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Una nuova rivoluzione del papa

Una rivoluzione silenziosa e con pochissimi (e debolissimi) accompagnamenti della stampa, che però non va del tutto ignorata nemmeno dal lettore comune… Ricordiamo a questo proposito che un settimanale diocesano come il nostro, pur essendo aperto a tutti, è diretto esplicitamente a coloro che partecipano attivamente alla vita della chiesa, sacerdoti, suore, laici qualificati e impegnati in qualche ministero, specialmente quello di catechista. È questa la sua ragione fondativa, che lo impegna nella sua funzione informativa, ma soprattutto formativa. Un compito che si fa sempre più oneroso per i tempi di cambiamento in cui viviamo.
Si dice che papa Francesco è piuttosto allergico alla teologia e alle sue problematiche. Il che può essere vero solo se si prende il sapere teologico come fine a se stesso, senza diretto riferimento alla vita pastorale, se la teologia diviene scienza del libro e si dimentica che la sua funzione è quella di essere un aiuto necessario all’evangelizzazione e che per questo non si può parlare di essa con sussiego e superficialità.
La teologia è contatto vivo con la realtà e con le culture in cui questa storicamente si incarna. La Parola di Dio non si esaurisce in nessuna di esse, ma le sovrasta tutte e a tutte può portare la linfa vitale che essa possiede. Anche la nostra, la cosiddetta cultura della post-modernità, nonostante la messa in questione degli schemi che l’hanno preceduta e in cui si era espressa fino ai nostri giorni la dottrina cristiana. Cristo ieri, oggi e sempre. Non è affatto senza fondamento l’idea che il passaggio che stiamo faticosamente attraversando, presta dei lati interessantissimi per la presentazione del Dio di Gesù Cristo, che naturalmente rimane il punto centrale dell’intera teologia.
Ora papa Francesco questi pensieri li tiene presenti nei suoi scritti, cominciando dal documento programmatico Evangelii gaudium, ma soprattutto, in forma più sistematica, nella Costituzione Apostolica Veritatis gaudium (2017) e proprio in questi giorni in un suo disteso e interessantissimo intervento tenuto a Napoli nell’incontro sul tema attualissimo “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo” (20-21 giugno 2019). Qui parliamo del primo e rimandiamo al prossimo numero alcune riflessioni sul secondo.
La nuova tappa dell’evangelizzazione chiama in causa tutto il popolo di Dio, un popolo che è e si considera “in uscita”, che si fa lievito di fraternità universale, che vive concretamente la dimensione sociale dell’evangelizzazione, propiziando una spiritualità globale che sgorga dal mistero della Trinità.
Un popolo che si fa dialogo a tutto campo, non per atteggiamento tattico, ma per esigenza intrinseca e sorgiva. Per natura sua il Logos si fa Dia-logos, secondo una bella espressione di Benedetto XVI e allora la verità diventa comunicazione e comunione. Con tutte le chiese cristiane, ma anche con gli studiosi di altre discipline, siano essi credenti o non credenti, cercando di ben intendere e ben valutare le loro opinioni senza pregiudizi o preconcetti. La verità va accolta e assecondata con gioia e riconoscenza dovunque si trovi e chiunque la pratichi. Per questo si faccia spazio nelle facoltà accademiche alla interdisciplinarità, puntando alla formazione di una mentalità sintetica e di sintesi orientative.
Occorre “fare rete” tra le diverse costituzioni che promuovono studi ecclesiastici in ogni parte del mondo, dove si sta sempre più affermando “la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune”.
Una teologia aperta al mondo, che raramente si era vista in precedenza e i cui effetti si devono diramare e avvertire in tutta la chiesa. Papa Francesco restituisce, se ce n’era bisogno, la dimensione ecumenica alla missione evangelizzatrice a essa affidata. Così essa, nell’epoca della società liquida, potrà contribuire alla promozione della giustizia e all’edificazione della pace, nonché all’accoglienza e al rispetto delle diversità, in una società fraterna, che si fa custode dell’intero creato, considerato come casa di tutti i popoli e non soltanto di qualcuno. L’evangelizzazione che fa sentire i suoi benefici effetti nell’universo intero. Una prospettiva nuova e coraggiosa che papa Francesco sta perseguendo con pazienza e determinazione. La chiesa non ha che da seguirlo con la stessa passione e la stessa costanza.
