Libri di Giordano Frosini

Eventi

Consuntivi a 50 anni dal Concilio

Cinquanta anni sono un tempo abbastanza lungo per tentare un consuntivo anche su un avvenimento molto complesso come è stato per la chiesa moderna il concilio Vaticano II, se non il più importante, certamente il più originale e il più coraggioso dei venti che sono stati celebrati nei duemila anni trascorsi. Gli analisti, gli studiosi, i teologi non si sono fatti sfuggire l’occasione e nei mesi passati hanno compiuto questo lavoro in vari modi e in distinte occasioni. Sono attualmente a disposizione diversi risultati di questa ricerca, sui quali è opportuno che i cristiani di tutte le condizioni pongano ora la loro attenzione. Una pubblicazione in particolare ha richiamato la nostra attenzione: quella di un folto gruppo di teologi dei cinque continenti, che guarda con serietà quanto è stato compiuto e indica con autorità il lavoro che ci aspetta nel futuro per una piena recezione delle indicazioni e delle direttive contenute nella storia e nei documenti conciliari.
Sappiamo che le posizioni dei membri della chiesa non sono concordi, purtroppo siamo anche a conoscenza della ignoranza che circonda la dottrina che ci è stata trasmessa anche in quei settori che avrebbero dovuto presiedere alla sua realizzazione. Se ne riprendiamo il discorso è perché siamo convinti che non è mai troppo tardi e che con buona volontà è possibile ancora riprendere il tempo perduto.
Certamente non è poco quanto è stato realizzato in questi cinquanta anni, se si considera in particolare il processo accelerato dei primi anni dopo la chiusura del concilio. Ma nessuno in buona fede può dire che quanto è stato fatto è sufficiente per poter affermare che le grandi intuizioni conciliari sono state realizzate. In tutti i campi, compreso quello liturgico, che è dato normalmente come il più avanzato in fase attuativa. Eppure non c’è dubbio che la voce che risuonò così fortemente in quei giorni fortunati sotto le meravigliose arcate della basilica di san Pietro era la voce dello Spirito Santo, che chiamava a raccolta la chiesa di Cristo in uno dei momenti più difficili della sua storia e di quella dell’intera umanità. Quello lo Spirito domanda ancora a noi, ora che i protagonisti del grande avvenimento sono praticamente del tutto scomparsi. Lo dobbiamo anche per riconoscenza alla loro sapienza, al loro coraggio, alla loro fatica, che ci commossero allora e sono capaci di commuovere ancora oggi.
Il mondo è notevolmente cambiato dai tempi in cui furono stese le pagine della Gaudium et spes, ma lo spirito che ispirò il suo inizio folgorante e rivoluzionario non è venuto certamente meno: la chiesa fa sue tutte le gioie, le speranze, le sofferenze dell’umanità che da allora non ha conosciuto giornate di pace e di tranquillità e ha accumulato problemi su problemi, che gravano quotidianamente su di essa, rendendo sempre più difficile la convivenza pacifica e serena dell’intera umanità. È in pari la chiesa di papa Francesco con quanto i padri conciliari scolpirono allora sulle pietre di Roma, in particolare per quanto riguarda i poveri, coi suoi meravigliosi documenti e il cosiddetto patto delle catacombe?
E la collegialità, la sinodalità, la comunione sono veramente al centro dell’attenzione comune, gerarchia e fedeli, come è stato stabilito una volta per sempre? Dobbiamo ancora ricordare che su questi temi il concilio giocò tutta la sua autorità, ricongiungendo la chiesa di oggi alla chiesa dei primi tempi, dopo secoli di travaglio e di difficoltà che l’avevano distanziata dalla purezza delle origini? E la promozione dei laici, della donna in particolare, dei giovani che ci stanno abbandonando, è davvero arrivata alla sua conclusione, oppure c’è ancora del cammino da fare? Anche l’istanza ecumenica e quella del dialogo con le altre religioni stanno conoscendo giorni di declino. E frattanto gran parte del popolo cristiano preferisce seguire le voci dell’egoismo sempre più forti nella nostra società piuttosto che quella della carità e della condivisione che sta indicando senza mai stancarsi papa Francesco. Non sono discorsi peregrini che possono lasciare il tempo che trovano. Se non riusciamo a risolverli sostanzialmente almeno all’interno della comunità cristiana e in particolare dei suoi corpi dirigenti, è inutile parlare di unità. L’unità si fa sulle carte costituzionali della chiesa. A quando queste chiarificazioni?
Giordano Frosini

