In ricordo del parroco diventato «uno di noi»

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I fedeli della parrocchia di San Pantaleo ricordano il profilo umano e sacerdotale di don Tomasz Chalupczak, prematuramente scomparso per una grave malattia

La nostra comunità è tranquilla, si sa: vive una quiete e una pace che questi luoghi, tra San Pantaleo, Collina e Vinacciano, incoraggiano. Una pace che di questi tempi è merce ancora più preziosa, a pensarci bene. L’arrivo di don Tommaso ha creato un fermento che non si vedeva da anni: in poco tempo ha recuperato la canonica di Collina e l’ha riportata a vita nuova. In lui c’era tutto il desiderio di conoscere, mettere buone radici dentro questa terra dove ci si incrocia, ci si saluta e ci si scopre un pezzetto alla volta, senza slanci.

Tommaso ha creduto fin da subito nel valore dell’essere comunità, esserlo sempre ed esserlo facendo. Ci piace ricordarlo mentre conversava con tutti, e a come fin da subito si sia presentato sorridendo, annunciandosi entusiasta come il nuovo parroco. C’è stato qualche momento di diffidenza, ma don Tommaso, con il suo fare schietto e allegro, rassicurava e ispirava fiducia. Le nostre comunità hanno così visto una trasformazione materiale, ma anche interiore: le chiese hanno cambiato aspetto, animate dall’estro e dal senso pratico di Tommaso, dal suo desiderio di rendere la chiesa ciò che da sempre è chiamata a essere: una casa per tutti, senza nessuna esclusione.

In poco tempo già conosceva il nome di tutti i bimbi del catechismo, che in quei giorni erano tanti, e aveva instaurato ottimi rapporti con i genitori e i parrocchiani. A ogni messa dispensava parole di vita e commenti al Vangelo semplici e profondi che giorno dopo giorno conquistavano l’uditorio. Dispensava anche sorrisi e caramelle ai bimbi e nel giro di poco tempo la chiesa si era riempita di persone anche esterne alle nostre comunità; sempre ci accoglieva con gioia: la chiesa è bella solo se è piena di gente, soleva ripetere. Così, quella bellezza era diventata la bellezza dell’accogliente, dell’aperto, dove poter ritrovare se stessi e al tempo stesso capire chi siamo, da dove veniamo. Impossibile dimenticare il suo interesse sorprendente per la storia locale, la sua ricerca di come eravamo che spesso era premiata dalla scoperta di vecchie fotografie, o di un segno di discontinuità mai notato da nessuno nella struttura muraria della chiesa, muta testimonianza di un lavoro che lui aveva ripreso in carico, per tutti noi. Perché sì, Tommaso era diventato in un attimo uno di noi, a onta del suo accento e delle sue origini lontane. Un uomo robusto amante del vino e del buon cibo, della compagnia e della cultura, capace di emozionarsi nel raccontarci a messa quello che aveva scoperto in qualche archivio sulla storia delle nostre chiese, delle nostre strade, delle vite di chi ha vissuto qui secoli prima di noi e avevamo dimenticato, troppo spesso occupati a badare alle nostre faccende, al nostro piccolo giardinetto, agli affanni delle nostre quotidianità.

Tommaso amava concludere la messa con una barzelletta: diciamocelo schiettamente, non tutte facevano ridere! Ma il punto non era quello: era il suo modo di avere qualcosa in comune con noi, e noi non ci alzavamo dalla panca senza la sua barzelletta. Un piccolo rito tutto nostro, un gesto fraterno e complice dentro un rito più grande. E poi la sua macchina che saliva e scendeva continuamente da Vinacciano a San Pantaleo passando per Collina, sempre in moto e dietro a qualche progetto. E anche le cene organizzate a San Pantaleo, i suoi esperimenti culinari, a cui si dedicava in quello che era il suo piccolo regno: la cucina. Spesso capitava di vederlo seduto, dopo averci servito, a osservare per capire se gradivamo, se mangiavamo contenti, se quello che aveva preparato era buono. Intorno alla tavola lavorava la sua sensibilità, la scelta di organizzare i pranzi della solidarietà per condividere qualcosa con chi non aveva, le pizzate per autofinanziare i lavori delle chiese, per rendere Collina un santuario della misericordia, come diceva lui.

E poi un altro amore, mai sopito, neanche negli anni della pandemia, neppure nella battaglia contro la malattia: l’amore per il viaggio, per la scoperta di nuovi luoghi. Non solo in Italia e in Toscana, dove avrebbe desiderato portare la nostra comunità per coinvolgerla e renderla salda, ma anche della sua Polonia. Parlava sempre di questi viaggi bellissimi nei luoghi della sua infanzia, nei posti di cui è sempre stato orgoglioso e verso cui ha sempre avuto nostalgia: luoghi che erano parte di lui e voleva condividere con tutti noi, affinché sapessimo chi era, condividessimo con lui i ricordi e ne creassimo di nuovi, uniti in un cammino che non era solo spirituale, ma anche fatto di nomi, abitudini, relazioni e carismi.

Purtroppo, con la tragedia della pandemia, è arrivata anche la sua malattia: un cammino di sofferenza affrontato con grande dignità, offrendo le proprie pene al Signore. Tommaso non ha mai mancato una messa, anche quando aveva la febbre alta e lo pregavamo di riguardarsi. Lui si alzava e faceva il suo dovere, sembrava vivificarsi sull’altare, sorrideva e la sua voce diveniva forte e limpida, ci contava e ci ringraziava per la presenza, notava le assenze e si informava se ci fossero dei problemi. Quando è stato ricoverato, prima di ogni messa ci videochiamava e ci salutava uno ad uno chiamandoci per nome. Finché non sono arrivate le ultime chiamate e, con queste, una raccomandazione: di tenere sempre bene la chiesa, la nostra casa comune.

Tommaso era un sacerdote, ma non era solo quello: era un orologiaio appassionato, un pizzaiolo con tanta voglia di imparare, un sognatore. Aveva un profondo sentimento di empatia, di vicinanza a chi soffriva, e un profondo desiderio di conoscenza. Il suo cammino terreno è finito, e di lui non ci resta che la memoria e tutte le cose belle che aveva cominciato, con pazienza e grande forza d’animo, a costruire. Ma in fondo lo sappiamo tutti: finché Tommaso resterà nei nostri ricordi e nelle nostre preghiere, non se ne sarà mai andato davvero

Maria Ridoni e Stefano Bini, parrocchiani di San Pantaleo