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Il cristiano può andare in vacanza?

La chiusura del giornale per la pausa estiva, mi da modo di lanciare una provocazione: il cristiano può “andare in vacanza”? Capite bene che non sto parlando di quei giorni di meritato riposo in cui uno stacca dalla vita ordinaria per ritemprarsi nel corpo e nello spirito. Quelle son vacanze salutari, anche se, diciamo la verità, non possono mai essere “spensierate”, avendo in mente chi non se le può permettere.
Ma non è di queste vacanze che intendo parlare. La mia domanda è ovviamente un’altra. Cioè se l’essere cristiani, l’essere discepoli di Gesù Cristo, preveda per così dire “zone franche” nella vita e nel comportamento. Zone in cui i criteri, il metro di giudizio e la pratica dell’esistenza si desumano semplicemente dal gusto personale, dai propri desideri, dall’opinione alla moda o dell’imbonitore di turno. La domanda è chiaramente retorica e la risposta scontata: certo che no; il cristiano non va mai in vacanza. Cristiani lo si è 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno – 366 per l’esattezza, nell’anno bisestile. Lo si dovrebbe essere nella vita domestica, nelle relazioni con gli altri come nella vita sociale e nella politica; nel momento del divertimento, come in quello del lavoro o dell’impresa; nel rapporto col proprio corpo o con la natura; nell’ambito delle scienze, come in quello della cultura e delle arti.
È chiaro che tra Vangelo e vasto campo della storia degli uomini, quello cioè dell’economia, della politica, della cultura, quello dell’organizzazione sociale e persino della vita quotidiana, è necessaria una mediazione. Il Vangelo infatti non è di per sé un manuale di economia o di politica, un manifesto culturale, una costituzione o un codice civile o penale. “Il mio regno non è di questo mondo”, proclama con chiarezza Gesù a Pilato. Eppure, la mediazione necessaria non può essere arbitraria; non può prescindere dal vangelo. Essere cristiani significa vivere di Cristo, da figli di un Dio di infinita misericordia, Padre, Figlio e Spirito Santo e conseguentemente da fratelli veri di ogni uomo, chiamati a formare una famiglia riunita nell’amore e destinata alla vita eterna. Da qui deriva necessariamente una visione del mondo e delle cose, un modo di sentire e percepire la realtà e uno stile di vita che hanno un preciso orientamento. Se da una parte valorizzano e fecondano creativamente ogni aspetto dell’umano, dall’altra, non sempre sono compatibili con ogni opinione, ogni modo di pensare e di vivere o con ogni tipo di scelta. In questo senso, la coerenza della fede esige che in certi momenti si dicano anche dei no, proprio perché si dice si a Gesù Cristo, salvatore e redentore dell’uomo.
Solo qualche esempio, tanto per spiegarmi. Parto da un ambito strettamente personale: quello dell’affettività e della sessualità. Lì, non è che per il cristiano vada sempre tutto bene e che possa accettare la “deregulation” affettiva e sessuale oggi in voga. Aldilà di ogni umana fragilità e di possibili e non rari condizionamenti, il Vangelo indica un cammino, a volte arduo ma necessario, perché l’amore risplenda in tutta la sua bellezza, libero dalle pastoie degli egoismi.
Ancora un altro esempio: un cristiano lavora, è impiegato od operaio, è imprenditore, oppure è nel commercio o nella finanza. Tutto bene. Proprio perché cristiano, si darà da fare con grande impegno e competenza. Non potrà però mai cedere alla corruzione e all’intrallazzo, pensare solo al proprio interesse o sostenere un’economia e una finanza che opprimono l’uomo. Ancora: il cristiano è e deve essere un buon cittadino e rispettare le leggi. Non dimenticherà però mai che è meglio obbedire a Dio che agli uomini e che il bene da compiere non lo stabiliscono le leggi fatte dall’uomo. Buon cittadino dunque, si, certo, ma anche sempre pronto all’obiezione di coscienza. In politica vale altrettanto. Ci ricorda papa Francesco che l’annuncio cristiano ha un contenuto ineludibilmente sociale e che la politica può definirsi una vocazione altissima, una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. A questo proposito vorrei citare la sempre illuminante dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede di qualche anno fa. “La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti”. Non sto ora qui ad elencare i casi in cui questo accade. L’importante è il concetto: per il cristiano anche le scelte e l’impegno politico, non sono “zona franca”.
