Eventi

Segni di crisi

Che la chiesa non sia mai totalmente se stessa è un’affermazione che non ha bisogno di eccessive ed elaborate dimostrazioni. Essa raggiungerà la sua pienezza soltanto nel giorno della ricongiunzione col suo fondatore, che è anche il suo capo e maestro. La vocazione cristiana è talmente grande e le forze a disposizione talmente deboli perché le due realtà possano ricongiungersi pacificamente insieme. Una meta che rimane sempre aperta, un’utopia alla quale ci si può avvicinare senza mai poterla raggiungere pienamente. Non parliamo qui della crisi in questo senso, che non possiamo che dare per scontato.
Qui intendiamo parlare di crisi nel senso più elementare ed esistenziale della parola, come disimpegno degli appartenenti alla comunità  cristiana rispetto ai valori  e doveri fondamentali, fino a meravigliare o addirittura scandalizzare coloro che la guardano dall’esterno. Una chiesa disimpegnata, apatica, mediocre, incoerente, superficiale, alla resa dei conti quasi inesistente, pur con le sue lodevoli eccezioni che non vengono mai del tutto meno, neppure in un tempo difficile come il nostro.
Gli ultimi tempi hanno delineato una figura di chiesa con sue ben determinate caratteristiche: una realtà “sui generis”, che non ha molto a che spartire con le società che la circondano e con le quali è stata normalmente confusa.  Ne è uscita una realtà dai lineamenti spiccatamente spirituali e misterici, che i documenti post-conciliari hanno  arricchito, mettendo soprattutto  in evidenza le sue caratteristiche di comunità viva e attiva. Ma quali sono stati gli esiti, dei quali noi stessi siamo testimoni? Nessun cedimento al pessimismo, se mettiamo in luce le deficienze che ne marcano ancora il volto, anche se certamente non poche cose sono cambiate in meglio. Il passaggio operato dal concilio era tutt’altro che facile e indolore e l’impegno per realizzarlo non è mai forse stato all’altezza.
Urge un severo esame di coscienza, perché il cammino da fare è ancora lungo e faticoso. La lezione non sempre è arrivata, la lezione forse non è mai completamente arrivata. Si prenda come punto di riferimento  la sinodalità, uno dei punti fondamentali ed essenziali della concezione della chiesa. In non pochi casi di essa non si è nemmeno parlato; in altri (e la cosa è assai grave)  si è addirittura negato il principio. Non si tratta di fantasie inventate o di notizie senza fondamento, si tratta di  notizie arrivate perfino al settimanale diocesano con parole dure e forti da parte di alcuni fedeli più sensibili ai richiami conciliari e post-conciliari. Ed è certamente meglio trattare il problema genericamente che sul piano singolo, con nomi di luoghi e di persone. La cosa diventa talmente eclatante che c’è da domandarsi se in casi di questo genere sia ancora lecito parlare di comunità cristiane, oppure sia più giusto ricorrere a espressioni meno pretenziose e meno impegnative. Dopo tante discussioni e precisazioni, sembra opportuno stringere i concetti e dare il loro giusto nome alle cose. In non pochi casi le nostre parole sono semplicemente delle parole a cui non corrisponde nessuna realtà. Parole buttate al vento, senza nessun fondamento oggettivo. È un esempio. Altrettanto va detto di concetti ugualmente fondamentali nella concezione che la chiesa ha di se stessa e di cui si fa portatrice una sana teologia.
A molti questa sembra l’ora di una maggiore severità rispetto al passato, per alcuni aspetti troppo tollerante. Non spetta  a un settimanale diocesano correre ai ripari e imporre soluzioni pratiche in campo pastorale; spetta a esso però  il dovere di richiamare i principi, rimproverarne la mancanza, chiedere impegno e coerenza, non dimenticando mai che                                                                                                   esso è per natura sua indirizzato prima di tutto a coloro che hanno nella chiesa un compito istituzionale e precise responsabilità. Sono queste le idee che l’hanno guidato nel difficile passaggio di questi ultimi anni, quando i compiti della chiesa si sono fatti più difficili per il continuo e progressivo processo di secolarizzazione che sta caratterizzando il nostro tempo.
