Ma la Chiesa parla al volontariato?

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di Piero Bargellini

In provincia di Pistoia ci sono ben 257 associazioni di volontariato registrate che coinvolgono dalle 6 alle 7.000 persone. Sono associazioni che si sono costituite con i più vari scopi, ma i principali campi di intervento sono il socio-sanitario, il culturale e l’ambientale. Due sono le caratteristiche: la prima è il “piccolo gruppo”. Terminata l’era delle ideologie omnicomprensive il piccolo gruppo di persone che si conoscono e si riconoscono (il secondo verbo è quello più importante) ha preso il sopravvento come modalità sociale che va oltre la prima cerchia familiare. La seconda caratteristica è un impulso profondo a donare una parte del tempo della propria vita agli altri, chiunque essi siano; quasi per ripagare il debito che ognuno di noi ha nei confronti dell’intera società. Non c’è alcun dubbio che questi due aspetti, soprattutto il secondo, collimano con un orizzonte cristiano.

Di fronte alla globalizzazione dell’Impero Romano i cristiani hanno cominciato in solo 12 persone e le prime comunità paleo cristiane non dovevano contare molti più adepti. Ma è la cultura del dono che più collima con il pensiero e la prassi cristiana. Essa presuppone il riconoscimento del diverso come un proprio simile, addirittura come un fratello, e ha come ricaduta un profondo sentimento di fiducia nell’altro, chiunque esso sia, da qualunque parte del mondo venga e in qualunque situazione si trovi. La Chiesa tutta, così come quella pistoiese, ha al proprio interno una cospicua fetta di volontariato che ha le stesse due caratteristiche sopra descritte, tuttavia ogni tanto non riesce a né a interrogare, né a farsi interrogare dal sistema del volontariato ed in generale da tutto il Terzo Settore.

Nonostante gli sforzi di Papa Francesco di allargare il confronto con il mondo, così come plasticamente rappresenta il colonnato del Bernini in piazza San Pietro, si nota a volte nella Chiesa una certa indifferenza a quello che succede fuori. Il Sinodo della Chiesa pistoiese, in programma per questo anno ma rinviato per la pandemia, credo debba prendere in seria considerazione l’apertura di un dialogo su questi temi perché il terreno di incontro esiste ed è già molto fertile. Credo sia inutile qui ricordare che l’annuncio della Buona Novella sia un dovere primario di ogni cristiano, e a chi si annuncia se non a coloro che per prassi e per sentimento già si comportano da cristiani anche se ancora non sanno di esserlo?