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La solitudine corale di Roberto Carifi

David Pratesi dal n. 24 del 19 giugno 2011
Ci sono, nella poesia di Carifi, alcune cifre immediatamente riconoscibili. In primo luogo, la qualità ossimorica del canto, un canto che effonde il senso di quella che può dirsi una solitudine corale, dove, se il dolore non è gridato, è soltanto per la consapevolezza, nel poeta, dell’inanità del grido. A quel canto, semmai, si addice, per accumulo di pena, il tratto devastato della voce: Una lampada, tra noi, una lanterna fredda/narra qualcosa la parola, qualcosa che si consuma./Chi porta questa parola consumata,/chi parla, chi parla in questa lingua arata [Il Figlio, da Inverno, Jaca Book]. Un’altra cifra si desume dalla sequenza dei titoli, Casa nell’ombra, Amore e destino, Il figlio, Amore d’autunno, Figure dell’abbandono… titoli che il poeta orchestra intorno a un dissidio che appare insanabile: quasi che a lui, al suo carisma di assegnare nomi nuovi alle cose (anch’esse nuove), fosse toccato di muoversi soltanto entro lo spazio del dolore: Ameresti il gelo che riduce/alle stanze vuote dell’infanzia,/a un cuore di bambola che piange/tra la paura e il sogno? [Amore e destino, I quaderni del battello ebbro]. La terza cifra riguarda la qualità orfica della poesia, le sue movenze di svelamento-nascondimento, laddove all’ermetismo dei concetti fanno da pendant da un lato la conquistata, disarmante semplicità degli oggetti comuni, proiettivamente interpellati e tanto più legati a Carifi perché compagni fedeli della sua solitudine -come la bambola che richiama il rigor mortis o quel soldatino, un ussaro di stagno che addormenta il poeta fanciullo sopra il cuscino; dall’altra la semplificazione, anch’essa conquistata, dello strumento linguistico, dove l’orfismo -o anche soltanto il simbolo, la cifra simbolica- è stemperato dalla relativa linearità della versificazione, e dove principalmente spetta alle immagini ed alla già citata qualità evocativa del canto di rappresentare la toccante originalità del mondo testuale; un mondo, peraltro, dove forse soltanto l’Angelo, figura dell’Alterità, sembra poter sostare a lungo, rilkianamente silenzioso, insieme al poeta che lo interroga, sullo sfondo di ombre inquietanti: E tu, quaderno consumato, e voi,/ finestra, porta, sedia con le sue forme,/ terrazzo che mi somigli, così sospeso,/ avete atteso invano il suo ritorno? Nella vicenda poetica di Carifi si passa dalle dissonanze anche linguistiche della raccolta di esordio -Simulacri- ad una chiave espressiva più composta e matura, ma proprio per questo ancor più sotto il segno del dolore: un dolore lucido, sorvegliato, come quello che si fa partecipe di una veglia di morte, o che testimonia di un’epifania tragica -qualcosa che avvicina Carifi a poeti come Celan o Trakl; qualcosa che peraltro, in forza del rinnovato prodigio della “parola che parla”, suona di drammatica attualità ancora in questo inizio del nuovo millennio: Madre, è finito il viaggio?/Figlio, son nere le rose di maggio./Madre, qualcuno hachiamato./Figlio non piangere, hai solo sognato./Madre, saremo accanto?/ Avremo una casa abitata dal pianto./ Madre, che lingua strana./E’ solo vento di tramontana./Madre non ho più terra./ Figlio, è l’esilio che chiamano guerra [Il Figlio] Ci troviamo, cioè, di fronte ad un’espressività ad un tempo delicata e violenta, che, nell’intemporalità del simbolo, ripristina il momento stesso in cui la ferita è inferta -la poesia ricalcando di quell’attimo anche tutto l’orrore- e che è da ricollegarsi al chiaroscuro di una funzione simbolica rassegnatamente conoscitiva, dove sembrano convivere un’intenzionalità consapevole, con una sua timbrica di compassione vigile, e una sorta di ossessione iniziatica -da iniziati al dolore, però. Allora il simbolo è investito, travolto, da una veggenza disperata, talora quasi allucinata, propria di chi sa di avere, per un illeggibile accadimento dell’esistere, e dunque in assegnazione di gravoso vitalizio, mandato di dar voce