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“Uscite da Babilonia”

Per la Bibbia, in particolare per l’Apocalisse, Babilonia è la città del male, del male in assoluto, del male totale: il covo dell’idolatria e dell’odio, del turpiloquio e della bestemmia, della prostituzione e della superbia, della divisione e della discordia; la città ebbra di sangue innocente che, adorna di pietre preziose e di ori luccicanti, siede sopra l’orrendo corpo di una bestia scarlatta, le cui sette teste e le dieci corna sono ripiene e coperte di nomi empi e blasfemi. Una città sconfitta e annientata negli anni lontani, la cui immagine però si è ripresentata minacciosa e terribile in alcuni passaggi particolarmente tragici della nostra storia.
Non è questo il male normale delle nostre città, ma un male più sottile, meno drammatico, un male democratico si potrebbe dire, un male più educato, meno eclatante, più subdolo e sotterraneo, quasi invisibile, fino al punto che si può tranquillamente vivere in esso senza farci caso e prenderne piena coscienza. Anche di queste città parlano i testi della sacra Scrittura, naturalmente ripudiandole e condannandole. Fuggire dalle prime come dalle seconde è un dovere dell’uomo redento e di tutti coloro che hanno a cuore le sorti delle città, nell’un caso e nell’altro minacciate nella loro stessa esistenza. Non si tratta evidentemente di un’uscita fisica, di un trasferimento materiale e corporeo, ma di un cambiamento morale, di una vera e propria conversione spirituale, di cui quasi nessuno sembra preoccuparsi, nemmeno coloro che si candidano a presiederne le sorti e il funzionamento.
Si voglia o no, il male radicale delle città rimane l’egoismo, l’individualismo, l’insensibilità, l’indifferenza, con tutte le specificazioni che ne possono seguire: discordie, inimicizie, divisioni, corruzione, immoralità, disuguaglianze assurde, maleducazione, prepotenze, sporcizia, rumori molesti, dimenticanza dei poveri, dei senza voce, dei meno fortunati… e via di questo passo. L’elenco è quasi infinito e ciascuno, sulla base della propria esperienza, potrebbe aggiungere qualcosa. I mali della società si danno convegno e hanno la loro rappresentanza entro le mura dei nostri agglomerati urbani. Il tutto nella parte, lo specchio e il simbolo dell’intera società. Chi vuol conoscere l’intero lo guardi da questo punto di vista. Anche l’urbanistica, l’architettura, la viabilità, le stesse case ne riflettono le sembianze di fondo, portano per chi li sa leggere i segni della disarmonia e del disordine di base.
Salvare le città, ritornare agli ideali che determinarono la loro nascita, ricercarne e riviverne lo spirito delle origini, è il dovere pressante su cui tuttisono chiamati a riflettere, specialmente nei momenti in cui qualche occasione speciale, come le elezioni amministrative, costringono a rivedere il passato e a programmare il futuro. La città ideale, come la Gerusalemme biblica, è un’utopia che spinge sempre in avanti e che non sarà mai perfettamente raggiunta, tanta è la carica di virtù, di perfezione e di bellezza che essa porta con sé. La Gerusalemme celeste è la città del futuro finale, della comunione perfetta, della pace totale. Le utopie hanno sempre le dimensioni della città che si chiamerà Città del sole o Città armoniosa, o Città dell’uomo. Per il credente specialmente il modello rimane quello della Gerusalemme celeste: “L’architettura della città dell’uomo – diceva Giorgio La Pira – nasce dalla contemplazione e dalla imitazione della città celeste”. Un ideale che attraversa tutta quanta la storia.
Le tante definizioni della città che si sono accumulate nel tempo ci aiutano a riscoprire il suo valore e il nostro impegno. Ne riprendiamo una dello scrittore politico cinquecentesco, Giovanni Botero, che così si esprimeva nella lingua del tempo: “Città si addimanda una ragunanza d’uomini ridotti insieme per vivere felicemente”. Ci si unisce insieme per aiutarci vicendevolmente in un rapporto solidale e complementare, di modo che la soddisfazione completa delle proprie necessità, impossibile al singolo isolato e nel villaggio rurale, risulti possibile col contributo di tutti, nell’amicizia e nella fraternità. Se manca a questo scopo istituzionale, la città smarrisce se stessa. Un irrinunciabile compito anche per la chiesa.
Giordano Frosini

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