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Il ritorno di Paolo VI

La canonizzazione di Paolo VI riporta alla mente e al cuore una delle figure più luminose del nostro recente passato. Il riconoscimento ufficiale della sua santità rende giustizia a colui che con grande pazienza e intelligenza riuscì a portare a termine uno dei concili più difficili della storia, soffrì con singolare dignità la crisi che nacque dalla sua applicazione, aprì la chiesa al dialogo col mondo intero, indicò con sicurezza le vie dell’impegno terrestre della comunità cristiana nel cambiamento d’epoca in cui stavano mutando radicalmente assetti, culture, mentalità, indirizzi, aspirazioni senza confronti con il passato. In tali circostanze, l’ultimo papa italiano rimane il simbolo silenzioso della sofferenza e delle difficoltà di una chiesa che egli riuscì ancora a dominare con le sue parole misurate e i suoi orientamenti illuminati, espressioni e frutto di fulgida fede e di invincibile speranza. Un grande papa che, nonostante le apparenze, sembra il modello di riferimento dell’attuale successore papa Francesco, di tutt’altro stile e di tutt’altro temperamento, ma dello stesso orientamento di pensiero. Della sua fede adamantina, quasi nascosta dietro l’effigie di un volto timido e misterioso, rimane come un monumento il suo inno a Cristo, pronunciato a Manila durante una sua coraggiosa visita nel novembre del 1970, degno di uno dei grandi padri della chiesa antica: “Gesù Cristo! Ricordate questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutta la fila dei secoli. Ricordate e meditate: il papa è venuto qua fra voi e ha gridato: Gesù Cristo”. Un nome che non cesserei mai di pronunciare. Un solo innamorato poteva dire quelle parole. Paolo VI lo ricordiamo come un vero apostolo di Cristo, colui che ha fatto dell’evangelizzazione l’unico scopo della sua vita e della chiesa.
Ma non è certamente una decurtazione della sua grandezza se di lui ricordiamo in un momento così difficile e confuso della storia, in particolare italiana, il suo insegnamento sociale, parte integrante ed essenziale di un pensiero che aveva respirato fin dalla giovinezza dalla sua terra di origine e dalla sua stessa famiglia. Papa Montini ha scritto parole definitive sulla presenza della chiesa nella storia, nell’ordinamento degli stati e della società, sulla gestione dell’attività politica come strumento di pace e di ricerca del bene comune. Un insegnamento che, attraverso uno dei suoi grandi documenti, la Populorum progressio, raggiunge le dimensioni universali della società globalizzata. Una prova ancora per dire che il Vangelo ha parole e dimensioni attuali per tutte le epoche della storia. In questo campo, più che altrove, forse Paolo VI ha espresso una delle parti migliori del suo insegnamento. Più di sempre in questo campo egli rimane il papa del futuro.
Un documento in particolare, l’Octogesima adveniens, pubblicata a ottanta anni dall’uscita della Rerum novarum, rimane il testo a cui dovrebbero attingere alcune annotazioni fondamentali le generazioni attuali, che non sembrano affatto interessate alle problematiche in questione. La comunità cristiana dovrà rassegnarsi a questa situazione sparpagliata, senza riferimenti di sorta alle grandi idee che lo spirito evangelico ha suggerito alla chiesa nel lungo cammino da essa percorso nel trascorrere dei secoli e dei millenni? Le grandi idee sulla dignità incomparabile della grandezza della persona umana, sulla natura singolare dello spirito comunitario riflesso della Trinità nel tempo, sull’idea di servizio e di disinteresse della politica cristianamente intesa, sull’uguaglianza e la partecipazione, sul bene comune come fine ultimo di ogni attività politica e sociale, sulla lotta alla disuguaglianza, sulla pace come opera della giustizia e della carità. Quella politica che hanno illustrato i grandi maestri del passato e hanno cercato di mettere in pratica cristiani di assoluto valore testimoniale dei decenni trascorsi. Ci si può ancora a lungo contentare di improvvisazioni di politicanti in cerca di consensi venendo incontro alle mode del tempo, non di rado in diretto contrasto con gli insegnamenti del Vangelo e della retta ragione umana? Volere o volare, questa è la situazione in cui vivono in maggioranza i nostri cristiani, senza il minimo rimorso, anzi non di rado prendendo parte attiva a questa deriva paurosa. Alle nostre spalle, per un complesso di circostanze, la maggiore delle quali rimane la mancanza di idee e di volontà, è successo qualcosa di grave, di estremamente grave, che rimane oggi oltremodo difficile riportare alla normalità. Un vero e proprio tradimento di uno dei nostri doveri fondamentali, delle cui conseguenze soffre la nostra società. Rileggere certi scritti, non soltanto riempie l’animo di gioia per la loro bellezza e linearità, ma genera anche nell’animo la tristezza per qualcosa di nostro che è andato, forse irrimediabilmente, perduto.