al soffrire: Ora la notte è sorvegliata/e sotto il lume tremano i miei occhi/se esce da un vicolo la donna/che ha perso ogni speranza/e trincano con ossa gelate/ uno che chiede/pietà per le sue mani/ un altro che guarda verso nessuno/fino alla stella che non ha brillato. Ne nasce, essenzialmente in absentia o per via negationis, una nostalgia del Bene, un sentimento per certi tratti affine alla Sehnsucht romantica, o anche al plotiniano desiderio dell’anima di ritorno -un aspetto che trova riscontro anche nel genio più spiccatamente filosofico di testi come Il segreto e il dono o Le parole del pensiero, i quali a loro volta si cimentano nei nuovi tentativi di scandagliare l’abisso. In questo senso l’esperienza di Carifi è anzi accostabile ad una tradizione di conoscenza simbolica che risale, attraverso Eckart, fino a Dionigi: è il tentativo di esprimere l’Ineffabile, di raffigurare l’Invisibile, di ridurre, insomma, la distanza tra l’uomo e la Trascendenza attraverso la cifra del simbolo e del mito, laddove il divino, pur manifestandosi, rimane nascosto, proprio come avviene nel silenzio o nel mistero dell’Angelo -né, secondo Carifi, potrebbe essere altrimenti, perché la sua lingua sovrana [se parlasse] ridurrebbe in cenere ogni altra lingua [Il segreto e il dono, Egea]. Nessuna meraviglia, dunque, per il carattere orfico della poesia -perché il dolore è inesplicabile- e neanche per il fitto disegno di ossimori -perché il dolore è assurdo- attraverso la tessitura dei versi (come nel precedente lanterna fredda); né per il prolungato contrappunto di astratto e concreto (come in la povertà nel palmo della mano [Il Figlio]), dove Carifi accorcia metonimicamente la frase (come anche in un segreto di passi sulle foglie) cosicché la vertigine si precisa quale principio organizzatore della stessa sintassi; e neanche per la modulazione tonale di tenerezza e durezza dei versi, dove la tenerezza allenta per un momento la stretta di stilemi anch’essi continuamente sovvertiti da una tensione penace, che non dà respiro al poeta. Né sembra certo casuale l’influenza della filosofia di Heidegger, la quale anzi pare giungere ad acuire, se possibile, il male-di-essere, per cui l’esser-ci-nelmondo si precisa poeticamente in Carifi come l’esser-ci-nel-dolore: la poesia, appunto, come riflesso addolorato dell’esistere, come avamposto, straziato, dell’umanità. Intanto, però, la sofferenza offre anche una possibilità di dialogo: è un dialogare di parole e di silenzi, soprattutto scambiati con la figura paterna, quella terrena e quella Celeste, ed è certamente un dialogare contrastato, e comunque mai consolatorio, e tuttavia capace di condurre il figlio sulle tracce del Bene, di fargli cioè ri-conoscere una brace di santità [Il segreto e il dono], e tutto questo proprio dentro al dolore, o meglio, dentro al moto di compassione per l’altrui sofferenza. Proprio la macerazione della poesia, con la sua paziente misura del soffrire, accolta dal poeta quasi come un’espiazione -anche se dismisura allo sguardo indagatoreconferisce ulteriore significato alla ricerca di Carifi. E così l’abisso restituisce molto altro. A cominciare proprio dal senso individuale di quel lamento, che aiuta a spiegare la qualità composita del canto: è la nota autobiografica, la vicenda di un’infanzia negata, la testimonianza di un padre che si vieta al figlio. Senonché, proprio all’acme dello sgomento, il padre viene ad essere riaffermato, e proprio dal figlio, il quale, nella nostalgia dell’altro, coltiva il sentimento filiale e, seppure deprivato di ogni intimità, vuole dialogare nell’unico modo che gli è concesso dalla volontà di quello: è il lamento che esprime il difficilissimo, precario, equilibrio del dialogo insito nell’abbandono. Ma nella poesia di Carifi c’è un ulteriore movimento, che si diparte ancora dalla lamentazione e che aiuta a chiarire anche l’altra componente del canto, quella corale. Avviene che il lamento si precisi, fenomenologicamente, in risentimento, un’emozione fortemente connotata in senso religioso