Gli esempi non finirebbero, ma non posso dilungarmi oltre. Se ne potrebbero fare tanti, perché necessariamente il Vangelo si deve fare carne e storia e questo è un lavoro mai definitivamente compiuto e sempre bisognoso di nuovo discernimento. Credo comunque che si sia capito ciò che avevo in mente quando ho detto che il cristiano non può andare in vacanza. Con tutto ciò, auguro di vero cuore ad ognuno di potersi prendere in questo tempo un po’ di giusto riposo.
† Fausto Tardelli

Il cristiano e la libertà

Con certezza, nei tempi moderni, non c’è una parola tanto usata quanto quella di libertà. In qualche modo, essa definisce, almeno in occidente, l’uomo di oggi, quello nato dalla rivoluzione francese e dall’ideologia che la sostentava. “Liberté, fraternité, egalité” è il trinomio che segnò l’inizio e guidò il cammino dell’insurrezione parigina, dalla quale gli storici senza distinzione sono abituati a dare inizio all’era moderna. Una parola sacra per la cultura, laica, ma anche il cristiano ha qualcosa da dire su di essa. Intanto, come avvertì almeno due volte in terra francese Giovanni Paolo II, si tratta sostanzialmente di un trinomio di origine cristiana. Si possono citare a questo proposito diversi testi scritturistici e soprattutto ricordare il contributo dato dai cristiani per il superamento della schiavitù e di ogni condizione servile; una lotta, fra l’altro, che non ha mai raggiunto il termine, perché forme di schiavitù si sono succedute, sia pure con modalità e terminologie diverse, fino ai nostri giorni. Tutto sommato, però, al papa polacco non si può non dare ragione.
La storia frattanto dimostra che il trinomio mantiene la sua esistenza e la sua coesione finché è stato retto dalla parola centrale “fraternité” che, anche per il posto mediano che occupa, appare come la chiave di volta che sostiene l’intera costruzione. Quando però, venendo meno le motivazioni religiose nelle nostre società secolarizzate, si perse il senso vero della fratellanza, le cose cambiarono radicalmente.
Così la terza parola, “egalité”, perse integralmente il suo significato, dando luogo a sperequazioni, disuguaglianze non soltanto in campo economico, disparità, che l’attuale sistema economico-finanziario non fa che incrementare in continuità, arrivando a punte non soltanto scandalose, ma fuori di ogni ordinamento minimamente razionale e diventando una vera e propria minaccia della pace sociale e internazionale.
Per parte sua, la secolarizzazione estrema della libertà ha prodotto nel suo campo effetti ugualmente disastrosi. La libertà è degenerata in libertarismo, ove il suffisso “ismo” indica esagerazione, esasperazione, eccesso, squilibrio, dissesto vero e proprio. La libertà che perde se stessa fino a diventare una nuova forma di schiavitù, questa volta non di altri, ma di se stessi, dei propri egoismi, delle proprie soddisfazioni personali, dei propri interessi. Quando diventa egocentrica, la libertà cessa di rimanere tale e perde se stessa, sommersa e affogata nelle proprie soddisfazioni personali. Fra libertà ed egoismo non c’è un semplice passaggio, ma una vera e propria interruzione.
In un suo testo famoso, l’apostolo Paolo sembra riassumere in poche battute questa lunga storia, che è storia di sempre e non soltanto di oggi. Scrive nella lettera ai Galati: “Voi infatti, fratelli siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il tuo prossino come te stesso”.