È in questo senso che riportiamo, finendo, una delle frasi programmatiche più felici e più luminose di Paolo VI nella Octogesima adveniens, a proposito del politico di ispirazione cristiana: “Pur riconoscendo l’autonomia della realtà politica, i cristiani, sollecitati ad entrare in questo campo di azione, si sforzeranno di raggiungere una coerenza fra le loro opzioni e il Vangelo e di dare, pur in mezzo ad un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini”. Chapeau!
Giordano Frosini

Dalla gloria delle Ande alla gloria del Bernini

Il “sentimento” popolare del tempo l’aveva espresso con rara efficacia la poesia del vescovo brasiliano Pedro Casaldaliga. L’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero, mentre celebrava la messa, eseguita dai plotoni della morte del suo paese, aveva sorprendentemente diviso l’opinione pubblica anche del mondo cattolico. Eliminazione di un pericoloso comunista o di un martire della difesa dei poveri? Soppressione di un nemico dell’ordine pubblico o di un testimone esemplare del vangelo che segue fino in fondo l’esempio del maestro nel dono della vita contro l’ingiustizia organizzata del popolo di cui si sente fino in fondo padre e pastore? Un fremito che attraversò a lungo anche il mondo cattolico e che perdura tuttora anche se in forme meno violente e più segrete in non piccola parte dell’opinione pubblica. Per alcuni, i più, un santo coraggioso fino al disprezzo della propria vita; per altri un pericoloso sovversivo da eliminare e da mettere a tacere costi quello che costi. Che il limite attraversasse il mondo in tutta la sua larghezza era più che ovvio, che dividesse anche i credenti in Cristo assai meno normale. Eppure fu proprio così. Una distanza enorme, almeno quanto misura geograficamente la lontananza della terra del martirio, uno dei paesi più poveri del pianeta, dal nostro mondo del benessere e dell’opulenza. Tutto compreso. Perché, come affermerà il nostro poeta, egli fu “abbandonato dagli stessi fratelli del pastorale e di messa”.
Fu allora, in quelle circostanze drammatiche, che il poeta sacro fece sentire la sua ispirata voce che scosse la mente e il cuore di tanti di noi:
“L’America Latina già ti ha posto nella sua gloria del Bernini/nella spuma aureola dei suoi mari,/nel baldacchino arieggiato delle Ande vigili,/nella canzone di tutte le sue strade,/nel calvario nuovo di tutte le sue prigioni,/di tutte le sue trincee,/di tutti i suoi altari…/ Nell’ara sicura del cuore insonne dei suoi figli!/ San Romero d’America Pastore e Martire nostro:/nessuno farà tacere la tua ultima omelia!”.
L’omelia del sangue, non della parola, della testimonianza non della voce, dell’inizio non della fine. Il suo suono assordante ha percorso il mondo intero ed è esplosa domenica 14 ottobre 2018 nelle migliaia di persone che assistevano commosse alla canonizzazione dell’umile piccolo vescovo sorridente celebrata dal primo papa sudamericano, pure lui parte integrante dell’avvenimento, perché anch’egli, difensore sofferente del suo martirio, aveva subìto le stesse accuse e le stesse offese ed è certo che un giorno aveva pronunciato le profetiche parole: “Se fossi papa io, lo farei santo”. La Provvidenza ha voluto proprio così: è stato monsignor Bergoglio, divenuto papa Francesco I, a pronunciare commosso la frase canonica che proclamava santo per tutta la chiesa, cioè soggetto di venerazione e modello di santità, il collega sudamericano. Romero è ora per sempre registrato nell’interminabile categoria di coloro che hanno illustrato nel tempo il cammino di santità della chiesa. San Romero d’America, prega per noi. Non ti abbiamo conosciuto di persona, ma ora sei per tutti noi un fratello, un amico, un modello esemplare.
