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Indignatevi! Riecheggiare il grido delle rivolte giovanili nel Mediterraneo

Pistoia è desolatamente qualunquista: comunque vada nessuno ci sveglia dall’indifferenza. L a c o n t i n u a emorragia di posti di lavoro, la minacciata riduzione dei servizi per l’infanzia ed il trasporto, la cultura che parla solo al passato e vive di analisi erudite su cavilli interpretativi composti di vestigia polverose, l’allineamento e fagocitamento di ogni opposizione critica o viceversa lo schiacciamento, sono gli effetti di un andazzo determinato dalla solita frase: -poteva anche andare peggio – che rendono l’ambiente sociale e culturale asfissiante, ma al contempo resiliente a qualunque tentativo di cambiamento. Sembra che le sole iniziative critiche che possono nascere siano già in partenza costruite a tavolino per poi ricondursi nell’alveo di una oligarchia ripiegata su se stessa e prigioniera di vecchi schemi, da cui non ci si riesce a liberare. Le situazioni cambiano, ma le azioni restano le medesime. Scioperi generali che si svolgono come in un rituale, come si trattasse di un funerale illustre: tutti allineati dietro le bandiere e gli stendardi, un rito di incontro con i vecchi amici a ricordare i bei tempi passati, quando gli scioperi erano duri scontri di interessi che si fronteggiavano. Dopo le parole accalorate e preoccupate del sindacato, parlano i responsabili della città che in maniera del tutto televisiva ci comunicano che, vista dal palco, la folla –per altro esigua e riparata all’ombra del campanile- è una visione bellissima. Le parti sociali svolgono il loro compito e gli amministratori con tanto di gonfaloni e porta gonfaloni annuiscono dalla piazza. Fine della rappresentazione. Si torna tutti a casa. Ciascuno pensa, “poveracci, meno male che a me è andata meglio” e ci consola con quel poco di pensione – per ora sicura – che resta. Il declino sembra ineludibile. In una situazione che da un giorno all’altro potrebbe degenerare, in aperto conflitto sociale niente sembra cambiare; così nasce, già vecchia, Pistoia Futura, dalle inconcludenti ceneri del Centro Innovazione. Un organismo che elaborando una profusione di documenti, con centinaia di pagine scritte, afferma sul sito, riguardo alle proprie ricerche: “C’e la preoccupazione di non aver fatto abbastanza, di non essere stati all’altezza del compito affidato, di non essere riusciti ad affrontare in modo più attento ed approfondito questo o quel altro aspetto del problema, o di non essere riusciti a trasferire in maniera chiara ed esaustiva tutto quanto era possibile”. Apprezziamone la sincerità. “Oggi ‘Pistoia Futura’ si pone come ‘cabina di regia’ di percorsi di programmazione strategica per lo sviluppo socioeconomico del territorio provinciale, fondendo sforzi di ‘visione’ a medio e lungo termine con iniziative concrete che saranno realizzate mediante la più ampia collaborazione con i vari Attori territoriali”. C’è ancora qualcuno che ci crede? Intanto hanno indetto una gara da 200 mila euro per ideare e realizzare la “Marca Ombrello” del territorio provinciale. Una sorta di logo come la ‘Grande Mela’ sta a New York. Questa fu pensata negli anni settanta, quella – ormai fuori dal tempo – è di là da venire. Prevediamo già che il nuovo marchio sarà presentato alla stampa e riverberato su Tv e giornali locali. Qualche console, che riceve l’albero di Natale in regalo, dirà che Pistoia grazie a questo nuovo marchio sarà di gran moda l’anno prossimo e che i turisti intaseranno i nostri alberghi. Nel frattempo le autorità tagliano i nastri di un nuovo parterre che dovrà divenire il centro di aggregazione giovanile “Casa in Piazzetta” e che per adesso ha assorbito 125 mila euro dalle casse più o meno pubbliche per la sua ristrutturazione. Speriamo anche che produca qualche posto di lavoro, altrimenti sembra che i giovani pensino solo al divertimento. Fino ad arrivare a voler mantenere a tutti i costi, nei consigli degli enti gli stessi amministratore anche dopo decine di anni che ricoprono la stessa carica. Tutte cose che, intendiamoci, non hanno niente di negativo, se non fosse che le famiglie non sanno come fare a sbarcare il lunario, che sarebbe bene essere “assillati” – come dice il presidente Rossi, – nel tentativo di innovare cercando di creare posti di lavoro in settori veramente produttivi, piuttosto che spendere soldi pubblici per azioni di marketing territoriale o locali di aggregazione. Ma dove sono i giovani? Dove sono gli indignati spagnoli e quelli della primavera araba? Qui i giovani, anche se tali fino alla soglia dei quaranta, sono una minoranza silenziosa. I giovani, afferma Loretta Napoleoni, esistono elusivamente come consumatori o come manodopera da sfruttare come precari. Un destino agghiacciante. Occorre quindi che i giovani si indignino, che si facciano sentire, che reclamino i loro diritti per contrastare la situazione di dittatura internazionale dei mercati finanziari, causa principale della profonda crisi attuale che aumenta la crescente diseguaglianza di redditi e di opportunità. L’indignazione -scrive Stèphane Hessel – è una componente essenziale dell’essere umano. Indignarsi comporta la conseguenza di restare coinvolti. Il coinvolgimento presuppone l’analisi dell’attuale, di ciò che ci sta accadendo. Non è facile distinguere le interdipendenze delle correnti che ci sovrastano, ma rimanere a casa, rintanarsi nel proprio mondo sempre più ristretto, rimanda e aggrava i problemi che ci coinvolgeranno domani. Ci sono cose insopportabili, anche se nascoste e per vederle occorre cercare bene, guardare i fatti in controluce, senza fermarsi alle mere opportunità. L’atteggiamento più dannoso è quello dell’indifferente, esso è l’asfissia della buona azione politica.

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