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Un’estate per restare umani e pensare al creato

La chiusura estiva de “La vita” mi da modo non solo di augurare a tutti, ma proprio a tutti, che possano “staccare” un po’ e prendersi una pausa di sano riposo ma anche di invitare a una riflessione personale, che forse può trovare in questo tempo un più ampio spazio. Quindi, anche se il nostro settimanale per un po’ chiude, voglio lasciarvi qualche utile indicazione di lettura.
La prima lettura che vi suggerisco è dettata in parte dalla memoria di San Jacopo apostolo e martire che è di questi giorni e in parte dalla canonizzazione di Papa Paolo VI, il prossimo 14 ottobre. Consiglio dunque di andare a rileggersi con calma il “Credo del popolo di Dio” che a nome di tutta la Chiesa, il grande Papa Montini volle solennemente professare in piazza San Pietro la domenica 30 giugno 1968. Una lettura che suggerisco per cercare di capire o di ricapire chi è il cristiano. Ce n’è bisogno. La cosa sarebbe di per sé semplice, se non fosse che purtroppo non sia chiaro a molti, per cui a volte capita ci si professi cristiani e cattolici senza esserlo nei fatti. Allora è bene ricordare che cristiano è chi crede che Gesù è il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per liberarci dai peccati e aprirci le porte del paradiso. Cristiano è chi confida in Lui e spera di entrare nel Regno dei cieli che è il destino dell’uomo: la comunione della Trinità divina. Per questo cerca di vivere già quaggiù, insieme a fratelli e sorelle nella Chiesa, seguendo Gesù e mettendo in pratica i comandamenti del Signore che si concentrano nell’amore verso Dio e verso il prossimo, chiunque esso sia ma in specie i poveri. Il cristiano perdona le offese ricevute e si sforza di amare anche i nemici. Partecipa abitualmente all’Eucaristia domenicale, prega e fa penitenza per i propri peccati, si nutre della parola di Dio e lavora instancabilmente per il Regno. Vive in Cristo, per Cristo e con Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo, nella grazia di Dio. Cerca di pensare come Cristo, di agire come Lui, di amare come Lui, secondo quello che la bimillenaria trazione della Chiesa propone a credere.
La seconda lettura forse è un po’ particolare: “Etica e infinito. Dialoghi con Philippe Nemo” di E. Levinas, ed. Castelvecchi. Perché suggerisco questo libro? Perché oggi è urgente rimanere umani. Urgentissimo. E un autore come Levinas è quello che ci vuole per una riflessione sull’umano. Il rischio della barbarie non è superato, anzi è sempre dietro l’angolo. Sia che essa prenda la forma di un mondo nuovo governato dagli algoritmi di una tecnologia che tutto pianifica e pacifica, imbrigliando però la libertà dell’uomo, considerato l’essere più pericoloso della terra; sia che assuma la forma muscolosa di un nuovo “super uomo”, forte e prepotente che afferma la sua superiorità sugli “altri”, “sub umani” senza diritti e dignità e che considera la pietà, la giustizia e la solidarietà ridicole debolezze. Occorre dunque ricordarci di essere uomini. Chi è però un uomo? Non è facile rispondere. Eppure bisogna farlo. Unità di corpo e anima spirituale, caratterizzato da complementarietà sessuale, l’uomo è un animale pensante e parlante e quindi relazionale, libero e cosciente si sé, a meno che qualcosa non lo condizioni in modo determinante. Cerca la felicità e cioè il bene, il vero e il bello. Per il credente è creatura a immagine e somiglianza di Dio. La sua natura personale non è lui a darsela e a inventarsela; la può solo riconoscere e semmai svilupparla in sé e negli altri come una inalienabile dignità che unisce tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro condizione di vita, il colore della pelle, la storia o le idee personali. Egli ha una natura sociale, per cui si definisce a partire dall’altro, non viceversa. E nell’accoglienza dell’altro fatta di attenzione, rispetto e amore, sta il compimento della sua vita che egli spera vittoriosa sopra la morte. Un tale uomo sa anche di sbagliare ed è dunque umile e desideroso di imparare e di migliorare ogni giorno se stesso con il necessario aiuto degli altri.
