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Il tempo della gioventù

Un tempo prezioso, di cui papa Francesco descrive la bellezza umana e cristiana in pagine meravigliose dettate soprattutto, oltre che dalla meditazione delle Scritture, dall’esperienza della propria vita, eco lontana di un’esperienza viva, indimenticabile e piena di nostalgici ricordi. Non dimentichiamo che papa Francesco proviene dai paesi del Sud America, dove il tempo è segnato da caratteristiche singolarmente suggestive e singolari.
È il tempo più bello della vita che passa velocemente e che non tornerà più, nonostante tutti gli sforzi in contrario. Un punto fermo le cui conseguenze segneranno per sempre i giorni che verranno. Per questo essa va vissuta nella sua pienezza, in tutto il suo entusiasmo, sfruttando al massimo le sue enormi potenzialità. In gran parte il tempo che verrà sarà una conseguenza di quanto allora si è riusciti a seminare. Quello che è detto su un piano umano va ripetuto sul piano cristiano.
L’età dei sogni e dell’inquietudine. L’anziano papa ritrova in queste due direzioni l’essenza del grande dono di Dio: due qualità che “l’amore di Dio e il nostro rapporto con Cristo vivo” non solo non negano o rendono più difficile, ma dilatano e potenziano in funzione di una vita migliore e più bella. La giovinezza non è tempo di riposo e di staticità, ma di insoddisfazione e di ricerca. Cuore inquieto e cuore che sogna sono i segni infallibili di un animo giovane alla ricerca del suo futuro più bello. “Questa sana inquietudine rimane la capacità di ogni cuore che si mantiene giovane, disponibile, aperto. La vera pace interiore convive con questa insoddisfazione” che, alla resa dei conti, è l’agostiniana insoddisfazione di Dio.
Una tappa basilare nel cammino della vita. Una tappa di mezzo, fra il tempo in cui si lascia l’età infantile e anche adolescenziale, che è il tempo della fine delle decisioni rimandate, e il tempo delle decisioni assunte con pienezza di coscienza e di relativa maturità in ambito professionale, sociale, politico, civile, religioso. Giovinezza e impegno sono legati fra loro da un vincolo necessario: ambedue vengono affrontati con lo stesso coraggio e la stessa determinazione. Né l’adolescenza va continuata oltre il dovuto, né la maturità può essere anticipata prima della sua ora. In mezzo, la giovinezza rimane il tempo fondante della personalità adulta. Ogni cosa al suo tempo. Confondere i tempi significa confondere la vita.
Tempo prezioso per eccellenza, la giovinezza è anche, e soprattutto, il tempo dell’incontro con Dio e col Figlio suo Gesù Cristo, il giovane carpentiere di Nazaret che ha vissuto la sua giovinezza nel silenzio, nel lavoro, nell’adempimento totale della volontà del Padre.
Purtroppo i documenti tacciono quasi del tutto sugli anni oscuri di Nazaret, che rimane il tempo della preparazione alla grande missione che l’attende. Di essi possiamo farci un’idea realissima riguardando il solido terreno delle conseguenze e rileggendo i testi delle profezie. Egli non avrebbe potuto parlare e agire come parlò e visse nella sua vita pubblica, se non avesse vissuto in pienezza di dono e in totalità di impegno la sua giovinezza. Il testo di Isaia ci mette sulla strada giusta: “Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo – poiché sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio la tua volontà’”.
Il titolo del libro della vita spiega a sufficienza il segreto della fecondità e della ricchezza di una vita: l’intima unione del Figlio con il Padre è il tratto essenziale che qualifica la vita del Figlio. “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te”. La via della santità riassunta in una parola sola, la via in cui si riassume un’esistenza intera, dal principio alla fine.