Ritrovare lo spazio pubblico perduto

La secolarizzazione che si è ormai insediata nelle società contemporanee, in particolare in quelle europee ha prodotto il ritiro delle religioni dallo spazio pubblico. Il primo a farne le spese è stata naturalmente la religione cristiana, che del vecchio continente ha accompagnato la nascita e lo sviluppo costante fino ai nostri giorni. Bisogna essere ciechi per non vedere che senza il cristianesimo esso mancherebbe della sua anima, del suo spirito, dei valori fondamentali che hanno illuminato la sua storia non sempre all’altezza della situazione e ne hanno fatto uno dei fari più luminosi dell’intera civiltà mondiale.
Ora la religione non è sparita, manda ancora segnali di grande vitalità, ma rimane sostanzialmente chiusa in se stessa, senza quella presenza pubblica che essa ha mantenuto per lunghi secoli, fino all’avvento della secolarizzazione.
Secolarizzazione non è una parola che deve far paura, centrata com’è all’interno dei documenti del concilio Vaticano II, che l’ha collegata direttamente con la dottrina della creazione; ma il termine non dice appieno quanto è successo nei nostri paesi con l’avvento dell’era moderna. In realtà, più che di secolarizzazione, si dovrebbe parlare di secolarismo, che è l’esasperazione della prima. Secolarizzazione significa laicità ben accolta oggi dalla teologia cattolica, secolarismo è invece almeno la negazione pratica degli influssi di Dio sulla vita delle società. La religione ridotta a fatto privato, senza possibilità di un suo influsso sulla cultura, sull’economia, sulla politica, sui problemi sociali in generale. Una mutilazione inaccettabile da parte cristiana, che sta suscitando una reazione decisa da parte di coloro che sono più sensibili alle dimensioni onnicomprensive dell’evangelizzazione, fra i quali non è affatto difficile collocare papa Francesco per i sui richiami e le sue testimonianze concrete.
Ha scritto un eminente filosofo e teologo cattolico del nostro tempo: “Se non vogliamo che la fede cristiana finisca nel ghetto di ristrette comunità identitarie, con un proprio linguaggio ad esclusivo uso interno, abbiamo il dovere, in ossequio al mandato missionario caratterizzante ogni cristiano, di renderla presente in questo ‘spazio pubblico’ in modo intelligente, comprensibile, credibile ed anche interessante, agganciandosi ad interrogativi e desideri umani profondamente sentiti”. Lo ‘spazio pubblico’ è il nuovo areopago, la nuova agorà in cui siamo impegnati ad annunciare la nostra fede in Dio. Rapitoci dalla secolarizzazione, dobbiamo saperlo riconquistare nel tempo della sua imperante presenza.
Come? Evidentemente incidendo, in nome del Vangelo che ci è stato consegnato, sulle urgenze del tempo presente che stanno a cuore indistintamente a tutti. Si tratta dei cosiddetti “segni dei tempi”, che tanto spazio hanno avuto nel concilio Vaticano II e, forse, più ancora, in questo polemico post-concilio. Occorre aprire, spalancare le porte, andare incontro a un’opinione pubblica distratta e in tutt’altre faccende affaccendata, farsi vivi con proposte coraggiose e critiche adeguate, se vogliamo con aria umile e dimessa, ma fatti forti della forza di Dio, dell’insuperabile insegnamento di Gesù e della luce dello Spirito Santo.
Messa dinanzi a certe prese di posizione, alla trattazione coraggiosa di certi temi, a vigorose sollecitazioni in positivo o in negativo, la città è costretta a riflettere e parlare sui giornali, sui libri, sui vari mezzi di comunicazione sociale e in tal modo nell’opinione pubblica si aprono spazi di evangelizzazione, che le cerimonie interne agli edifici sacri, per la loro stessa natura, non possono in alcun modo avere.
Un recente convegno teologico intercontinentale ha fatto un elenco di queste urgenze o segni dei tempi che attendono ansiosamente la nostra attenzione. Fra questi: l’ambiente, la giustizia sociale, l’abnorme e scandalosa disuguaglianza, l’emergere di nuovi soggetti come le donne e i giovani, il fenomeno epocale della migrazione, una significativa e visibile conversione della chiesa, la restaurazione dell’unità cristiana. È augurabile che a nessuno venga in mente di tacciare questi programmi di terrenismo o di qualcosa del genere. Il primo a esserne colpito sarebbe proprio papa Francesco.
Giordano Frosini

