Eventi

Un documento da fare

Una bozza, una lunga bozza da completare nei tanti passaggi che ne compongono l’imponente struttura. Non un documento già definito in tutti i suoi particolari, in attesa soltanto di essere messo in pratica.
Il documento finale del sinodo dei giovani è un documento sui generis bisognoso di ulteriori riflessioni, che chiamano in causa tutti gli interessati sul problema, sempre più complicato, dei giovani. In questo senso, un documento aperto al futuro, quasi infinito che, lasciato così com’è rischia di finire come tanti altri nel nulla o nella indeterminatezza delle affermazioni generiche senza mordente e senza conclusioni di rilievo né nel presente, né nel futuro.
C’è una parte che chiama in causa direttamente i giovani, i diretti interessati, impegnati non soltanto a realizzare quanto è stato elaborato dagli estensori, ma a completare quello che manca alla riflessione e all’analisi di un testo che fa onore a coloro che ne costituiscono gli autori. Ma c’è anche una parte che attende risposte più precise e più concrete ad affermazioni che il documemto ha semplicemente riportato come richieste molto spesso formulate, senza commento, dagli stessi giovani variamente interpellati. È su questo punto che vorremmo insistere in questo nostro intervento.
Prendiamo come esempio quanto viene detto a proposito della liturgia, in cui abbiamo potuto constatare un crescente disagio nella pastorale giovanile. Siamo in possesso di dichiarazioni veramente impressionanti, come, per esempio, quella di ragazze che fingono di partecipare alla messa, assentandosi da casa il tempo necessario per assistere al rito domenicale, ma che riempiono quel tempo in ben altra maniera. Un compromesso tutt’altro che lodevole fra le esigenze della famiglia di appartenza, ma intento anche di una precisa scelta che denota ormai disinteresse e assenza totale di convinzioni. Una specie di pace familiare pagata ad alto prezzo, senza un minimo rimorso di coscienza. Noi converremmo che anche casi del genere e molti altri simili, fossero presi  sul serio  da tutti i diretti interessati. Inutile, anzi dannoso, chiudere gli occhi dinanzi a un fenomeno che diventa sempre più esteso e drammatico. Impossibile oggi cedere all’ottimismo in una prassi che se non denota una totale abiura della fede, assomiglia molto a essa e sembra destinata a essere portata ben presto alle sue conclusioni. Il fenomeno è talmente evidente che soltanto i superficiali e gli ottimisti a oltranza lo possono ignorare. L’attenzione e la preoccupazione dinanzi a un fatto consimile dovrebbe essere ben diverso. Il buon pastore non si dà pace e non dorme di notte.
Riportiamo per questo il testo citato nel documento del sinodo: “In diversi contesti i giovani cattolici chiedono proposte di preghiera momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana in una liturgia fresca, autentica e gioiosa. In tante parti del mondo l’esperienza liturgica è la risorsa principale per l’identità cristiana e conosce una partecipazione ampia e convinta. I giovani vi riconoscono un momento privilegiato di esperienza di Dio e della comunità ecclesiale e un punto di partenza per la missione. Altrove invece si assiste a un certo allontanamento dai sacramenti e dall’Eucaristia domenicale, percepita più come precetto morale che come felice incontro con il Signore Risorto e con la comunità. In generale si constata che anche dove si offre una catechesi sui sacramenti, è debole l’accompagnamento educativo a vivere la celebrazione in profondità, a entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti” (n. 51).
Parole dure, ma vere, che sarebbe un autentico tradimento se non ci fossero indicazioni adeguate, coraggiose e intelligenti. Comunque l’attesa non può essere vana. Il documento conciliare sulla liturgia fu il primo a essere approvato, semplicemente perché era stato analizzato, studiato, approfondito con più tempo e più amore. I risultati furono semplicemente sbalorditivi ma bisogna riconoscere che lo sguardo era più diretto al passato che al presente e al futuro. È ora che, non dimenticando per niente il ricchissimo passato, si faccia l’inverso. Noi viviamo un profondo cambiamento della storia: categorie nuove si affacciano alla mente, sensibilità bussano alla porta, la modernità fa lezione. Bisogna affidarsi, nelle parole, nelle letture, nelle preghiere, tenendo presenti i segni dei tempi che cambiano sotto i nostri occhi. Soprattutto, salva la sostanza, si lasci più libertà di scelta ai celebranti, ai seggeritori, ai maestri, perché soltanto a questo prezzo le celebrazioni saranno più vive, fresche, attraenti, più interessanti e personali.