È ora che riconosciamo il grande apporto che la chiesa sudamericana ha dato all’intera chiesa cattolica in questo difficile momento di crisi e di rinnovamento. Una lezione evangelica di coraggio, di coerenza, di povertà, di stile pastorale, di amore per i poveri, di semplicità, di preparazione biblica e teologica. Le caravelle di Colombo sono tornate cariche di doni inestimabili, di cui dobbiamo saper fare tesoro. A lungo andare, la comunione fra le chiese ha prodotto i suoi frutti. Molte chiese ne hanno usufruito i vantaggi anche mediante lo scambio dei sacerdoti, che hanno riportato fra noi uno spirito nuovo, esperienze non conosciute ed esemplari, testimonianze di vita significative, se non addirittura eroiche. Dovremmo ora essere capaci di ripensare a tutto questo, fare una sintesi e tirare le conclusioni. Perché le esperienze ci sono state, ma certo tutte le conclusioni non sono state realizzate. La canonizzazione di Oscar Romero in questo senso è provvidenziale, come è provvidenziale la sincronicità delle vicende del martire salvadoregno e di Paolo VI, l’ultimo papa italiano, simbolo e artefice di rinnovamento della chiesa in se stessa e della chiesa nei rapporti col mondo.
Punto di riferimento rimane la dolce figura di papa Francesco, che sta dando alla chiesa un impulso di grande spessore e di straordinaria spiritualità. Di origine italiana, di formazione sudamericana, egli rimane il provvidenziale trait-d’union dei due mondi, ai quali soprattutto noi chiediamo un vigoroso passo in avanti nel sinodo dei vescovi attualmente in corso, per il quale rimaniamo in vigile attesa di preghiera e di speranza.
Giordano Frosini

Abbasso il clericalismo

Neanche a farlo apposta, in questi giorni si stannno ripetendo e approfondendo le riflessioni su una delle più usate e abusate antitesi dei tempi moderni: laicismo e clericalismo. Per qualcuno è occasione di ricordare l’uso gentile e delicato del primo termine nella nostra mai lodata a sufficienza Carta Costituzionale (chiamata dal presidente Ciampi “la Bibbia laica”), per altri la seconda parola è continuamente presa di mira in tutte le questioni le cui soluzioni non corrispondono a una tipica concezione del laicismo. La discussione non è facile perché le due parole portano in qualche modo con sé le conseguenze della loro duplice origine, una sacra e una profana, legate la prima al passato originario, la seconda al tempo moderno. Naturalmente è questa seconda che si è imposta nel linguaggio attuale, normalmente in senso dispregiativo, come ci dimostra “ad abundantiam” quel manuale di cultura moderna popolare costituito dal web, dove le invettive e le offese si intrecciano come nel gioco scontato delle parole incrociate. La distinzione dei termini e dei concetti è d’obbligo, pena, altrimenti, fare una grande confusione. È possibile infatti essere insieme anticlericali e non laicisti, almeno nel senso moderno della parola. Ne è una riprova lampante e sorprendente papa Francesco.
Quante volte abbiamo sentito deprecare, condannare, bistrattare in termini perentori il clericalismo da colui che, nel campo del clericalismo dovrebbe essere il protostipite e l’alfiere. Chi volesse mettere insieme tutte le citazioni che abbiamo ascoltato durante il suo non lungo periodo di pontificato, riempirebbe pagine intere. La pesantezza delle espressioni usate, in un primo tempo almeno, ha meravigliato non poco chi scrive. Ma non ha notato altrettanta meraviglia in molta altra gente, a cui le stesse parole avrebbero dovuto fare una impressione anche maggiore. La sincerità quasi brutale delle locuzioni adottate da Francesco è una caratteristica che lo distanzia dai suoi predecessori. Lo diciamo con tanta simpatia e compiacenza: uno stile non proprio papale. Un papa diverso anche nel linguaggio.
L’ha fatto anche in questi giorni proprio nell’ambito del Sinodo sui giovani in pieno svolgimento. Esattamente sabato 6 ottobre 2018, nel discorso pronunciato nell’aula Paolo VI durante l’incontro coi giovani, ha detto senza battere ciglio: “Quando voi vedete una chiesa incoerente, una chiesa che ti legge le Beatitudini e poi cade nel clericalismo più principesco e scandaloso, io capisco, io capisco… Se sei cristiano, prendi le Beatitudini e mettile in pratica. E se sei un uomo o una donna  che hai dato la vita, l’hai consacrata e sei un prete – anche se prete che balla [si riferisce a una testimonianza] – se sei un prete e vuoi vivere come cristiano, segui la strada delle Beatitudini. Non la strada della mondanità, la strada del clericalismo, che è una delle perversioni più brutte della chiesa. Coerenza di vita”.