La crisi dei giovani rimane il primo nostro punto di riferimento. Per questo rimaniamo in trepida e ansiosa attesa  degli sviluppi di una situazione che ha severamente impegnato la riflessione dei settori più vitali della chiesa. L’esistenza in atto della crisi che non accenna affatto a diminuire, anche se non mancano segnali positivi e confortanti, non deve produrre stanchezza e scoraggiamento, ma piuttosto suscitare una reazione altrettanto decisa ed energica. Non è certo questo il tempo della mediocrità e del compromesso.
La crisi ha un duplice significato: può indicare un tempo di scoraggiamento e di rassegnazione; ma può essere anche un momento di ripensamento e di crescita. Il cristiano opera per  definizione in questo secondo ambito, con la coscienza chiara che egli  non opera da solo, ma che la grazia di Dio precede e accompagna la sua fatica.
“Chiesa, sii te stessa” è il titolo della raccolta degli editoriali degli ultimi cinque anni, che verrà ora diffuso e dato in omaggio ai nuovi abbonati. Un richiamo per tutti. Per tutti un auspicio di ripresa e d speranza.
Giordano Frosini

Il Natale continua

La verità del Natale non può andare perduta, ma deve continuare nella continuità dello spirito. La grazia di cui ci ha fatto dono ha una durata perenne da richiamare ogni giorno della nostra vita. Le parole ormai le conosciamo bene e sono espresse con carattere indelebile nel nostro animo. Esse devono rivivere in noi con serenità ed entusiasmo, mantenendo il Natale nello spirito della riscoperta della formula dei padri della Chiesa. In realtà, non conosciamo niente di più bello e di più impegnativo: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio”. Più a fondo nel mistero non è possibile scendere, maggiori risonanze mistiche nel nostro animo non sono reperibili.
Da una parte c’è la divinità del veniente Figlio di Dio, che “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. E’ la kenosi (lo svuotamento) della pienezza della divinità e dell’immortalità fino all’assunzione della sofferenza e della morte. Un percorso nemmeno immaginabile, come è, di per sé, il passaggio dall’infinito al finito.
La poesia popolare l’ha detto in parole più semplici, che la modernità non ha voluto o potuto dimenticare. La venuta del Signore “al freddo e al gelo” riscalda ancora il canto natalizio della nostra gente, per niente soffocato da altre composizioni sopravvenute nel frattempo con maggiore carica espressiva e dignità di parole.
La teologia, sulla base dei testi della sacra Scrittura, ha espresso in molti modi il motivo dell’incarnazione del Figlio di Dio. La domanda “Cur Deus homo?” (Perché Dio si è fatto uomo?), anche se di fatto è stata formalizzata negli anni mille, rincorre se stessa nell’intera riflessione teologica. È il suo punto nevralgico, il suo centro assiale. Nel tempo sono arrivate risposte complementari, ognuna delle quali illumina come un lampo fuggevole un lato del grande mistero, ma nessuna ha le capacità suggestive della formula tanto cara ai padri della chiesa: dall’Infinito al finito; dal necessario e dall’assoluto al contingente e al finito. Poteva l’uomo esigere di più? Poteva Dio essere più generoso e grande nel dono?
È il meraviglioso scambio di natura che non ha niente a che fare con il commercio umano, dominato dalla legge dell’uguaglianza e della somiglianza. La legge della natura è superata e stracciata. Dio è assai più grande dei nostri pensieri, incommensurabilmente più generoso dei nostri doni.
Ma dall’altra parte, qual è la risposta che si attende? La risposta è implicita: se sei diventato Dio, ora devi agire come tale. Agire come Dio; come è possibile? L’esemplare è Gesù, coi suoi pensieri, i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti. La divinizzazione è un dono e una chiamata.
