Libri di Giordano Frosini

Eventi

Pentecoste

Aldilà della modalità narrativa usata dagli evangelisti, nell’esperienza dei discepoli di Cristo l’evento della Pentecoste fu sicuramente qualcosa di dirompente. Lo possiamo constatare dall’inaspettato e di per sè incomprensibile espandersi della comunità apostolica, avvenuta attraverso la testimonianza e la predicazione di uomini che fino a poco tempo prima non avevano certo dato buona prova di sè. Fuggiti via al momento della cattura di Gesù e della sua crocifssione, li ritroviamo improvvisamente estroversi, lanciati fuori dal chiuso del cenacolo, “in uscita”, diremmo noi oggi con Papa Francesco. Qualcosa certamente di inspiegabile se misurato con le corte possibilità di quegli uomini.
Come già gli apostoli e i discepoli del Signore, anche noi chiesa di Pistoia, con la festa di Pentecoste riceviamo nuovamente e con abbondanza il dono dello Spirito. In questi anni stiamo imparando a camminare insieme. Con fatica e lentezze; tra tentennamenti e difficoltà; ma anche con la certezza che lo Spirito Santo ci sta comunque guidando, perché ci siamo affidati a Lui e abbiamo espresso la volontà di lasciarci guidare da Lui, sospinti dalla suo soffio vitale. Sulle ali dello Spirito, ci siamo messi insieme alla scoperta di un Dio che è Padre misericordioso, per imparare a servire da poveri i poveri e dar vita a comunità parrocchiali davvero fraterne e missionarie.
Siamo partiti due anni fa ponendoci in ascolto del Signore e l’uno dell’altro. Lo abbiamo fatto in modo sinodale. È ben giusto che di nuovo, sinodalmente, a Pentecoste, rappresentanti di tutte le parrocchie, associazioni e movimenti, presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, invochiamo ancora una volta il dono dello Spirito, testimoniando il suo passaggio nella nostra vita e verificando il cammino compiuto. Rinfranchiamo così il passo, perché sia più spedito lungo le strade dove fratelli e sorelle feriti nel corpo e nello spirito attendono il Vangelo della speranza, e nella storia si anticipino quei segni del Regno che ci sarà donato in pienezza alla fine dei tempi.
Perchè se ci sono due cose in particolare che lo Spirito Santo realizza, queste sono senz’altro il miracolo dell’unità nella diversità e il rinnovamento della faccia della terra. È opera dello Spirito che genti diverse, persone e popoli differenti possano trovare armonia articolata e complessa ma vera. Lo Spirito Santo crea comunione; le diversità di ciascuno non sono umiliate e negate, bensì valorizzate e accolte, allacciate in solidi legami di fraternità, fino al compiersi del miracolo della unità molteplice. La chiesa del resto, che prima di essere di uomini è opera dello Spirito, si manifesta esattamente così: popolo variegato nei doni, nei carismi e nei ministeri; unita però in un solo corpo, quello di Cristo. Questo miracolo è ben sotto i nostri occhi quando vediamo oggi una colorata pluralità di uomini, razze, culture e popoli far parte a pieno diritto della chiesa, in un modo che nemmeno gli apostoli avrebbero mai immaginato. Ad esso si contrappone soltanto l’ostinato individualismo di alcuni, la pretesa solipsistica di pensare di poter fare da sè e la caparbia volontà della ricerca dell’interesse proprio. Nella chiesa come nel mondo. Si, perchè – ed ecco la seconda cosa che dobbiamo dire dello Spirito – Egli è dentro la storia, la anima, la rinnova, ispirando nel cuore delle persone il bene operare per l’utilità comune. Nonostante ogni vento contrario, lo Spirito sospinge la creazione verso il suo compimento e suscita ogni pensiero e gesto d’amore, ogni anelito di giustizia, ogni speranza di un mondo migliore, ogni conoscenza che si volge alla pace, ogni ricerca scientifica che sia per il bene dell’umanità. Egli ispira gli artisti col fascino della bellezza; muove alla generosità chi si dona alla causa degli altri; sostiene la testimonianza degli operatori di pace, dando forza a coloro che offrono letteralmente la vita per un mondo migliore. Così lo Spirito Santo rinnova la faccia della terra e prepara cieli e terre nuove in cui abita la giustizia. Chi si fa guidare da Lui e si lascia sospingere da questa brezza leggera che parla di pace e d’amore, diventa, dentro la chiesa o anche oltre i suoi confini visibili, un vero costruttore di umanità che nessun ostacolo può veramente fermare.
† Mons. Fausto Tardelli
Vescovo di Pistoia

