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Il primato spetta alla politica

Giordano Frosini Fondo n. 36 del 16 ottobre 2011
Il primato spetta alla politica Interventi clamorosi di rappresentanti del potere economico e industriale in campo politico, come anche la più volte annunciata “discesa in campo” di altri rappresentanti della stessa categoria ripropongono alla nostra attenzione un problema su cui non si è mai riflettuto a sufficienza: a chi spetta il primato nella gestione della cosa pubblica, alla politica o ad altre forme di presenza nella società, come il potere economico, il potere mass-mediale o altre forme ancora, comprese naturalmente quelle dei cosiddetti poteri forti? Un problema vecchio, come vediamo se ci soffermiamo a considerare la storia del nostro passato, in particolare quella delle grandi rivoluzioni moderne che hanno segnato e influenzato profondamente gli ultimi secoli dell’umanità: la rivoluzione comunista e la rivoluzione francese. La prima si è levata, in nome del proletariato, contro lo stato borghese, dominato dai gruppi economici e finanziari emergenti, che detenevano i capitali e controllavano le banche e gli altri istituti in cui si concentra la ricchezza produttiva; la seconda, a sua volta, è nata contro l’antico regime feudale, dominato dalla nobiltà e dall’alto clero, in nome della borghesia soffocata e negletta nelle sue enormi potenzialità, cominciando da quelle economiche: la cosiddetta rivoluzione del “terzo stato”. Un discorso che attraversa l’intera storia dominata da sempre dal potere economico per la incommensurata forza che possiede l’argent: già Socrate poteva dire che le guerre avvengono normalmente per “la cupidigia di denaro”. Oggi, con la rivoluzione industriale, le grandi concentrazioni di capitali, i monopoli solidamente assestatisi nella nostra vita associata, l’economia la fa da padrona, perpetuando un disordine istituzionale che è tanto sotto gli occhi di tutti, fino al punto da darlo ormai per scontato. Il potere mass-mediale, che si unisce normalmente a quello economico, ha aggravato ulteriormente la situazione. Si ripensi senza pregiudizi a quanto è successo anche nel nostro paese negli ultimi decenni. Allora, niente di male (anzi!) se gli attuali detentori delle ricchezze e del potere finanziario scendono in campo con patrimonio delle loro esperienze e delle loro conoscenze, a una condizione però: che si svestano della loro mentalità pregressa per assumere quella che si conviene al politico, il quale, per definizione, è alla ricerca del bene comune. Altrimenti è bene che rimangano fuori. Di confusione del genere ce n’è anche troppa. Il gruppo (qualunque sia il suo raggio d’azione), infatti, per natura sua, è sempre particolaristico, pensa agli interessi privati, persegue le sue preoccupazioni e i suoi intenti, mentre l’autorità politica deve comporre in un ordine più ampio gli interessi e le preoccupazioni di tutti, molte volte, anzi ordinariamente, andando contro il proprio stesso tornaconto, in nome della giustizia e dell’uguaglianza sociale, che sono le leggi fondamentali di ogni convivenza umana. L’economia, l’informazione (oggi sempre più potente e influente), in genere gli scopi per cui i gruppi si sono costituiti, comprendendo anche i sindacati, non possono essere lasciati in balia di se stessi, col pericolo, piuttosto immediato, di una vera e propria lacerazione e distruzione della comunità. I fini dei singoli raggruppamenti vanno assunti e superati nell’interesse generale, cioè nella ricerca del bene comune. Mezzi e non fine. Il fine è esattamente quello della politica. E’ a essa che appartiene il primato, tutto subordinando all’adempimento del suo mandato. Se questi principi fossero stati sempre osservati, il neoliberismo non sarebbe mai nato. Un pensiero che i cattolici hanno da sempre fatto proprio da quando si è cominciato a riflettere sulla natura e i fini della società. San Tommaso ha qualcosa da dire ancora ai nostri tempi. La cosa più sorprendente è poi il fatto che egli dipendeva sostanzialmente dal filosofo pagano Aristotele. Dunque, un discorso della ragione, prima che della rivelazione. Paolo VI, nell’Octogesima adveniens, ha aggiornato autorevolmente questo insegnamento. L’attività economica, egli dice, è necessaria e può essere anche sorgente di solidarietà e di fraternità; tuttavia, se eccede, rischia di divenire una cappa di piombo che assorbe le libertà comuni e mette a repentaglio la coesione del corpo sociale. “E’ la ragione per cui si palesa necessario il passaggio dall’economia alla politica. E’ vero che sotto il termine ‘politica’ sono possibili molte confusioni che devono essere chiarite, ma ciascuno sente che nel settore sociale ed economico, sia nazionale che internazionale, l’ultima decisione spetta al potere politico”. Conclusione? La stessa di sempre: è proprio un peccato che i cattolici non conoscano per niente il pensiero sociale della comunità alla quale dicono di appartenere. Non si spiega altrimenti il loro comportamento nelle ultime vicende del nostro paese. Giordano Frosini

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