Un nuovo bisogno di riconciliazione con Dio

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Dopo il lockdown com’è cambiato il modo di accostarsi al sacramento della confessione? Tra distanza sociale e tempo per riflettere un’occasione unica di rinnovo spirituale

di Dario Cafiero

Il sacramento della riconciliazione, nel lungo periodo intercorso ormai dall’inizio dei distanziamenti sociali dovuti al coronavirus, è stato tra i più penalizzati non potendo essere più amministrato direttamente in presenza.

Un momento – quello della confessione – della vita di un credente «che però è da riprendere con maggior forza e maggior slancio rispetto a prima», sottolinea don Cesare Tognelli, penitenziere della Cattedrale di San Zeno.

Don Cesare quanto ha pesato – e sta pesando – il distanziamento sociale sulla riconciliazione?

Tra tutti i sacramenti quello della confessione è senza dubbio in difficoltà perché c’è tutta una storia che rende l’approccio al sacramento più problematico, essendovi un rapporto diretto e in presenza. La pandemia ha però creato i presupposti per un approfondimento e per una presa di coscienza molto più significativa e importante. Per certi versi questa situazione ha consentito di riprendere con maggiore intensità tutta la vita della Chiesa, sia con la realtà intensa della presenza di Dio, sia sul senso della nostra storia, con tante novità che abbiamo dovuto subire ma anche con tante altre opportunità e spunti di riflessione.

L’impossibilità dell’amministrazione diretta del sacramento però, non ha impedito di vivere il periodo pasquale nella sua interezza, con il pieno riconoscimento dei peccati.

Nello specifico sulla confessione ha senza dubbio pesato la chiusura, una brusca interruzione che ha reso impossibile valorizzare appieno, e in maniera tradizionale, l’elemento rituale del sacramento. Una situazione affrontata e superata dalla Penitenzieria Apostolica nel suo decreto dello scorso 20 marzo, che ha consentito l’assoluzione collettiva; misura ripresa anche dal nostro vescovo Tardelli, con l’impegno di assolvere al sacramento in presenza alla ripresa delle celebrazioni. Un’azione che ha permesso di vivere il periodo pasquale attraverso il riconoscimento dei nostri peccati pur nell’impossibilità dell’atto sacramentale in sé. Ancora più importante è diventata, perciò, l’esperienza completa, nuovamente possibile adesso dopo settimane di chiusura. Infatti, a fronte di un periodo che ha concesso un’ulteriore momento di approfondimento individuale di confronto con Dio, è divenuto ancora più importante il sacramento, da non vivere come formalità ma come giusto compimento del percorso di approfondimento individuale. Questa occasione in cui abbiamo dovuto fare appello al nostro rapporto diretto con Dio, si è manifestata come un’opportunità di rivalorizzazione dell’essenziale.

Un recupero della normalità “pre–pandemia” è però ancora distante

Senza dubbio i numeri delle riconciliazioni sono ancora lontani da quelli precedenti a questa pandemia, con tutta una serie di precauzioni che incutono timore nel riavvicinarsi al sacramento. Questo tempo però è comunque da vedere come un’opportunità di recupero, per la confessione e non solo: lo stesso ‘digiuno’ eucaristico è stato poi segnato da un forte impulso di recupero.

Chi è il canonico penitenziere

«Abbiamo bisogno di purificare questo sacramento, anche perché la riconciliazione è il momento in cui incontriamo più da vicino la misericordia di Dio. Noi sappiamo che il nome di Dio è misericordia e il momento qualificante di questa esperienza è la confessione». Queste le parole di don Cesare, per anni rettore del seminario, parroco di Valdibrana, e oggi penitenziere della Cattedrale. Il penitenziere, di norma scelto dal vescovo tra i “canonici della Cattedrale”, svolge la funzione particolare di amministrare il sacramento della riconciliazione anche in casi particolari, disciplinati dal diritto canonico.