Eventi

XIV domenica del tempo ordinario anno b

Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6, 1-6

I n questo brano drammatico l’evangelista ci presenta la triste situazione del popolo sottomesso all’autorità. Il popolo non può permettersi di avere un’opinione propria, deve pensare esattamente quello che le autorità decidono che deve pensare: se le autorità dicono, impongono che quello che è bianco è nero, il popolo deve credere così. Questo è il peccato contro lo Spirito Santo.

Ma vediamo cosa ci dice l’evangelista.

Dice che “Gesù venne nella sua patria”, evita di parlare di Nazareth, perché il caso non è relegato al piccolo paese di Nazareth, ma si estende a tutta la nazione di Israele. Gesù “giunto il sabato si mise a insegnare nella sinagoga”: è la seconda volta che Gesù insegna nella sinagoga.

La prima volta a Cafarnao l’esito era stato positivo, c’era stata la stessa reazione di qui, la gente era rimasta stupita, però s’era detto “questo sì che ha autorità” – cioè ha mandato divino – “non i nostri scribi” (Mc 1, 21-22). Quindi la prima volta la situazione era stata positiva.

Ma Gesù aveva gettato discredito sui teologi ufficiali, sugli scribi, che erano passati al contrattacco, avevano messo in guardia la gente: attenti a quest’uomo, a questo Gesù, perché è vero che vi guarisce, ma lo fa per infettarvi ancora di più, perché è uno stregone, agisce per opera di Beelzebùl, il principe dei demoni. E il popolo lo crede.

Infatti qui la gente rimane stupita del suo insegnamento, ma non c’è una reazione positiva, e si chiedono “da dove gli vengano queste cose”. Non percepiscono in Gesù la condizione divina, perché gli scribi hanno detto che in Gesù c’è una condizione diabolica; loro devono credere quello che le autorità impongono di credere. E si stupiscono dei prodigi e dicono che “sono compiuti dalle sue mani”, come se Gesù fosse uno stregone. Evitano di nominare Gesù, si riferiscono a lui con profondo disprezzo “Non è costui”, quindi evitano di pronunciare il nome e poi passano all’offesa, lo chiamano “il figlio di Maria”.

Un figlio, nel mondo palestinese, veniva sempre chiamato con il nome del padre, anche quando il padre era defunto; il figlio conservava sempre il nome del padre. Quindi avrebbero dovuto dire “non è il figlio di Giuseppe?”; ma ignorano Giuseppe.

Dire che qualcuno è il figlio di una donna significa che la paternità è dubbia e incerta. Quindi passano alle offese e passano alla realtà, elencando i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare e, conclude l’evangelista, che tutto questo per loro “era motivo di scandalo”.

La situazione del popolo è dunque tremenda: pur avendo ascoltato l’insegnamento di Gesù, non ne percepiscono l’autorità divina perché le autorità religiose, per non andare contro il proprio interesse (loro sì che sanno che Gesù è di condizione divina, ma se lo riconoscono perdono l’influsso e il prestigio sul popolo) hanno detto che Gesù opera per azione di Beelzebùl, il principe dei demoni.

E qui c’è la conclusione amara di Gesù che fa eco a quello che c’è scritto nel vangelo di Giovanni “Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”(Gv 1,11.)

Gesù dice “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”. E’ il destino dei profeti, in nome del Dio del passato le autorità religiose non riconoscono mai un Dio che si manifesta nel presente.

I profeti sono coloro che allargano lo spazio, dilatano la conoscenza di Dio, ma sono proprio le autorità religiose che, in nome della tradizione, non accolgono e non riconoscono questa novità di Dio e il popolo è sottomesso a questa loro tradizione. E quindi Gesù non può compiere nulla e “si meravigliava della loro incredulità”.

E’ la tristezza di Gesù vedendo l’oppressione dell’istituzione religiosa su un popolo. Quelli che si erano posti come rappresentanti di Dio sono quelli che impediscono la conoscenza di Dio al popolo.

Don Timoteo Bushishi

XIII domenica del tempo ordinario anno B

Sap 1,13-15;2,23-24; Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

Nella narrazione della risurrezione della figlia del capo della sinagoga e della guarigione della donna affetta da flusso di sangue, l’evangelista intende rappresentare la situazione del popolo di Israele. Il popolo, che è sottomesso alla legge, è morto e il popolo che è escluso dalla legge vive una situazione di impurità, rappresentato dalla donna con il flusso di sangue.

