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Corpo sociale e democrazia

Partendo dal grandioso passaggio all’età dei lumi, Roberta De Ponticelli individua l’elemento caratteristico fondamentale della modernità nella supremazia dell’individuo rispetto alla collettività. La differenza tra il prima e il dopo è l’affermazione della ragione, che diviene sinonimo di autonomia. Da qui scaturiscono gli stati di diritto ed il conseguente mutamento della maturità morale, non più imposta dall’esterno, ma autonoma. Chi è autonomo non dipende più dall’autorità altrui, ma si realizza nell’esercizio disciplinato della propria libertà, cioè nella capacità di darsi una legge e una coerenza. L’uomo si rende ora conto che è lui la fonte ultima delle norme e dell’organizzazione sociale, quindi anche del potere degli stati. Alla teoria Kantiana, secondo la quale l’età adulta presuppone la maturità morale e civile, la relatrice aggiunge la necessità di ricostruire quotidianamente le regole con il nostro assenso legittimante. La democrazia degenera in un diverso regime se non ha più alla base quell’idea caratteristica della democrazia moderna che non è la democrazia delle maggioranze, ma l’insieme di quei meccanismi delicati per far convivere gli individui consentendo lo sviluppo e la fioritura di ciascuno. Questa è anche la grande lezione cristiana. L’individuo è l’ultimo responsabile del proprio fare: capace di capire, parlare, interloquire, egli legittima le regole che si dà. Una conquista, anche se reversibilissima, della modernità. Oggi vi è la possibilità non data prima della modernità di sottoporre i valori al vaglio della nostra coscienza e farli propri, autenticandoli. Quindi la maturità morale della modernità passa attraverso il vaglio personale e l’autenticità che fa mio quel valore. Senza questa validazione ultima non si può più parlare di una responsabilità personale. Se ci poniamo la questione morale relativa al nostro paese, dobbiamo constatare che, a differenza di Gioberti che parla di primato morale e civile degli italiani, noi stiamo vivendo una desolante e diffusa minorità morale e civile. Un esempio calzante, che a dire della relatrice, non ha eguali in nessun altro paese: “Ci fu una delegazione di sindaci campani, che con fascia tricolore, andarono dal Primo ministro per chiedere la sospensione dei decreti di demolizione impartiti dall’autorità giudiziaria per l’edilizia abusiva, ottenendo una promessa positiva. Una vera e propria svendita di beni comuni e di quelle strutture della legalità che i comuni invece dovrebbero proteggere”. Esperienze alle quali purtroppo ci stiamo tristemente abituando, come anche al “tentativo di svendita del litorale e delle spiagge”. Per la relatrice si tratta di una dissipazione irresponsabile di tutto ciò che appartiene alla collettività a vantaggio di particolarità private. Noi stessi partecipiamo a questa dilapidazione quando diamo il nostro consenso politico a coloro che promuovono questa logica di “abusi soprusi, consensi, condoni, indulgenze”. Qual è il tradimento della questione morale? Si chiede la relatrice. È la politica intesa come appropriazione della cosa pubblica, non uso del potere in base alla legge, ma abuso di potere al di sopra della legge: in cambio di vantaggi particolari, io ti cedo il mio consenso. E come siamo arrivati ad accettare questi comportamenti? Per mancanza di quella che la relatrice chiama “individuazione secondaria” da parte di troppi di noi. L’incapacità diffusamente italiana per la quale “noli me tangere”, la cosa non mi riguarda, sono quindi indifferente e mi giro dall’altra parte: un atteggiamento che sta diventando prevalente. L’individuo responsabile è colui che dotato di personalità formata, si sente implicato anche nella difesa dei diritti dell’altro, dell’umanità intera. In questo paese, invece, molte persone vivono in un clima di corrosiva adeguazione alla volontà del più forte. La faziosità si sviluppa attraverso consorterie e associazionismi. Tali consorterie sono asserragliate tanto in forma di falange che, se non vi si appartiene, non c’è possibilità di accedere ai posti che si meritano. Ma la personalità alta e formata alza la cresta e a un certo punto non accetta più. Spira oggi un vento nuovo, afferma la De Monticelli, sento che le cose stanno cambiando. Il pubblico applaude a scena aperta. Al termine, una signora le chiede da dove sente spirare questo vento nuovo, quando io aggiunge, sento solo un triste assopimento. E la relatrice replica: “sento i segni del risveglio perché sono di Milano! E lì, le cose stanno cambiando. Il corpo sociale si sta risvegliando”. Altri chiedono come si possono costruire personalità formate. La risposta è: “Occorre partire dal basso per formare identità personali e non replicanti collettivi”. Nei blog è sempre più diffusa la consapevolezza che non tutto è relativo. Il vento della rete ha scosso anche l’Africa. Le domande si susseguono e un cattolico si domanda quali sono gli spazi della ragione se, egli afferma, nella mia parrocchia il prete è criticato perché parla in chiesa di problemi sociali, mafia e corruzione. La De Monticelli risponde sventolando un recente istant book dedicato a don Milani, dove il prete di Barbiana dice: “L’obbedienza non è una virtù. È mio dovere di sacerdote che faccia un passo indietro davanti al maestro di scuola che deve educare il cittadino di domani”. E termina con la bella immagine tratta da Kafka della democrazia come il “Gran teatro naturale di Oklahoma”, un’agorà dove ciascuno ha la possibilità di diventare attore sulla scena comune. Questa grande libertà presuppone una democrazia funzionante e dove i diritti di tutti sono sostenuti, brucianti nelle nostre coscienze. Nel momento in cui le individualità non sono cresciute la democrazia non può che implodere e degenerare, se la questione morale non si risveglia richiamandoci in prima persona all’altra tendenza umana, l’egoismo tende a prevalere. Che la fioritura personale di tutti prevalga all’interno della collettività è in fondo una grande ipotesi, una grande speranza, una grande opportunità, ma niente di garantito.

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