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Uno dei più grandi maestri dell’umanità Gesù educatore

Se riguardo alla formazione di Gesù gli storici riescono a dirci molto poco, se non ciò che è in continuità con le usanze del suo popolo, della Galilea, sulla sua attività di insegnamento non hanno dubbi. Pur non avendo testi scritti di suo pugno, come del resto per Socrate o per Buddha, nondimeno possiamo dire che si tratta di uno dei più grandi maestri dell’umanità. Il titolo maestro (didàskalos) nei vangeli sinottici è rivolto ben 34 volte a Gesù da parte di altri. Possiamo pensare a Lui come ad un rabbi? La cosiddetta terza ricerca sul Gesù storico non fa fatica a considerarlo a metà tra un saggio e un maestro di sapienza del tutto inserito nella tradizione del giudaismo del suo tempo. Il termine “rabbino”, del resto, al tempo di Gesù non indicava un ufficio specifico o una particolare professione, lo avrebbe fatto solo dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 dC). Era, piuttosto, una parola del linguaggio colloquiale riferito ad una persona autorevole. In un certo senso quindi chiamare Gesù rabbino è certamente un anacronismo, ma il termine ricorre sulla bocca delle persone che approcciano Gesù: ad es. i suoi discepoli (cf. Lc 7,40), i ricchi (cf. Mt 19,16); i farisei (cf Lc 19,39) e i sadducei (cf Lc 20,2728). La sua vita e il suo stile corrispondono a quelli di un maestro di livello avanzato. Infatti viaggia da un luogo all’altro con i suoi discepoli, riceve ospitalità (cf. Lc 8,1 3) e spesso in case private (cf. Lc10,38 42); visita le sinagoghe locali, per la discussione della Scrittura che si verifica regolarmente in questi centri della comunità (cf. Mt 4,23), utilizza metodi simili a quelli dei rabbini per interpretare la Scrittura. Naturalmente il suo insegnamento non è né sistematico, quanto ai contenuti, né analogo alla casuistica dei rabbini, quanto al linguaggio. 1 vangeli lo ritraggono spesso impegnato in dispute erudite che riguardano questioni teologici o halakhà ossia norme morali. Ma di fatto molto è frutto del processo redazionale degli evangelisti. Egli si distingue per una straordinaria relazione tra il messaggio che porta e il linguaggio fresco, poetico, incisivo, coinvolgente per la capacità di parlare al cuore delle persone. Un maestro originale Il primo elemento che caratterizza Gesù educatore è proprio questo elemento: egli fu capace di passare da un’educazione ricevuta circa la Legge, sia in famiglia, sia nella sinagoga, ad un insegnamento del tutto originale. Appare del tutto naturale domandarsi: tale esito fu frutto solo dell’educazione ricevuta oppure vi era un’eccedenza qualitativa? E da quale esperienza proveniva? Il vangelo di Luca, nella sua continuità narrativa rispetto ai racconti dell’infanzia, mostra come quella sapienza di cui Gesù si rivela ripieno nella fase di crescita, si manifesti poi lungo tutto il ministero successivo e derivi da quella relazione che era proletticamente indicata nell’essere nelle cose del Padre. Di fronte alle sue parole (4,32) e agli esorcismi (4,36) la reazione della folla è la medesima, riscontra in lui una particolare forma di autorità (exousia). Lui stesso di fronte all’inaccoglienza del Battista e della sua stessa persona evoca l’immagine della Sapienza giustificata dai figli (7,35) e addirittura parla di sé come colui che è più di Salomone (11,3 1). Gesù, in altre parole, si manifesta come pieno di una Sapienza che non deriva solo da esperienze umane, ma dalla relazione singolare con il Padre: così nell’inno di giubilo egli si qualifica come colui che vive (10,21 24) di una relazione con il Padre sconosciuta ai sapienti e agli intelligenti; fatta di ascolto ed obbedienza verso il Padre; alla quale egli invita a partecipare (10,38 42). Ancora una volta emerge un livello di conoscenza (non solo umana ma anche superiore). Parole e azione La pedagogia di Gesù si distingue dunque da quelle dei maestri del suo tempo sia per il livello di profondità, che nasce dall’intenzione di fare la volontà di Dio, sia per la qualità, la modalità e lo stile del suo modo di educare. Innanzitutto circa le modalità, egli usa parole ed azioni. Riguardo alle prime in particolare, va preso in considerazione il metodo parabolico, che è un tipo di pedagogia insieme narrativa ed argomentativa, volta a catturare il lettore dentro una storia fittizia, quasi sempre desunta dal mondo dei contadini o della pesca o dal mondo delle relazioni familiari, chiedendo una presa di posizione. L’ascoltatore, pertanto, è chiamato ad uscire dalla sua imparzialità per compromettersi prima di fronte al racconto e poi, di conseguenza nelle sue scelte di vita. Tale procedimento prima ancora che essere