Come ultima lettura, vi propongo l’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco sulla “cura della casa comune”. Il primo di settembre si celebra la 13° giornata per la custodia del creato che quest’anno ha per tema: “Coltivare l’alleanza con la terra”. Di fatto, ci rendiamo conto che oggi questa alleanza è intaccata per tutta una serie di motivi; certamente anche a causa dell’uomo. Sempre più spesso la nostra terra – città, paesi, campagne – è devastata da fenomeni atmosferici di portata largamente superiore a ciò che eravamo abituati. Né il cambiamento climatico è l’unica minaccia: si pensi all’inquinamento diffuso ad ogni livello. Se, particolarmente d’estate ci è dato di gustare la bellezza di mari, boschi, montagne e valli, dobbiamo ricordarci che tutti questi beni sono a rischio. Qualcosa possiamo fare e lo dobbiamo fare perché la casa comune è affidata a tutti noi.
Dunque, con questo invito a prendersi qualche giorno di riposo e di tranquillità lontano dagli affanni quotidiani, approfittando però dell’occasione per qualche buona lettura, vi do il mio arrivederci a settembre.
† Fausto Tardelli

La Chiesa del SInodo

“La prima forma di evangelizzazione è la testimonianza”: una frase ormai ben nota che figura solennemente nel documento dedicato da Giovanni Paolo II al mandato missionario della chiesa. Anche a chi scrive, per aver ripetuto queste parole, più di una volta è capitato di sentirsi accusare di pelagianesimo o quasi, come se la Parola non avesse alcuna efficacia nativa in se stessa, ma trovasse il consenso dell’uditore solo in forza della vita personale e collettiva di chi l’annuncia. Non è così, ma è pur vero che chi ascolta ha diritto di misurare la coerenza di chi parla e di aspettarsi da lui la corrispondenza della vita, che si manifesta nella scelta delle espressioni e dello stesso tono della voce con cui si pronuciano. Stanco di parole che gli arrivavo, molteplici e contraddittorie, da tutte parti, l’uomo di oggi difficilmente ascolta e più difficilmente ancora si lascia convincere, specialmente quando sono in gioco le sorti della sua vita. Anche papa Benedetto ha usato per questo una espressione ugualmente impegnativa e forse di maggiore spessore teologico: “La conversione non è opera di proselitismo, ma di imitazione”.
Se queste cose le avessimo dimenticate o, piuttosto, non prese sufficientemente sul serio, i giovani ce l’hanno continuamente ricordate e in particolare ce l’hanno ripetute, si direbbe a muso duro, quando abbiamo parlato con loro dell’imminente Sinodo. Anche l’Instrumentum laboris ne parla spesso, in particolare nel capitolo terzo della terza parte, dove si richiamano i principi fondamentali del concilio Vaticano II e si invita a prendere parte attiva alla loro ancora incerta realizzazione. Un’ennesima occasione, non certo l’ultima, che si offre alla chiesa di riprendere ciò che è stato tralasciato, correggere ciò che si è sbagliato magari con la migliore delle intenzioni, aggiornare ciò che non si è preso con la dovuta serietà. È triste constatare questo ritardo conciliare dopo tanto tempo dalla sua celebrazione. La chiesa che offriamo ai giovani non è esattamente quella che i padri conciliari, sotto la guida dello Spirito Santo, avevano coraggiosamente tratteggiato e programmato. Forse a questo punto la cosa migliore è che ci rivolgiamo a loro perché con la loro freschezza e la loro sensibilità ci aiutino a ritrovare noi stessi e insieme le grandi idee smarrite per la nostra pigrizia e così fare con loro quello che non si è riusciti a fare senza di loro. Non sono tanto loro ad aver bisogno di noi, quanto noi ad aver bisogno di loro. Per questo ci disponiamo all’ascolto, alla ricerca comune, al cambiamento necessario, alla realizzazione di quell’aggiornamento, che rimane la parola d’ordine e la grande eredità di papa Giovanni. I giorni del Sinodo sono i tempi dello Spirito Santo, i tempi in cui si potranno rinnovare i prodigi delle tante “Pentecoste” che hanno segnato nel tempo il cammino della chiesa. Ogni giorno lo pregheremo perché egli aleggi di nuovo su di noi, come fece nei tempi della prima creazione. “Vieni, Santo Spirito, e manda dal cielo un raggio della tua luce”, che ferisca le nostre menti, accenda i nostri cuori, attraversi visibilmente col suo entusiasmo e la sua forza il corpo dell’intera chiesa, rinnovi la faccia della terra. Restiamo in attesa. Che sarebbe la nostra vita senza questi tempi di luce e di grazia?
