Fra’ Giuseppino Giraldi, il santo di Giaccherino

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Nella secolare vicenda del complesso francescano, presto trasformato in hotel, la storia di un altro santo frate povero tra i poveri

Una nuova viabilità, il passaggio da una destinazione d’uso direzionale e di servizi a turistico ricettiva e il restauro dell’antica Via Crucis: nato come convento dei frati minori, l’ex convento di Giaccherino si appresta a voltare pagine e a diventare un albergo di lusso. Una convenzione siglata non troppi giorni fa tra il Comune di Pistoia e i proprietari attuali aprirà a nuovi importanti cambiamenti per l’antico complesso francescano. Eppure, non troppi decenni fa, Giaccherino era un importante e glorioso centro di studi con un noviziato affollato di giovani, dove i “fratini” condividevano la pappa cucinata con l’olio e i pezzi di pane mendicati dai frati da cerca in giro per colli e montagne. Tra loro c’era anche fra’ Giuseppino Giraldi, oggi considerato “venerabile” dalla Chiesa, i cui resti sono custoditi ancora nella chiesa del Convento di Giaccherino.

Rodolfo Cetoloni, vescovo emerito di Grosseto e frate minore francescano, ha mosso i suoi primi passi nell’ordine proprio nel noviziato di Giaccherino e studiato la vicenda umana e spirituale di questa figura, oggi un po’ dimenticata.

Mons. Cetoloni, chi era fra’ Giuseppino?

«Al secolo si chiamava Emilio Giraldi e fece ingresso nel convento di Giaccherino nel 1875. Non diventò mai prete, rimanendo fratello laico e spendendo la vita tra la preghiera, la penitenza e le questue. Morì a soli 36 anni nel 1889. Le perle preziose non perdono mai valore, magari prendono polvere. La sua vita, molto semplice, povera ed essenziale, e il suo andare all’essenziale della fede e della regola francescana è oggi ancora attuale. L’essenzialità cercava di viverla in ogni momento, nella preghiera, negli incontri con la gente. Testimonianze del tempo lo raccontano affabile, sorridente, con una parola buona per tutti. Oggi, e specialmente in questo tempo di sinodo, abbiamo bisogno di contatti così, di contatti veri».

Qual era la sua spiritualità?

«Dalle testimonianze raccolte alla sua morte emerge lo spirito di orazione, di devozione, il suo continuo sostare in chiesa davanti all’eucarestia. Viveva il suo essere tutto per Dio nella maniera semplice di un frate senza troppe “costruzioni” mentali e spirituali. La sua vita semplice è molto francescana, in linea con l’espressione del santo di Assisi: “mio Dio e mio tutto”. E poi in lui emergono la carità e la fraternità. Quando talvolta i frati finivano per mormorare lui diceva: “questa vigna non fa uva” e si ritirava nella sua cella. Sempre cercava di trovare il bene, di puntare al bene di tutti. La sua vita era molto povera ma aperta a una limpida consapevolezza: “quello che ho ricevuto dal Vangelo e dalla regola è tutta la mia ricchezza”».

Alla sua morte fu riconosciuta subito la sua santità di vita.

«Fra’ Giuseppino era molto noto. Aveva la fama di essere un uomo per la gente e con la gente, di essere tramite continuo tra il popolo e Dio, tra il popolo e la Chiesa. I frati questuanti come fra’ Giuseppino hanno intrecciato questo legame tra il popolo e i conventi, tra il popolo e le parrocchie. Una strada che è missionarietà, Chiesa in uscita, evangelizzazione. Un aspetto che oggi, in forme nuove, può essere fatto proprio dai frati ma anche dai laici che intendono vivere a fondo la vita cristiana».

Cosa manca per la canonizzazione?

«Per la beatificazione è necessario un miracolo. Il primo miracolo potrebbe essere proprio riaccendere l’attenzione su questa figura. Se si ricomprende il valore di questa perla preziosa è già un servizio grande alla Chiesa. La preghiera, il rivolgersi a lui e poi, se il Buon Dio vuole e fra Giuseppino è d’accordo, la cosa è fatta. A noi spetta pregare, riconoscere, da parte del popolo di Dio, la bellezza di questa figura. Lui ha tanti piccoli, semplici elementi che possono aiutare la gente oggi».

Daniela Raspollini