e l’impegno più stringente e più urgente. L’impegno politico può diventare una bellissima esperienza, di cui peraltro nessuno nasconde le crescenti difficoltà. Come ogni impegno specializzato, anche la vocazione al servizio di una comunità civile esige una sua specifica preparazione che può allargarsi il più possibile nel mondo delle scienze e delle conoscenze della realtà. Nessun settore può essere di per sé trascurato, anche se evidentemente non si può pretendere troppo e chiedere l’impossibile. Ma c’è un fondo di preparazione tecnica, un mondo di conoscenze e di esperienze, da cui non si può prescindere. Nella società complessa in cui viviamo, non esiste nessun “mestiere” a basso costo.
Una verità elementare da non dimenticare, perché, purtroppo, non raramente questo succede e ci si avventura in simili esperienze con idee molto sommarie e non bene assimilate, procurando danni piuttosto che benessere ed effetti di crescita e di maturazione. Non si tratta soltanto di riempire delle buche, migliorare la viabilità o fare qualche sortita capace di raccogliere momentanei e sterili applausi, ma di creare o far crescere in tutti i sensi la comunità elettoralmente conquistata, intendendo il termine comunità con tutte le sue fondamentali caratteristiche.
Ed è in questo contesto che si domanda ai nostri candidati una formazione profondamente cristiana, in cui le virtù personali si uniscono alla capacità di tradurre laicamente (la politica è tale per essenza e tale deve rimanere nel suo esercizio) nella società le “virtù” sociali della solidarietà, della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità, della giustizia, del rispetto reciproco, dell’amore per i poveri, che il cristiano ha il dovere di vedere come i privilegiati e di considerare i più vicini alle sue sollecitudini e alle sue cure.
La laicità, anche per il credente, rimane una caratteristica fondamentale e ineliminabile dell’intero processo politico. La città da costruire è la città dell’uomo, non la città o la cittadella cristiana. La politica, come del resto tutte le realtà terrestri, è oggetto di ragione non di fede, anche se ha il dovere di rispettare il valore della trascendenza e la libertà religiosa di tutti i cittadini. Va da sé che i valori umani prima ricordati sono anche valori cristiani (fra i valori umani e i valori cristiani non c’è, di principio, differenza sostanziale), e così la fede conferma e fortifica i valori umani. Non è nemmeno necessario che il politico manifesti chiaramente questa dipendenza: è sufficiente il richiamo della e alla ragione.
Modello e fonte di ispirazione per il politico cristiano rimane Giorgio La Pira, indimenticato e indimenticabile sindaco di Firenze, autore di un progetto di città suggestivo e permanentemente attuale. Una riflessione degna di grande attenzione rimane l’opera di Giuseppe Lazzati, vero maestro del pensiero sociale della chiesa, di cui rimane protagonista attivo il laico che, in quanto tale, vive a contatto diuturno con le realtà temporali. Ma anche il progetto preparato da Dossetti-Ardigò per le elezioni cittadine di Bologna (e quindi mai sperimentato) rimane un documento di notevole interesse dal nostro punto di vista, specialmente per l’elaborazione del concetto di circoscrizione, vero tocco magistrale, che arricchisce e completa il personalismo comunitario, che sostanzialmente rimane la concezione filosofica di fondo del pensiero sociale della chiesa. Tre grandi maestri ingiustamente dimenticati, le cui intuizioni, e soprattutto lo spirito animatore, potrebbero portare linfa vitale alla scarsa attenzione riservata oggi dal mondo cattolico al pensiero sociale in genere e della chiesa in particolare. Più tempo passa e più la ripresa diventa difficile.
Giordano Frosini

Torniamo al pensiero sociale della chiesa

Una delle lacune più evidenti dell’attuale mondo cattolico è l’ignoranza del pensiero sociale cristiano, con effetti ben visibili sia nella comunità cristiana, sia sul mondo politico-sociale come tale. Sulla comunità cristiana, privata di una testimonianza visibile ed efficace della presenza cristiana nel mondo; sul mondo politico, che soffre della mancanza di un mondo di idee e di realtà di cui ha essenzialmente bisogno per una sua vita ordinata e pacifica. Restringiamo la nostra analisi al nostro paese, che però sostanzialmente condivide questa sua sorte con gli altri paesi del mondo intero. Viene meno così una delle condizioni su cui si basa l’attuale concezione apologetica che vede nel complesso delle verità cristiane la risposta adeguata alle esigenze fondamentali dell’uomo di oggi e di sempre.