C’è una preghiera della liturgia nuova che dice tutto in poche ispirate parole: “La tua chiesa sia testimonianza di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”. È la chiesa del concilio, la chiesa del Vangelo, la chiesa dei grandi papi che lo Spirito ci ha donato in questi ultimi anni. La chiesa dell’uguaglianza, della fraternità, della sinodalità, della libertà, la chiesa di tutti. La chiesa che sa ancora meravigliare e che, come nei giorni antichi, attiri l’attenzione del mondo intero, che potrà così ritrovare in lei quello che da sempre sta cercando. La chiesa della speranza, venuta a mancare nel tempo del nichilismo e della cultura di morte, che stanno ricoprendo il pianeta della loro ombra triste e tenebrosa. La chiesa della gioia, esattamente di quella gioia che il mondo non può dare, ma che non può nemmeno rapire. La chiesa giovane, che torna a sperare, come nelle sue ore migliori, nelle schiere dei giovani, riammessi a pieno titolo al suo interno dal papa più giovane che la storia ricordi. Una chiesa che, dimentica di se stessa, vive e lotta per il veniente Regno di Dio, che è “regno di verità e di vita, di santità di grazia, di amore, di giustizia e di pace”.
La chiesa dei nostri sogni e delle nostre speranze. La chiesa di cui parlava l’antico padre greco Giovanni Crisostomo, rivolgendosi in particolare ai giovani: “Non separarti dalla chiesa! Nessuna potenza ha la sua forza. La tua speranza è la chiesa. La tua salvezza è la chiesa. Il tuo rifugio è la chiesa. Essa è più alta del cielo e più grande della terra. Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna”. La chiesa di Gesù, non quella degli uomini.
Giordano Frosini

La sfida dei giovani

Con l’Instrumentum laboris, il documento pubblicato in questi giorni per la discussione dei padri sinodali, il tanto atteso Sinodo sui giovani entra nella sua fase definitiva. Certo ora si attendono gli interventi, le discussioni, le conclusioni, ma il materiale da trattare, da approfondire, da discernere è già delineato sommariamente con un contributo molto ampio, si potrebbe quasi dire generale, da parte dell’intera comunità cristiana: pastori, responsabili a diverso livello, educatori, familiari, laici in genere, in particolare naturalmente i giovani, che si sono fatti vivi, quando sono stati sollecitati e interpellati, il più delle volte con la loro abituale sincerità e vivacità. Il documento preparatorio è di ampio respiro, qualcuno potrebbe pensare di troppo ampio respiro, anche perché il Sinodo non durerà che alcune settimane, a meno che certi argomenti non trovino poi qualche prosecuzione nelle sedi più appropriate. Non pochi avrebbero preferito che certi argomenti di carattere generale, anche se di importanza fondamentale, fossero dati per scontati e ci si concentrasse, invece, su atteggiamenti, modi di fare, usi, convincimenti, che sono apparsi si può dire unanimemente oggetto di dura critica da parte dei diretti interessati e di coloro che li seguono da vicino fisicamente e affettivamente. La presenza di un uomo aperto e coraggioso come papa Francesco è una garanzia di serietà e di riuscita. Ma, come sempre, del resto, sta succedendo nella chiesa anche di oggi, non mancheranno certo le voci di dissenso, di remora e di conferma del passato, come se tutto procedesse alla perfezione e non ci fosse bisogno di adeguarsi alla realtà di un mondo che sta cambiando vorticosamente e che si sta allontanando sempre di più dalla chiesa. Dinanzi all’innegabile crisi che attraversa l’intero campo della chiesa né si possono chiudere gli occhi e nemmeno contentarsi di ripetere quanto è sempre stato detto nel passato, concilio Vaticano II compreso. Il Sinodo non ha il valore di un concilio ecumenico, ma ha comunque una portata di valore immenso e, con l’autorità dei vescovi che lo compongono e del papa che lo presiede, può aggiornare quanto è stato tramandato dallo stesso concilio e ha ormai bisogno di essere adeguato ai tempi che scorrono veloci e senza sosta sotto i nostri occhi.