I padri greci distinguevano fra immagine e somiglianza: Dio ti ha fatto il dono dell’immagine, ora devi diventare la sua somiglianza: la via è quella del Vangelo, quella della santità. Soprattutto rimane chiusa la via del peccato, dell’egoismo, del ritorno su noi stessi. Una conversione a tutto campo.
Ci sono pagine bellissime che i nostri antichi ci hanno lasciato come testimonianza e come esempio. Una di esse è diventata la lettura fondamentale della liturgia natalizia. Una pagina su cui dovremmo tornare spesso per non perdere i pensieri che la festa ci ha trasmesso e che devono continuare a illuminare e guidare tutti i giorni della nostra vita. Natale non è un giorno, ma un’esistenza, non è un evento ma un punto fermo destinato a segnare tutti i giorni della nostra vita. Dalla nascita all’eternità.
E san Leone Magno e termina con una esortazione illuminante:
«Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo».
Giordano Frosini

Il paradosso della tenerezza vince su tutto

E’ inutile girarci intorno. Si può infiocchettare come si vuole o colorare di mille colori, accompagnandolo col suono di altrettante cornamuse: il Natale resta e sarà sempre un paradosso, che urta la ragione e che a dispetto delle apparenze, si conficca come una stilettata dentro la storia del mondo. Per sfuggire al paradosso, si cerca allora di “secolarizzarlo”, riducendolo cioè a una dimensione puramente antropologica o cosmica se volete: il solstizio d’inverno, la luce del giorno che inizia ad aumentare, la gioia della vita che nasce, il desiderio di far festa per dimenticare l’anno che sta alle spalle e aprirci al nuovo; il bisogno di allegria e anche di buoni sentimenti; il desiderio di ascoltar favole che accarezzino le orecchie ed il cuore come ai bambini o il tepore di un focolare che risponda alla ricerca d’intimità e di raccoglimento, mentre fuori fa freddo ed è notte. Tutto bello, per carità, ma il nocciolo del Natale non è lì. Forse anche le dolci tradizioni religiose, alla fin fine possono contribuire ad “addomesticare” il Natale, a togliergli quel che di “scandaloso” e urtante che esso ha.
In effetti, il Natale rappresenta una grande sfida per l’uomo. In un duplice senso. Il primo è che esso afferma non solo l’esistenza di un Dio unico, creatore di ogni cosa e origine della vita, ma che questo Dio si è fatto uomo. E non semplicemente uomo: un bambino. Piccolissimo vagito di bimbo. Impotente, incapace di tutto, bisognoso di tutto. Non potrebbe vivere senza braccia e mani che lo sostengano, senza un petto che lo allatti, senza qualcuno che si prenda amorevolmente cura di lui. Questo dice la fede cristiana; questo il nostro credo. Non è semplice accettarlo. Già è oltremodo difficile all’evoluto uomo contemporaneo ammettere che ci sia un Dio “lassù nel cielo”, perché lo trova inutile, lui che confida piuttosto nella scienza, nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale; lui che si è emancipato dagli dei e si è fatto arbitro e inventore di se stesso, padrone della vita e della morte propria e degli altri. Se dunque già è difficile accettare l’esistenza di Dio, figurarsi se sia mai facile credere in un Dio che si fa uomo; credere cioè che Dio sia entrato nella storia, abbia abitato tra noi, come uno di noi, per liberarci dal peccato e darci la possibilità di una vita nuova; credere addirittura che un piccolo bambino, una piccola indifesa creatura che piange e tende le manine verso di noi, sia il nostro Salvatore. Mentre l’umanità, a prima vista, non pare proprio sia stata salvata. È una bella sfida, non c’è che dire. Un paradosso così o si accetta o si rifiuta; o si crede a questa divina presenza tra noi che cambia il nostro destino oppure niente: è solo favola. Ma a quel punto vale ancora celebrare il Natale?
