Alle radici del Sinodo

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Incontro in Seminario con l’arcivescovo Castellucci, vicepresidente Cei. Il primo appuntamento di una serie di incontri formativi aperti a tutti

Ne sentiamo parlare da tempo e ci accompagnerà ancora a lungo: sinodalità è la parola chiave del momento, tema su cui la Chiesa intera è chiamata a riflettere e prassi o, meglio ancora, stile da imparare a vivere sempre meglio.

Per entrare più consapevolmente nel cammino sinodale la Diocesi ha organizzato una piccola serie di incontri di approfondimento con teologi di rilievo nazionale. Il primo, martedì 16 novembre, ha visto la presenza di Mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena, Nonantola e Carpi che ha presentato una relazione dal titolo “Chiesa popolo di Dio, comunione e missione”. Un contributo che il vescovo Castellucci ha sviluppato a partire da «due orizzonti e tre punti». Due orizzonti che definiscono un contesto carico, inevitabilmente, di criticità: c’è infatti quello globale, segnato da un vero e proprio “cambiamento d’epoca”, quella cioè, che vede la fine della cristianità ma che neppure dichiara finito il Cristianesimo.

«Il Signore e il suo Spirito — ha suggerito Castellucci — ci stanno indicando altre strade, altre vie che forse alcune circostanze ci fanno leggere meglio», a partire dalla pandemia, le fragilità che vivono la Chiesa e la società. È in questo scenario che vanno considerati tre aspetti fondamentali del nostro essere Chiesa. Il primo è la categoria di Popolo di Dio, che non va inteso — spiega Castellucci — secondo “l’opzione Benedetto”, quella che punta all’arroccamento, tantomeno secondo quella che va in direzione di uno scioglimento nella società. «Due tentazioni di sempre: la Chiesa dei puri e quella che finisce per stemperarsi e adottare i criteri del mondo». «Mi piace — ha aggiunto riprendendo un’affermazione di Benedetto XVI— pensare il futuro dei credenti come minoranze creative. Il popolo di Dio prende spesso la forma di un piccolo gregge a cui Gesù non dice corazzatevi, armatevi, combattete.. ci chiede di non essere aggressivi, né remissivi, ma creativi».

In pochi o in molti, e forse più evidentemente tra pochi che tra molti, resta sempre difficile vivere le relazioni con stile evangelico. È la croce della Comunione, punto obbligato però – spiega Castellucci – per parlare di missione. «Gesù ai discepoli dice: da questo sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri. La comunione — ha spiegato — è la prima missione», nella consapevolezza che «Gesù non ha mai fatto poesia sull’amore fraterno», ma «scende sempre sul piano del perdono e della correzione fraterna», «i due pilastri della comunione ». Essere Chiesa non può che essere accompagnato da un grande realismo: «la Chiesa chiamata a fare comunione — ha aggiunto — siamo noi, con le nostre ferite che pure possiamo superare con le nostre risorse “tradizionali”: il Vangelo, i Sacramenti, la Carità». Soltanto a partire da questa comunione impastata di concretezza si può parlare di “missione”.

«La missione non è questione di efficienza dei mandati, ma di forza dello Spirito». Per Castellucci resta decisivo «partire dalla relazione, piuttosto che dall’organizzazione », convertirsi «da una visione missionaria aziendale a una visione missionaria familiare». «Questo — ha aggiunto — è il passaggio che ci è chiesto: vivere cura, attenzione, custodia»: atteggiamenti concreti che ci parlano di famiglia. «Anche il Sinodo — a tutti i livelli — è un’occasione per riscoprire le relazioni primarie, una pastorale “domestica”. Oggi si lascia toccare da un’esperienza ecclesiale chi ha l’impressione di trovare un sorriso familiare. A me pare questa la via fondamentale della missione».

Ugo Feraci