Il clericalismo come una delle perversioni più brutte della chiesa. Evidentemente papa Francesco riempie questa terribile parola di contenuti più ampi di quelli che normalmente le sono attribuiti. Si tratta di uno spirito più che di singoli atteggiamenti: lo spirito mondano, che è esattamente lo spirito contrario al dettato delle Betitudini. Però, anche sulla base dei molti accenni che abbiamo sotto gli occhi, piace sottolineare il pensiero del papa nei significati più comunemente usati quando se ne parla.
Da un punto di vista politico esiste ormai una chiara convinzione della chiesa del rispetto della laicità delle attività umane rette da leggi proprie che tutti devono rispettare, tenendo presente che esiste anche un clericalismo alla rovescia, quando si vuole imporre un principio o un comportamento non in  nome della ragione, ma in nome di una volontà senza fondamento razionale, soltanto perché così fa comodo e così piace. Su temi del genere la chiesa è uscita vittoriosa dal concilio Vaticano II con idee chiare e precise, che non  sempre vediamo da altre parti.
Ma papa Francesco ha più presente un’altra forma di clericalismo, assai vicina a quella generale che prima abbiamo ricordato: il clericalismo come mentalità di setta nei riguardi del popolo cristiano, da intendersi semplicemente come gregge e non come popolo attivo chiamato alla corresponsabilità e alla sinodalità; la mentalità caporalesca nella necessaria guida dei fedeli, il cui compito principale e quasi unico rimane quello di ubbidire; raccomandare atteggiamenti senza dare affatto un  esempio e una testimonianza, esattamente come padre Zapata, che predicava bene e razzolava male; il vizio quasi naturale del carrierismo che rompe gli equilibri, genera divisioni, maldicenze, calunnie, inimicizie, ingiustizie, fratture insanabili.
Un discorso duro, che ciascuno può proseguire per conto proprio. Il clericalisimo come un male  fondamentale da evitare e da sostituire con i sentimenti opposti, che stanno alla base del Vangelo. La lezione di papa Francesco non sembra aver trovato ancora sufficiente attenzione e ascolto.
Giordano Frosini

La nostra attenzione è tutta per i giovani

Mercoledì 3 ottobre 2018: nelle stesse ore un cui si chiude il nostro settimanale, si apre a Roma il Sinodo dei vescovi sui giovani, che per lungo tempo abbiamo cercato di preparare con le nostre riflessioni. Per la sua riuscita va il nostro augurio e la nostra preghiera. L’avvenimento è di primaria importanza, in un momento di difficoltà per la vita della chiesa, per la situazione religiosa e culturale della società intera, per i molti e difficili problemi che gravano sul mondo giovanile, mai come oggi probabilmente così dissestato e privo di ideali che facciano sperare in un domani sereno e fiducioso. Si dirà: “Nihil novi sub sole”. Tutte le epoche sono state e saranno difficili e i giovani saranno sempre un’incognita e una sorpresa per quanto riguarda il loro futuro. L’imprevedibilità è una loro caratteristica.
Tutto ciò è certamente vero, ma nel nostro caso si addensano ombre tempestose, tentativi di ritorni infausti, premesse di sviluppi indecifrabili e aperti a tutti gli sviluppi, che forse formano un aspetto caratteristico e particolarmente preoccupante della nostra epoca. A un sinodo, sia pure preparato convenientemente e guidato da un papa eccezionale, evidentemente non si può chiedere la soluzione di un groviglio di problemi che pesano sul mondo intero e che si intrecciano pericolosamente intorno a concezioni fondamentalmente errate dell’uomo, della società, della trascendenza. Ci attendiamo però un colpo d’ala, un coraggioso passo in avanti, che regolino direttamente il difficile cammino della chiesa e diano un segnale di cambiamento almeno nei paesi in cui la presenza della sua forza morale è ancora capace di farsi sentire. E l’Italia è certamente uno di questi.
