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“Aggiornamento”: la magica parola di Papa Giovanni

Editoriale di Giordano Frosini, 10 luglio 2011.
Una parola rimasta tanto famosa che tutti oggi la ripetono così come suona, in italiano, in tutti i linguaggi del mondo. Papa Giovanni la usò per indicare lo scopo principale del concilio Vaticano II, il quale condusse in porto in questo senso un’opera poderosa e coraggiosa da meravigliare ancora. Specialmente in certi settori della fede, il cammino in avanti fu veramente notevole: si pensi soprattutto al tema della chiesa, che rimane l’argomento fondamentale del concilio. Si discute ancora se il progresso registrato nei documenti conciliari si possa considerare in continuità oppure vada visto in discontinuità rispetto agli schemi del passato. Certo, nessuno può negare che si trattasse di un vero salto in avanti, anche se il più delle volte l’in avanti va a coincidere con gli orientamenti e la prassi della primissima comunità cristiana. Per la chiesa andare avanti significa esattamente tornare indietro, riassaporare e rivivere i tempi meravigliosi della sua origine, di cui i libri sacri conservano fedele memoria. Che la svolta del Concilio sia stata incisiva e vigorosa lo dimostrano anche la difficoltà incontrata da molte parti nella sua realizzazione e, più ancora, la contestazione variopinta, a volte subdola a volte manifesta, che si è concentrata su di esso. Il caso di Lefèbvre è solo la punta dell’iceberg di un disagio ben più ampio e profondo di quanto si possa pensare. Ancora oggi sono diffuse pubblicazioni che divulgano la loro contrarietà nei riguardi del Vaticano II, da considerarsi senza dubbio come uno dei più grandi avvenimenti del nostro tempo e forse il concilio più partecipato e più innovativo dell’intera storia della chiesa. L’opera di aggiornamento non è terminata col concilio. Anzi, è stato proprio questo a inculcare l’idea che esso è un impegno permanente, destinato a durare tutto il tempo che ci separa dall’incontro finale col Signore Gesù. Già papa Giovanni, nel discorso inaugurale, chiarì che è compito della chiesa distinguere fra il deposito della fede (la quale non cambia col trascorrere del tempo) e la sua presentazione, che invece ha il dovere di sintonizzarsi con la sensibilità, la cultura, i bisogni delle singole epoche della storia. Cambia il linguaggio nel permanere della sostanza. La rivelazione è diretta ai popoli di ogni tempo e di ogni spazio. L’eternità non viene mai meno. Ma il concilio, in uno dei suoi documenti fondamentali, quello sulla divina rivelazione, approfondirà ancora di più il principio giovanneo parlando di un incessante aumento di comprensione della Parola di Dio col trascorrere dei tempi e delle stagioni. Ancora: la rivelazione ormai è conclusa, perché Dio in Gesù Cristo si è manifestato pienamente e non c’è nient’altro da aggiungere. Il deposito rimane ormai chiuso per sempre: da esso non potrà essere tolto nemmeno una sillaba. Ciò che dice l’apostolo Paolo al suo discepolo (“O Timoteo, custodisci il deposito”) è un’indicazione diretta per sempre alla chiesa. La comprensione della rivelazione però cresce (crescit, secondo il testo originale) nella continuità organica della fede della chiesa. La ricca pagina conciliare dedicata al nostro argomento esplicita anche le forme e le ragioni di questo incessante progresso. Esse sono il senso della fede del popolo cristiano (esaltato e interpretato dai suoi teologi), l’esperienza mistica dei santi della chiesa, l’insegnamento ufficiale da parte di coloro che hanno ricevuto il carisma certo della verità. Attraverso queste vie, non sempre percepibili dai non specialisti, il cammino della chiesa, specialmente in questi ultimi tempi, è stato lungo e deciso, fino al punto che qualche volta si ha perfino la sensazione di dover fare i conti con affermazioni anche contrarie, da quelle a cui ci aveva abituato il passato. Non è certamente così, ma è necessario per questo allungare il passo e mettersi in sintonia con il pensiero rinnovato della chiesa. Si può dire che nessuno dei temi della fede, cominciando da quello fondamentale di Dio, è rimasto uguale al passato. Né deve meravigliare che questo progresso si svolga normalmente in modo parallelo a quello della comunità umana, essendo lo Spirito Santo il regista dell’una e dell’altra. Purtroppo la comunità cristiana non è in linea con questi pensieri. Ne nasce l’impegno urgente di correre ai ripari. La chiesa che vuole evangelizzare comincia con l’evangelizzare se stessa. Giordano Frosini

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