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XXIII domenica del tempo ordinario

Is 35,4-7; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

Se ogniqualvolta leggiamo il Vangelo dobbiamo sempre tener presente che i Vangeli non riguardano la cronaca, ma la fede, che non riguardano la storia, ma la teologia, che non sono un elenco di fatti, ma di verità, questo è tanto più vero in un episodio del genere. Un episodio completamente “strampalato”.

Vediamo che in questo episodio Gesù non viene nominato, non sono nominati i discepoli, non c’è nessuna reazione da parte del personaggio che viene guarito, e, soprattutto, inizia l’evangelista con un itinerario inverosimile, sconclusionato. Leggiamo.

L’evangelista scrive che Gesù, “uscito dalla regione di Tiro” (Tiro è al sud) “passando per Sidòne” “venne verso il mare di Galile, in pieno territorio della Decàpoli”: quindi Gesù sale su al nord a Sidòne, ma poi dice e cioè torna giù, percorrendo un itinerario completamente inverosimile, sconclusionato. Perché l’evangelista inizia con queste indicazioni cosi strane?

Vuole indicare l’azione di Gesù con i popoli pagani, perché il messaggio d’amore di Gesù è un messaggio d’amore universale, che incontra, però, la resistenza dei suoi discepoli. E questo è il significato del brano.

L’evangelista prosegue scrivendo “Gli portarono…”: coloro che portano sono i collaboratori di Gesù che l’evangelista all’inizio del Vangelo ha definito “angeli”, sono coloro che hanno compreso e accettato il messaggio di Gesù e collaborano con lui.

I collaboratori di Gesù gli portano un sordo, non muto, ma balbuziente. È l’unica volta che nel NT appare questo termine “balbuziente” e appare nell’AT una sola volta, per indicare la liberazione dall’esodo di Babilonia (“La lingua del balbuziente griderà di gioia”, Is 35,6 LXX). Quindi è un’immagine di liberazione. Attenzione, non è una guarigione tanto del fisico, ma una guarigione interiore quella che Gesù sta facendo. Nel Vangelo di Marco il sordo-balbuziente è l’immagine di chi non ha mai avuto l’opportunità di incontrare Cristo e ascoltare il suo vangelo, indica anche chi, volutamente, chiude le proprie orecchie e non permette alla parola di salvezza di penetrare nel suo cuore.

“E lo pregarono di imporgli le mani”. “Lo prese in disparte..” (sette volte nel Vangelo di Marco troviamo l’espressione “in disparte”, e ben sei riguardano i discepoli, l’incomprensione dei discepoli, come anche questa volta) “.. lontano dalla folla e gli pose le dita…” L’azione di Gesù è violenta, Gesù gli stura le orecchie. L’evangelista, per indicare le orecchie, adopera il greco “òta”, da cui deriva l’italiano “otite”, che conosciamo tutti quanti, e vedremo poi il perché.

Gli stura le orecchie “…con la saliva”. Va sottolineato che la saliva veniva considerata come alito condensato, immagine dello Spirito. “Con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo” (il cielo è la comunione con Dio) “emise un sospiro”. Questa è l’unica volta in tutto in NT che Gesù sospira, per la resistenza che i suoi discepoli gli oppongono, nella figura di questo sordo balbuziente – “e gli disse «Effatà»”. Ecco, quando nel Vangelo di Marco appare un termine in lingua aramaica, vuol dire che l’episodio si rivolge soltanto a coloro che provengono dal giudaismo, non è per i pagani.

«Effatà»”, cioè «Apriti!»” L’invito di Gesù non riguarda soltanto le orecchie, ma riguarda tutto l’individuo, è tutto l’individuo che si deve aprire perché ha questa chiusura.

“E subito gli si aprirono … “. Prima abbiamo detto che l’evangelista adopera il termine “orecchi”, (ðta), qui adopera un altro termine greco (¢koa…), che indica l’udito. Era questo il problema: non era un problema fisico, un problema degli orecchi, ma era un problema di comprensione, come diciamo con un’espressione italiana: “non c’è peggior sordo di chi non vuol capire”.

“Gli si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. Quindi l’incapacità di esporre il messaggio era perché non ascoltava: sono i discepoli che non ascoltano il messaggio di Gesù.

E Gesù l’aveva detto: “siete anche voi così privi di intelletto?”

“Ma Gesù comandò loro di non dirlo a nessuno”. Gesù sa che ancora il lavoro di liberazione dei discepoli non è completo, ma sarà lungo e faticoso, e continuerà per tutto il Vangelo.

“Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano, e pieni di stupore dicevano «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti»”. L’evangelista adopera gli stessi termini che nel Libro del Genesi indicano l’azione del Creatore, che, per ogni cosa che crea dice “Ha fatto bella ogni cosa”, “Vide che era cosa buona”. Questo grido riconoscente è la professione di fede della comunità che ha visto un altro uomo giungere alla salvezza. Ora questo fratello è in grado di partecipare all’assemblea che si raduna, nel giorno del Signore. Si unisce alla comunità per ascoltare e proclamare, non balbettando, ma in modo ben articolato e cosciente, le meraviglie di Dio.

Quindi in Gesù si prolunga l’azione creatrice nel dare pienezza di vita agli uomini.

Don Timoteo Bushishi

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