Ricordarsi di chi prega

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La bellezza di una scelta controcorrente. La vocazione di Suor Cristina clarissa eremita che vive nel monastero di Santo Stefano a Pistoia

Noi claustrali «radicate in un’esistenza alla continua ricerca di Dio»

Ogni 21 novembre la Chiesa celebra la giornata pro orantibus, dedicata cioè alle religiose che conducono una vita claustrale. Quest’anno la data coincideva con la solennità di Cristo re dell’universo, ragione per cui non è stato possibile celebrare la memoria liturgica del giorno che ricorda invece la Presentazione di Maria al Tempio. L’episodio, tratto dal protovangelo di Giacomo, apocrifo comunque caro alla tradizione cattolica, racconta la consacrazione di Maria bambina al tempio di Gerusalemme. Qui la Vergine avrebbe vissuto fino al momento delle nozze, in una vita di ritiro e preghiera che richiama quella delle religiose di vita contemplativa. In diocesi sono ormai pochi gli istituti di vita monastica: le benedettine del monastero di Santa Maria degli angeli, le Clarisse di Betania che vivono a Casore del Monte e le Clarisse del monastero di Santo Stefano a Pistoia.

Suor Cristina Pani, abita qui da qualche mese. «In un primo momento — racconta suor Cristina — sono arrivata a Pistoia con una mia consorella, suor Francesca, per fare un’esperienza di un mese e dare aiuto alle suore clarisse. Poi io e la mia consorella abbiamo deciso di restare qui ancora un po’. Entrambe veniamo da Roma, dal monastero delle Clarisse eremite di Fara Sabina», una congregazione nata alla metà del Seicento per condurre un vita «in penitenza, isolamento e preghiera in riparazione delle cinque piaghe della crocifissione».

«Sono entrata in questo ordine a 24 anni, perché mi sono innamorata di San Francesco. Amavo la sua figura. Di San Francesco mi ha colpito il suo amore per i poveri, il suo spirito di fraternità. Mi sono innamorata di questa vita semplice, evangelica e fraterna. Andando avanti con il tempo ho scoperto una sensibilità maggiore per la vita solitaria e da qui è nata la mia scelta di essere Clarissa eremita». Una scelta apparentemente contraddittoria, perché a metà tra la vita fraterna e quella solitaria. Eppure, racconta suor Cristina, «siamo riuscite ad avere una vita fraterna e allo stesso tempo spazi di solitudine che ci permettono di essere in comunione con il Signore per stare “sole con il Solo”, pur vivendo nella fraternità da eremite, ma non isolate su una montagna».

Una scelta che suona incomprensibile pure in un mondo liquido e distratto. «Invece, spiega Francesca – uno stile di vita radicale ci invita a vivere una vita nell’essenziale, alla ricerca di Dio. Seguire questa essenzialità significa essere umili sull’esempio dei frati minori. Santa Chiara ha assorbito l’essenza di San Francesco. Ma mentre Francesco poteva andare a predicare per il mondo santa Chiara rimase sempre nel monastero a vivere la clausura. Eppure, nonostante Chiara non uscisse, con la sua vita di preghiera era in grado di sprigionare un’onda positiva che tutti riuscivano a sentire».

Francesco e Chiara continuano ad attrarre l’attenzione di numerosi giovani perché spiega suor Cristina, «i giovani sono capaci di vivere una vita radicale evangelica, ma vogliono vedere testimoni autentici del Vangelo della bellezza di Dio. A volte siamo noi consacrati che non sappiamo donare questa bellezza, mentre il carisma di San Francesco attira i giovani e li invita a perseverare sulla via della santità».

Daniela Raspollini