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Il referendum e gli strumenti di partecipazione

Perché dobbiamo andare a votare di Marinella Sichi dal n. 23 del 12 giugno 2011 Il 12 e 13 giugno tutti i cittadini italiani sono chiamati ad esprimere il loro parere su quattro questioni referendarie. Due riguardano l’acqua, una terza il nucleare e la quarta la norma relativa al legittimo impedimento. Non scendiamo nel dettaglio del significato dei quattro quesiti, di cui ormai il nostro lettore si è fatto un’idea, ma piuttosto genericamente su questo strumento di democrazia diretta. Hanna Arendt affermava che la democrazia si costruisce ogni giorno, intendendo che essa non è una costante. Non si può stabilire la democrazia a tavolino, scrivendo una Costituzione e delegando un gruppo di eletti a rappresentarci, ma deve essere verificata ogni giorno, da tutti. Solo con la continua attenzione quotidiana l’opinione pubblica può reclamare un intervento piuttosto che un altro. Constatiamo sempre più spesso, e la stampa ce lo sottolinea, come molte norme emanate dal governo rispondano a interessi particolari piuttosto che a interessi diffusi. Un solo esempio per capirci. La cedolare secca sugli affitti crea una sperequazione tra i redditi da lavoro tassati dal 23 al 43% e le rendite immobiliari tassate solo del 20%. Fortunatamente la maggioranza degli italiani non vive di rendita, altrimenti saremmo tutti poveri, ma un ridotto numero di ricchi ha ottenuto questa norma tanto sperequativa e vergognosa da ribaltare la progressività delle imposte come stabilita dalla Costituzione. Con gli strumenti di partecipazione diretta il cittadino può debellare questa legge che neppure rispetta uno dei fondamenti del nostro vivere sociale e acuisce la diseguaglianza. I sussulti succeduti alla riduzione dell’imposta sugli immobili sono stati sparuti, le televisioni ne hanno parlato poco, cercando al contempo di dimostrare che questa manovra serviva a far emergere gli affitti sommersi. Come dire, se fino a ieri hai affittato al nero oggi ti premio facendoti pagare meno di quello che paga chi lavora per vivere. La Costituzione prevede due strumenti con i quali direttamente il popolo esercita quella che viene definita democrazia diretta – come nell’antica Grecia – esprime cioè un suo giudizio: il referendum e la legge di iniziativa popolare. Nel primo caso, tutti i cittadini sono chiamati ad esprimere un loro assenso o diniego verso uno o più norme adottate dal Parlamento, quindi da coloro che esercitano la democrazia rappresentativa. La legge di iniziativa popolare invece nasce da un gruppo di cittadini che chiedono di emanare una legge che disciplini una certa materia. Quindi la legge ancora non esiste, ma essendo ritenuta necessaria viene stilata e presentata all’esame delle Camere. Ça va sans dire, sono due strumenti usati pochissimo nel nostro ordinamento. Tutti affermano di avere massimamente a cuore la democrazia, ma in pochi l’attuano veramente, così le leggi di iniziativa popolare, che pure vengono presentate di anno in anno in Parlamento, non sono prese in esame, non essendovi un tale obbligo. Immaginate voi quante leggi di iniziativa popolare, riguardanti la riduzione dei vitalizi per Parlamentari e assimilati, giacciono negli scantinati di Palazzo Madama. Il referendum è meno difficile scansarlo. La Corte di Cassazione, valuta l’ammissibilità del quesito e se accertata viene rinviato alle Camere, che possono abrogare la legge oppure attendere il verdetto del quesito referendario. In Italia il referendum è solo abrogativo: si dice SI per ottenere l’annullamento della legge; si dice NO per il mantenimento della legge. Fin qui tutto molto semplice, ma vi è un però. Il referendum è valido solo se si raggiunge il quorum della maggioranza dei votanti, vale a dire il 50% più uno degli aventi diritto. Questa formula, così restrittiva, ha fatto si che i referendum degli ultimi quindici anni siano stati resi vani da coloro che, ignari dei proprio dovere, hanno preferito andarsene al mare. Questo è uno dei motivi per cui molti cittadini sono convinti che il sistema democratico si stia indebolendo, perché le fragili strutture democratiche, non sono adeguatamente sostenute dall’impegno di tutti. Occorre allora affermare, in questa nuova occasione, di essere liberi cittadini e non sudditi. Essere cittadini significa sapere che una giornata di sole in spiaggia non vale la perdita di un solo giorno di democrazia; anche in questo si realizza la libertà di scelta consapevole. Il giudice Caselli in un recente incontro al Festival dell’Economia di Trento ha affermato: “Soltanto i cittadini consapevoli di essere realmente titolari di diritti possono dirsi davvero padroni di sé e quindi liberi.” Solo se la collettività riuscirà a riconquistare questo spazio, la democrazia potrà ancora ritenersi compiuta, oppure come dice Maria Tinacci, potremo solo sperare nell’avvento di un dittatore benevolo.

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