Un’ultima parola sul termine che figura nell’incipit di due documenti fondamentali del programma pastorale-­teologico di papa Francesco (Evangelii gaudium e Veritatis gaudium): gioia, allegria, letizia. Il cristianesimo è festa in tutto il suo itinerario: dall’evangelizzazione, alla divinizzazione, dalla natura comunitaria ai sentimenti più intimi dell’animo, dalla contemplazione di se stessa allo sguardo sul mondo, dalla visione del presente all’attesa del futuro. “Gioia, gioia, gioia!” Il grande Pascal se n’è fatto interprete per tutti.
Giordano Frosini

I giovani e il discernimento

E’ da tempo che nella chiesa si sta parlando di discernimento, una parola forse non molto usata nel linguaggio quotidiano a cui, nella vita spirituale, si dà molta importanza. Non c’è testo magisteriale che non ne parli, normalmente alla sua conclusione. Il documento finale del Sinodo dei giovani di papa Francesco non fa eccezione: a esso è dedicato l’ultimo capitolo.
La parola di per sé significa vedere, giudicare distintamente: nell’uso cristiano, secondo il documento finale dei vescovi, che ha preceduto l’Esortazione apostolica di cui ci stiamo occupando, indica la “la dinamica spirituale attraverso cui una persona, un gruppo o una comunità cercano di riconoscere e di accogliere la volontà di Dio nel concreto della loro situazione”. Il testo biblico di riferimento è un passo della prima lettera ai Tessalonicesi: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. Cioè: riflessione attenta, meditata, soppesata delle diverse possibilità che ogni situazione umana presenta al soggetto e poi, costi quello che costi, scegliere la parte giudicata migliore.
Trattandosi di cose concernenti lo spirito, che riguardano l’esercizio della propria vita spirituale, l’intera operazione è da vedersi sotto l’egida della grazia di Dio e l’influsso dello Spirito Santo, per cui la nostra parola può anche essere tradotta come scelta personale di quanto lo Spirito Santo domanda alla persona posta dinanzi a una pluralità di soluzioni. Il caso più tipico è quello della vocazione: diverse strade, diverse possibilità, tutte buone in ordine alla salvezza, e al termine del lungo processo di riflessione personale, di preghiera, di consultazione, scegliere la via che più rispetta le doti personali e le necessità della comunità di appartenenza, cioè della chiesa.
Un’operazione che deve ripetersi ogni volta che si è collocati in una pluralità di opzioni, anche di minore importanza. Il discernimento non è un atto isolato, ma piuttosto un costume, un modo di fare, uno stile di vita, un’abitudine, una dotazione. Il papa ricorda nel suo documento che specialmente i giovani oggi “sono esposti a uno zapping costante” e che, senza l’abitudine e il discernimento, “possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento”.
Condizione necessaria per sfuggire a questo umiliante pericolo, di uomo e di cristiano, è la formazione di una coscienza da spendere poi volta volta che si è dinanzi a una scelta di qualsiasi genere. Papa Francesco si dilunga, com’era naturale, sulla scelta vocazionale, ma traccia anche alcune linee sulla formazione della coscienza, avvertendo che “formare la coscienza è il cammino di tutta la vita in cui si impara a nutrire gli stessi sentimenti di Gesù Cristo assumendo i criteri delle sue scelte e le intenzioni del suo agire (cf. Fil 2,9)”. Occorre lasciarsi trasformare da Cristo, un impegno difficile e diuturno e insieme di riconoscere l’opera di Dio nella propria esperienza personale e nella testimonianza di chi ci è vicino nel nostro cammino.