Ricominciamo dall’evangelizzazione

L’ordine è quello di uscire fuori, di abbandonare le comode residenze dei nostri edifici, andare per tutte le strade e le piazze del mondo, predicare sui tetti delle case di tutti i continenti, portare a tutti l’annuncio della liberazione e di salvezza che la chiesa ha ricevuto come uno straordinario dono dall’alto: non si può nascondere un segreto così bello e così grande, ogni uomo ne ha diritto e chi lo possiede ha il dovere strettissimo di proclamarlo a voce alta. Al di sopra dei problemi che assillano la vita quotidiana, dei grandi avvenimenti che agitano in continuità la storia dei popoli, rimane una certezza che dà senso alla vita e gioia all’esistenza assetata di verità e di punti fermi da non rimettere mai più in discussione. È il contenuto fondamentale dell’evangelizzazione, che ha al suo centro l’assicurazione che “Dio è amore” e sorveglia dall’alto la sorte dell’umanità e di ogni suo componente, che egli circonda di affetto e ama e protegge come un padre fa col suo figlio.
Il comando di “andare” fa della chiesa una realtà essenzialmente missionaria: tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, anche senza saperlo, attendono questo messaggio, che non ha paragoni con tutte le parole e le teorie che gli uomini hanno costruito con la loro feconda inventiva nel lungo corso della loro storia. Certo è necessario che la chiesa sia anzitutto convinta del grande tesoro di cui è in possesso, viva alla luce di esso e tale appaia visibilmente a tutti coloro che la osservano dall’esterno e la giudicano per il suo comportamento singolare, controcorrente, coerente con le parole che escono dalla sua bocca. Prima di evangelizzare, la chiesa anzitutto evangelizza se stessa, il primo annuncio è esattamente quello della vita e della testimonianza. Senza questo primo anello, la catena non ha consistenza e manca del suo supporto naturale.
Uscire fuori non ha soltanto un significato geografico, ma indica linee di interesse e di comportamento che incidono sulla prassi pastorale, oltre le liturgie, le devozioni, certi riti consacrati dal passato e arrivati fino a noi. Bisogna allargare il nostro sguardo, entrare decisamente in quello spazio pubblico, considerato come il “nuovo areopago”, andare incontro, con iniziative opportune, all’opinione pubblica, pervasa fino al midollo di secolarismo sia nella sua fase moderna che post-moderna, che continuano a convivere insieme. Fin là devono arrivare le nostre proposte e le nostre critiche, forti della forza di Dio e della luce dello Spirito Santo. Uno stile profetico che si inserisce nel vivo delle problematiche attuali per illuminarle col pensiero di Dio e, nel suo nome, indicare vie di ricerca e di soluzione.
È la via dei “segni dei tempi”, indicata con forza da papa Giovanni e dal concilio Vaticano II e oggi rivivente con particolare efficacia nell’azione e nelle esortazioni di papa Francesco. Se non vogliamo che la fede cristiana finisca in un ghetto, bello quanto si vuole ma spiritualmente chiuso e pastoralmente inefficace, è questa la via da battere. Proprio in una liturgia estiva, su questo tema, abbiamo riletto il testo evangelico di Luca, cui fa eco Matteo, contenente anche la condanna di Gesù: “Ipocriti, sapete riconoscere i segni atmosferici, ma continuate a ignorare i segni dello Spirito”. Perché per il credente i segni dei tempi sono i richiami perentori dello Spirito Santo, che guida nel tempo il cammino degli uomini e della chiesa.
Una recente pubblicazione, contenente le riflessioni delle Università Cattoliche, sparse per il mondo, allo scadere dei cinquanta anni dal concilio Vaticano II, richiama con forza l’attenzione della comunità cristiana su un tema così centrale nei documenti conciliari e offre anche una serie di questi segni di particolare interesse per gli uomini del nostro tempo: sono l’ambiente, la giustizia sociale, la violenza, le migrazioni di massa, l’emergenza di nuovi soggetti sociali (come i popoli autoctoni, le donne, i giovani, le famiglie dalle forme diversificate) la profonda trasformazione religiosa, imposta dalla situazione attuale della società e, per altro verso, dalle stesse esigenze del Vangelo, la restaurazione dell’unità delle confessioni cristiane. Si tratta di una specificazione dell’inizio ben noto e folgorante del documento conciliare Gaudium et spes.

Ricominciamo con rinnovato entusiasmo il nostro cammino anche nel ricordo commosso del vescovo Mansueto che ci ha prematuramente lasciato in questo periodo e che non abbiamo potuto ricordare nel passato a causa della pausa estiva.