Ciò che unisce i due episodi è:

-       la cifra ‘dodici’, indicata come anni di malattia per la donna e come età per la figlia del capo della sinagoga: il numero ‘dodici’ è il numero che rappresenta le dodici tribù di Israele, quindi indica tutto il popolo di Israele.

-        il termine ‘figlia’ (qug£thr), adoperato da Gesù per la donna che viene guarita, e per indicare la figlia del capo della sinagoga.

In entrambe le situazioni si guarisce, si recupera la vita attraverso una trasgressione. Gesù tocca, prende la mano della bambina, del cadavere – ed era proibito nel Libro del Levitico toccare un cadavere – e la bimba ritorna in vita, mentre nel brano, che adesso vediamo di comprendere e di esaminare, è la stessa donna che compie questa trasgressione.

Scrive l’evangelista che questa “donna”, anonima – significa che è un personaggio rappresentativo nel quale ogni lettore si può immedesimare – “aveva perdite di sangue”. Il sangue è la vita, e perdere sangue significa perdere la vita. Una donna in queste condizioni, secondo il Libro del Levitico, è una donna in perenne condizione di impurità. Se non è sposata non trova nessuno che la sposa, se è sposata non può avere rapporto con il marito, quindi è destinata alla sterilità, anzi il marito la può addirittura ripudiare. Quindi si tratta di una donna che non ha nessuna speranza: è impura, non può entrare nel tempio, non può celebrare la Pasqua, è equiparata a un lebbroso.

Allora, per la donna non ci sono speranze; se continua ad osservare la legge va incontro alla morte, ma lei, che ha sentito senz’altro la parola di Gesù, il messaggio di Gesù, il Gesù che ha purificato il lebbroso, il Gesù che non guarda i meriti delle persone, ma i loro bisogni, ci prova. Ci prova di nascosto perché una donna che, nelle sue condizioni, pubblicamente e volontariamente, toccava un uomo, veniva messa a morte, perché lo rendeva impuro.

Ebbene, sentendo parlare di Gesù, ha sentito appunto questo amore dal quale nessuno si sente escluso, un Dio che guarda le necessità delle persone. “Da dietro gli toccò il mantello” e quindi la donna, secondo il Libro del Levitico, secondo la Parola di Dio, compie una trasgressione, compie un sacrilegio.

Gesù avverte, avverte che una “forza era uscita da lui”, una forza di vita e chiede “chi mi ha toccato le vesti?” Il comportamento dei discepoli è quello di considerare Gesù quasi uno scriteriato, dice “tu vedi la folla che ti si stringe attorno e ti chiedi ‘chi ti ha toccato’?”.

Cosa vuole dire l’evangelista? I discepoli sono accanto a Gesù, ma non gli sono vicini, loro lo accompagnano, ma non lo seguono. Non basta stare accanto a Gesù per percepirne e riceverne la forza della vita.

Ma Gesù guarda “per vedere colei che aveva fatto questo”. E la donna impaurita e tremante (impaurita perché ha compiuto una trasgressione per cui merita la pena di morte e quindi magari si attende il rimprovero, il castigo dal Signore) “gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità”. Ecco, quello che, agli occhi della religione, è considerato un sacrilegio, agli occhi di Gesù invece non lo è. “Gesù le disse ‘Figlia’ “ – è lo stesso termine (qug£thr) adoperato per la figlia del capo della sinagoga che indica quindi il popolo di Israele – “ ‘la tua fede ti ha salvata!’ “

La tua fede? La donna ha trasgredito un precetto religioso; ebbene, quello che, agli occhi della religione è una trasgressione e un sacrilegio, per Gesù è un gesto di fede. Dio non si concede come un premio per la buona condotta, ma come un regalo. Il premio dipende da chi lo riceve, il regalo dalla generosità del donatore. E quindi nessuno si può sentire escluso dal Signore.

E non solo. Gesù non la manda al tempio a offrire i due piccioni come era previsto dalla legge, ma dice “Va’ in pace”, va’ verso la felicità.

E’ iniziata una nuova epoca dove non più l’uomo deve offrire a Dio, ma deve accogliere un Dio che si offre a lui perché la sua vita sia piena e felice.