Il documento finale dei vescovi si dilunga di più sulla coscienza in discernimento. Ricordando che, secondo il concilio Vaticano II, “la coscienza è il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio” il testo avverte di nuovo che la formazione di questa coscienza è opera di un’intera vita, in cui si cerca di fare propri i sentimenti e i criteri di scelta di Gesù Cristo. Così stando le cose, nessuno può pensare a un’improvvisazione o a un cammino senza ostacoli. Si impone invece una cura per l’interiorità, “che comprende anzitutto tempi di silenzio, di contemplazione orante e di ascolto della Parola, il sostegno della pratica sacramentale e dell’insegnamento della chiesa”. Cioè si richiede come condizione “sine qua non” che il cristiano viva integralmente tutto quanto l’organismo della vita spirituale, nella convinzione che l’idea cristiana è anzitutto e soprattutto opera e dono di Dio e dello Spirito Santo che rinnova coscienza e cuori, affinando le sensibilità e acuendo la saggezza discrezionale.
Naturalmente in questa faticosa costruzione vale l’esempio di tanti altri uomini e donne che hanno realizzato l’ideale cristiano di coscienza e ne hanno dato testimonianze concrete ed esemplari nella loro vita.
Né va dimenticato il rapporto con la chiesa, perché solo attraverso di essa è possibile accedere all’autentico volto di Dio che si rivela in Cristo.
Un capitolo nuovo, quello del discernimento, che si aggiunge con sempre maggiore aderenza e profondità a quelli del passato e può arricchire la spiritualità dei singoli cristiani e, in conclusione, della stessa comunità cristiana. Un merito da attribuirsi in particolare a papa Francesco.
L’aver affidato il compito ai giovani è un segno di speranza per il futuro.
Giordano Frosini

I giovani nella società

La convinzione che un mondo diverso è possibile è parte integrante del giovane generoso e aperto che non si accontenta di una piccola vita capace solo di risolvere i suoi problemi personali e familiari, ma coltiva pensieri e desideri grandi come la comunità umana della quale si sente parte attiva e responsabile. Il mondo che lo circonda, vicino e lontano, è pieno di egoismi, di ingiustizie, di contraddizioni, che egli non accetta di principio e si schiera con tutti coloro che vogliono un’altra società ispirata da sentimenti di giustizia, di amore e di fraternità. Il cristiano trova nel pensiero sociale della chiesa la risposta ai suoi desideri e in tutti coloro che condividono le sue grandi aspirazioni (che non sono soltanto i fratelli di fede) i compagni di un viaggio che tendono allo stesso fine. Un viaggio lungo e difficile, che non dà niente per scontato e che domanda a tutti coloro che vi partecipano impegno e sacrifici. Pure, egli sa, che quella è la sua strada e decide di percorrerla con determinazione e risolutezza fino dagli anni della giovinezza.
C’è per questo un tempo prolungato di preparazione che la chiesa dovrebbe aiutare con i suoi uomini e i suoi organismi. Il pensiero sociale del cristiano è un pensiero completo e organico, nato alla luce della ragione e della rivelazione e sperimentato in alcuni momenti, anche da uomini di grande prestigio, nella nostra storia.
Principi fondamentali rimangono il valore della persona e della solidarietà, della politica intesa come servizio per il bene comune, della priorità di tutti coloro che si è soliti raggruppare nel nome di “povero”, dell’economia a servizio della politica, a sua volta a servizio dell’etica e della morale, dell’uguaglianza dei singoli e dei popoli, della giustizia internazionale. Fondamentale l’attenzione ai segni dei tempi, cioè ai problemi emergenti nel susseguirsi della storia, perché in essi il cristiano intravede la presenza dello Spirito Santo, che guida la storia verso il suo compimento finale.