È il caso, per esempio, della liturgia. La rigidità dei formulari, la scelta delle letture, le traduzioni letterali non poche volte inintelligibili anche ai veri professionisti, la scarsa partecipazione dei fedeli, le omelie ridotte a monologo, e via di questo passo, non possono suscitare il desiderio di tentare qualcosa di diverso, di più vivo, di più vitale, che susciti adesione, compromesso, entusiasmo? Leggiamo nell’Instrumentum sotto il titolo: “Il gusto e la bellezza della liturgia”: “In maniera provocatoria la Riunione Presinodale del marzo 2018 dice che ‘i cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo, troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte’”. Qualcosa del genere si dice anche delle omelie. Cose che tutti più o meno abbiamo sentito ripeterci più volte e che purtroppo, se vogliamo essere sinceri corrispondono alla verità. La decimazione (per essere generosi) dei giovani alle nostre tante (troppe!) messe non è purtroppo un’invenzione, ma una delle più cocenti realtà delle nostre “aggiornate” pastorali.
Una risposta generica, sbrigativa e scontata del Sinodo su un punto così importante (ipotesi tutt’altro che improbabile) lascerebbe pienamente delusi giovani e adulti. Perché per dar vita a qualcosa di diverso, anziché ai soli liturgisti, non ci si rivolge, anche ai tecnici della comunicazione, che hanno fatto grandi progressi ai nostri giorni e che può certamente dare qualche consiglio utile, del quale Dio non si offenderebbe affatto? Anche la tecnica è al servizio di Dio. Una convinzione sulla quale tutti potrebbero e dovrebbero essere oramai convinti, senza nessuno sforzo.
Il richiamo alla Parola di Dio non ha bisogno di commenti. Siamo alle radici della fede cristiana. Tutto quello che ha trasmesso la Dei Verbum ha valore assoluto: perché la Parola di Dio è l’unico assoluto che possiede la chiesa. Attenzione però. Non tutta, non sempre la Parola di Dio, tramandata a noi da opere che hanno circa duemila anni di vita è di facile lettura e di facile comprensione. Volere o no, anche i testi scritturistici sono oggetto di critica e fonte di incomprensioni, se non proprio di incredulità. Ci sono dei criteri di lettura che la chiesa raccomanda da tempo e che non vengono minimamente messi in atto. Un lavoro che continua seriamente tutti i giorni e che impegna altrettanto severamente i maestri della Parola, della catechesi, della predicazione, dell’insegnamento. Si sta operando sotto i nostri occhi un passaggio dal cristianesimo pre-moderno al cristianesimo moderno. Nessuno è dispensato da questo cammino. Segnalo in particolare i vangeli dell’infanzia, i testi dei miracoli, i racconti evangelici della risurrezione. In genere succede che chi è aggiornato è quello che subisce le critiche più aspre da parte di coloro che non si sono degnati di dare un’occhiata a tutto quello che sta emergendo da tempo almeno sotto lo sguardo attento della chiesa.
I giovani hanno aperto la sfida. Noi non abbiamo altra possibilità che di accettarla.
Giordano Frosini

I giovani e le minoranze creative

Le benemerenze dei gruppi non si esauriscono al loro solo interno nelle formazioni di persone legate da vincoli di amicizia e di omogeneità di pensiero e di vita, ma nel loro complesso contengono anche forti valori di esemplarità espansiva e di capacità di richiamo sul mondo circostante. Essi così sono insieme mezzi di formazione e strumenti di invito e di proposta attraenti. Secondo la famosa frase di papa Benedetto, l’evangelizzazione avviene non per proselitismo ma per imitazione. Una legge fondamentale, a cui, ai giorni nostri, non si presterà mai sufficiente attenzione, capace, fra l’altro, di spiegare da sola l’insufficienza pastorale dell’insieme e delle parti.
Si tocca qui il tema delle minoranze creative, a cui sono legati due grandi personaggi del nostro tempo: lo storico inglese Arnold Toynbee e papa Benedetto XVI. Al primo spetta la creazione della legge frutto di una magistrale analisi storica, secondo la quale la storia della civiltà si presenta nei termini di sfide e di risposte, per le quali “minoranze creative” escogitano soluzioni capaci di riorientare l’intera società. Esempio classico quello della chiesa che risolse il caos dell’Europa post-romana con la creazione di una singola comunità religiosa. Quando le civiltà rispondono alle sfide, esse si sviluppano; muoiono quando non sono più capaci di reagire agli stimoli del tempo. “Le civiltà, diceva Toynbee, muoiono per suicidio, non per assassinio”. Un pensiero carico di tragiche responsabilità.