Non c’è fretta: le riforme si pagano con la pazienza, la costanza, lo spirito di invettiva, il coraggio, il discernimento comunitario, gli errori anche. L’essenziale c’è in un momento come quello che stiamo attraversando, non ci si accontenti di piccoli compromessi o di soluzioni più o meno scontate, ma si faccia appello a tutte le forze della natura e della grazia, perché la nostra attesa trovi un suo pieno compimento.
Hoc erat  votis. Non deludiamo le attese. Le conseguenze sarebbero disatrose.
Giordano Frosini

Ora tutti col Sinodo nelle mani

Preparato con meticolosità e larghezza di vedute, il Sinodo dei vescovi sul problema dei giovani ha concluso i suoi lavori il 27 ottobre 2018. Ora si attende il documento finale di papa Francesco, che completerà il lavoro e specificherà meglio certe parti che per ora sono state solo richiamate, il più delle volte con le stesse parole dei giovani di tutto il mondo, nelle tante inchieste che hanno preceduto i lavori sinodali. Un documento di grande respiro, come, considerate le premesse, era stato largamente previsto. Un vademecum che può accompagnare e guidare l’intera chiesa per un lungo spazio di tempo. Un paradigma completo di revisione e di riforma della chiesa e in qualche modo sotto la loro guida. Il panorama è completo e va dai termini più generali agli argomenti più specifici che le attuali difficoltà del momento mettono in particolare evidenza. Una nuova road map che, seppure a diversi livelli, deve interessare tutte quante la componenti della chiesa. Una nuova ricchezza nelle nostre mani, un nuovo incentivo per non rallentare mai il cammino in un momento così complesso e delicato come quello che stiamo faticosamente attraversando. La ricchezza che ci è stata donata accende il desiderio di vedere apprezzato in completezza il lavoro che non è ancora terminato e che prevede ancora una fase attuativa.
Intanto prendiamo atto del primo dei tre snodi cruciali della cultura attuale cui è dedicato il secondo capitolo del documento, il primo dei quali ha caratteristiche di assoluta e sorprendete novità, la cui ignoranza o anche soltanto una conoscenza superficiale priverebbe la comprensione del modo di procedere, di comportarsi, di ragionare, di farsi intendere del mondo dei giovani, e non soltanto. È quello dell’ambiente digitale, del web, dei social network, che hanno avuto in questi ultimi anni uno sviluppo tanto vertiginoso e universale che, se non segue il passo, si rischia di perdere i contatti, di non essere capaci di comunicare, di non intendersi o, almeno, di non intendersi a sufficienza col mondo circostante. Ciò che i giovani fanno quasi spontaneamente a noi costa quasi il prezzo di una lingua nuova. Un dialetto più che uno stile, una cultura più che un gergo, una sensibilità che genera un nuovo tipo di comunicazione, di singolare impatto, di impareggiabile rapidità e di rara capacità convincente, come sta dimostrando a iosa la tecnica della propaganda politica. Sacrosante le parole di Benedetto XVI: “L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è una parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani”. Per rimanere a la page nel campo della comunicazione, che è anche il campo dell’evangelizzazione, non c’è da lesinare lo sforzo. Se non andiamo errati, si tratta di un “novum” assoluto, senza adeguati corrispondenti in tutto il nostro passato.
Tutto un mondo da esplorare e non mancano certo i tentativi, almeno da parte laica. Più timide le esplorazioni dal punto di vista cristiano in particolare e credente in generale. L’evangelizzazione non può ignorare questo metodo espressivo, nonostante i suoi possibili limiti e quasi congeniti difetti. Dio parla tutte le lingue. E il fatto che un documento così complesso e completo come il nostro, metta in evidenza, fin da principio, addirittura sotto la dizione di “nodo cruciale” le nuove espressioni linguistiche indica a sufficienza che, nella convinzione della chiesa, tutto può servire alla trasmissione del pensiero di Dio. Si pensi soltanto alla liturgia, che, per la sua stessa natura, ha bisogno di formule brevi, laconiche, incisive, impressionanti, facilmente memorizzabili, che passano all’intelligenza attraverso la suggestiva mediazione della fantasia e delle sue eccezionali capacità vibratorie.