Oggi si avverte come fondamentale il problema della disuguaglianza, che ha già toccato punte finora sconosciute e che continua imperterrita il suo cammino, riducendo sempre di più i ricchissimi che detengono nelle proprie mani “magna pars” della ricchezza mondiale. Le cifre addirittura sbalorditive rivestono la soluzione del problema di assoluta emergenza. Domani potrebbe essere troppo tardi e i giovani dovrebbero essere i primi ad avvertirne la drammaticità.
La chiesa, come tale (includendo anche la gerarchia) limita il suo intervento nelle questioni sociali ripetendo i principi di cui è in possesso senza intervenire nella soluzione pratica dei problemi. Questo rimane l’impegno tipico del mondo laicale, tenendo presente che il principio come tale potrebbe anche ammettere una pluralità di soluzioni. Il che vuol dire che esiste un pluralismo politico da rispettare e che l’unità politica dei cattolici è di per sé una forzatura da ammettersi soltanto in casi di estrema necessità, da valutare e discernere con grande severità e matura riflessione.
Il giovane matura i suoi pensieri all’interno di questo schema dottrinale: non può mancare né la fedeltà né il coraggio. La legge suprema del suo intervento è il bene comune, il raggiungimento del quale implica anche decisioni onerose e pesanti da parte di coloro che hanno possedimenti e ricchezze in abbondanza. Lo spirito evangelico spinge sempre oltre quel conservatorismo che, a prima vista, sembrerebbe l’ordinamento tipico del mondo cristiano.
La partecipazione all’attività politica e sociale per il cristiano non è un optional di cui si può fare tranquillamente a meno, ma un imperativo della coscienza formata ai grandi principi evangelici. Il giovane sente questo impegno come un obbligo morale, un esercizio delle virtù fondamentali che ornano la vita cristiana e il suo comportamento, cominciando proprio dalla carità, che rimane la sua virtù fondamentale.
La politica è la forma estesa della carità. Se l’elemosina o l’aiuto personale è sufficiente per venire incontro alle necessità di qualcuno o di pochi, dar da mangiare a milioni di poveri e di affamati diventa un problema politico. Dalla politica non si esce: anche starne fuori è una soluzione, che poi è semplicemente la soluzione degli altri, che potrebbe essere anche la peggiore che si possa pensare.
Oggi la politica, anche per l’uso sbagliato che se ne fa, gode pessima fama, specialmente, si dice, da parte dei giovani. Se questo è vero, è il momento di risalire la corrente. Il posto del giovane cristiano non è al di fuori, ma dentro la politica, là dove ferve la battaglia e si giocano le sorti della società.
I tanti inviti ripetuti in continuità dal magistero della chiesa, nei documenti che hanno segnato la nostra storia, non sono altro che una voce data al richiamo primigenio della propria coscienza.
Giordano Frosini

Il tempo della gioventù

Un tempo prezioso, di cui papa Francesco descrive la bellezza umana e cristiana in pagine meravigliose dettate soprattutto, oltre che dalla meditazione delle Scritture, dall’esperienza della propria vita, eco lontana di un’esperienza viva, indimenticabile e piena di nostalgici ricordi. Non dimentichiamo che papa Francesco proviene dai paesi del Sud America, dove il tempo è segnato da caratteristiche singolarmente suggestive e singolari.
È il tempo più bello della vita che passa velocemente e che non tornerà più, nonostante tutti gli sforzi in contrario. Un punto fermo le cui conseguenze segneranno per sempre i giorni che verranno. Per questo essa va vissuta nella sua pienezza, in tutto il suo entusiasmo, sfruttando al massimo le sue enormi potenzialità. In gran parte il tempo che verrà sarà una conseguenza di quanto allora si è riusciti a seminare. Quello che è detto su un piano umano va ripetuto sul piano cristiano.