Siamo a una svolta epocale che interessa e scuote l’umanità intera. Il fenomeno della mondializzazione rimette tutti gli equilibri in discussione; culture, razze, religioni si incontrano e si scontrano con esiti imprevedibili, il cristianesimo è impegnato in un passaggio difficile e complesso dal pre-moderno al moderno, in un aggiornamento coraggioso che non perda naturalmente il contatto coi suoi motivi ispiratori fondamentali. È soprattutto su questo versante che i giovani (e coloro che la pensano come loro) si attendono parole chiare e indicazioni precise da compiere. Nel cambiare dei tempi, cambiano anche le forme, gli stili, gli atteggiamenti, le formule, i rapporti. C’è sempre qualcosa da lasciare e insieme, qualcosa da trovare e da inventare. La vita è movimento, non staticità e fermezza. Chi non sa camminare o, per motivi assai discutibili, ha paura a muoversi, rischia di perdere il contatto con la realtà e di rimanere tagliato fuori. Le occasioni solenni come i concili e i sinodi servono proprio a questo. È il momento di vedere, giudicare e agire. Vedere con serietà la realtà come ci si presenta in tutto il suo peso, giudicare con i criteri del Vangelo e delle esigenze della mentalità contemporanea e agire di conseguenza. Con coraggio e fiducia nell’aiuto di Dio, il cui Spirito, ne siamo pienamente convinti, aleggia invisibile e maestoso sulle grandi assemblee della chiesa.
Abbiamo indicato anche i capitoli che richiamano oggi l’attenzione universale. Sono in particolare la liturgia, che i nostri giovani stanno disertando massivamente e la vita della comunità cristiana in tutte le sue espressioni, non certamente in pari con gli insegnamenti del concilio Vaticano II e dei suoi sviluppi posteriori. Tutti capitoli da rivedere e soprattutto da mettere in pratica, almeno che non si voglia ancora mancare a una occasione eccezionale che si presenta oggi alla chiesa. Anche gli interventi che abbiamo ritrovato in queste ultime ore di attesa battono gli stessi tasti. Quello che fa paura non è tanto il non riuscire a fare quello che vorremmo e dovremmo fare per le nostre insufficienze e la difficoltà delle cose, quanto piuttosto il disinteresse che lascia perplessi quando si nota nei semplici fedeli, ma lascia di sasso quando si manifesta in coloro che detengono l’ufficio di presidenza della comunità. Perché non di rado avviene anche questo.
Il primo successo del sinodo sarà l’interesse che esso susciterà in genere sull’intero popolo di Dio e un particolare sui giovani. “Res nostra agitur”: si tratta di cosa nostra, di una cosa che ci riguarda da vicino. Si sta trattando di cose che riguardano il nostro presente e il nostro futuro, quello temporale e quello eterno. In particolare l’invito è rivolto a coloro che già prendono parte in qualche modo alle attività della chiesa, o come protagonisti o come semplici partecipanti, specialmente nelle associazioni o cristiane o di ispirazione cristiana. La chiesa ha bisogno di tutti voi, ma anche voi avete bisogno di un senso pieno alla vostra vita, come tanti di voi hanno saputo fare nel passato e nel presente, senza rinunciare alla vostra giovinezza, alle sue gioie e alla sua freschezza, ma dando a essa un significato esemplare che, senza bisogno di moltiplicare le parole, può richiamare l’attenzione dei molti distratti e indifferenti alle cose serie che circondano la vostra esistenza.
Giordano Frosini

L’uomo desiderio d’infinito

Fra le branche della teologia ne è sempre esistita una che, dimenticata negli ultimi decenni, va oggi ripresa in mano, con urgenza e con gli aggiornamenti necessari: la cosiddetta apologetica, detta più recentemente teologia fondamentale. Negli ultimi tempi della sua esistenza, si divideva normalmente in tre parti: demonstratio religiosa, demonstratio christiana, demonstratio catholica: in pratica, i temi di Dio, di Gesù e della chiesa. Una riflessione che si incaricava di porre i fondamenti razionali della teologia, di per sé scienza della fede, attraverso la filosofia e la storia, per dimostrare che l’atto di fede non è un atto irrazionale, un salto nel buio, ma un gesto basato su fondamenti sicuri, un atto veramente umano, degno di un essere razionale, oltre che libero. Ne rivendichiamo qui l’esistenza e l’importanza nel nostro tempo, in cui i tre temi sono rimessi dai non credenti in forte e drammatica discussione.