Non c’è rosa senza spine. Se il web può essere un servizio alla bellezza e alla verità, esiste anche il suo contrario, quello della falsità, della menzogna, della calunnia, della bruttezza, dell’immoralità, dell’egoismo in tutte le sue svariate forme individuali e sociali. A quanto ci risulta, questo è l’uso più normale che si attua nei nostri strumenti di riproduzione. Gli allarmi si moltiplicano, anche da parte laica, fino al punto che, l’uso del network, è diventata una delle più vistose espressioni di immoralità di cui non difetta certamente il nostro tempo. L’accenno positivo all’uso del nuovo linguaggio non impedisce al documento di riservare due nutriti paragrafi all’uso distorto che si sta sempre più diffondendo.
Il solito uso ambiguo della realtà. Giustamente lo sguardo del documento non intende trascurare nessuno dei due elementi tipici di ogni fenomeno umano. Il fatto è tanto più importante perché si tratta di “una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo e si incontrano facilmente, anche se non tutti vi hanno ugualmente accesso. Essi costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza”.
Un inizio attuale su un documento di assoluta attualità.
Giordano Frosini

Il ritorno di Paolo VI

La canonizzazione di Paolo VI riporta alla mente e al cuore una delle figure più luminose del nostro recente passato. Il riconoscimento ufficiale della sua santità rende giustizia a colui che con grande pazienza e intelligenza riuscì a portare a termine uno dei concili più difficili della storia, soffrì con singolare dignità la crisi che nacque dalla sua applicazione, aprì la chiesa al dialogo col mondo intero, indicò con sicurezza le vie dell’impegno terrestre della comunità cristiana nel cambiamento d’epoca in cui stavano mutando radicalmente assetti, culture, mentalità, indirizzi, aspirazioni senza confronti con il passato. In tali circostanze, l’ultimo papa italiano rimane il simbolo silenzioso della sofferenza e delle difficoltà di una chiesa che egli riuscì ancora a dominare con le sue parole misurate e i suoi orientamenti illuminati, espressioni e frutto di fulgida fede e di invincibile speranza. Un grande papa che, nonostante le apparenze, sembra il modello di riferimento dell’attuale successore papa Francesco, di tutt’altro stile e di tutt’altro temperamento, ma dello stesso orientamento di pensiero. Della sua fede adamantina, quasi nascosta dietro l’effigie di un volto timido e misterioso, rimane come un monumento il suo inno a Cristo, pronunciato a Manila durante una sua coraggiosa visita nel novembre del 1970, degno di uno dei grandi padri della chiesa antica: “Gesù Cristo! Ricordate questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutta la fila dei secoli. Ricordate e meditate: il papa è venuto qua fra voi e ha gridato: Gesù Cristo”. Un nome che non cesserei mai di pronunciare. Un solo innamorato poteva dire quelle parole. Paolo VI lo ricordiamo come un vero apostolo di Cristo, colui che ha fatto dell’evangelizzazione l’unico scopo della sua vita e della chiesa.
Ma non è certamente una decurtazione della sua grandezza se di lui ricordiamo in un momento così difficile e confuso della storia, in particolare italiana, il suo insegnamento sociale, parte integrante ed essenziale di un pensiero che aveva respirato fin dalla giovinezza dalla sua terra di origine e dalla sua stessa famiglia. Papa Montini ha scritto parole definitive sulla presenza della chiesa nella storia, nell’ordinamento degli stati e della società, sulla gestione dell’attività politica come strumento di pace e di ricerca del bene comune. Un insegnamento che, attraverso uno dei suoi grandi documenti, la Populorum progressio, raggiunge le dimensioni universali della società globalizzata. Una prova ancora per dire che il Vangelo ha parole e dimensioni attuali per tutte le epoche della storia. In questo campo, più che altrove, forse Paolo VI ha espresso una delle parti migliori del suo insegnamento. Più di sempre in questo campo egli rimane il papa del futuro.
