Un sostegno per non restare soli davanti al Covid

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“Mai più morire in solitudine”, il progetto pilota che, grazie a una delibera della Regione Toscana, apre a nuova e integrale comprensione della cura fatta di vicinanza e spiritualità

di Dario Cafiero

Tra le pieghe più dolorose della pandemia permane la distanza nei momenti più difficili, quando la malattia provoca il distacco dai nostri cari ed una solitudine opprimente. Per cercare sollievo in queste situazioni la Regione Toscana ha supportato il progetto “Mai più morire in solitudine” permettendo la possibilità di visita ai malati e promuovendo il provvedimento che consentirà, anche ai malati Covid gravi, di avere un sostegno al proprio fianco.

«Siamo di fronte ad una delibera innovativa – affermano Padre Guidalberto Bormolini dell’associazione “Tutto è vita onlus” e Giampaolo Donzelli della Fondazione Meyer, che hanno promosso l’adozione di questo provvedimento – perché tiene di conto che

la vicinanza è parte del processo di cura, in un approccio alla malattia che deve essere globale, perché la cura o è integrale o non è.

Sottolineiamo la facoltà di scelta da parte del malato rispetto a chi vuole avere al proprio fianco e il rinnovato ruolo che assumono le associazioni del volontariato nel gestire i contatti.

Infine quando siamo di fronte ad interventi in fine vita, ciò non deve rappresentare una sconfitta per la medicina, perché anche questa fase è parte dell’intero processo di assistenza; la stessa sensibilità che al Meyer adoperiamo con i bambini, intendiamo trasferirla in tutti i luoghi di cura».

Proprio grazie all’associazione “Tutto è vita onlus” negli ospedali di Prato (capofila e progetto pilota) e Pisa l’iniziativa è già attiva, mentre per le altre realtà sono in via di predisposizione appositi corsi di formazione per il personale sanitario e parasanitario oltre che per i volontari, che saranno coinvolti a supporto delle strutture per le specifiche progettualità. Un operatore verrà incaricato di accogliere e poi di seguire i visitatori per assicurarsi che rispettino le regole, indossando i dispositivi di protezione individuale, mantenendo il distanziamento fisico e limitando i contatti diretti con le superfici e anche con il paziente stesso. Di norma le visite non potranno superare la durata di 15 minuti e i visitatori al primo accesso dovranno sottoscrivere un apposito modulo che contiene le procedure da seguire per l’accesso al reparto, l’igienizzazione, la vestizione e la svestizione. Un progetto che ha visto anche il sostegno della Pontificia Accademia per la Vita, tra le prime realtà a congratularsi per l’avvio di ‘Mai più morire in solitudine’.

«Con l’adozione di questo progetto – sottolinea Padre Guidalberto Bormolini – viene riconosciuta la vicinanza come parte del processo della cura e come le cure palliative possano divenire fondamentali nel percorso di presa in carico anche durante la pandemia. Di fronte alla criticità, anche della pandemia, si afferma la necessità di un approccio integrale: sanitario, psicologico, sociale e spirituale.

La persona presente a fianco del malato è eletta da chi soffre, e può essere anche uno psicologo, un assistente spirituale o chi liberamente scelto anche nel mondo del volontariato, a cui si offre un ruolo significativo dopo l’esclusione in tal senso operata dalla pandemia».

«Ci sembrano risultati importantissimi, anche per il fatto che sia presente un sacerdote nel tavolo tecnico – conclude Padre Bormolini – La formazione diventa asse portante di questo processo e farà si che questo tavolo umanizzazione delle cure e spiritualità diventerà stabile anche oltre il Covid, così da poter collaborare con la Regione su questi temi».