Il giovane di Nazaret certamente sognò: sognò i campi di grano già pronti per la mietitura, sognò un mondo diverso da quello attuale, un mondo segnato dall’amore e non dall’odio e dall’indifferenza, segnò un universo dove tutti si sentono fratelli. Un sogno tanto bello da non essere disturbato nemmeno dalla tristezza della fine. Vissuta come dono, anche la morte assume un aspetto diverso: non più la fine, ma l’inizio del mondo vero e definitivo, il dono portato al suo ultimo compimento, che è la vita senza fine.
Il sogno di tutti. “Gesù può unire tutti i giovani della chiesa in un unico sogno, «un sogno grande e un sogno capace di coinvolgere tutti. Il sogno per il quale Gesù ha dato la vita sulla croce e lo Spirito Santo si è riversato e ha marchiato a fuoco il giorno di Pentecoste nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, nel cuore di ciascuno, lo ha impresso nella speranza che trovi spazio per crescere e svilupparsi. Un sogno, un sogno chiamato Gesù, seminato dal Padre: Dio come Lui, come il Padre, inviato dal Padre con la fiducia che crescerà e vivrà in ogni cuore. Un sogno concreto, che è una Persona, che scorre nelle nostre vene, fa trasalire il cuore e lo fa sussultare”.
Giordano Frosini

La santità uguale e diversa di papa Francesco

Il documento Gaudete et exsultate, l’Esortazione apostolica di papa Francesco “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” merita più attenzione di quanta ne abbia finora avuta. Semplice ed essenziale, dal tono suasivo quasi autobiografico, il testo non tralascia niente di quanto è necessario in trattazioni del genere, ma presenta alcune caratteristiche particolari, fra le quali fa spicco una costante tipica del magistero di papa Francesco: la dimensione storico-sociale anche della santità.
Presentata attraverso il testo delle beatitudini, la santità ha il suo punto nevralgico nella beatitudine della misericordia, ripresa e commentata da Mt 25, con le conclusioni che tutti conoscono bene. “Se cerchiamo quella santità che è gradita a Dio, in questo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati” (n. 95). Letto in tutta la sua profondità, il testo matteano non è più soltanto un invito alla carità, ma, come aveva già affermato Giovanni Paolo II, “una pagina di cristologia che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo”. Parole forti, che imprimono alla cristologia un significato così sconvolgente che essa non è riuscita ancora a fare proprio. Il povero non solo rimanda al volto di Cristo, ma è per l’esattezza lo stesso volto di Cristo.
Quanto segue va visto in questa logica. Il culto e la preghiera vanno valutati in rapporto alla dedizione verso i fratelli. “Il modo migliore per discernere se il nostro cammino di preghiera è autentico, sarà osservare in che misura la nostra vita si va trasformando alla luce della misericordia. Perché la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli”. Parole nuove che discendono dalla concezione della misericordia che per il papa rimane l’attributo fondamentale di Dio. Dio è anzitutto, e soprattutto, misericordia. Essa è “l’architrave che sorregge la vita della chiesa”, “la chiave del cielo”, così che “la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli”.
Dobbiamo prenderne atto: questa è la teologia di papa Francesco che nell’epoca post-moderna che noi stiamo vivendo trova il suo terreno propizio e naturale. Un pensiero che l’attuale pontefice ripete continuamente nei suoi documenti, nei suoi discorsi, nelle sue catechesi e che la comunità cristiana dovrebbe fare suoi, perché si tratta di uno dei grandi insegnamenti della Bibbia, primo e secondo Testamento, attualizzato dallo Spirito Santo attraverso il magistero della chiesa.
La citazione di san Tommaso d’Aquino, fatta propria a questo punto da papa Francesco, è un’autorevole conferma d questi pensieri. Alla domanda su quali sono “le nostre azioni più grandi, quali sono le opere esterne che meglio manifestano il nostro amore per Dio”, il Dottore Angelico risponde testualmente: “Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo; egli infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo”.