Oggettivamente la cosa è di una portata grave, se è vero che di questo prezioso contributo di cui ha bisogno l’umanità si ignora su larghissima scala la stessa esistenza. Molti, moltissimi cristiani, infatti, non sanno nulla di esso, anche perché non ne hanno mai sentito parlare. Difetto più o meno assoluto di arrivo per un difetto altrettanto assoluto di partenza. Non arriva niente perché non è partito sostanzialmente niente. Qui la crisi è veramente a portata di mano, sesquipedale si direbbe, e nessuno può mettere in dubbio i dati appena riportati.
Eppure esiste, cominciando dai tempi antichi, un nucleo di affermazioni che indicano valori da seguire e indicazioni corrispondenti di lavoro da realizzare per il benessere della convivenza sociale e della società. Tale complesso ha preso forma sistematica specialmente a partire dal XIX secolo (si può indicare il 1893, data della pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII), ma si può dire che ogni epoca ha portato il suo contributo. Il concilio Vaticano II ne ha sviluppato alcuni elementi fondamentali, tutti i papi moderni hanno fatto altrettanto, i diversi episcopati hanno cercato di applicarne la dottrina ai loro paesi, molti laici hanno preso parte attiva sia alla discussione che alla ricerca e soprattutto hanno cercato di metterlo in pratica con la loro azione, a volte anche con la formazione di movimenti e partiti politici.
Oggi la chiesa in questo campo è in possesso di un immenso e prezioso materiale, recentemente riassunto nel Compendio della Dottrina Sociale della chiesa, che offre un panorama completo dei vasti e complessi problemi sociali analizzati e risolti nei loro principi di ispirazione evangelica, che attendono soltanto di essere conosciuti, fatti conoscere e, soprattutto, realizzati. Un materiale di una ricchezza inestimabile, che invano i pastori della chiesa hanno chiesto e chiedono ai cristiani di fare propri.
Naturalmente non si chiede a tutti di conoscere tutto, ma almeno di apprendere l’elenco dei principi e farne tesoro nella propria vita sociale e politica, sia attiva che passiva. Ciò che non è avvenuto, anche se nel nostro passato esistono momenti di particolare attenzione, come risulta con chiarezza dal comportamento dei cattolici specialmente ai nostri giorni. Un comportamento inaccettabile, una lacuna da eliminare, un impegno che grava anzitutto sui responsabili della comunità. Oltretutto, un tesoro di cui è stoltezza privarsi per la propria coscienza di credenti e per il bene della società. Lo dimostra anche la breve sintesi che possiamo qui tentare.
Il punto di partenza (e di arrivo) è l’idea di persona, un concetto di origine e natura cristiana, il cui ricchissimo contenuto illumina e fonda l’intero sistema sociale, di cui rimane il fine immanente e la stessa ragion d’essere. Immagine diretta di Dio, essa gode di una dignità vertiginosa preziosa e insopprimibile, che si realizza nella comunità, di cui rimane parte integrante e complementare. Su di essa si fondano i concetti-base di sussidiarietà, di solidarietà, di uguaglianza e di partecipazione. La politica è scelta del bene comune, servizio e non dominio, amore universale, difesa dei deboli, scelta degli ultimi e dei meno fortunati. Essa è un dovere e un impegno per tutti, anche se evidentemente non tutti prendono parte attiva alla gestione del potere.
Il cristiano partecipa attivamente allo svolgimento della vita politica attraverso i mezzi ordinari di cui il cittadino dispone, ma è pronto anche a dare il suo contributo per una presenza diretta nella sua direzione, in spirito di servizio e di esemplarità. L’educazione e la stessa catechesi rimangono nella linea di queste idee, sottolineando nella loro azione la bellezza e la grandezza di questo impegno ed esortando a entrare nell’agone politico con spirito ascetico e preparazione cristiana tecnicamente solida e fondata.
Nel passato anche recente non sono mancati esempi luminosi di politici impegnati a livello dirigenziale accompagnati dall’attenzione e dalla collaborazione della comunità cristiana. La storia non potrà tornare indietro, ma una situazione come quella che stiamo attualmente vivendo non è certamente a livello delle nostre responsabilità.
Giordano Frosini

Segni di crisi

Che la chiesa non sia mai totalmente se stessa è un’affermazione che non ha bisogno di eccessive ed elaborate dimostrazioni. Essa raggiungerà la sua pienezza soltanto nel giorno della ricongiunzione col suo fondatore, che è anche il suo capo e maestro. La vocazione cristiana è talmente grande e le forze a disposizione talmente deboli perché le due realtà possano ricongiungersi pacificamente insieme. Una meta che rimane sempre aperta, un’utopia alla quale ci si può avvicinare senza mai poterla raggiungere pienamente. Non parliamo qui della crisi in questo senso, che non possiamo che dare per scontato.