strumento letterario è un modo per parlare di Dio, a partire dall’esperienza umana fissata in una funzione poetica e poi rinviante all’esistenza quotidiana: dalla vita all’arte, dall’arte parabolica alla vita. Tale metodo era conosciuto all’epoca, anche se i paralleli rabbinici sono posteriori ed inferiori quanto a qualità poetica. Inoltre egli non vuole con questi racconti illustrare la Torà, ma vuole provocare un’esperienza di Dio. La seconda modalità è dettata dalle azioni, che possiamo distinguere in gesti miracolosi (guarigioni,esorcismi e azioni sulla natura) la cui funzione è quella di rivelare ciò che è all’opera in lui, una strategia di liberazione dell’uomo dal male in ogni sua forma, fisica, spirituale e morale; ma anche azioni paraboliche, ossia gesti che non sono mai fini a se stessi, ma costituiscono come una rete simbolica, come ad esempio il dormire di Gesù sulla barca nell’episodio della tempesta sedata (cf. Mc 4, 38a) per suscitare interrogativi sulla sua identità. Sia le parole che le azioni servono a mettere in luce cosa è all’opera nella persona di Gesù ossia il regno di Dio. Egli le annuncia con le parole (cf. Mc 1,15); e con le opere (cf. Mt 11,2 5 e par.). Il Regno di Dio, come evento escatologico che irrompe nella storia, appare insieme una dimensione morale e spirituale che getta luce sulla sua identità di Messia, il quale invita ad una relazione particolare con lui. Destinatari della sua azione sono insieme la folla e un gruppo di discepoli. Ai primi si rivolge con le azioni, ai secondi con una straordinaria cura personale, fatta di momenti riservati, nei quali fa fare ad essi esperienze particolari e dà spiegazioni del tutto originali. Uno stile unico Infine possiamo dire che il suo stile educativo è unico, esigente, in quanto richiede la sequela che ha tratti itineranti e che si qualifica nella relazione vitale (convivium) e presuppone anche una capacità di distaccarsi dal proprio lavoro, dal proprio mondo familiare, dalla propria famiglia. Nello stesso tempo egli è libero (vedi le risposte negative del ricco: Mt 19,16 22); è gioioso (cf. Mt 11,28 30); è paziente (vedi l’immagine dell’agricoltore: Mc 4,26 29), è consapevole degli elementi contrastanti in atto nel cuore dell’educando; capace di verificare i processi, ma anche e soprattutto di ospitare l’altro con la sua storia e la sua sensibilità. Dal punto di vista della relazione Gesù usa tre atteggiamenti: – capacità di narrare Dio agli uomini del suo tempo; Gesù lonarra oltre le immagini distorte presenti nella mente di ciascuno; mostra come Dio regni, attraverso la sua azione di combattimento e vittoria della malattia, del male, della sofferenza, della morte; – capacità di accoglienza dell’altro; Gesù crea uno spazio accogliente tra se stesso e l’altro che viene da lui o che lui va a cercare; si mette innanzitutto in ascolto, cercando di percepire cosa sta a cuore all’altro, quale sia il suo bisogno; e di far emergere i valori presenti nelláltro; cercando di risvegliare e far emergere la fede sopita (cf. «La tua fede ti ha salvato»: Mc 5, 34; cf. anche Mt 15,28); – capacità di entrare in dialogo, interrogando e rispondendo. Già Platone diceva: «lo sono persuaso di non aver fatto mai, volontariamente, ingiuria a nessuno; soltanto, non riesco a persuaderne voi: troppo poco tempo abbiamo potuto conversare insieme. [...] Se poi vi dico che proprio questo è per l’uomo il bene maggiore, ragionare ogni giorno della virtù e degli altri argomenti sui quali m’avete udito disputare e far ricerche su me stesso e su gli altri, e che una vita che non faccia di cotali ricerche non è degna d’esser vissuta: s’io vi dico questo, mi credete anche meno”. E Giobbe (13,22) ci mostra che l’interrogare non tocca solo i rapporti tra gli uomini, ma anche quelli fra Dio e l’uomo: «Poi interrogami e io risponderò; oppure parlerò io, e tu replicherai». Gesù è dunque un grande maestro nell’interrogare che ha la finalità di tirare fuori l’interlocutore dalle proprie sicurezze umane per orientarlo e proiettarlo verso l’altro e l’Altro. In conclusione quel ragazzo che sedeva tra i dotti del suo tempo nel tempio e interrogava e rispondeva, ha continuato a manifestare tale qualità educativa anche in seguito sino alla fine. Conclusione Dalle pagine dei vangeli il metodo educativo di Gesù, frutto di una singolare educazione, continua a mostrare il suo fascino e la sua validità, additando al tempo stesso l’importanza e i limiti dei processi umani chiusi alla relazione con il Dio vivo e vero, l’unica che ci fa crescere, attraverso l’ascolto e l’obbedienza alla sua Parola, nella sapienza che è l’arte di vivere da veri uomini e donne, veri figli di Dio.

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