Un testo che rimette le cose al loro posto. La chiave di volta del nostro trinomio è richiamata in vita e collocata al suo posto addirittura nella sua forma più alta e sublime, quella della carità, che rimane l’essenza del cristianesimo e che restituisce ad abundantiam quello che loro spetta all’uguaglianza e alla libertà. Se si è fratelli, figli dello stesso padre, e tali ci si sente, non si può essere che sostanzialmente uguali. Solo così, nel superamento delle molteplici, quasi infinite, ramificazioni dell’egoismo (è questo l’autentico significato della parola “carne”), si raggiunge veramente il traguardo della libertà. La vittoria su se stessi è la più difficile e la più costosa. Non è niente la rinuncia alle cose esterne in confronto della rinuncia a se stessi, ai propri interessi, ai propri punti di vista, al proprio ego eretto a signore e dominatore assoluto della propria vita. Per questo l’apostolo dei lebbrosi, R. Follerau pregava e insegnava a pregare: “Liberaci da noi stessi”.
La libertà cristiana passa per questa strada e proprio perché si tratta di percorsi difficili, essa è così rara nelle nostre società, purtroppo anche nella chiesa. Soltanto a queste condizioni, il trinomio della modernità può ritornare a vivere e prosperare. Gli psicologi parlano di libertà da e di libertà per. Un vero e proprio gioco di sostituzione. La negazione non è fine a se stessa, ma è legata a una scelta positiva. È proprio questo il ritmo della libertà: abbandono di se stessi per l’altro, per gli altri, passaggio dall’egoismo all’altruismo, uscita dai propri confini per l’inoltro disinteressato nelle terre altrui. L’apostolo Paolo non poteva essere più chiaro nelle sue parole.
La libertà è sinonimo di carità, voce dell’amore, chiamata di servizio. In questo senso l’ha vissuta Gesù, uomo libero per eccellenza: uomo totalmente per gli altri, che vive la sua vita come dono, che non lascia niente per sé, ma si apre ai bisogni e alle sofferenze di tutti. La vera libertà è la santità consumata.
Giordano Frosini

Chiesa e teologia nel mediterraneo

Come la chiesa, la teologia, che è il suo pensiero, è chiamata all’accoglienza e al dialogo. Con questo pensiero papa Francesco ha iniziato solo pochi giorni fa un suo notevole intervento all’incontro svoltosi a Napoli sul tema “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo” Bando a ogni teologia di tipo difensivo, apologetico, autoreferenziale, come si è fatto formalmente fin quasi ai nostri giorni. Ma apertura e interesse per le altre religioni e le altre forme di pensiero con cui la comunità cristiana si trova a contatto nel suo cammino storico. È la parola d’ordine che ormai risuona chiaramente nelle parole e nella prassi dell’attuale pontefice, che prosegue imperterrito, nonostante le aspre critiche provenienti da alcuni settori della chiesa. Una rivoluzione a tutto campo che non può lasciare indifferente nessuno.
Il Mediterraneo sembra il luogo fatto apposta per un esperimento del genere. Un mare di dimensioni non eccessive, quasi un grande lago straordinario, che unisce insieme tre continenti su cui si affacciano molti stati, ognuno con una sua storia alle proprie spalle, con tre religioni dominanti provenienti dallo stesso ceppo abramitico e dove il pensiero laico-secolare ha trovato le sue più alte espressioni. “Non è possibile leggere realisticamente tale spazio – ha detto il papa – se non in dialogo e come un ponte storico, geografico, umano – tra l’Europa, l’Africa, l’Asia. Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace. Giorgio La Pira direbbe che si tratta, per la teologia, di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una “grande ‘tenda di pace’, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo”.
Nel suo significato profondo, accoglienza vuol dire ascolto consapevole, che vuol dire ascolto del presente, ma anche del passato. Dall’ascolto e dal dialogo, da raccomandare in particolare ai giovani, nascono forme nuove di pensiero e di vita “Non si perde niente con il dialogare. Sempre si guadagna. Nel monologo tutti periamo, tutti”. Parole sagge che mantengono una valenza universale e che creano lo spirito giusto in ogni rapporto interpersonale.