L’età dei sogni e dell’inquietudine. L’anziano papa ritrova in queste due direzioni l’essenza del grande dono di Dio: due qualità che “l’amore di Dio e il nostro rapporto con Cristo vivo” non solo non negano o rendono più difficile, ma dilatano e potenziano in funzione di una vita migliore e più bella. La giovinezza non è tempo di riposo e di staticità, ma di insoddisfazione e di ricerca. Cuore inquieto e cuore che sogna sono i segni infallibili di un animo giovane alla ricerca del suo futuro più bello. “Questa sana inquietudine rimane la capacità di ogni cuore che si mantiene giovane, disponibile, aperto. La vera pace interiore convive con questa insoddisfazione” che, alla resa dei conti, è l’agostiniana insoddisfazione di Dio.
Una tappa basilare nel cammino della vita. Una tappa di mezzo, fra il tempo in cui si lascia l’età infantile e anche adolescenziale, che è il tempo della fine delle decisioni rimandate, e il tempo delle decisioni assunte con pienezza di coscienza e di relativa maturità in ambito professionale, sociale, politico, civile, religioso. Giovinezza e impegno sono legati fra loro da un vincolo necessario: ambedue vengono affrontati con lo stesso coraggio e la stessa determinazione. Né l’adolescenza va continuata oltre il dovuto, né la maturità può essere anticipata prima della sua ora. In mezzo, la giovinezza rimane il tempo fondante della personalità adulta. Ogni cosa al suo tempo. Confondere i tempi significa confondere la vita.
Tempo prezioso per eccellenza, la giovinezza è anche, e soprattutto, il tempo dell’incontro con Dio e col Figlio suo Gesù Cristo, il giovane carpentiere di Nazaret che ha vissuto la sua giovinezza nel silenzio, nel lavoro, nell’adempimento totale della volontà del Padre.
Purtroppo i documenti tacciono quasi del tutto sugli anni oscuri di Nazaret, che rimane il tempo della preparazione alla grande missione che l’attende. Di essi possiamo farci un’idea realissima riguardando il solido terreno delle conseguenze e rileggendo i testi delle profezie. Egli non avrebbe potuto parlare e agire come parlò e visse nella sua vita pubblica, se non avesse vissuto in pienezza di dono e in totalità di impegno la sua giovinezza. Il testo di Isaia ci mette sulla strada giusta: “Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo – poiché sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio la tua volontà’”.
Il titolo del libro della vita spiega a sufficienza il segreto della fecondità e della ricchezza di una vita: l’intima unione del Figlio con il Padre è il tratto essenziale che qualifica la vita del Figlio. “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te”. La via della santità riassunta in una parola sola, la via in cui si riassume un’esistenza intera, dal principio alla fine.
Il giovane di Nazaret certamente sognò: sognò i campi di grano già pronti per la mietitura, sognò un mondo diverso da quello attuale, un mondo segnato dall’amore e non dall’odio e dall’indifferenza, segnò un universo dove tutti si sentono fratelli. Un sogno tanto bello da non essere disturbato nemmeno dalla tristezza della fine. Vissuta come dono, anche la morte assume un aspetto diverso: non più la fine, ma l’inizio del mondo vero e definitivo, il dono portato al suo ultimo compimento, che è la vita senza fine.
Il sogno di tutti. “Gesù può unire tutti i giovani della chiesa in un unico sogno, «un sogno grande e un sogno capace di coinvolgere tutti. Il sogno per il quale Gesù ha dato la vita sulla croce e lo Spirito Santo si è riversato e ha marchiato a fuoco il giorno di Pentecoste nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, nel cuore di ciascuno, lo ha impresso nella speranza che trovi spazio per crescere e svilupparsi. Un sogno, un sogno chiamato Gesù, seminato dal Padre: Dio come Lui, come il Padre, inviato dal Padre con la fiducia che crescerà e vivrà in ogni cuore. Un sogno concreto, che è una Persona, che scorre nelle nostre vene, fa trasalire il cuore e lo fa sussultare”.