Un pensiero chiaro anche a santa Teresa di Calcutta, che si esprime da un altro punto di vista. “Sì ho molte debolezze umane, molte miserie umane. Ma lui si abbassa e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci resterà tempo per gli altri”. Noi siamo la misericordia di Dio. Per dimostrare la sua infinita misericordia, Dio non ha altri mezzi che noi. I nostri pensieri, i nostri atteggiamenti, i nostri sacrifici sono il modo normale con cui Dio si avvicina all’umanità. Il miracolo siamo noi, le mani di Dio siamo noi.
Il mondo va cambiato, perché vive nell’ingiustizia e nella carenza di amore. E tutto per il cristiano deve convergere verso questa sempre possibile e necessaria mutazione, anche la nostra preghiera, il nostro culto, la santità, la stessa evangelizzazione possono e devono tendere a questa finalità. Pensieri che urtano frontalmente col consumismo edonista tipico del nostro tempo. È la parola fine posta al cristianesimo di tipo borghese. Papa Francesco è coe-rente con se stesso e i suoi principi ispiratori. In particolare con la virtù fondamentale della misericordia, che rimane il tratto più caratteristico del suo magistero e il segno dei tempi più importante della nostra epoca.
Papa Francesco è riuscito a dare un’impronta caratteristica al suo pontificato. Il suo è e rimarrà il pontificato della misericordia, la virtù di cui l’uomo ha da sempre più bisogno.
Giordano Frosini

I giovani e il concilio

Vorremmo sbagliare, peccare di pessimismo, ma il concilio Vaticano II, con le sue grandi intuizioni, i suoi meravigliosi progetti di aggiornamento, anziché tendere al suo compimento, come in molti abbiamo sperato e per il quale abbiamo sofferto e lavorato con passione e generosità in questi ultimi cinquant’anni, sembra allontanarsi progressivamente da noi. Chi ne seguì con amore i lavori durante lo svolgimento e ne salutò la fine col cuore aperto alla speranza, sta soffrendo questa situazione di stallo e di ritorno. E tutto si svolge nel silenzio pressoché generale, quasi nell’indifferenza e nel disinteresse comune.
In particolare è in questione il passaggio dalla chiesa-­gerarchia alla chiesa-popolo, che doveva segnare l’avvento di una chiesa diversa in cui tutti i battezzati erano chiamati a prendere parte attiva nella vita e nella missione della comunità voluta dal suo fondatore. Si cominciò a parlare allora di Sinodalità, che significa “cammino comune”, per dire appunto che la chiesa non è un feudo di qualcuno che può fare e disfare a suo piacimento, ma una comunità che pensa, decide e agisce insieme. Una rivoluzione Copernicana, fu detto, perché finalmente si riconosceva a tutti gli effetti che i cristiani sono un popolo sacerdotale, profetico e regale e che quanto veniva normalmente fatto da una persona sola ora diventava un compito di tutti.
Certo, diverse sono le mansioni che spettano ai singoli componenti la comunità: la chiesa è un popolo differenziato, esattamente come avviene nel corpo umano, dove ogni membro esercita la sua funzione specifica e insostituibile, ma è un popolo totalmente attivo, perché se viene meno qualche sua parte, anche apparentemente di secondaria importanza, è l’intero organismo che ne soffre le conseguenze e non riesce a raggiungere gli effetti che ci si prefiggevano.
Così stante le cose, se in una chiesa c’è uno soltanto che pensa e decide non si deve parlare di bravura o di perizia, ma riconoscere semplicemente che in questo modo viene eliminata la comunità come tale, tornando così, volendo o non volendo, ai vecchi schemi preconciliari. Nessuna benemerenza, allora, ma soltanto un addebito tutt’altro che di poca importanza. Certo, il popolo va educato con pazienza e intelligenza: non si vincono in poche battute atteggiamenti di passività rimasti in vigore interi secoli, ma chi non si è scoraggiato per le difficoltà incontrate, un qualche buon risultato l’ha ottenuto. Continuando con lo stesso impegno, le cose potranno andare sempre migliorando.