“Uscite da Babilonia”

Per la Bibbia, in particolare per l’Apocalisse, Babilonia è la città del male, del male in assoluto, del male totale: il covo dell’idolatria e dell’odio, del turpiloquio e della bestemmia, della prostituzione e della superbia, della divisione e della discordia; la città ebbra di sangue innocente che, adorna di pietre preziose e di ori luccicanti, siede sopra l’orrendo corpo di una bestia scarlatta, le cui sette teste e le dieci corna sono ripiene e coperte di nomi empi e blasfemi. Una città sconfitta e annientata negli anni lontani, la cui immagine però si è ripresentata minacciosa e terribile in alcuni passaggi particolarmente tragici della nostra storia.
Non è questo il male normale delle nostre città, ma un male più sottile, meno drammatico, un male democratico si potrebbe dire, un male più educato, meno eclatante, più subdolo e sotterraneo, quasi invisibile, fino al punto che si può tranquillamente vivere in esso senza farci caso e prenderne piena coscienza. Anche di queste città parlano i testi della sacra Scrittura, naturalmente ripudiandole e condannandole. Fuggire dalle prime come dalle seconde è un dovere dell’uomo redento e di tutti coloro che hanno a cuore le sorti delle città, nell’un caso e nell’altro minacciate nella loro stessa esistenza. Non si tratta evidentemente di un’uscita fisica, di un trasferimento materiale e corporeo, ma di un cambiamento morale, di una vera e propria conversione spirituale, di cui quasi nessuno sembra preoccuparsi, nemmeno coloro che si candidano a presiederne le sorti e il funzionamento.
Si voglia o no, il male radicale delle città rimane l’egoismo, l’individualismo, l’insensibilità, l’indifferenza, con tutte le specificazioni che ne possono seguire: discordie, inimicizie, divisioni, corruzione, immoralità, disuguaglianze assurde, maleducazione, prepotenze, sporcizia, rumori molesti, dimenticanza dei poveri, dei senza voce, dei meno fortunati… e via di questo passo. L’elenco è quasi infinito e ciascuno, sulla base della propria esperienza, potrebbe aggiungere qualcosa. I mali della società si danno convegno e hanno la loro rappresentanza entro le mura dei nostri agglomerati urbani. Il tutto nella parte, lo specchio e il simbolo dell’intera società. Chi vuol conoscere l’intero lo guardi da questo punto di vista. Anche l’urbanistica, l’architettura, la viabilità, le stesse case ne riflettono le sembianze di fondo, portano per chi li sa leggere i segni della disarmonia e del disordine di base.
Salvare le città, ritornare agli ideali che determinarono la loro nascita, ricercarne e riviverne lo spirito delle origini, è il dovere pressante su cui tuttisono chiamati a riflettere, specialmente nei momenti in cui qualche occasione speciale, come le elezioni amministrative, costringono a rivedere il passato e a programmare il futuro. La città ideale, come la Gerusalemme biblica, è un’utopia che spinge sempre in avanti e che non sarà mai perfettamente raggiunta, tanta è la carica di virtù, di perfezione e di bellezza che essa porta con sé. La Gerusalemme celeste è la città del futuro finale, della comunione perfetta, della pace totale. Le utopie hanno sempre le dimensioni della città che si chiamerà Città del sole o Città armoniosa, o Città dell’uomo. Per il credente specialmente il modello rimane quello della Gerusalemme celeste: “L’architettura della città dell’uomo – diceva Giorgio La Pira – nasce dalla contemplazione e dalla imitazione della città celeste”. Un ideale che attraversa tutta quanta la storia.
Le tante definizioni della città che si sono accumulate nel tempo ci aiutano a riscoprire il suo valore e il nostro impegno. Ne riprendiamo una dello scrittore politico cinquecentesco, Giovanni Botero, che così si esprimeva nella lingua del tempo: “Città si addimanda una ragunanza d’uomini ridotti insieme per vivere felicemente”. Ci si unisce insieme per aiutarci vicendevolmente in un rapporto solidale e complementare, di modo che la soddisfazione completa delle proprie necessità, impossibile al singolo isolato e nel villaggio rurale, risulti possibile col contributo di tutti, nell’amicizia e nella fraternità. Se manca a questo scopo istituzionale, la città smarrisce se stessa. Un irrinunciabile compito anche per la chiesa.
Giordano Frosini