In questo cammino di uscita e di incontro è importante l’abito della compassione per poter andare incontro efficacemente verso i bisognosi, gli oppressi dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite. Un compito primario della chiesa, ma che deve far proprio anche la teologia, la quale altrimenti non perderebbe solo l’anima, ma perderebbe totalmente se stessa, venendo meno allo spirito e alla lettera della Parola di Dio, di cui intende essere custode e interprete. “Si può fare teologia soltanto ‘in ginocchio’”. Una nuova espressione felice di papa Francesco, da rimandare alla memoria, anche se esprime un pensiero tutt’altro che ignoto almeno ai grandi teologi.
Altrettanto si dica della teologia (e della chiesa) in rete, cioè in collegamento con le varie forme religiose e culturali particolarmente vivaci all’interno del mare Mediterraneo. Bando alle chiusure che immiseriscono il nostro passato e tarpano le ali al cammino dell’evangelizzazione, per natura sua destinata a tutti i popoli. In particolare in solidarietà con tutti i naufraghi della storia, da collocare sempre al primo posto nell’amore e nell’azione della chiesa, ospedale da campo in tutti i campi della storia.
Una chiesa (e una teologia) che respirano a pieni polmoni l’aria che attraversa la storia e si inserisce in essa con le sue aspirazioni di fondo, tenendo presenti le criticità che in essa si producono e si moltiplicano col passare degli anni e delle stagioni.
Qui, sul mare Mediterraneo, ci sono anche richiami storici che ci interpellano e ci sollecitano. Ricordiamo l’apostolo Paolo che proprio all’interno di questo mare scrisse pagine di storia che segnarono il futuro cammino della chiesa e gettarono i ponti fra l’oriente e l’occidente. “Qui, molto vicino a dove Paolo sbarcò, non si può non ricordare che i viaggi dell’Apostolo furono segnati da evidenti criticità, come nel naufragio al centro del Mediterraneo (At 27, 9ss). Naufragio che fa pensare a quello di Giona. Ma Paolo non fugge e può anzi pensare che Roma sia la sua Ninive. Può pensare di correggere l’atteggiamento disfattista di Giona riscattando la sua fuga. Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura”.
Meraviglioso. Ma la chiesa seguirà il suo papa?
Giordano Frosini

Una nuova rivoluzione del papa

Una rivoluzione silenziosa e con pochissimi (e debolissimi) accompagnamenti della stampa, che però non va del tutto ignorata nemmeno dal lettore comune… Ricordiamo a questo proposito che un settimanale diocesano come il nostro, pur essendo aperto a tutti, è diretto esplicitamente a coloro che partecipano attivamente alla vita della chiesa, sacerdoti, suore, laici qualificati e impegnati in qualche ministero, specialmente quello di catechista. È questa la sua ragione fondativa, che lo impegna nella sua funzione informativa, ma soprattutto formativa. Un compito che si fa sempre più oneroso per i tempi di cambiamento in cui viviamo.
Si dice che papa Francesco è piuttosto allergico alla teologia e alle sue problematiche. Il che può essere vero solo se si prende il sapere teologico come fine a se stesso, senza diretto riferimento alla vita pastorale, se la teologia diviene scienza del libro e si dimentica che la sua funzione è quella di essere un aiuto necessario all’evangelizzazione e che per questo non si può parlare di essa con sussiego e superficialità.
La teologia è contatto vivo con la realtà e con le culture in cui questa storicamente si incarna. La Parola di Dio non si esaurisce in nessuna di esse, ma le sovrasta tutte e a tutte può portare la linfa vitale che essa possiede. Anche la nostra, la cosiddetta cultura della post-modernità, nonostante la messa in questione degli schemi che l’hanno preceduta e in cui si era espressa fino ai nostri giorni la dottrina cristiana. Cristo ieri, oggi e sempre. Non è affatto senza fondamento l’idea che il passaggio che stiamo faticosamente attraversando, presta dei lati interessantissimi per la presentazione del Dio di Gesù Cristo, che naturalmente rimane il punto centrale dell’intera teologia.