Giordano Frosini

La natura come libro dell’estate

Da sempre il mondo è stato considerato come il primo documento dell’auto-manifestazione di Dio. Prima che per mezzo dei profeti e degli scrittori sacri, Dio ha parlato agli uomini attraverso la creazione, che ha messo nelle loro mani perché la completassero con la loro intelligenza e la loro azione. La seconda rivelazione, contenuta nella Sacra Scrittura, che pure è il perfezionamento e il completamento definitivo della comunicazione divina, non deve far dimenticare la prima, che fin dalle origini è servita da scala per risalire dalle cose al loro autore. Dio ha rotto il suo silenzio eterno anzitutto con i messaggi disseminati a diversi livelli nella natura, a cui, in posizione di preminenza, appartiene l’uomo, come suo vertice e fine immanente. Create attraverso la Parola, anche le cose sono parole che parlano di Dio al cuore e all’intelletto dell’uomo. Un libro, quello della natura, aperto indistintamente a tutti, che non costa nulla, decifrabile pure da coloro che non sanno né leggere né scrivere, che si rinnova nel tempo, anche per opera dell’uomo, pur rimanendo sostanzialmente lo stesso. Un pensiero antico che i poeti, Dante anzitutto, hanno immortalato coi loro versi. Ma già l’apostolo Paolo ne aveva parlato quando, nella sua lettera ai cristiani di Roma, aveva scritto che le “perfezioni invisibili (di Dio), ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute”.
La civiltà moderna, con l’invasione delle sue costruzioni artificiali, con il dinamismo accelerato e scomposto impresso ai costumi delle nostre società, coi connessi rumori e fracassi che stanno soffocando il silenzio e il raccoglimento anche nei luoghi più dissiti e solitari, hanno di fatto rubato quella possibilità di contemplazione estatica di cui parla l’apostolo Paolo. Un libro aperto a tutti, la natura, da tutti facilmente comprensibile, ma soltanto a una condizione: quella dell’attenzione prolungata, della quiete indisturbata, dello stato di riposo, dell’apertura disponibile al messaggio che viene da un mondo che ci sovrasta e ci conquide. Bastano gli occhi per gustare la gioia di un tramonto sul mare, di un’alba sui monti, dello spettacolo di un cielo scintillante di stelle nelle notti profonde, lontani dalle luci della città, perché queste impediscono di guardare in alto. Condizioni che l’estate tiene in serbo per tutti, in qualche modo anche per coloro che non hanno la possibilità di abbandonare a lungo i luoghi della propria abituale residenza per una meritata villeggiatura.
Ma anche una prima e parziale informazione scientifica amplia e fortifica la capacità di meraviglia dinanzi al grande mistero dell’universo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, dagli elementi sub-atomici alle maestose galassie che si rincorrono nello spazio a velocità semplicemente inimmaginabili. Più di sempre, oggi “i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani”. L’antico salmista ci presta le espressioni più belle della sua meraviglia.
Il cristiano sa che quanto l’universo “squaderna” ai nostri sensi è opera dell’intera Trinità, ma la teologia ama distinguere quanto appartiene alle singole persone, secondo la loro caratteristica e funzione all’interno del cerchio trinitario. È così che al Padre, principio di tutto, si attribuisce la potenza, la forza, l’unità delle singole realtà e dell’universo nel suo complesso; dal Figlio, che è il Logos, la mente, il pensiero, dipendono, l’ordine, la misura, la matematica, le leggi che lo scienziato sta ricercando con lentezza e porta alla superficie per il benessere e lo sviluppo dell’umanità; lo Spirito Santo, che è il compimento della Trinità, è colui che completa l’opera delle prime due persone, arricchendola con l’apporto della grazia, della bellezza, della bontà, dell’incanto, del brivido che scuote il sentimento dell’uomo fino nelle sue più intime profondità.
Un mondo raccolto nella sua grande unità, solcato dal pensiero, arricchito di grazia e di bellezza: è esattamente questo il mondo che sta dinanzi a noi e che convoca la nostra attenzione, troppe volte sperduta in faccende insignificanti. Ogni spettacolo che si snoda sotto i nostri occhi è un’occasione che ci ricorda la divina grandezza, suscita la nostra ammirazione e domanda la nostra preghiera. Il cristiano arricchisce così la sua vacanza.
Giordano Frosini

