Se l’epidemia più diffusa è oggi quella della paura

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Bunker antiatomico cercasi. Qualche giorno fa era la Repubblica a segnalare l’impennata di richieste per un rifugio che metta al riparo da una possibile guerra mondiale. «Decine di chiamate», riportava l’articolo, giunte a un imprenditore mantovano specializzato in bunker “NBC” attrezzati cioè per una protezione nucleare, batteriologica e chimica. La guerra tra la Russia e l’Ucraina fa montare la paura. Ma il conflitto in atto è soltanto la goccia che fa traboccare cuori e menti già saturi.

«Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non solo), ed è quello di una paura incontrollata, più virale e inafferrabile del Covid. Una paura che fa presa su una popolazione emotivamente fragile, provata da due anni di cronache apocalittiche e dibattiti che hanno confuso più che chiarito. Le teorie anti sistema sono soltanto l’epifenomeno di un diffuso malessere che attraversa, in modo trasversale, una fetta della popolazione. Non lo raccontano le statistiche, ma le telefonate, i messaggi, i colloqui con la gente in parrocchia, con gli amici, con chi incontri al bar o in bottega.

Abbiamo scoperto che è possibile sopravvivere chiusi in appartamento perché la spesa si fa online, il corriere consegna anche la domenica, i riders pedalano senza sosta e si inerpicano su ogni rampa di scale, la messa e il lavoro sono sul device, la famiglia è tutta nel gruppo WhatsApp.

Eppure, nel cuore, abbiamo visto crescere l’ansia. E una paura che dissemina il mondo di rischi e attese sempre più gravi e indistinte e spinge a proteggersi dai rischi delle relazioni dietro lo spessore di un muro corazzato o le manifestazioni di una rabbia irragionevole. Cresce, allora, la tentazione di rinchiudersi nelle proprie case, dietro i propri schermi, dietro le mascherine. Un sottrarsi alle relazioni, e di fatto alla vita, a cui si arriva per via irriflessa, senza quasi accorgersene. Si intravedono fenomeni che soltanto con il tempo riusciremo a decifrare in tutta la loro portata: dall’onda dei no-vax, che spesso sembra aver catalizzato disagi, malesseri sociali e familiari, fino a diventare pretesto per ogni recriminazione, alle teorie del sospetto, che rischiano di frantumare ogni verità. Su queste frontiere si combattono ormai anche le guerre più sanguinose.

Individuare colpevoli può risultare un esercizio difficile e infruttuoso. Sarebbe ingiusto, almeno in parte, qualificare moralmente scelte e stili dettati da tempi così complicati. Difficile, però non pensare, tra tutto, a una comunicazione ansiogena, che ha più il sapore e la tensione di una serie tv che il rigore di un autentico giornalismo. L’emotività è la grande protagonista del mondo comunicativo di oggi, dai commenti sui social alle prese di posizione politiche, spinge alla sospensione di corsi universitari su Dostoevskij (poi ritrattata) e suscita risvolti più positivi, come la generosità immediata e diffusa di chi invia aiuti materiali in Ucraina. Ma il rischio dell’emotività è la superficialità, il respiro corto di scelte e pensieri che dopo domani avremo rimosso. Ancora una volta la tentazione è quella di trincerarsi nell’immediato, nel momentaneo, perché vengono meno le riserve di speranza e di senso. La sfida è riabilitarsi alla vita, all’umanità autentica, riaccendere desideri più alti.

Va in questa linea la proposta di Gesù. Eppure sembrerebbe invitarci lui stesso a chiudersi in camera, a trincerarsi dietro una porta. «Quando preghi, — abbiamo ascoltato mercoledì delle Ceneri — entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto». Ma Gesù non invita a rinchiudersi al mondo, non chiede di sottrarsi alla vita e agli altri: è proprio il contrario. Il “segreto” è lo spazio in cui si custodisce una relazione autentica, liberata da ogni distrazione ingombrante, lo spazio dell’autenticità, in cui lo sguardo si fa coraggiosamente trasparente, su di sé e sugli eventi. Oggi, a tutti i livelli, abbiamo necessità di leggere la realtà (il creato, gli altri, la storia) con occhi diversi, contemplativi, con un orizzonte più ampio, una sensibilità sapienziale. Non bunker, dunque, ma spazi “segreti”, in cui la relazione con sè e con gli altri possa liberarsi e rifiorire. Che sia un segno dei tempi?

Ugo Feraci