Ora papa Francesco questi pensieri li tiene presenti nei suoi scritti, cominciando dal documento programmatico Evangelii gaudium, ma soprattutto, in forma più sistematica, nella Costituzione Apostolica Veritatis gaudium (2017) e proprio in questi giorni in un suo disteso e interessantissimo intervento tenuto a Napoli nell’incontro sul tema attualissimo “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo” (20-21 giugno 2019). Qui parliamo del primo e rimandiamo al prossimo numero alcune riflessioni sul secondo.
La nuova tappa dell’evangelizzazione chiama in causa tutto il popolo di Dio, un popolo che è e si considera “in uscita”, che si fa lievito di fraternità universale, che vive concretamente la dimensione sociale dell’evangelizzazione, propiziando una spiritualità globale che sgorga dal mistero della Trinità.
Un popolo che si fa dialogo a tutto campo, non per atteggiamento tattico, ma per esigenza intrinseca e sorgiva. Per natura sua il Logos si fa Dia-logos, secondo una bella espressione di Benedetto XVI e allora la verità diventa comunicazione e comunione. Con tutte le chiese cristiane, ma anche con gli studiosi di altre discipline, siano essi credenti o non credenti, cercando di ben intendere e ben valutare le loro opinioni senza pregiudizi o preconcetti. La verità va accolta e assecondata con gioia e riconoscenza dovunque si trovi e chiunque la pratichi. Per questo si faccia spazio nelle facoltà accademiche alla interdisciplinarità, puntando alla formazione di una mentalità sintetica e di sintesi orientative.
Occorre “fare rete” tra le diverse costituzioni che promuovono studi ecclesiastici in ogni parte del mondo, dove si sta sempre più affermando “la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune”.
Una teologia aperta al mondo, che raramente si era vista in precedenza e i cui effetti si devono diramare e avvertire in tutta la chiesa. Papa Francesco restituisce, se ce n’era bisogno, la dimensione ecumenica alla missione evangelizzatrice a essa affidata. Così essa, nell’epoca della società liquida, potrà contribuire alla promozione della giustizia e all’edificazione della pace, nonché all’accoglienza e al rispetto delle diversità, in una società fraterna, che si fa custode dell’intero creato, considerato come casa di tutti i popoli e non soltanto di qualcuno. L’evangelizzazione che fa sentire i suoi benefici effetti nell’universo intero. Una prospettiva nuova e coraggiosa che papa Francesco sta perseguendo con pazienza e determinazione. La chiesa non ha che da seguirlo con la stessa passione e la stessa costanza.
Un’ultima parola sul termine che figura nell’incipit di due documenti fondamentali del programma pastorale-­teologico di papa Francesco (Evangelii gaudium e Veritatis gaudium): gioia, allegria, letizia. Il cristianesimo è festa in tutto il suo itinerario: dall’evangelizzazione, alla divinizzazione, dalla natura comunitaria ai sentimenti più intimi dell’animo, dalla contemplazione di se stessa allo sguardo sul mondo, dalla visione del presente all’attesa del futuro. “Gioia, gioia, gioia!” Il grande Pascal se n’è fatto interprete per tutti.
Giordano Frosini

I giovani e il discernimento

E’ da tempo che nella chiesa si sta parlando di discernimento, una parola forse non molto usata nel linguaggio quotidiano a cui, nella vita spirituale, si dà molta importanza. Non c’è testo magisteriale che non ne parli, normalmente alla sua conclusione. Il documento finale del Sinodo dei giovani di papa Francesco non fa eccezione: a esso è dedicato l’ultimo capitolo.