I laici e le realtà temporali

Si cambi pure il nome, non si parli più di laici ma di cristiani senza altri aggettivi, che non sono cioè né ministri ordinati né religiosi, ma, una volta, sottolineato che tutti i battezzati sono insigniti della stessa dignità (quella di figli di Dio) e della stessa missione (quella di edificare la chiesa sia al suo interno che al suo esterno, nei riguardi cioè della società e del mondo), c’è un’altra affermazione in cui tutti sono sostanzialmente concordi, quella che a loro compete un particolare impegno nella vita familiare, professionale, sociale e politica. La cosa appare più che normale, essendo essi direttamente immersi in questa trama quotidiana di preoccupazioni e di relazioni, a differenza delle altre due categorie di fedeli che compongono la chiesa. Non è questo, dobbiamo ripeterlo, l’unico campo della loro azione (essi sono veri membri effettivi e responsabili della chiesa, che ha assoluto bisogno del loro specifico apporto), né, d’altra parte, questi campi sono esclusi alla presenza e alla competenza dei ministri ordinati, ma nessuno intende negare che le competenze e le responsabilità dei cristiani “normali” vertono anzitutto e soprattutto in questi settori, normalmente designati col nome di realtà terrene. Di più, la loro presenza nella chiesa porterà sempre il timbro della loro condizione e della loro provenienza. “Uomini di chiesa nel cuore del mondo, uomini di mondo nel cuore della chiesa”, così le chiese latino-americane hanno definito (meglio: hanno descritto) la figura di coloro che finora si sono chiamati laici.
Nel campo delle attività profane, c’è però un capitolo che merita una particolare attenzione e trattazione: quello della politica. Se in quello che abbiamo chiamato il settore delle attività profane (si pensi, per esempio, alla scuola, all’insegnamento, all’educazione, all’amministrazione, a diverse altre attività non proprio religiose), si può essere più larghi nelle possibilità concesse al ministero ordinato, nel campo politico dobbiamo affermare un limite molto stretto e più rigoroso. La chiesa come tale, insieme al suo ministero di presidenza, si è auto-esclusa dall’esercizio della politica attiva, della politica con la “p” minuscola, della politica cosiddetta partitica, riservando per sé la politica dei principi, la politica col “P” maiuscolo. Una distinzione non di rado confermata anche con diversi concordati della chiesa con gli Stati. Di per sé, nessuna legge umana, in clima di democrazia, potrebbe impedire alla gerarchia di fare politica anche nel primo modo ora ricordato, naturalmente stando alle condizioni in uso in ogni ordinamento democratico, cioè al gioco della maggioranza e della minoranza. Ma è lei stessa che rinuncia a questa possibilità per motivi ponderati e seri, fra i quali il comportamento di Gesù, la mancanza di competenza nonché di autorità, soprattutto perché la politica divide ed essa, col suo ministero ordinato, è segno di convergenza, di pacificazione e di unità. Di fatto, nei principi i cristiani possono (dovrebbero) essere uniti, pur dividendosi nelle scelte politiche concrete, tutte quante però rispettose dei principi in questione. Un esempio concreto; è principio vincolante per tutti la scelta preferenziale dei poveri, però che questa scelta venga realizzata in un modo o in un altro, rimane nella libera valutazione dei cristiani, singolarmente presi o radunati in movimenti o partiti.
Un campo, questo, in cui i “laici” devono essere lasciati liberi, senza ingerenze ecclesiastiche di nessuna sorta. Il passaggio dai principi alle soluzioni pratiche si chiama in termini tecnici “mediazione”, sulla quale si è discusso molto nei decenni passati, ma che ora sembra più pacificamente accettata: essa appartiene di diritto ai cristiani impegnati in politica. Si pensi, per esempio, al complesso delle leggi riguardanti il matrimonio e la famiglia, che ha impegnato il nostro e gli altri paesi in questi ultimi decenni.
Dobbiamo ripetere quanto i papi hanno detto più volte negli ultimi tempi, in particolare nel periodo post-conciliare: l’esortazione alla politica. Sbagliano coloro che insistono esclusivamente sui temi di tipo religioso e dimenticano la bellezza e la necessità dell’impegno politico-sociale, da considerare una delle migliori partecipazioni alla costruzione del Regno di Dio, che è anche regno di giustizia e di pace. Evidentemente la rarefazione dei cattolici in politica dipende anche da questo ingiustificabile silenzio. È necessario (e urgente) risalire la china. La chiesa italiana lo deve fare anche nel nome e nel ricordo dei tanti politici cristiani che, con le loro idee e i loro comportamenti, hanno onorato nei decenni passati insieme il paese e la chiesa. I loro nomi sono scritti nel libro della vita.
Giordano Frosini