e che non contraddice, ma si pone in rapporto di simmetria proprio con il motivo dell’inaccessibilità dell’origine (anche se essa può condurre, sul piano della riflessione, a concepire problematicamente, come per certi versi sembra in effetti avvenire anche in Carifi, il silenzio o l’impotenza o la morte di Dio). Si tratta di un’esperienza che muove, tipicamente, dal dolore per l’ingiustizia patita, che nulla o nessuno ha impedito. E’ un’emozione anch’essa tenacemente radicata nell’intuizione del mistero, e che, comunque, fa salva, esprimendosi attraverso “un incantamento di tipo negativo” (per la trattazione della figura del risentimento per il dolore come emozione sacra, si veda in merito P.A. Sequeri, Estetica e Teologia, Glossa), la chance di una moralità del cosmo: L’abbandono è quando giace il figlio/e nel sudario s’accende un lume/o vengono/da certi luoghi/dove niente dura,/vengono al figlio illuminato/a confessare: amiamo il segno/che t’incorona Agonizzante./Perdonerai quelli che baciano la Croce/dimenticando i cuori abbandonati? [Il Figlio]. Non si tratta di affermare o negare l’origine, quanto, al contrario, di custodirne quasi gelosamente l’enigmaticità (sarebbe anche questo parte, anzi condizione, della funzione mitopoietica della poesia, parte del compito, assegnatole a suo tempo da Hoelderlin, di dar voce al sacro), ben sapendo però che la tensione può arrivare ad articolare, proprio nel lamento, quell’invocazione che squarcia il silenzio, che è frutto del “dinamismo intenzionale” dell’uomo, della sua “intenzionalità interrogante” (a proposito del dinamismo intenzionale della coscienza, esprimentesi nel multiforme interrogare, si veda in merito C. Greco – S. Muratore, La conoscenza simbolica, San Paolo). Tale dinamismo del domandare è particolarmente evidente nella poesia Lo Straniero che esplicita forse più di ogni altra il carattere religioso dell’Alterità. L’io collettivo del poeta interroga lo Straniero, il cui volto, anzi lo sguardo, gli occhi, rappresentano ancora una volta l’Altro. Si tratta di un Alterità che appare, sì, turbata (che sole ti macina gli occhi), ma tale da richiamare, in evidente analogia con quanto avviene in Lévinas [si veda M. Schoepflin, Via amoris, San Paolo], l’ethos dell’accoglienza delle madri e una risposta di amore. Tu, lo Straniero. Da dove?/Da quale dimora smarrita,/che sole ti macina gli occhi,/che vuoto, in questa penombra,/ nel gelo dell’occidente,/con quale voce domandi,/con quale speranza./Ti accoglieranno le madri,/avranno per te preparato/un giaciglio?/Noi ti ameremo, Straniero/noi che abitiamo la soglia,/ noi che moriamo/sotto l’ulivo./Tu, che una voce precede,/che logora un vento nemico./Per dove, Straniero, lontano da cosa./Lontano da dove, per quale paese/verso una voce, verso di noi/che aspettiamo nell’ombra [Il Figlio]. In termini esistenziali, l’invocazione sale soprattutto dal figlio verso il Padre, il quale soltanto potrebbe risolvere la contraddizione all’origine del lamento o svelarne, svelandosi, il senso recondito. Intanto però, come si diceva, proprio dal cuore della sofferenza e sotto il giogo dell’abbandono, è possibile continuare a ospitare, nello spazio illimitato della coscienza, la speranza di una risposta che siadi senso di colpa per non possedere una spiegazione vera e propria del risentimento nutrito (ed ecco farsi più chiaro anche il motivo della espiazione, certamente collegato al senso di colpa che accompagna ogni rilevante esperienza del dolore) (si veda P.A. Sequeri, cit.). E’ l’intuizione che in mezzo alla notte oscura, è anche possibile rovesciare la prospettiva e così vivere l’abbandono non più come l’essere abbandonato, ma addirittura come l’abbandonarsi: come avviene all’ombra della Croce, dove un ringraziare dolente è forse preludio al donarsi dell’uomo e dove, in effetti, per ogni istante intriso di destinazione, l’attesa sopra la soglia da esilio sembra potersi tramutare in ritorno, e la sosta in ripresa del viaggio. Nel volto sfigurato dell’agonia il Figlio mostra la carità estatica