Come dicevo, il Natale rappresenta una grossa sfida pure in un altro senso. Perché mai Dio avrebbe scelto una strada così strana, fatta di abbassamento, di annientamento, di diminuzione di sé, fino a farsi presente in un bambino indifeso e impotente? Ecco il secondo aspetto della sfida. Se Dio ha scelto questa via un motivo ci deve pur essere. E se questo motivo poi è una questione d’amore, perché, come dice la nostra fede “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”, allora vuol dire che l’abbassamento di Dio indica la strada dell’amore. Quindi che succede? Che se vogliamo amare ed essere salvi, bisogna che anche noi assumiamo questo modo di fare. La via della kenosi di Dio è la via da percorrere per essere uomini capaci di amore. La via che ciascuno di noi deve seguire: quella dell’abbassamento più completo fino all’impotenza addirittura dell’annientamento, perché l’altro viva. Abbiamo voglia di seguire Dio su questa strada che porta alla morte dell’io perché l’altro viva? Che conduce a donare noi stessi per accogliere e servire l’altro, chiunque esso sia? Se sì, allora celebriamo il Natale. Se no, non è roba cristiana.
Fu un bambino piccolo e indifeso quello che nacque a Betlemme duemila anni fa: ma le domande che ci ha posto non sono per niente innocue. Quel bambino attende tutto il nostro amore, ci fa tenerezza e ci commuove ma nello stesso tempo ci interroga e attende risposte.
† Fausto Tardelli
vescovo di Pistoia

Un forte invito ai cattolici

Nel clima tutt’altro che rassicurante della politica italiana, i richiami alla formazione di un partito di ispirazione cristiana, anche se più rarefatti rispetto al passato, si stanno ancora rinnovando da più parti anche ai nostri giorni. Va detto che la maggior parte dei nostri cattolici, o che tali si ritengono, sembrano felicemente accasati negli spazi che l’attuale mercato politico offre, anche se in nessuno di questi si fanno riferimenti espliciti, ai principi e agli indirizzi del cristianesimo. Una brutta situazione frutto della pigrizia delle generazioni del passato, che hanno praticamente dimenticato il pensiero sociale della chiesa come parte fondamentale della sua evangelizzazione e preciso impegno del suo mandato missionario. Vani sono stati i richiami che anche gli ultimi papi hanno rivolto con forza e insistenza fino ai nostri giorni. Il lungo cammino percorso dalla chiesa italiana negli anni del dopoguerra non sembra aver lasciato traccia nei nostri attuali comportamenti. Un passato glorioso, un presente meschino. Inutile girare intorno all’ostacolo. Sembra proprio che i cattolici del nostro tempo non avvertano quanto sta succedendo in questo campo, non di rado con la stessa partecipazione di una certa parte della gerarchia. Le capacità di un settimanale diocesano come il nostro non sono molto ampie, però vorremmo che si riconoscessero gli sforzi in questo senso da esso compiuti lungo il corso degli anni. Consideriamo un titolo d’onore i frutti pur limitati che abbiamo potuto raccogliere con la nostra insistenza e la nostra continuità. Cedere le armi? Mai. Il dovere va perseguito con tutti i mezzi fino in fondo. Costi quello che costi. Per questo siamo decisi a continuare per la stessa strada, consapevoli come siamo che ci troviamo di fronte a una delle nostre massime responsabilità.
Che non consiste, pensiamo, nella formazione di un nuovo partito cattolico, quanto piuttosto nella diffusione capillare del pensiero sociale della chiesa. Un pensiero ricco, organico, strutturato, lineare, nato dall’incontro dell’eterna verità del Vangelo con le situazioni mutevoli di questo mondo, che coinvolgono individui, popoli e nazioni. Un servizio reso alla pace dei popoli, allo sviluppo umano nel suo vero significato, alla promozione di ogni persona umana, alla giustizia, alla solidarietà, alla giustizia, all’amore. Politica è molto di più che un problema economico.