Don Timoteo Bushishi

XII domenica del tempo ordinario anno b

Gb 38,1-8-11; Sal 106; 2Cor 5,14-17; Mc 4, 35-41

A conclusione della parabola del seminatore Gesù aveva paragonato il Regno di Dio a un granello di senape che, gettato nell’orto della casa, fa nascere un albero così grande che gli uccelli del cielo vi vanno a fare il nido (Mc 4, 30-32).

Cosa voleva dire Gesù? Il Regno di Dio non è più riservato a un popolo, a una nazione, a una religione, ma è aperto a tutta l’umanità. Tutta l’umanità può trovarvi rifugio, può trovarvi accoglienza, può trovare la sua casa. Questo è il significato di ‘fare il nido’ (kataskhnoàn).

Quindi Gesù vuole far comprendere  ai riottosi discepoli che lui non è venuto a restaurare il defunto regno di Israele, ma ad inaugurare il Regno di Dio, non il privilegio di un popolo, ma l’amore di Dio che non conosce limiti ed è effuso per tutta l’umanità.

Ma qui cominciano i guai e le difficoltà.

Scrive l’evangelista che “lo stesso giorno”, quindi dopo che Gesù ha paragonato il Regno di Dio a questo albero dove tutti possono trovare rifugio, “venuta la sera, Gesù dice ai suoi discepoli: ‘passiamo all’altra riva’ “.

Due le cose da notare in questo passo. In primo luogo, l’espressione “venuta la sera” ritorna cinque volte nel vangelo di Marco ed è sempre in senso negativo, indicando contrarietà, opposizione o, come in questo caso, incomprensione verso Gesù e il suo messaggio.

In secondo luogo,  la locuzione ‘passare all’altra riva’, che significa andare in terra pagana. Ebbene, ogniqualvolta Gesù invita i suoi discepoli ad andare all’altra riva, succede sempre un incidente, c’è sempre resistenza. I discepoli non ne vogliono sapere; loro, anche se Gesù predica il Regno di Dio, capiscono ‘il regno di Israele’, pensano al dominio di Israele sopra tutte le altre nazioni, che dovevano essere sottomesse, dovevano essere dominate; gli israeliti avrebbero dovuto prendere i tesori di questi popoli e non pensano a portare i tesori di Dio ai pagani.

Quindi Gesù dice “andiamo all’altra riva”. E, scrive l’evangelista, che “congedata la folla, lo presero con sé”. Non ne vogliono sapere di condividere Gesù con gli altri, il gruppo ha preso possesso di Gesù, lo tiene quasi come prigioniero.

Ebbene, che cosa succede? Si scatena “una grande tempesta di vento”.

L’evangelista si rifà un po’ alla storia di Giona che resiste all’incarico divino e la sua resistenza provoca una grande tempesta. Il Signore aveva detto a Giona “Vai in terra pagana a predicare la conversione”, e

Giona fa un calcolo: “se vado in terra pagana e predico la conversione, poi il Signore li perdona”; allora prende la direzione opposta perché non ne vuol sapere di portare l’amore di Dio ai pagani e si scatena una grande tempesta.

Anche qui si scatena la tempesta che, figurativamente, indica  la resistenza dei discepoli ad andare in terra pagana. Ma la tempesta riguarda soltanto i discepoli. La descrizione che fa l’evangelista dice che “le onde si rovesciavano sulla barca, tanto che ormai era piena”, e Gesù a poppa dormiva.

Sembra impossibile dormire con una tempesta del genere, ma l’evangelista vuol dire che questa tempesta non riguarda Gesù perché lui vuole andare verso i pagani, sono i discepoli che provocano questa tempesta. Ebbene, i discepoli reagiscono, svegliano Gesù e gli chiedono “Maestro, non ti importa che siamo perduti?“.

“Gesù si destò, minacciò il vento e disse al mare: «taci, calmati!»“. Questa è un’espressione che indica la condizione divina, quella che ancora di Gesù i discepoli non hanno capito. Infatti  l’hanno appena chiamato ‘Maestro’, e poi alla fine si chiederanno: ‘ma chi è costui?’