del Padre [Il segreto e il dono], scrive Carifi. Questa del Cristo, simbolo del dolore e dell’abbandono, è dunque Alterità ardua ed aspra da cogliere, ma misura unica di carità e di speranza, dono segreto del Padre -segreto perché il Figlio offerto sulla Croce è via misteriosa al Donatore. Il dolore e l’abbandono acquistano, allora, valore di direzione del cammino: occorre cioè, interpretando il significato religioso dell’Alterità del dolore e dell’abbandono, ri-conoscersi figli nel Figlio per ri-conoscere il Padre. Ed è proprio all’ombra del crocifisso, laddove il Padre sembra essere più lontano che la poesia tenta di coglierne la vicinanza. La Croce, luogo dell’estremo abbandono, diviene allora il luogo dell’attesa, del rischio dell’attesa, perché è proprio lì, nel volto sfigurato dell’agonia, mentre il mistero si infittisce e l’abbandono si fa assoluto, che si manifesta la luce scura del Padre, un lampo invisibile, dentro il quale il sacro, come in Lévinas, dunque, più che in Hoelderlin, si rivela santo accessibile a tutti [si veda: R. Carifi, I venturi dell’ultimo Dio, in F. Degasperis-M. Merlin (a cura di) La poesia e il sacro alla fine del secondo millennio, San Paolo]: come nel distico che chiude l’ultima poesia dell’ultima sezione (Ritorno): loro lo sanno che stupore afferra/cuori rapiti a un Golgota improvviso [Il Figlio]. Si tratta di una figura del Cristo, come dicevamo, non certo colta nel momento del trionfo teofanico, ma al contrario in quello della condivisione della condizione umana più diseredata e disperata, dove la chenosi divina del Golgota (luogo della rivelazione sub contrario, della Croce che vela per svelare) è espressa da Carifi con commovente icasticità (una testa pendente/un’ombra incoronata). Ad una resa unitaria dei temi sembra poi contribuire la struttura stessa de Il Figlio dove il poeta coglie non a caso il destino dell’Occidente (le due sezioni sono poste all’inizio del libro, come se, ancora heideggerianamente, il “tramontare” dell’Occidente potesse tramutarsi in possibilità di istruire un tempo inaugurale), e dove soprattutto è adombrata la storia della salvezza, mentre affiorano, dal sottofondo del dolore, i motivi della colpa (le colpe immemoriali), della preghiera (Prego inguaribile più della pazienza), del perdono (sei tu il ritratto che perdona), e molti altri ancora, fino al già ricordato distico finale. Elementi che sembrano acquistare ancor più significato se opportunamente interpretati alla luce dei tempi, con l’esperienza che il mondo ha fatto della profondità del male, e con la accentuazione negativa ed inquietante del mistero. In questo modo, però, l’icona dolente del Figlio non comunica solo una critica del presente, una critica alla storia, ma anche una trasparenza opaca del nuovo, come se nel momento in cui il mistero del dolore, nella sua ambigua relazione col male, si fa più angoscioso, la speranza e la salvezza a maggior ragione venissero dallo stringersi attorno alla Croce, il cuore della solitudine. Come si può desumere dai numerosi interrogativi che punteggiano i testi di Carifi, la poesia è il luogo del domandare: ma di un domandare che è già un rispondere. Nella domanda, infatti, è la direzione, l’orientamento per la ricerca di ogni possibile risposta. E allora è ben vero che nessuna dimensione più profondamente di quella cristica viene interpellata dalla poesia di Carifi, anche se certamente il figlio, attraverso la pluralità dei significati, è anche l’uomo, figlio e padre, e poi è il poeta, non solo in quanto egli stesso figlio, ma in quanto colui che assegna alla parola il senso della filialità, della parola cristica [I venturi dell’ultimo Dio]. E dunque si comprende anche la ragione dell’oscurità dei testi, che acquista anzi un valore emblematico nel singolare intrecciarsi della vicenda artistica e di quella esistenziale: un necessario riflesso poetico di quell’oscurità, non tenebrosa, in cui Carifi sente avvolto il mondo. buona. E’ un’intuizione venata anche

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