Le due città

Fra tutte le scienze e discipline che si stanno interessando al problema urbano, c’è anche la teologia della città che, ispirandosi particolarmente al libro dell’Apocalisse (inizio e riferimento di ogni utopia umana), ha scritto pagine meravigliose nel corso della storia, cominciando dal grande Agostino, passando per Tommaso d’Aquino, per finire ai moderni fautori del personalismo comunitario, soprattutto francese e italiano. Una riflessione che ha poi suggerito idee e orientamenti ai tecnici della città, sociologi, psicologi, urbanisti, architetti, in genere costruttori, e che, nel tempo della radicale secolarizzazione, è stata messa praticamente in disparte con  danni tutt’altro che indifferenti per l’oggetto in questione. Anche diverse chiese locali, particolarmente nei tempi che precedono le elezioni amministrative, hanno preso parte al dibattito, offrendo a tutti suggerimenti preziosi di riflessione e di revisione, che poi uomini di grande spessore culturale hanno cercato di mettere in pratica, inserendosi direttamente nell’agone politico con una loro testimonianza luminosa, che è un imperdonabile errore ignorare e mettere oggi in disparte. Una vera e grave perdita di cui sono soprattutto responsabili i cattolici, cominciando dai laici, ma non escludendo affatto coloro che all’interno della chiesa occupano il ministero della presidenza. La riconquistata laicità della politica, che comincia proprio dalla polis, cioè dalla città, non va intesa come abbandono o dimenticanza dell’ispirazione cristiana, che il battezzato si porta sempre con sé. È fin troppo evidente che lo spirito evangelico è latore di principi e di orientamenti che urtano frontalmente contro certi comportamenti in atto nell’attuale universo politico, visto in tutta la sua comprensione ed estensione. Laicità e ispirazione evangelica per i credenti camminano inscindibilmente insieme, come due capitoli che si intersecano e si completano a vicenda a illuminare la loro attività sociale: è dalla loro congiunzione che nasce la singolarità specifica di ogni politica meritevole dell’appellativo di cristiana. Certo, se di questo non si parla, se, su un tema così importante specialmente in questo momento di confusione e di disgregazione, non si divulgano gli insegnamenti che la chiesa ha elaborato e trasmesso soprattutto negli ultimi decenni della sua storia, è inutile poi sperare che le cose si assestino automaticamente da sole. Guardando al recente passato, nessuno può negare che le cose sono notevolmente peggiorate. Un notevole ritorno all’indietro, un peggioramento deleterio, una vittoria dei cristiani sostenitori di quegli orientamenti spiritualistici e intimistici delle cui condanne sono pieni i documenti sociali (e non solo) della chiesa. È questo decisamente il tempo di ritornare su noi stessi, sul nostro passato migliore, su quanto di bello e di buono hanno realizzato coloro che ci hanno preceduto. Il tempo di prendere pienamente sul serio i richiami perentori del Regno e gli insegnamenti lucidissimi del concilio Vaticano II.
Il tema delle due città è semplice e suggestivo, sia che il termine “città” venga preso nel suo senso specifico di agglomerato urbano, sia che con esso si alluda alla società come tale. C’è una città del male e una città del bene; una città dei valori e delle virtù, una città dei disvalori e della morale; una città dell’individualismo, dell’egoismo e della disuguaglianza e una città della solidarietà, della fraternità e dell’amicizia che, come dice l’antico proverbio, o trova o mette tutti sul piede di piena parità. Preferiamo definire così le due città, anziché rifarsi direttamente a Dio e al suo contrario, come si faceva una volta, per amore della laicità, anche se siamo convinti che la trascendenza fa parte del concetto di uomo come tale e che, senza Dio, tutto rimane più aleatorio e difficile, anzi tutto è possibile. Dio non è una variabile asettica e insignificante ma il fondamento assoluto dell’ordine, dell’amore e della convivenza ideale. E qui entra in questione soprattutto l’intervento diretto della chiesa, in genere delle aggregazioni religiose.
Abbiamo sentito in queste ore il presidente eletto della Repubblica francese invocare il ritorno dell’era dei Lumi; è augurabile che egli alluda alla parte buona che tale cultura certamente include, ma non alla sua fase totale e tronfia che gli stessi suoi fautori hanno rinnegato e che ha celebrato solo da poco il dramma del suo immane fallimento. Anche i valori dell’Illuminismo trovano il loro vero fondamento in un contesto diverso.
Giordano Frosini