Il salmo 107 e il salmo 89 affermano che Dio domina il mare e le tempeste; quindi Gesù mostra la sua condizione divina perché vuol far comprendere che andare incontro ai pagani non è andare contro la volontà di Dio, ma è proprio manifestare l’amore di quel Dio “per il quale” – Pietro formulerà questa bellissima espressione – “nessuna persona è esclusa dal suo amore”.

Dirà Pietro, dopo l’iniziale resistenza ad andare verso i pagani, “che Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (At 10,28). Non c’è nessun uomo al mondo che possa sentirsi escluso dall’amore di Dio.

Quindi Gesù, che è Dio, vuole portare questo amore ai pagani, ma i discepoli gli resistono. E Gesù li rimprovera, non apprezza la richiesta di aiuto che hanno fatto e dice loro che non hanno ancora fede, non hanno quel briciolo di fede come il chicco di senape per portare l’amore di Dio all’umanità.

Ecco, di fronte a quest’avvenimento il commento dei discepoli: “chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.

Quindi si rendono conto che Gesù non è soltanto quel maestro al quale si erano rivolti, ma in lui c’è qualcosa di straordinario, qualcosa di nuovo, che, piano piano, lungo il corso del vangelo, andremo conoscendo.

Don Timoteo Bushishi

XI domenica del tempo ordinario anno B

Ez 17,22-24; SAL 91; 2Cor 5,6-10;Mc 4,26-34

Le parabole erano un modo di catturare l’attenzione degli ascoltatori, perché era una tecnica molto adatta per portare al confronto, per fare una serie di riflessioni su messaggi che si dovevano comunicare.

Comincia così il testo della Domenica: ”E diceva: Così è il Regno di Dio: come un uomo che getta il seme sulla terra, e dorme o si alzi, di giorno o di notte, il seme germoglia e si sviluppa senza che egli sappia come” (Mc 4,26-27). Gesù sta spiegando alla folla il Regno di Dio (sono le parabole del Regno), che non guarda all’aldilà, come una volta si pensava, ma indica una società nuova che Gesù inaugura con la Sua persona, con il Suo messaggio: una realtà pienamente umana che ovviamente supererà la storia. Non sarà neanche limitata alla stessa dimensione terrena.

Ebbene Gesù parla del regno e la cosa curiosa, come abbiamo sentito nella prima parabola, è che, per parlare del regno, Gesù non adopera mai immagini prese dal sacro, dal culto della religione, bensì immagini che sono state prese dal mondo quotidiano. Dal mondo anche dei contadini, per una cultura contadina, com’era quella della Galilea. Gesù sta presentando, con questa parabola, l’aspetto individuale del regno: il regno composto da uomini e donne che vogliono accogliere la proposta di Gesù. Accogliere questa proposta comporterà una trasformazione ed una crescita progressiva e continua della persona. Gesù presenta questa crescita e trasformazione, attraverso la parabola di un uomo che getta il seme sulla terra e questo seme comincia a germogliare.

Il soggetto che realizza la semina, in questo caso, si dice che è un uomo qualunque, e la qualità che viene esercitata non è tanto quella del seminare: non si dice infatti “un uomo che semina”, ma “un uomo che getta il seme”,  come per dire che costui semina a spaglio ovvero che getta e lancia questo seme in modo abbondante.

Per la prima volta si parla di seme nel Vangelo di Marco, identificandolo anche, come già nel capitolo IV, con la parola, il messaggio di Gesù, come quando ha spiegato la parabola dei quattro terreni, dicendo: la parola è il seme (Mc 4,14). Però adesso si parla di questo seme e la differenza (il fatto che un uomo getta il seme) di questa parola è che non è esclusiva di Gesù, ma toccherà anche ai discepoli, ai suoi seguaci, fare questa diffusione della buona notizia, del Suo messaggio. Peraltro la terra su cui viene gettato il seme non è una terra particolare, come a significare che il messaggio è destinato a tutti, che tutta l’umanità potrà usufruire di questa proposta. Per cui, dice Marco, finisce il particolarismo di Israele; il Regno di Dio non si identifica con un popolo, una nazione in particolare, ma come una proposta di pienezza di vita che non conosce frontiere, che si rivolge a tutti. E l’attività di questo uomo è quella soltanto (interessante) di “gettare il seme”, e poi la vita di quest’uomo continua: ” …che dorma o si alzi” dice “il seme farà il suo lavoro.” Per cui l’uomo non deve andare lì ad indagare, cercando di scavare la terra per vedere se sta crescendo.