Qui intendiamo parlare di crisi nel senso più elementare ed esistenziale della parola, come disimpegno degli appartenenti alla comunità  cristiana rispetto ai valori  e doveri fondamentali, fino a meravigliare o addirittura scandalizzare coloro che la guardano dall’esterno. Una chiesa disimpegnata, apatica, mediocre, incoerente, superficiale, alla resa dei conti quasi inesistente, pur con le sue lodevoli eccezioni che non vengono mai del tutto meno, neppure in un tempo difficile come il nostro.
Gli ultimi tempi hanno delineato una figura di chiesa con sue ben determinate caratteristiche: una realtà “sui generis”, che non ha molto a che spartire con le società che la circondano e con le quali è stata normalmente confusa.  Ne è uscita una realtà dai lineamenti spiccatamente spirituali e misterici, che i documenti post-conciliari hanno  arricchito, mettendo soprattutto  in evidenza le sue caratteristiche di comunità viva e attiva. Ma quali sono stati gli esiti, dei quali noi stessi siamo testimoni? Nessun cedimento al pessimismo, se mettiamo in luce le deficienze che ne marcano ancora il volto, anche se certamente non poche cose sono cambiate in meglio. Il passaggio operato dal concilio era tutt’altro che facile e indolore e l’impegno per realizzarlo non è mai forse stato all’altezza.
Urge un severo esame di coscienza, perché il cammino da fare è ancora lungo e faticoso. La lezione non sempre è arrivata, la lezione forse non è mai completamente arrivata. Si prenda come punto di riferimento  la sinodalità, uno dei punti fondamentali ed essenziali della concezione della chiesa. In non pochi casi di essa non si è nemmeno parlato; in altri (e la cosa è assai grave)  si è addirittura negato il principio. Non si tratta di fantasie inventate o di notizie senza fondamento, si tratta di  notizie arrivate perfino al settimanale diocesano con parole dure e forti da parte di alcuni fedeli più sensibili ai richiami conciliari e post-conciliari. Ed è certamente meglio trattare il problema genericamente che sul piano singolo, con nomi di luoghi e di persone. La cosa diventa talmente eclatante che c’è da domandarsi se in casi di questo genere sia ancora lecito parlare di comunità cristiane, oppure sia più giusto ricorrere a espressioni meno pretenziose e meno impegnative. Dopo tante discussioni e precisazioni, sembra opportuno stringere i concetti e dare il loro giusto nome alle cose. In non pochi casi le nostre parole sono semplicemente delle parole a cui non corrisponde nessuna realtà. Parole buttate al vento, senza nessun fondamento oggettivo. È un esempio. Altrettanto va detto di concetti ugualmente fondamentali nella concezione che la chiesa ha di se stessa e di cui si fa portatrice una sana teologia.
A molti questa sembra l’ora di una maggiore severità rispetto al passato, per alcuni aspetti troppo tollerante. Non spetta  a un settimanale diocesano correre ai ripari e imporre soluzioni pratiche in campo pastorale; spetta a esso però  il dovere di richiamare i principi, rimproverarne la mancanza, chiedere impegno e coerenza, non dimenticando mai che                                                                                                   esso è per natura sua indirizzato prima di tutto a coloro che hanno nella chiesa un compito istituzionale e precise responsabilità. Sono queste le idee che l’hanno guidato nel difficile passaggio di questi ultimi anni, quando i compiti della chiesa si sono fatti più difficili per il continuo e progressivo processo di secolarizzazione che sta caratterizzando il nostro tempo.
La crisi dei giovani rimane il primo nostro punto di riferimento. Per questo rimaniamo in trepida e ansiosa attesa  degli sviluppi di una situazione che ha severamente impegnato la riflessione dei settori più vitali della chiesa. L’esistenza in atto della crisi che non accenna affatto a diminuire, anche se non mancano segnali positivi e confortanti, non deve produrre stanchezza e scoraggiamento, ma piuttosto suscitare una reazione altrettanto decisa ed energica. Non è certo questo il tempo della mediocrità e del compromesso.
La crisi ha un duplice significato: può indicare un tempo di scoraggiamento e di rassegnazione; ma può essere anche un momento di ripensamento e di crescita. Il cristiano opera per  definizione in questo secondo ambito, con la coscienza chiara che egli  non opera da solo, ma che la grazia di Dio precede e accompagna la sua fatica.
“Chiesa, sii te stessa” è il titolo della raccolta degli editoriali degli ultimi cinque anni, che verrà ora diffuso e dato in omaggio ai nuovi abbonati. Un richiamo per tutti. Per tutti un auspicio di ripresa e d speranza.
Giordano Frosini