Siamo nel campo dei rapporti umani minati dall’interesse, dall’egoismo, dall’amore disordinato di sè e delle proprie cose. La storia ci descrive il tortuoso cammino che ha portato l’umanità ai nostri giorni, quando i problemi si ripresentano a noi in forme ancora più violente e distruttive fino a mettere a repentaglio le stesse sorti dell’umanità.
Nonostante tutto, l’umanità è ben lungi dal ritrovare le vie della convivenza pacifica, della fratellanza universale, della solidarietà, dell’amicizia. Che i cristiani non sentano il bisogno di riunire gli sforzi per indicare al nostro mondo le vie della convivenza e della pace è certamente mortificante e umiliante. Eppure è così.
Ne è prova il loro comportamento nel problema che domina in lungo e in largo la storia del nostro tempo: quello delle grandi migrazioni; un problema che scuote interi continenti e fa sentire i suoi effetti anche negli angoli più remoti della terra. Problema certamente complesso, da non banalizzare con slogan facili, ma nemmeno da trattarsi con quell’egoismo che sta dominando le popolazioni più ricche e fortunate del pianeta. Nelle statistiche che vengono pubblicate dai mezzi di comunicazione sociale non sembra affatto che i cattolici, compresi quelli viventi in Italia, debbano essere collocati nelle categorie che avremmo desiderato per una testimonianza di chiesa coerente e testimone, in un momento così drammatico per l’intera umanità. La delusione non potrebbe essere più cocente, se è vero che l’85% di coloro che frequentano regolarmente la messa festiva hanno un pensiero diverso da quello del papa. Una cifra da leggersi non solo isolatamente, ma all’interno di una mentalità in cui l’egoismo personale o di gruppo ha fissato ben fortemente i suoi confini.
Un momento altamente drammatico quello che stiamo attualmente vivendo, in cui si stanno ripetendo gli errori del passato. Si è dimenticato tanto facilmente quello che il nazionalismo ha portato di danno nei nostri paesi, in particolare nell’Europa? Eppure si stanno ripetendo con tanta facilità e leggerezza, come se niente fosse successo.
Costruttrice del Regno, la chiesa ricerca la parte migliore di se stessa e ricolloca le cose al loro posto. Il rimorso del passato la spinge con forza verso i suoi doveri del presente. Essa è per natura sua messaggera e annunciatrice di speranza e sa anche, come ha affermato nel concilio Vaticano II, che l’avvenire spetta a coloro che avranno saputo presentare agli uomini il migliore messaggio della speranza.
Giordano Frosini

Perché Dio si è fatto uomo

La grande domanda che si posero i teologi degli anni mille risuona ancora alle orecchie di coloro che si chiedono la vera ragione del Natale, che non si contentano della poesia, della meraviglia, della suggestione  che esso porta immancabilmente con sé sempre. Al Natale non ci si abitua col passare degli anni. Sempre uguale e sempre diverso, ogni anno, di età in età. Esso rinnova gli stessi sentimenti di gioia, di pace, di serenità, di solidarietà, di amicizia. Una grazia che il primo freddo dell’anno si porta e di cui non si riesce a disfarsi. Un piccolo miracolo assicurato. Chi può avere creato una festa così bella, capace di raccogliere insieme, in un amalgama così familiare i migliori archetipi dell’esistenza umana? Forse all’origine c’è qualcosa di più grande dell’intelligenza e dell’opera dell’uomo. Siamo ai primordi stessi dell’umanità.
I primi cristiani affrontavano il problema con grande coraggio e determinazione di idee. Alla domanda posta prima rispondevano  ammirati in coro: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio”. Un annuncio sconvolgente che, senza bisogno di ulteriori aggiunte o specificazioni, dice in pochissime parole l’evento più grande della storia umana. Poi verranno i sentimenti, le risonanze interiori. Ma intanto è fissato il fatto. Inconcusso, assoluto, inaudito. Il catechismo dei bambini sta diventando il catechismo dell’umanità. La storia umana, si allunghi quanto si vuole, non potrà più conoscere una notizia paragonabile a questa.