La parola di per sé significa vedere, giudicare distintamente: nell’uso cristiano, secondo il documento finale dei vescovi, che ha preceduto l’Esortazione apostolica di cui ci stiamo occupando, indica la “la dinamica spirituale attraverso cui una persona, un gruppo o una comunità cercano di riconoscere e di accogliere la volontà di Dio nel concreto della loro situazione”. Il testo biblico di riferimento è un passo della prima lettera ai Tessalonicesi: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. Cioè: riflessione attenta, meditata, soppesata delle diverse possibilità che ogni situazione umana presenta al soggetto e poi, costi quello che costi, scegliere la parte giudicata migliore.
Trattandosi di cose concernenti lo spirito, che riguardano l’esercizio della propria vita spirituale, l’intera operazione è da vedersi sotto l’egida della grazia di Dio e l’influsso dello Spirito Santo, per cui la nostra parola può anche essere tradotta come scelta personale di quanto lo Spirito Santo domanda alla persona posta dinanzi a una pluralità di soluzioni. Il caso più tipico è quello della vocazione: diverse strade, diverse possibilità, tutte buone in ordine alla salvezza, e al termine del lungo processo di riflessione personale, di preghiera, di consultazione, scegliere la via che più rispetta le doti personali e le necessità della comunità di appartenenza, cioè della chiesa.
Un’operazione che deve ripetersi ogni volta che si è collocati in una pluralità di opzioni, anche di minore importanza. Il discernimento non è un atto isolato, ma piuttosto un costume, un modo di fare, uno stile di vita, un’abitudine, una dotazione. Il papa ricorda nel suo documento che specialmente i giovani oggi “sono esposti a uno zapping costante” e che, senza l’abitudine e il discernimento, “possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento”.
Condizione necessaria per sfuggire a questo umiliante pericolo, di uomo e di cristiano, è la formazione di una coscienza da spendere poi volta volta che si è dinanzi a una scelta di qualsiasi genere. Papa Francesco si dilunga, com’era naturale, sulla scelta vocazionale, ma traccia anche alcune linee sulla formazione della coscienza, avvertendo che “formare la coscienza è il cammino di tutta la vita in cui si impara a nutrire gli stessi sentimenti di Gesù Cristo assumendo i criteri delle sue scelte e le intenzioni del suo agire (cf. Fil 2,9)”. Occorre lasciarsi trasformare da Cristo, un impegno difficile e diuturno e insieme di riconoscere l’opera di Dio nella propria esperienza personale e nella testimonianza di chi ci è vicino nel nostro cammino.
Il documento finale dei vescovi si dilunga di più sulla coscienza in discernimento. Ricordando che, secondo il concilio Vaticano II, “la coscienza è il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio” il testo avverte di nuovo che la formazione di questa coscienza è opera di un’intera vita, in cui si cerca di fare propri i sentimenti e i criteri di scelta di Gesù Cristo. Così stando le cose, nessuno può pensare a un’improvvisazione o a un cammino senza ostacoli. Si impone invece una cura per l’interiorità, “che comprende anzitutto tempi di silenzio, di contemplazione orante e di ascolto della Parola, il sostegno della pratica sacramentale e dell’insegnamento della chiesa”. Cioè si richiede come condizione “sine qua non” che il cristiano viva integralmente tutto quanto l’organismo della vita spirituale, nella convinzione che l’idea cristiana è anzitutto e soprattutto opera e dono di Dio e dello Spirito Santo che rinnova coscienza e cuori, affinando le sensibilità e acuendo la saggezza discrezionale.
Naturalmente in questa faticosa costruzione vale l’esempio di tanti altri uomini e donne che hanno realizzato l’ideale cristiano di coscienza e ne hanno dato testimonianze concrete ed esemplari nella loro vita.
Né va dimenticato il rapporto con la chiesa, perché solo attraverso di essa è possibile accedere all’autentico volto di Dio che si rivela in Cristo.
Un capitolo nuovo, quello del discernimento, che si aggiunge con sempre maggiore aderenza e profondità a quelli del passato e può arricchire la spiritualità dei singoli cristiani e, in conclusione, della stessa comunità cristiana. Un merito da attribuirsi in particolare a papa Francesco.
L’aver affidato il compito ai giovani è un segno di speranza per il futuro.
Giordano Frosini