Veramente è molto strano che per la realizzazione del concilio (quello della sinodalità non è purtroppo l’unico punto deficitario), ci si rivolga ai giovani che non ne hanno conosciuta direttamente la storia. Comunque un invito fiducioso perché i giovani suppliscano col loro entusiasmo e la loro freschezza agli errori alle insufficienze degli adulti. Il passato ormai è passato: il presente e il futuro appartengono soprattutto a loro. I problemi che essi devono affrontare per creare un mondo futuro migliore di quello che stiamo lasciando loro sono molti e di una gravità eccezionale, ma ai giovani di fede cristiana viene chiesto anche di prendere parte attiva al rinnovamento della chiesa sulla linea del concilio Vaticano II. Un debito dovuto alla storia che stiamo pagando a caro prezzo.
Non solo c’è da riprendere in mano i testi conciliari, ma si avverte il bisogno di un aggiornamento di quanto fu detto e scritto più di mezzo secolo fa. Lo stesso sinodo dei giovani ha bisogno di essere concretizzato con iniziative chiare e decise; altrimenti rischia di rimanere a livello teorico ed espositivo, come non pochi temono. Una fine ingloriosa che tanta fatica profusa nella sua preparazione e celebrazione proprio non merita.
Si pensi soltanto al problema della messa, che i giovani (e non solo) giudicano senza interesse e senza capacità di far presa sul loro animo. Il primissimo documento che apriva le riflessioni sul sinodo prendeva atto di questa situazione, sembrava farla propria, ma poi si lasciavano le cose al loro punto di partenza. Eppure la continua diminuzione del numero dei partecipanti è considerato come l’indice più preoccupante della crisi religiosa giovanile. È proprio il caso di riprendere in mano la situazione, ridiscuterne a fondo e aprire vie nuove, genericamente parlando in nome della libertà, che salvi l’atto di culto dalla ripetizione e dal disinteresse. Il documento sulla liturgia fu il primo a essere approvato nel concilio, perché era stato lungamente preparato in precedenza, soprattutto sulla base dei testi antichi. Ora ci richiede un passo in avanti. Dicevamo in nome della libertà, che ci risulta sia stata già scelta responsabilmente a livello parrocchiale. Un’operazione in cui i giovani dovrebbero essere interpellati e coinvolti per primi.
Giordano Frosini

Per una chiesa in festa

“Dio ama la gioia dei giovani e li invita soprattutto a quell’allegria che si vive nella comunione fraterna”. Un invito che ritorna spesso nelle parole di papa Francesco a cui ha dato ampio spazio nel documento sulla santità, che abbiamo presentato solo alcune settimane fa. Fra l’altro non si deve dimenticare che il senso e il gusto della festa è un tratto caratteristico della mentalità postmoderna, che ormai si è impadronita della nostra cultura e della nostra mentalità, soprattutto non si deve dimenticare che la gioia è un gigantesco segreto del cristiano, un segno luminoso e inconfondibile del testamento di Gesù: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. La “mia” gioia: papa Francesco commenta. “Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore per offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia”.
Certo, anche la vita del cristiano, come quella di ogni uomo, ha i suoi momenti difficili, ma, nella certezza di essere infinitamente amato dal Padre che mai lo dimentica, egli non perde i punti di riferimento che rendono la vita ancora bella e degna di essere vissuta. La Sacra Scrittura è piena di questi richiami dalle certezze che nascono dalle convinzioni fondamentali della fede cristiana.
Per il dono della grazia, egli fa parte della famiglia divina, è divinizzato, figlio del Padre, fratello di Gesù Cristo, tempio e casa dello Spirito Santo. Una certezza che non viene mai meno, anche dopo gli sbandamenti che punteggiano purtroppo la sua vita e lo portano lontano dalla casa paterna, esattamente come il figlio minore della nota parabola del vangelo di Luca. Consumato il peccato, risollevando la testa, già il salmista pregava: “Rendimi la gioia di essere salvato”. L’essere riammessi nella casa paterna, per di più senza punizioni o rimproveri, è fonte di autentica gioia: la gioia della salvezza ritrovata, del perdono e della conversione riacquistati. Come se nulla fosse successo.
