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L’Europa prigioniera dell’Euro

Marinella Sichi dal n. 25 del 26 giugno 2011
La preoccupazione è alle stelle. Durante l’ultimo incontro dei ministri delle finanze dei paesi che hanno adottato l’euro, si sono riscontrate grandi inquietudini e posizioni molto distanti. È vietato parlare di Europa a due velocità, ma la Germania e il gruppo dei paesi nordici sono preoccupati di dover pagare i conti dei paesi meno virtuosi, in pratica l’Europa Mediterranea. Mentre le principali economie del Nord Europa hanno recuperato il terreno perduto (in taluni casi il Pil del 2011, rispetto a quello del 2005, è cresciuto di alcune decine di punti), nel Sud Europa la ripresa è lenta. Nel caso italiano, ad esempio, oltre all’aggravarsi del debito pubblico cresciuto del 14,3%, si registra una debole ripresa (il Pil attuale è ancora sotto di un punto, rispetto a quello raggiunto nel 2005 e la produzione industriale registra una flessone di meno 11,4%, nello stesso periodo). Il principale nodo da sciogliere durante la riunione dell’eurogruppo è stato il versamento di una nuova rata di 12 miliardi di euro per consentire alla Grecia di cavarsela ancora qualche mese. Nel frattempo diverse migliaia di persone sono scese in piazza ad Atene, protestando contro la dura strategia anti-crisi imposta dal governo ellenico per rispettare le manovre di austerità prescritte dall’Europa. I Greci sono esasperati per i tagli che colpiscono i ceti più deboli, nutrono rabbia e frustrazione verso i paesi che, fornendo gli aiuti, incassano gli interessi. Il versamento in discussione è solo, in realtà, una boccata di ossigeno per scongiurare la bancarotta imminente della Grecia, mentre l’eventuale salvataggio è legato alla decisione europea di concedere un nuovo prestito che dovrebbe aggirarsi attorno ai cento miliardi. Con questa manovra, costosa e rischiosa per tutti i paesi, ciò che i ministri intendono scongiurare è una procedura di default del debito greco, che, se accadesse, potrebbe arrecare pesanti ricadute a catena sugli altri paesi, coinvolgendo tutta l’economia europea. D’altro canto appare sempre meno probabile che anche altri stati fortemente indebitati come il Portogallo, l’Irlanda e la stessa Italia riescano domani a trattenere l’emorragia del debito che grava sui rispettivi bilanci statali per il capitale e gli interessi che sono costretti a pagare. I più preoccupati di dover pagare le crisi dei debiti sovrani degli altri sono i cittadini tedeschi. “Aiutare i greci non serve a nessuno”, sostengono autorevoli mezzi di stampa tedeschi. Anche il settimanale Der Spiegel afferma che con questo sistema i tedeschi sarebbero obbligati a pagare i conti degli altri all’infinto. Se da un lato i Greci si sentono soffocati dall’onere del debito e degli interessi, un ritorno alla Dracma, afferma Der Spiegel, consentirebbe loro di adottare svalutazioni competitive, e la crisi non peserebbe sull’Europa intera. Dall’altro lato l’alternativa, per ora congelata, resta quella avanzata da tempo di un euro del nord, “euro” e un’area più debole, e l’area del Mediterraneo con una valuta più debole. Al momento sia la Merkel che il francese Sarkosy difendono l’euro ad oltranza, appoggiati dalla grande industria tedesca. La cancelliera afferma che lasciando fallire la Grecia si rischia una crisi peggiore di quella del 2009. Il punto interrogativo più grave riguarda il nostro paese che non riesce a recuperare in produttività, mentre il debito pubblico continua ad aumentare. Speriamo che presto un nuovo governo abbia la maggioranza e l’autorevolezza per realizzare le riforme e le liberalizzazioni che consentano un rientro del debito, ma al contempo una politica industriale capace di creare nuovi posti di lavoro, vero dramma nazionale che colpisce soprattutto i giovanile.

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