Giordano Frosini

La santità uguale e diversa di papa Francesco

Il documento Gaudete et exsultate, l’Esortazione apostolica di papa Francesco “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” merita più attenzione di quanta ne abbia finora avuta. Semplice ed essenziale, dal tono suasivo quasi autobiografico, il testo non tralascia niente di quanto è necessario in trattazioni del genere, ma presenta alcune caratteristiche particolari, fra le quali fa spicco una costante tipica del magistero di papa Francesco: la dimensione storico-sociale anche della santità.
Presentata attraverso il testo delle beatitudini, la santità ha il suo punto nevralgico nella beatitudine della misericordia, ripresa e commentata da Mt 25, con le conclusioni che tutti conoscono bene. “Se cerchiamo quella santità che è gradita a Dio, in questo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati” (n. 95). Letto in tutta la sua profondità, il testo matteano non è più soltanto un invito alla carità, ma, come aveva già affermato Giovanni Paolo II, “una pagina di cristologia che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo”. Parole forti, che imprimono alla cristologia un significato così sconvolgente che essa non è riuscita ancora a fare proprio. Il povero non solo rimanda al volto di Cristo, ma è per l’esattezza lo stesso volto di Cristo.
Quanto segue va visto in questa logica. Il culto e la preghiera vanno valutati in rapporto alla dedizione verso i fratelli. “Il modo migliore per discernere se il nostro cammino di preghiera è autentico, sarà osservare in che misura la nostra vita si va trasformando alla luce della misericordia. Perché la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli”. Parole nuove che discendono dalla concezione della misericordia che per il papa rimane l’attributo fondamentale di Dio. Dio è anzitutto, e soprattutto, misericordia. Essa è “l’architrave che sorregge la vita della chiesa”, “la chiave del cielo”, così che “la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli”.
Dobbiamo prenderne atto: questa è la teologia di papa Francesco che nell’epoca post-moderna che noi stiamo vivendo trova il suo terreno propizio e naturale. Un pensiero che l’attuale pontefice ripete continuamente nei suoi documenti, nei suoi discorsi, nelle sue catechesi e che la comunità cristiana dovrebbe fare suoi, perché si tratta di uno dei grandi insegnamenti della Bibbia, primo e secondo Testamento, attualizzato dallo Spirito Santo attraverso il magistero della chiesa.
La citazione di san Tommaso d’Aquino, fatta propria a questo punto da papa Francesco, è un’autorevole conferma d questi pensieri. Alla domanda su quali sono “le nostre azioni più grandi, quali sono le opere esterne che meglio manifestano il nostro amore per Dio”, il Dottore Angelico risponde testualmente: “Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo; egli infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo”.
Un pensiero chiaro anche a santa Teresa di Calcutta, che si esprime da un altro punto di vista. “Sì ho molte debolezze umane, molte miserie umane. Ma lui si abbassa e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci resterà tempo per gli altri”. Noi siamo la misericordia di Dio. Per dimostrare la sua infinita misericordia, Dio non ha altri mezzi che noi. I nostri pensieri, i nostri atteggiamenti, i nostri sacrifici sono il modo normale con cui Dio si avvicina all’umanità. Il miracolo siamo noi, le mani di Dio siamo noi.
Il mondo va cambiato, perché vive nell’ingiustizia e nella carenza di amore. E tutto per il cristiano deve convergere verso questa sempre possibile e necessaria mutazione, anche la nostra preghiera, il nostro culto, la santità, la stessa evangelizzazione possono e devono tendere a questa finalità. Pensieri che urtano frontalmente col consumismo edonista tipico del nostro tempo. È la parola fine posta al cristianesimo di tipo borghese. Papa Francesco è coe-rente con se stesso e i suoi principi ispiratori. In particolare con la virtù fondamentale della misericordia, che rimane il tratto più caratteristico del suo magistero e il segno dei tempi più importante della nostra epoca.
Papa Francesco è riuscito a dare un’impronta caratteristica al suo pontificato. Il suo è e rimarrà il pontificato della misericordia, la virtù di cui l’uomo ha da sempre più bisogno.
Giordano Frosini