Papa Ratzinger è intervenuto più volte sul tema delle minoranze creative, naturalmente applicandolo alla vita e all’attività della chiesa, in questo passaggio particolarmente difficile della sua storia. Che essa, particolarmente in alcune condizioni, appaia ormai come una minoranza, non di rado di scarsa, scarsissima importanza, è un fatto che non sfugge più a nessuno. Partendo da questa considerazione papa Benedetto indica le vie da percorrere nel presente e nel futuro. “Sono le minoranze creative – afferma – che determinano il futuro e in questo senso la chiesa deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non son cose del passato, ma sono una realtà molto viva e attuale. La chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace”.
I diversi settori in cui può contribuire a questo scopo sono soprattutto “il dialogo intellettuale fra agnostici e credenti”, perché ambedue hanno bisogno dell’altro; il settore educativo, in cui la chiesa ha molto da dire e molto da dare e il mondo vive in uno stato di carenza e di vera e propria emergenza; in ultimo il settore della “Caritas”, che rimane una delle caratteristiche fondamentali della chiesa di tutti i tempi, in particolare nelle situazioni quasi disperate dei nostri giorni.
Una visione grandiosa degna a un condottiero di razza, che per un parte semplifica e per una parte rende più complesso e più impegnativo il compito dell’attuale e della futura comunità cristiana, a prescindere dalle sue dimensioni, che in questa concezione relativizzano la loro importanza. Non è infatti il numero che conta, quanto piuttosto la forza e la convinzione di coloro che rimangono fedeli al messaggio che è stato loro consegnato. Chiaro che in questo contesto si richiede alla comunità cristiana di vivere pienamente, almeno nella sua parte più significativa, la propria vocazione evangelica, di essere veramente il sale della terra e la luce del mondo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi. Discorso di tutti i giorni, ma sempre in via di realizzazione.
Ciò che il papa afferma dell’intero, può essere detto delle parti, in particolare per quanto riguarda il mondo dei giovani, verso il quale sono attualmente rivolte le attenzioni della chiesa. Una chiesa di minoranze profetiche è una chiesa a macchia di leopardo, dove la testimonianza si affaccia e si manifesta in tutti i settori della vita rendendo così completo, almeno soddisfacente, l’apporto dell’evangelizzazione da parte della comunità cristiana, senza inutili patemi d’animo e contorsioni mentali oltre il dovuto. Una visione centrata e concettualmente semplice, anche se la condizione fondamentale è altamente impegnativa.
Se nel vasto e indefinito mondo giovanile si riuscisse a creare (si capisce con la forza e la grazia di Dio) piccoli gruppi esemplari e profetici, potremmo guardare le cose con più speranza e maggiore ottimismo. Le rivoluzioni, ci dice la storia, non sono mai operate dalle maggioranze, ma da quei pochi che avvertono la necessità di un cambiamento radicale e per esso si sacrificano vincendo il peso dell’ambiente refrattario e, apparentemente almeno, indifferente e superando le proprie insufficienze, cui vengono incontro le forze di altri amici e soprattutto l’indispensabile aiuto di Dio.
Una grande chiamata, un grande ideale, un richiamo capace di riempire di entusiasmo l’animo di coloro che avvertono la necessità indilazionabile di dar vita a un mondo più giusto e più umano.
Giordano Frosini

L’importanza del gruppo

Mentre le tre tradizionali istituzioni educative – la famiglia, la scuola, la chiesa -, chi più chi meno, stanno visibilmente perdendo capacità di influsso sul mondo adolescenziale, altrettanto non sembra si possa dire del gruppo di appartenenza, che accompagna normalmente il cammino ascensionale dei giovani verso la maturità. Le famiglie si sentono sopravanzate e impotenti, la scuola non sempre riesce a creare amicizie vere e durature, la chiesa in molti casi è fuori gioco anche per mancanza di strutture e soprattutto di personale adeguato. D’altra parte, ormai è risaputo che la cresima, spostata dal suo luogo naturale unicamente per motivazioni di convenienza pastorale, è considerata da tempo il “sacramento dell’addio” e non sembra affatto che i rimedi che si sono cercati abbiano ottenuto il successo che si poteva sperare. Potrà arrivare qualche suggerimento utile dal prossimo Sinodo sui giovani? C’è da augurarselo perché su questo terreno si gioca una delle partite fondamentali per il futuro delle nostre comunità. Più che gli auguri valgono però i suggerimenti e le esperienze che si stanno conducendo in non poche parrocchie.