Il processo vitale del seme, della parola, è descritto con due verbi: si parla di germinare e di crescere. Quindi Gesù sta dicendo che la parola si identifica con la vita stessa dell’uomo: l’ uomo è questa terra che accoglie la parola. Se questo viene fatto, subito la parola fa germinare, fa crescere la vita che è in quest’uomo. Quindi l’uomo ha garantita la sua crescita, la sua maturazione, quando accoglie il messaggio di Gesù. Quando noi ci identifichiamo con questo messaggio, allora non si possono più separare queste due cose: l’uomo e la parola diventano una sola cosa (come questo seme che si intreccia con la terra e diventa una sola cosa con la terra stessa), e ciò permette all’uomo (questo è importante!) di sviluppare le sue potenzialità. Marco qui sta mettendo in guardia contro questo pericolo appunto di maestri, guide spirituali che hanno questa tendenza a guidare ed a controllare questo processo di crescita degli altri.

Qui si parla dello stelo, della spiga e poi del grano pieno. Questo comporta la piena maturazione della persona, non ci sono eccezioni quando uno accoglie la parola di Gesù: se questa terra lo rende capace di germinare, di crescere, la sua maturazione è garantita. È uno sviluppo appunto graduale, ciascuno richiede il suo tempo: l’assimilazione del messaggio non è cosa di un giorno come non lo è la trasformazione dell’uomo. Anche questo comporta un invito alla pazienza: dobbiamo aspettare che ogni persona, che accoglie il messaggio di Gesù, faccia il suo processo di crescita, senza imporre un ritmo determinato, senza violentare questo processo.

“Quando poi” continua Gesù ”il frutto si consegna, subito invia la falce perché è giunta la mietitura.”(v29). Ecco, qui Gesù sta parlando di questa maturazione dell’ uomo, della persona che ha saputo fare suo il messaggio. Non bisogna intendere questa storia della falce, della mietitura, come un giudizio, come un momento di verifica, ma come il fatto che la persona finalmente è pronta per essere come quel seme che si è trasformato in grano, e che poi si può trasformare in pane. Cioè la persona è pronta già per dare vita, è pronta per lavorare per il regno, come Gesù chiede, dando vita agli altri, orientando tutte le proprie forze, le proprie energie, perché questa vita si possa diffondere e possa anche raggiungere altre persone.

La mietitura in quella cultura contadina, era sempre un momento di grande festa, quindi noi non associamo la mietitura al giudizio, quanto al momento che già possiamo dire idoneo, opportuno, perché la persona possa dare se stessa a favore di questo regno, di questa società nuova che Gesù inaugura.

Però il Regno di Dio è anche una dimensione collettiva, sociale, di gruppo, e Gesù adesso ce la spiega attraverso la parabola del granellino di senape: la seconda.

È molto importante perché Gesù la introduce con due domande retoriche: a che cosa possiamo paragonarla, per rappresentare il regno di Dio. Secondo Gesù il suo regno, nella sua dimensione sociale, collettiva, non sarà qualcosa di appariscente e maestoso, ma il Regno di Dio è invece paragonabile ad un arbusto, una pianta comune, che non è per nulla appariscente. Quindi Gesù dice che il Regno di Dio è qualcosa di semplice. Ma al tempo stesso, dice Gesù, ha i rami talmente capaci anche di accogliere, che gli uccelli del cielo possono mettere la tenda sotto la sua ombra (v32). Quindi non è una pianta che cresce in alto, però è una pianta i cui rami si sviluppano orizzontalmente per dare l’ ombra. Allora da questo punto di vista, il Regno è un luogo accogliente per tutti, dice Gesù. Non è un regno che supera o che si mette al di sopra degli altri, ma è una realtà modesta, capace di accogliere tutti.

Il Regno di Dio è quello dell’amore del Padre, un regno senza confini, dove Dio non governa imponendo leggi da osservare, ma comunicando la sua stessa forza di amore. Quindi Gesù sta dicendo che questo regno si diffonderà ovunque, e non sarà mai una realtà grandiosa, ma una realtà capace (questo sì!) di accogliere tutti; un Regno che si compone di persone che sanno trasformare la propria vita con la parola di Gesù.