Una gioia che non vive da sola, ma che trova il suo ambiente naturale all’interno di una comunità. Ora il cristiano vive in una comunità di amici e di fratelli ed è con essi che egli è chiamato a far festa. Per essere piena, la felicità ha bisogno di una risonanza, di una condivisione, di una compartecipazione. Felicità fa rima con comunità. Non solo, ma papa Francesco ricorda che “l’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri… Invece, se ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia”.
La gioia è parte integrante dell’evangelizzazione, perché il messaggio di salvezza è di per sé un messaggio di gioia, una lieta notizia appunto. Più volte, anche da cristiani convinti, ci è stato rimproverato di comportarci in modo opposto a quello che dovremmo mostrare in tutti i nostri atteggiamenti: nelle parole che escono dalla nostra bocca, nei lineamenti del volto, negli stessi canti, che di per sé dovrebbero essere un’espressione di giubilo e di vittoria. Per papa Francesco, “Maria che ha saputo scoprire la novità portata da Gesù, cantava: ‘Il mio spirito esulta’”. Soprattutto una gioia che dovrebbe esplodere nelle celebrazioni eucaristiche, riportate in mano ai suoi celebranti. Prendiamo atto che i giovani vanno da tempo ripetendo che la nostre messe sono monotone, stanche, fredde, senza entusiasmo, asettiche.
Addirittura, “ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli e in san Filippo Neri”. Il malumore non ha affatto vita facile nel mondo della santità. E umorismo significa spirito divertente, arguto, brillante, frizzante. Incontrare un santo significa anche incontrare un divertimento, un alleggerimento, un’iniezione di buon umore e di allegria. Almeno ordinariamente, la mancanza di questo spirito è segno di santità incompleta, di qualcosa che è ancora da ricercare e far proprio. La durezza, la severità, la gravità non sono atteggiamenti tipici del cristiano, a cui il lieto annuncio ha cambiato radicalmente la sua vita.
L’ultima parola è la speranza che illumina e rischiara l’intera sua esistenza. E la speranza supera tutti gli ostacoli del presente e del futuro. Anche la morte, l’ultimo nemico, cede il passo alla sua marcia trionfale. Il santo canta anche la morte, il passo doloroso ma necessario per il transito all’eternità. Francesco d’Assisi rimane il prototipo, ma non è il solo a salutare come la benvenuta “nostra sora morte corporale”. Al di là di essa, si stagliano le meravigliose e incantate mura della Gerusalemme celeste, con le porte spalancate sui quattro punti cardinali per raccogliere tutti coloro che vengono dalla grande tribolazione. Tutti. Perché la speranza cristiana è grande come la misercordia di Dio. Infinita.
Giordano Frosini

L’amicizia con Gesù

Il sognatore è l’amico di Gesù. Al tema dell’amicizia papa Francesco ha dedicato pagine commosse e suggestive della sua lettera ai giovani, nate dall’esperienza di una vita in cui la parola in questione ha avuto la sua nascita e la sua rivelazione. L’amicizia umana certamente, ma soprattutto l’amicizia con Cristo. Soltanto chi proviene da questa duplice esperienza può scrivere parole così convinte: “Per quanto tu possa vivere e fare esperienze, non arriverai al fondo della giovinezza, non conoscerai la vera pienezza dell’essere giovane, se non incontri ogni giorno il grande Amico, se non vivi in amicizia con Gesù”. Espressioni del genere non nascono dalla penna ma dalla vita o, se vogliamo, dalla penna che attinge le sue parole dal cuore. Una confidenza preziosa che vorremmo poter imitare da parte nostra. Poste queste premesse, al lettore si richiede di leggere le pagine che seguono come un diario spirituale, che è qualcosa di più, di molto si più di una riflessione teologica.
