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Un Papa che sorprende

Sono due volte che Benedetto XVI parte da Roma per i suoi viaggi apostolici con presagi negativi e prospettive preoccupanti: è successo prima per la sua missione in Inghilterra e ora per la sua visita in Germania. Ma è due volte che egli, partito svantaggiato per la difficile situazione dei due paesi, è riuscito a superare brillantemente l’impasse iniziale e a conquistare l’ammirazione e il rispetto da parte non solo dei cattolici, ma anche degli appartenenti ad altre confessioni o religioni. In termini giornalistici, si potrebbe parlare di due veri successi, di folla, di entusiasmo, di ascolto, di stima, di cui i servizi televisivi hanno portato gli echi fin nelle nostre case. Una vera gioia dello spirito. La prima cosa che impressiona è il modo pacato, sommesso, quasi timido, con cui il Papa si esprime nei suoi numerosi e defatiganti interventi, di cui gli organizzatori riempiono, si direbbe senza pietà, le sue giornate. In un mondo in cui tutti si sforzano di gridare le loro convinzioni, egli, per carattere e per volontà, riesce a mantenere il tono basso, tipico di colui che ha fiducia nella forza delle parole e dei ragionamenti, di cui queste si fanno portatrici. La verità, sembra dire, non ha bisogno di imporsi in forme tracotanti e arroganti: essa riesce a parlare all’intelligenza e al cuore, senza ricorrere ad artifici che cerchino di renderla più efficace dall’esterno. Quella che, a prima vista, potrebbe anche sembrare una concessione alla monotonia, diventa, in ultima analisi, una capacità virtuosa da apprezzare ed elogiare. Poi la sincerità. Uno potrà anche dissentire dalle sue parole però non può non riconoscere il coraggio e l’umiltà con cui riesce a manifestare alcune sue preoccupazioni. Così, egli ha potuto chiedere perdono, a nome dell’intera chiesa per il comportamento vergognoso di alcuni sacerdoti, come nessuno aveva finora fatto. Addirittura, dinanzi ai parenti delle vittime, è arrivato fino a piangere, dando così sfogo a una commozione sincera, per niente strumentale. Ora, in Germania, una delle nazioni più colpite da questa piaga, ha detto addirittura che lui non si meraviglia e cerca di capire coloro che addirittura per questo motivo abbandonano la chiesa. Un Papa che parla così! Ma, proprio nella sua terra di origine, abbiamo anche ascoltato altre parole ugualmente forti di sollecitazione e di condanna. Come quelle rivolte ai cristiani mediocri che non riescono a essere se stessi, dando una pessima impressione a coloro che guardano la chiesa dall’esterno. Ho voluto confrontare le affermazioni che la stampa gli ha attribuito nella sua ultima omelia, ma il testo è proprio questo: “Agnostici che, a motivo della questione su Dio, non trovano pace, persone che soffrono a causa dei nostri peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio, di quanto lo siano i fedeli di routine”. Un’apertura, da una parte, e insieme una fustigata, dall’altra. Onestamente un linguaggio a cui non eravamo abituati. In questo contesto va catalogato anche l’elogio di Lutero, di cui il Papa ripete una domanda tipica del grande riformatore: “Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Martin Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda”. L’accenno all’ecumenismo che ne è seguito è stato ancora ispirato a sentimenti di sincerità e di onestà intellettuale. L’invito alla conversione è rivolto indistintamente a tutti: “La vera crisi della chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo a un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace”. I comportamenti nascono dalle idee. Benedetto XVI svolge con assoluta maestria questo impegno all’interno della chiesa. Anche il dialogo con la cultura contemporanea è presentato con l’autorità del grande pensatore. Ricordiamo che in precedenza egli aveva avuto un lungo dialogo con J. Habermas, uno dei più celebrati teorici della cultura laicista, trovandosi poi d’accordo con lui su un punto fondamentale: la necessità che le idee politiche, in particolare la democrazia, trovino il loro fondamento nel mondo dell’etica, alla resa dei conti, nella stessa religione. Perché da sole non si reggono. La stessa ispirazione che ha guidato l’applauditissimo discorso al Bundestag di Berlino, dove Benedetto XVI ha rivendicato con forza le origini cristiane dell’Europa, “nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma”. Un punto di forza del suo insegnamento, ormai ripetuto in ogni circostanza, anche se non sempre ascoltato. L’attuale dittatura del positivismo è ripudiata perché “si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture”, amputando in tal modo pericolosamente le dimensioni essenziali dell’uomo, a cominciare da quella spirituale-religiosa. Insieme però sono riconosciute alcune sue benemerenze nel campo dell’evoluzione tecnico-scientifica del nostro mondo. Un’attenzione a tutto campo. Una linea di pensiero a cui i cristiani devono guardare come a una luce che si accende sul loro cammino. Una lezione di stile e di contenuto di cui dovremmo fare tesoro. Giordano Frosini

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