L’Eucarestia è la medicina

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di Gabriele Di Bella

L’Eucarestia domenicale, «non l’espressione individuale di una devozione ma l’atto di un popolo unito a Cristo per la potenza dello Spirito, nella lode del Padre per la salvezza del mondo» (Fausto Tardelli, Alla Scuola dell’apostolo san Jacopo, 2.3).

Nella celebrazione domenicale abbiamo l’incontro tra la dimensione della fede e la dimensione dell’evidenza, la dimensione umana. La liturgia introduce alla convivenza mettendoci gli uni accanto agli altri – sconosciuti – ognuno così com’è, proprio perché la liturgia attraverso i riti, la preghiera e il canto ha il compito di accompagnare la comunità nella condivisione dei vari momenti della vita: siano essi di sofferenza ma anche di gioia, avendo la consapevolezza e il conforto che nel nostro cammino non siamo soli. Il venire a messa sia un pellegrinaggio continuo, un’uscita dalle nostre sicurezze, dal nostro guscio, un accostarci amorevole agli altri. Tutto questo si può anche vivere non solo con le parole e con i gesti (che pur sono importanti), ma anche in maniera alternativa: la lettura della parola di Dio, il servizio all’altare, il canto ecc. sono espressioni pieni di fede a cui tutti possiamo partecipare. E qual è il modo più semplice per invitare le persone a partecipare se non il cibo, il fare festa, il bere. Gesù si offre nella parola e nel pane perché con il linguaggio e con i segni giungiamo alla conoscenza di una vita autentica. La messa è come una madre, non nutre i figli sulla base delle loro prestazioni ma per l’immenso amore che prova per loro.

Esorto anche i miei coetanei a non pensare che la messa sia una cosa da “vecchi”: se dell’amore facciamo il nostro Dio saremo tutti d’accordo che l’amore non invecchia e fa parte di ognuno di noi a qualsiasi età e in qualsiasi forma si manifesti (affetti familiari, amicizia, amore per il/la proprio/a partner). Facciamo sì, allora, che i nostri talenti fruttifichino e non marciscano sotto le nostre paure. Una paura attuale è senz’altro quella del contagio, la cui medicina più efficace, per ora, è il distanziamento. Abbiamo sperimentato questa “medicina” anche a messa seppur con le limitazioni che ne derivano; una cosa mi rimane impressa: il fatto che sia il sacerdote a portare l’Eucarestia alle persone “scendendo” e andando loro incontro come Gesù stesso ha fatto.

Alla fine nessuno ci chiederà quanto siamo stati credenti, ma credibili”. (R. Livatino)