Don Timoteo Bushishi

Corpo e sangue di Cristo – anno b

Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

Marco struttura il racconto della cena del Signore su quanto si legge nel Libro dell’Esodo al termine dell’alleanza. Nel capitolo 24 si legge che Mosè prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo, poi prese il sangue e ne asperse il popolo e disse “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”.

E’ da tener presente questo parametro per comprendere quello che ci scrive l’evangelista.

Scrive Marco: “Mentre mangiavano prese un pane” – non è scritto ‘il pane’, che avrebbe indicato un pane particolare rispetto al pane azzimo che si mangiava durante la cena pasquale; l’evangelista evita

accuratamente qualunque riferimento alla cena pasquale. Gesù non ripete un rito antico, ma sta facendo qualcosa di completamente nuovo. Quindi Marco evita qualunque assomiglianza con la cena pasquale. Quindi “prese un pane, benedì, lo spezzò, lo diede loro dicendo: «prendete, questo è il mio corpo»”.

Ecco già la prima differenza con l’antica alleanza. Nell’antica alleanza Mosè ha presentato un libro che conteneva la legge, la volontà di Dio; ebbene, con Gesù inizia un’epoca nuova nel rapportarsi con Dio.

Il credente, con Gesù, non è più, come nell’antica alleanza, colui che obbediva alle leggi del suo Signore, ma colui che accoglie l’amore del suo Signore.

Mentre il libro della legge è un codice esterno all’uomo che l’uomo deve impegnarsi a osservare (e molti non ci riescono, o non vogliono), la nuova alleanza non è basata su un agente – un libro – esterno all’uomo, ma sulla effusione interiore della stessa vita divina.

Dio non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d’amore, il suo stesso spirito, la sua stessa forza d’amore. Quindi non più un codice, una legge, ma un uomo – Gesù – che ci comunica la sua vita.

Poi Gesù ”prese il calice”; e qui, mentre prima per il pane ha adoperato il verbo ‘benedire’ (eÙlogšw) – un termine conosciuto nel mondo ebraico –, per il calice usa il verbo ‘eÙcaristšw’, ‘ringraziare’, da cui deriva poi la parola Eucaristia.

Perché questi due verbi differenti e non ha usato per esempio lo stesso ‘benedire’ entrambe le volte?

L’evangelista si rifà alle due moltiplicazioni dei pani.

Nella prima, in terra ebraica, Gesù benedì il pane (Mc 6,41); nella seconda, in terra pagana, Gesù rese grazie (Mc 8,6).

Allora nell’Eucaristia l’evangelista vuole radunare questi due elementi. Non è soltanto per il popolo d’Israele, ma è per tutta l’umanità.

Quindi Gesù “rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti”. Mentre l’evangelista non ha detto che il pane è stato mangiato, soltanto per il calice dice che bevvero tutti.

Non basta accogliere Gesù come modello di comportamento, ma bisogna anche bere al calice – il calice è simbolo di morte, di donazione. Allora soltanto, nell’accettazione di un impegno di vita che va fino alla morte, c’è la completezza della Eucaristia.

Ebbene, questo sangue non è il sangue dei tori, spruzzato esternamente sulle persone, ma, dice Gesù, “questo è il mio sangue dell’alleanza”. Tutti gli evangelisti indicano l’azione di Gesù come colui che battezza in Spirito Santo, però, stranamente, nessun evangelista ci dice ‘dove’, ‘quando’ e ‘come’ Gesù battezzi in Spirito Santo. Ecco il momento in cui la comunità, il credente, riceve questa effusione nello Spirito Santo, il battesimo nello Spirito Santo. Non è un sangue, come dei tori, che viene asperso esternamente all’uomo, ma una comunicazione interiore della stessa vita divina. E’ questo che dona all’uomo la capacità d’amore.

E questo sangue, dice Gesù, “è versato per molti”. Nella cena pasquale si leggeva un salmo, il salmo 79 in cui il salmista dice che “l’ira di Dio veniva versata sui pagani”. Ebbene, per Gesù è cambiato il rapporto con Dio, non viene più versata l’ira di Dio, ma il suo sangue, un amore che accoglie tutti quanti. Questa è la novità proposta da Gesù. Quindi non più l’osservanza di norme esterne, ma Dio governa l’uomo comunicandogli la sua stessa capacità d’amore.

Don Timoteo Bushishi