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Il presidente della provincia Luca Marmo a tutto campo sul futuro del territorio

DI MICHAEL CANTARELLA

Dopo l’epidemia, cosa succederà? È la domanda che si pongono in tanti e che riguarda tutto il mondo che conosciamo. Dall’economia al lavoro, ai rapporti interpersonali «Occorre una consapevolezza nuova, con cui potremmo tracciare, forse, una strada in continuità – afferma il presidente della provincia di Pistoia – ma anche nuova e più consapevole degli errori del passato».

Ha seguito le operazioni della protezione civile in queste settimane, nel pieno dell’emergenza. Che tipo di esperienza è stata?

L’impegno è stato importante e particolarmente gravoso; un impegno che tuttavia mi ha dato, una volta di più e se mai ce ne fosse stato bisogno, la misura dell’impegno del mondo del volontariato. Siamo una comunità molto generosa e anche le risorse pubbliche messe in campo non sarebbero arrivate a destinazione senza l’impegno decisivo delle nostre associazioni. Quando dico così penso, ovviamente, agli aspetti più propriamente sanitari: al presidio sul territorio che solo la vicinanza del mondo del volontariato può garantire, ma penso anche all’impegno importante per la consegna delle mascherine e degli altri presidi di sicurezza.

Che scenario si aspetta per questo territorio per il futuro?

Difficile dirlo. Intanto spero in una rapida ripresa. Confido molto nello spirito di comunità che ha sempre contraddistinto la Toscana, soprattutto nei momenti di difficoltà. Credo che questa crisi ci abbia fatto capire le fragilità di un sistema tutto centrato sulla massima efficienza economica. Abbiamo capito, col senno del poi, che sono importanti temi come la sanità pubblica, il rapporto fra territori e blocchi sociali.

L’economia provinciale ha delle lacerazioni profonde. Molte categorie lamentano di essere state lasciate sole, lei che ne pensa? Come si può ripartire?

Come in ogni fase critica stiamo correndo il rischio di vedersi produrre forti lacerazioni di natura sociale. Anzi, alcune di queste lacerazioni, purtroppo, sono palesemente fra noi. Credo che il fattore chiave sia proprio questo. La ripartenza, in termini di efficacia e rapidità, sarà legata imprescindibilmente alla nostra capacità di muoverci come comunità coese. Lo Stato e il sistema pubblico debbono mettersi in ascolto più di quanto non abbiano fatto sin qui cercando di costruire, compatibilmente con le esigenze di sicurezza della fase attuale, le risposte che i corpi sociali si aspettano. Tutti, singolarmente, bisognerà fare un passo indietro per consentire alla comunità tutta di farne uno avanti.

La crisi è anche istituzionale, l’epidemia ha messo in luce molti limiti dell’assetto del paese, mai del tutto risolti.

Indubbiamente. Questa crisi ha messo drammaticamente a nudo la fragilità del territorio entro modelli di gestione e di governo sempre più centralistici. È successo nella sanità; ma se ci guardiamo intorno ci rendiamo conto di quanto (le strade, le scuole…) sia rimasto indietro, negli anni, a fronte di una sensibilità improntata alla disarticolazione del “piccolo”. È arrivato il momento di ripensare a noi stessi. Al valore del Comune, anche piccolo, al ruolo delle province e al sistema generale con cui i servizi arrivano ai cittadini. Solo un sistema policentrico può dare le risposte che servono a una comunità che sia degna di essere chiamata così.