Un documento in particolare, l’Octogesima adveniens, pubblicata a ottanta anni dall’uscita della Rerum novarum, rimane il testo a cui dovrebbero attingere alcune annotazioni fondamentali le generazioni attuali, che non sembrano affatto interessate alle problematiche in questione. La comunità cristiana dovrà rassegnarsi a questa situazione sparpagliata, senza riferimenti di sorta alle grandi idee che lo spirito evangelico ha suggerito alla chiesa nel lungo cammino da essa percorso nel trascorrere dei secoli e dei millenni? Le grandi idee sulla dignità incomparabile della grandezza della persona umana, sulla natura singolare dello spirito comunitario riflesso della Trinità nel tempo, sull’idea di servizio e di disinteresse della politica cristianamente intesa, sull’uguaglianza e la partecipazione, sul bene comune come fine ultimo di ogni attività politica e sociale, sulla lotta alla disuguaglianza, sulla pace come opera della giustizia e della carità. Quella politica che hanno illustrato i grandi maestri del passato e hanno cercato di mettere in pratica cristiani di assoluto valore testimoniale dei decenni trascorsi. Ci si può ancora a lungo contentare di improvvisazioni di politicanti in cerca di consensi venendo incontro alle mode del tempo, non di rado in diretto contrasto con gli insegnamenti del Vangelo e della retta ragione umana? Volere o volare, questa è la situazione in cui vivono in maggioranza i nostri cristiani, senza il minimo rimorso, anzi non di rado prendendo parte attiva a questa deriva paurosa. Alle nostre spalle, per un complesso di circostanze, la maggiore delle quali rimane la mancanza di idee e di volontà, è successo qualcosa di grave, di estremamente grave, che rimane oggi oltremodo difficile riportare alla normalità. Un vero e proprio tradimento di uno dei nostri doveri fondamentali, delle cui conseguenze soffre la nostra società. Rileggere certi scritti, non soltanto riempie l’animo di gioia per la loro bellezza e linearità, ma genera anche nell’animo la tristezza per qualcosa di nostro che è andato, forse irrimediabilmente, perduto.
È in questo senso che riportiamo, finendo, una delle frasi programmatiche più felici e più luminose di Paolo VI nella Octogesima adveniens, a proposito del politico di ispirazione cristiana: “Pur riconoscendo l’autonomia della realtà politica, i cristiani, sollecitati ad entrare in questo campo di azione, si sforzeranno di raggiungere una coerenza fra le loro opzioni e il Vangelo e di dare, pur in mezzo ad un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini”. Chapeau!
Giordano Frosini

Dalla gloria delle Ande alla gloria del Bernini

Il “sentimento” popolare del tempo l’aveva espresso con rara efficacia la poesia del vescovo brasiliano Pedro Casaldaliga. L’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero, mentre celebrava la messa, eseguita dai plotoni della morte del suo paese, aveva sorprendentemente diviso l’opinione pubblica anche del mondo cattolico. Eliminazione di un pericoloso comunista o di un martire della difesa dei poveri? Soppressione di un nemico dell’ordine pubblico o di un testimone esemplare del vangelo che segue fino in fondo l’esempio del maestro nel dono della vita contro l’ingiustizia organizzata del popolo di cui si sente fino in fondo padre e pastore? Un fremito che attraversò a lungo anche il mondo cattolico e che perdura tuttora anche se in forme meno violente e più segrete in non piccola parte dell’opinione pubblica. Per alcuni, i più, un santo coraggioso fino al disprezzo della propria vita; per altri un pericoloso sovversivo da eliminare e da mettere a tacere costi quello che costi. Che il limite attraversasse il mondo in tutta la sua larghezza era più che ovvio, che dividesse anche i credenti in Cristo assai meno normale. Eppure fu proprio così. Una distanza enorme, almeno quanto misura geograficamente la lontananza della terra del martirio, uno dei paesi più poveri del pianeta, dal nostro mondo del benessere e dell’opulenza. Tutto compreso. Perché, come affermerà il nostro poeta, egli fu “abbandonato dagli stessi fratelli del pastorale e di messa”.