Poi la litania dell’amicizia, della sua natura, della sua incommensurabile preziosità. “L’amicizia è un regalo della vita e un dono di Dio”. Un’opinione che trova d’accordo l’opinione pubblica, anche se può essere segnalata come una originalità la chiamata in causa di Dio, del cui amore l’amicizia può essere considerata come un riflesso e una partecipazione. Qualcosa di sacro, dunque, che oltrepassa il solo richiamo esistenziale.
Di più se è vera, l’amicizia “non è una relazione fugace e passeggera, ma stabile, fedele, che matura col passare del tempo” e che ha come caratteristica la ricerca del bene di colui col quale l’amicizia è stata stabilita. Una ricchezza, un sostegno, un completamento della natura, di cui nessuno ignora o vuole ignorare l’importanza, Anzi, aggiunge il papa, essa “è così importante che Gesù stesso si presenta come amico”. Sta qui il segreto della riflessione papale: Gesù ha detto chiaramente che egli ci considera come amici e ci chiama con tale nome. Ne dobbiamo trarre le conseguenze.
Un nome che dà al rapporto con lui caratteristiche particolari da sottolineare e da valorizzare. L’amicizia crea un legame intimo, un rapporto affettivo, un vincolo familiare, una relazione di tenerezza. Il rapporto appare radicalmente cambiato, con un passaggio dall’ordine oggettivo all’ordine soggettivo. Così il peccato non è più soltanto una negazione della legge, un atto di disubbidienza al Creatore, ma anche un’offesa dell’amico; e la preghiera oltrepassa il valore del formulario dettato per diventare un momento di dialogo e di familiarità. L’amicizia colora tutto di luce nuova e l’intero rapporto assume i caratteri della confidenza e dell’intimità.
Due vite che s’incontrano fino a fondersi: “ Non vivo più io, ma Cristo vive in me”.
“Con l’amico parliamo, condividiamo le cose più segrete. Con Gesù pure conversiamo. La preghiera è una sfida e un’avventura. E che avventura! Ci permette di conoscerlo sempre meglio, di entrare nel suo profondo e di crescere in un’unione sempre più forte”. La conversazione intima con lui è anche un esercizio di preparazione della vita con lui, nell’eternità. Quando, dopo la morte, lo incontreremo, lo riconosceremo, perché avremo già stabilito con lui un rapporto di vera amicizia. Sarà una cosa affascinante ritrovarsi sempre insieme con lui “faccia a faccia” e continuare per l’eternità un dialogo amicale cominciato e portato avanti nel tempo.
È Gesù che offre l’amicizia, richiede l’amicizia, si direbbe in gergo: “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici”, afferma il testo giovanneo. L’amicizia con lui fa parte del dono fondamentale della grazia elevante, della parentela divinizzante. Il cristiano è chiamato a rispondere con la sua accettazione: la chiamata allora diventa realtà, che da parte di Gesù è indissolubile. Egli non ci abbandona mai e chiede a noi di fare altrettanto. Se ci allontaniamo, la sua alleanza rimane, perché egli non può “rinnegare se stesso”. Dio non conosce l’infedeltà, che pure rimane sempre nelle possibilità delle mani dell’uomo.
Accettare in pieno l’amicizia con Gesù significa anche impegnarsi con tutte le forze nell’imitazione. “Amicitia aut pares invenit, aut pares facit”: ripete da sempre il detto popolare. L’uguaglianza non c’è e non ci sarà mai, ma il desiderio di riprodurre in sé le sembianze dell’amico rimane il desiderio di fondo e il segno che l’accettazione dell’offerta è stata presa veramente sul serio e matura nel tempo.
“Christianus alter Christus”: il cristiano è un altro Cristo, la sua immagine riprodotta nel tempo. Amare come lui, sognare come lui, vivere come lui è il programma dell’esistenza del battezzato che cammina verso la perfezione. Non tanto una imitazione, impossibile oltre che senza senso, perché la vita non si ripete, ma una sequela, cioè una condivisione dei grandi ideali evangelici di amore e di speranza nel proprio tempo e nelle proprie condizioni di vita. È esattamente questa la croce da prendere e portare ogni giorno.
Giordano Frosini