Il gruppo, in qualsiasi modo si formi e prenda consistenza, riesce a imporre la sua supremazia, comunque a superare l’influsso delle suddette agenzie istituzionali, non di rado annullandole almeno momentaneamente quasi del tutto. Psicologi, sociologi, pastoralisti moltiplicano da tempo le loro attenzioni per capirne la formazione, il funzionamento, la consistenza, gli sviluppi, la durata, i risultati interni ed esterni. Nella loro aleatorietà e nella loro scarsezza di vincoli veramente costringenti, essi riescono a produrre cultura, giudizi omogenei, abitudini mentali e pratiche, usi e costumi difficilmente sradicabili. Naturalmente tutto questo nell’ordine o nel disordine, nel bene o nel male, nel positivo o nel negativo.
Nel clima che domina attualmente la nostra società, nelle città e nei paesi, nelle famiglie ricche e meno ricche, è più facile che i gruppi tendano più al secondo tipo che al primo. Chi mantiene un certo contatto con le nostre famiglie ne sa qualcosa. Del resto anche i mezzi di comunicazione sociale ci avvertono ogni giorno di quanto sta succedendo anche in settori apparentemente di tutto rispetto. Così l’esperienza ci mette in contatto con prevaricazioni di ogni genere. Si direbbe che al male oggi non ci sono confini, nemmeno nel nostro mondo giovanile.
Anche senza arrivare ai casi estremi che, del resto, non sono certamente la regola, pur rimanendo nella normalità dei casi, di quante cose è a conoscenza chi guarda con interesse e attenzione il funzionamento dei nostri gruppi giovanili. Che molte volte si nascondono nel segreto e non permettono che altri (compresi i genitori) possano venire a conoscenza di quanto si sta facendo. Meglio non andare oltre, non specificare di più quanto sta succedendo intorno a noi, vicino a noi, ma nessuno può farsi in questo campo eccessive illusioni.
La forza del gruppo è di prima evidenza. Gli stessi interessati lo confessano candidamente nelle inchieste preparate dai competenti. “Per me il gruppo era tutto quello che c’era di più importante nella mia vita”. Una scuola di vita, un rifugio, un luogo di sicurezza e di realizzazione. Così lo descrivono non soltanto gli aridi studiosi, ma anche romanzi di successo, cronache allettanti, film che fanno scalpore. Le motivazioni sono diverse, non di rado si tratta di vere e proprie delusioni familiari, ma la tendenza a fare gruppo rimane nel fondo dell’animo giovanile. Una esigenza vera e propria di espansione, di confronto, di amicizia, di completamento. Ed è qui che si inserisce l’interessamento e la sollecitudine dell’azione pastorale.
Un segreto che la chiesa non ha mai ignorato: l’Azione Cattolica operava meravigliosamente in questo senso. La sezione Aspiranti era un’occasione che si offriva praticamente in tutte le parrocchie. Ed è impossibile dire con esattezza le benemerenze di questa semplice ed elementare istituzione e di coloro che la dirigevano soprattutto con l’esempio. Perché è risaputo che nel gruppo c’è sempre qualcuno, magari anche solo per ragioni di età, che ha un particolare influsso su tutti gli altri, che di fatto, senza riconoscimenti espliciti, ne diventa il capo e il motore.
Una lezione da non abbandonare, ma da riprendere anche se in forme e in situazioni diverse. Se un giorno non era così, oggi la società è semplicemente un ostacolo alla creazione di gruppi seriamente orientati evangelicamente. Guai allora a chi rimane solo! Come un fuscello egli è inesorabilmente risucchiato dalla corrente che spinge con forza verso il basso. Solo uniti insieme si rimane capaci di andare controcorrente, fatti forti della forza del gruppo di coloro che hanno gli stessi sentimenti e condividono gli stessi ideali. È un dato di fatto, se non una legge vera e propria.
L’unione fa la forza. Anche se l’impegno si fa forse più difficile, bisogna farsi una ragione: oggi specialmente, è questa l’unica strada da battere.
Giordano Frosini