Un abbraccio straordinario

L’abbiamo visto in diretta televisiva e riprodotto dalla stampa, l’abbraccio con cui papa Francesco ha salutato il grande Iman di al-Azhar, la massima autorità dell’islam sunnita. Un abbraccio per niente convenzionale e distaccato, come si usa fare nei rapporti diplomatici (ed ecclesiastici), ma un abbraccio vero, schietto, caloroso, perfino affettuoso, che ha visibilmente sorpreso anche colui al quale era diretto. Il calore e lo slancio tipici di coloro che si amano, che ha commosso anche quelli che l’hanno visto di lontano e che si sono istintivamente aggregati allo scrosciante applauso dei diretti testimoni. Papa Francesco è fatto così: tutto d’un pezzo, egli ignora le mezze misure e senza falsi pudori manifesta all’esterno i suoi prorompenti sentimenti. Chi conosce la storia dei due protagonisti saluta nell’avvenimento il tipico fatto che incarna e riassume in sé un vero e proprio segno dei tempi. Una storia lunga, per niente pacifica, come è risultato anche dai loro interventi, una storia giunta a una svolta epocale. Più che di papa Francesco, la virata è dell’intera chiesa cattolica, che ormai da tempo, in particolare a partire dal concilio Vaticano II, riguarda con occhi di comprensione e di amore, le diverse religioni che popolano la faccia della terra, in particolare le religioni monoteistiche del bacino del Mediterraneo, provenienti,  come lei, da Abramo, il comune padre della fede. Come non ricordare a questo proposito il pensiero e l’opera di Giorgio La Pira che già in tempi lontani si è fatto promotore di una iniziativa di pace e di collaborazione, religiosa e politica, di ebrei, cristiani e musulmani, che in alcuni momenti del passato ha dato segni di vitalità e lampi luminosi di straordinaria civiltà?
Il messaggio è anzitutto rivolto ai cristiani dei nostri paesi non più abituati a questo stile di fraternità, che ormai fa parte irreversibile dello spirito cristiano. Ai seguaci dell’islam aveva riservato parole di comprensione e di amicizia il concilio Vaticano II, quando, parlando delle diverse religioni, aveva dedicato un intero paragrafo all’islam, assicurando che “la chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini”, e che “hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno”. Se non professano la divinità di Gesù Cristo, non è detto che non possano salvarsi, in virtù dei loro comportamenti e per i meriti del Salvatore che pure non hanno riconosciuto. Fratelli di fede da rispettare, voler bene, e da cui i cristiani possono benissimo ricevere insegnamenti ed esempi di autentica vita religiosa.
Se alcuni di loro, interpretando a loro modo le parole del Corano, praticano oggi l’esercizio di una violenza spietata, ci ripete ancora il papa con il suo abbraccio, non dobbiamo estendere la nostra condanna a tutti i correligionari, anche se possiamo chiedere, come ha fatto ancora il papa, alle loro autorità di fare tutto quello che è possibile perché questa spietata persecuzione abbia a finire. Del resto, il grande Iman sunnita, nel un suo intervento, ci ha ricordato in belle maniere che tutte le religioni, compresa la nostra, hanno qualcosa da farsi perdonare in questo senso.
In ultimo, l’abbraccio vuole ancora significare che il cristianesimo è sempre e dovunque la religione della misericordia e del perdono e che la risurrezione di Cristo ha dato inizio al mondo nuovo, in cui regnano l’amore, la concordia e la pace. Papa Giovanni era solito dire che il cristiano non ha nemici per parte propria. È convinzione comune che la pace fra le religioni è la prima condizione per la fondazione di un mondo pacificato nella giustizia e nell’amore. I viaggi e i gesti di papa Francesco questo vogliono ricordare a tutti i cristiani che non di rado si lasciano andare ad atteggiamenti che di evangelico hanno ben poco o nulla. La richiesta della distinzione della sfera politica da quella religiosa è risuonata chiara nelle parola di papa Francesco, portatore di quella distinzione liberatrice fra Cesare e Dio dichiarata dallo stesso Gesù. Il dialogo sincero fra le due religioni può riservare giorni migliori per una umanità dissestata, sempre in stato di guerra e sull’orlo di un conflitto atomico che potrebbe segnare per sempre la sua fine. Per questo dobbiamo tutti ringraziare dal profondo del cuore papa Francesco.
Giordano Frosini