Fu allora, in quelle circostanze drammatiche, che il poeta sacro fece sentire la sua ispirata voce che scosse la mente e il cuore di tanti di noi:
“L’America Latina già ti ha posto nella sua gloria del Bernini/nella spuma aureola dei suoi mari,/nel baldacchino arieggiato delle Ande vigili,/nella canzone di tutte le sue strade,/nel calvario nuovo di tutte le sue prigioni,/di tutte le sue trincee,/di tutti i suoi altari…/ Nell’ara sicura del cuore insonne dei suoi figli!/ San Romero d’America Pastore e Martire nostro:/nessuno farà tacere la tua ultima omelia!”.
L’omelia del sangue, non della parola, della testimonianza non della voce, dell’inizio non della fine. Il suo suono assordante ha percorso il mondo intero ed è esplosa domenica 14 ottobre 2018 nelle migliaia di persone che assistevano commosse alla canonizzazione dell’umile piccolo vescovo sorridente celebrata dal primo papa sudamericano, pure lui parte integrante dell’avvenimento, perché anch’egli, difensore sofferente del suo martirio, aveva subìto le stesse accuse e le stesse offese ed è certo che un giorno aveva pronunciato le profetiche parole: “Se fossi papa io, lo farei santo”. La Provvidenza ha voluto proprio così: è stato monsignor Bergoglio, divenuto papa Francesco I, a pronunciare commosso la frase canonica che proclamava santo per tutta la chiesa, cioè soggetto di venerazione e modello di santità, il collega sudamericano. Romero è ora per sempre registrato nell’interminabile categoria di coloro che hanno illustrato nel tempo il cammino di santità della chiesa. San Romero d’America, prega per noi. Non ti abbiamo conosciuto di persona, ma ora sei per tutti noi un fratello, un amico, un modello esemplare.
È ora che riconosciamo il grande apporto che la chiesa sudamericana ha dato all’intera chiesa cattolica in questo difficile momento di crisi e di rinnovamento. Una lezione evangelica di coraggio, di coerenza, di povertà, di stile pastorale, di amore per i poveri, di semplicità, di preparazione biblica e teologica. Le caravelle di Colombo sono tornate cariche di doni inestimabili, di cui dobbiamo saper fare tesoro. A lungo andare, la comunione fra le chiese ha prodotto i suoi frutti. Molte chiese ne hanno usufruito i vantaggi anche mediante lo scambio dei sacerdoti, che hanno riportato fra noi uno spirito nuovo, esperienze non conosciute ed esemplari, testimonianze di vita significative, se non addirittura eroiche. Dovremmo ora essere capaci di ripensare a tutto questo, fare una sintesi e tirare le conclusioni. Perché le esperienze ci sono state, ma certo tutte le conclusioni non sono state realizzate. La canonizzazione di Oscar Romero in questo senso è provvidenziale, come è provvidenziale la sincronicità delle vicende del martire salvadoregno e di Paolo VI, l’ultimo papa italiano, simbolo e artefice di rinnovamento della chiesa in se stessa e della chiesa nei rapporti col mondo.
Punto di riferimento rimane la dolce figura di papa Francesco, che sta dando alla chiesa un impulso di grande spessore e di straordinaria spiritualità. Di origine italiana, di formazione sudamericana, egli rimane il provvidenziale trait-d’union dei due mondi, ai quali soprattutto noi chiediamo un vigoroso passo in avanti nel sinodo dei vescovi attualmente in corso, per il quale rimaniamo in vigile attesa di preghiera e di speranza.
Giordano Frosini

Abbasso il clericalismo

Neanche a farlo apposta, in questi giorni si stannno ripetendo e approfondendo le riflessioni su una delle più usate e abusate antitesi dei tempi moderni: laicismo e clericalismo. Per qualcuno è occasione di ricordare l’uso gentile e delicato del primo termine nella nostra mai lodata a sufficienza Carta Costituzionale (chiamata dal presidente Ciampi “la Bibbia laica”), per altri la seconda parola è continuamente presa di mira in tutte le questioni le cui soluzioni non corrispondono a una tipica concezione del laicismo. La discussione non è facile perché le due parole portano in qualche modo con sé le conseguenze della loro duplice origine, una sacra e una profana, legate la prima al passato originario, la seconda al tempo moderno. Naturalmente è questa seconda che si è imposta nel linguaggio attuale, normalmente in senso dispregiativo, come ci dimostra “ad abundantiam” quel manuale di cultura moderna popolare costituito dal web, dove le invettive e le offese si intrecciano come nel gioco scontato delle parole incrociate. La distinzione dei termini e dei concetti è d’obbligo, pena, altrimenti, fare una grande confusione. È possibile infatti essere insieme anticlericali e non laicisti, almeno nel senso moderno della parola. Ne è una riprova lampante e sorprendente papa Francesco.