Due settimane fa, abbiamo parlato dell’esistenza di Dio, basandoci su quel famoso interrogativo: perché l’essere e non il nulla? La settimana scorsa del problema storico di Gesù, su cui si appuntano oggi le maggiori difficoltà nei riguardi del fondatore del cristianesimo. Oggi portiamo a compimento il nostro programma con questo articolo con una variante rispetto all’impostazione del passato. Perché nel frattempo è nata l’esigenza di rendere più personali gli argomenti del passato basati esclusivamente su segni esterni (miracoli e profezie) e presentare il cristianesimo come risposta ai bisogni e ai desideri fondamentali dell’uomo (il cosiddetto metodo dell’immanenza).
Quali sono questi bisogni e queste attese fondamentali dell’uomo di oggi e di sempre? La domanda chiama in causa il nostro più profondo mondo interiore, la storia dell’intera umanità, la letteratura più incisiva di sempre, specialmente del nostro tempo. Lasciamo per primo parlare Pascal con la sua ben conosciuta frase lapidaria. “L’uomo supera se stesso”. Cioè l’uomo trascende se stesso, non si esaurisce in se stesso, ma rimanda oltre, verso l’infinito, l’interminabile, l’eterno, la pienezza della felicità e della perfezione. Una meta che vede lucidamente davanti a sé, che ambisce con tutte le sue forze, che lo attira e lo sospinge di prepotenza, ma che non riesce a realizzare con le sue pur grandi capacità. Un’incompiutezza che non si rassegna, un surplus che lo supera e lo lascia insoddisfatto, una promessa  smentita dalla realtà, una voce che non trova la sua eco accogliente. Il dramma dell’uomo finito nella sua infinitezza, incompleto nella sua tensione totalitaria. Una passione inutile, un’attrazione vana, un difetto originale insanabile? È la risposta dei pessimisti, di cui è piena la storia di coloro che non sanno guardare oltre gli orizzonti del panorama visibile.
“Una passione inutile” è l’uomo per Jean Paul Sartre, lo scienziato riesce a spiegarsi meglio quando, in vena di sincerità, avverte che, se si accetta il suo messaggio ateo in tutto il suo significato, “l’uomo deve infine destarsi dal suo sogno millenario per scoprire la sua completa solitudine, la sua assoluta stranezza. Egli ora sa che, come uno zingaro, si trova ai margini dell’universo in cui deve vivere. Universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini” (J. Monod). E i poeti completano il quadro aggiungendo i loro suggestivi  versi che, al di là del loro incanto, completano la mestizia dell’uditore. “O natura, natura,/ perché non rendi poi/ quel che promettesti allor?”.
Il cristianesimo si presenta come una risposta all’infinito che geme nel cuore dell’uomo. Da sempre egli porta con sé il  desiderio innato di essere come Dio. Per questo le parole di satana trovano subito la sua risposta immediata: “Sarete come Dio”. La proposta è giusta, l’errore sta nel volerla attuare senza Dio, anzi contro Dio, prendendo addirittura il suo posto. È il dramma dell’umanesimo ateo, che si sta consumando nel nostro mondo, in particolare dell’occidente, dove il moto di ribellione ha voluto coscientemente ripetere il gesto del primo uomo. “Abbiamo bevuto il veleno del serpente”, si vantavano gli atei del nostro ottocento, e il loro grido si sta diffondendo ancora intorno a noi, con le stesse identiche conseguenze. Con Dio, è stato detto, è morto anche l’uomo.
In questa atmosfera sta ritornando felicemente una parola che si diffuse nei primi secoli del cristianesimo per opera dei padri della chiesa sia orientali che occidentali: divinizzazione. Il cristianesimo è la religione della divinizzazione, secondo la formula che dobbiamo tornare a far nostra in tutta la sua forza e audacia. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. Così il  desiderio di immortalità dell’uomo è esaudito in pienezza. L’uomo ha un destino di eternità. Un desiderio che Dio stesso ha messo nel suo cuore, come afferma sant’Agostino all’inizio del suo libro più famoso: “Ci hai fatto, Signore, per te ed è inquieto, senza pace, il nostro cuore fino a quando in te non riposa”.
Dio che risponde a se stesso, a distanza di tempo. A queste altezze il cristianesimo chiama l’uomo. A colui che, per essere felice, affermava che sarebbe necessario che l’impossibile diventasse realtà, si risponde che questo è realmente successo. L’insegnamento fondamentale della Bibbia è tutto qui. L’impossibilità dell’uomo è stata riscattata dalla onnipotenza misericordiosa di Dio.

Giordano Frosini