I primi teologi del passato, quelli che si è soliti chiamare i padri della chiesa, ripetevano il detto senza falsi pudori o paure di esagerare. La rivelazione era stata troppo precisa per cadere in errore. Per l’incarnazione del Figlio di Dio, l’uomo è diventato consorte della famiglia di Dio. Fra le due nature è avvenuto uno scambio: la natura divina ha assunto la natura umana e viceversa. I due punti infinitamente distanti si sono avvicinati fino a toccarsi: quello che Dio è per natura, l’uomo lo è divenuto per grazia. L’uomo è così esaudito. Perché egli porta con sé un  desiderio d’infinito che niente e nessuno al mondo può soddisfare: sul piano della conoscenza, dell’amore, della felicità, del desiderio eterno della vita. Quello che è impossibile all’uomo diventa possibile con l’aiuto onnipotente di Dio.
Il  cristianesimo come risposta ultima ai grandi desideri dell’uomo.
Con l’umanesimo ateo, cioè senza Dio e contro Dio, l’uomo ha cercato di darsi da solo una risposta ai suoi desideri. L’ha fatto in principio, al suo arrivo sulla terra, lo ha ripetuto altre volte nel corso della storia; lo ha fatto altre volte, ma sempre con disastri e fallimenti, che hanno alimentato la disperazione dell’uomo. L’esito è sempre stato drammatico: senza Dio l’uomo è destinato a soccombere.
Il cristianesimo si presenta come una risposta all’infinito che geme nel cuore dell’uomo. È la sua massima originalità, il suo tratto più umano.  Da sempre egli porta con sé il desiderio innato di essere come Dio. Per questo le parole di satana trovano subito la sua risposta immediata. “Sarete come Dio”. La proposta è giusta, l’errore sta nel volerla attuare senza Dio, anzi contro Dio, prendendo addirittura il suo posto. È il dramma dell’umanesimo ateo, che si sta consumando nel nostro mondo, in particolare dell’occidente, dove il moto di ribellione ha voluto coscientemente ripetere il gesto del primo uomo. “Abbiamo bevuto il veleno del serpente”, si vantavano gli atei del nostro ottocento, e il loro grido si sta diffondendo ancora intorno a noi, con le stesse identiche conseguenze. Con Dio, è stato detto, è morto anche l’uomo.
Neo-paganesimo come ultima parola. È storia dei nostri giorni. “Ognuno sta solo sul cuor della terra,/trafitto da un raggio di sole./Ed è subito sera!”
In questa atmosfera sta ritornando felicemente una parola che si diffuse nei primi secoli del cristianesimo per opera dei padri della chiesa sia orientali che occidentali: divinizzazione. Il cristianesimo è la religione della divinizzazione, secondo la formula che dobbiamo tornare a far nostra in tutta la sua forza e audacia. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. Così il desiderio di immortalità dell’uomo è esaudito in pienezza. L’uomo ha un destino di eternità. Un desiderio che Dio stesso ha messo nel suo cuore, come afferma sant’Agostino all’inizio del suo libro più famoso: “Ci hai fatto, Signore, per te ed è inquieto, senza pace, il nostro cuore fino a quando in te non riposa”.
Dio che risponde a se stesso, a distanza di tempo. A queste altezze il cristianesimo chiama l’uomo. A colui che, per essere felice, affermava che sarebbe necessario che l’impossibile diventasse realtà, si risponde che questo è realmente successo.
L’insegnamento fondamentale della Bibbia è tutto qui. L’impossibilità dell’uomo è stata riscattata dalla onnipotenza misericordiosa di Dio. Il piano di Dio va visto nella sua completezza.
Giordano Frosini