Quante volte abbiamo sentito deprecare, condannare, bistrattare in termini perentori il clericalismo da colui che, nel campo del clericalismo dovrebbe essere il protostipite e l’alfiere. Chi volesse mettere insieme tutte le citazioni che abbiamo ascoltato durante il suo non lungo periodo di pontificato, riempirebbe pagine intere. La pesantezza delle espressioni usate, in un primo tempo almeno, ha meravigliato non poco chi scrive. Ma non ha notato altrettanta meraviglia in molta altra gente, a cui le stesse parole avrebbero dovuto fare una impressione anche maggiore. La sincerità quasi brutale delle locuzioni adottate da Francesco è una caratteristica che lo distanzia dai suoi predecessori. Lo diciamo con tanta simpatia e compiacenza: uno stile non proprio papale. Un papa diverso anche nel linguaggio.
L’ha fatto anche in questi giorni proprio nell’ambito del Sinodo sui giovani in pieno svolgimento. Esattamente sabato 6 ottobre 2018, nel discorso pronunciato nell’aula Paolo VI durante l’incontro coi giovani, ha detto senza battere ciglio: “Quando voi vedete una chiesa incoerente, una chiesa che ti legge le Beatitudini e poi cade nel clericalismo più principesco e scandaloso, io capisco, io capisco… Se sei cristiano, prendi le Beatitudini e mettile in pratica. E se sei un uomo o una donna  che hai dato la vita, l’hai consacrata e sei un prete – anche se prete che balla [si riferisce a una testimonianza] – se sei un prete e vuoi vivere come cristiano, segui la strada delle Beatitudini. Non la strada della mondanità, la strada del clericalismo, che è una delle perversioni più brutte della chiesa. Coerenza di vita”.
Il clericalismo come una delle perversioni più brutte della chiesa. Evidentemente papa Francesco riempie questa terribile parola di contenuti più ampi di quelli che normalmente le sono attribuiti. Si tratta di uno spirito più che di singoli atteggiamenti: lo spirito mondano, che è esattamente lo spirito contrario al dettato delle Betitudini. Però, anche sulla base dei molti accenni che abbiamo sotto gli occhi, piace sottolineare il pensiero del papa nei significati più comunemente usati quando se ne parla.
Da un punto di vista politico esiste ormai una chiara convinzione della chiesa del rispetto della laicità delle attività umane rette da leggi proprie che tutti devono rispettare, tenendo presente che esiste anche un clericalismo alla rovescia, quando si vuole imporre un principio o un comportamento non in  nome della ragione, ma in nome di una volontà senza fondamento razionale, soltanto perché così fa comodo e così piace. Su temi del genere la chiesa è uscita vittoriosa dal concilio Vaticano II con idee chiare e precise, che non  sempre vediamo da altre parti.
Ma papa Francesco ha più presente un’altra forma di clericalismo, assai vicina a quella generale che prima abbiamo ricordato: il clericalismo come mentalità di setta nei riguardi del popolo cristiano, da intendersi semplicemente come gregge e non come popolo attivo chiamato alla corresponsabilità e alla sinodalità; la mentalità caporalesca nella necessaria guida dei fedeli, il cui compito principale e quasi unico rimane quello di ubbidire; raccomandare atteggiamenti senza dare affatto un  esempio e una testimonianza, esattamente come padre Zapata, che predicava bene e razzolava male; il vizio quasi naturale del carrierismo che rompe gli equilibri, genera divisioni, maldicenze, calunnie, inimicizie, ingiustizie, fratture insanabili.
Un discorso duro, che ciascuno può proseguire per conto proprio. Il clericalisimo come un male  fondamentale da evitare e da sostituire con i sentimenti opposti, che stanno alla base del Vangelo. La lezione di papa Francesco non sembra aver trovato ancora sufficiente attenzione e ascolto.
Giordano Frosini