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Una lacuna da colmare

Una tornata elettorale non priva di sorprese, che lascia dietro di sé molti interrogativi, molte discussioni e molte polemiche. La parte prettamente politica non ci interessa in questo momento, anche se naturalmente non si deve dimenticare che in essa sono direttamente coinvolte questioni di carattere morale, che da parte nostra non si possono disattendere in nessuna circostanza. Una domanda di questo genere però possiamo permettercela, lasciando poi al lettore attento la possibilità e il diritto di dare una sua personale risposta: quanto sull’esito del voto ha influito la discussione ancora accesa sul cosidetto diritto dello “ius soli”? Non si potrà negare che sotto domande di questo genere è nascosto, ma non troppo, un problema di carattere morale, al quale almeno un cristiano non può rimanere insensibile.
Ma la nostra attenzione in questo momento è rivolta a una questione più generale e, insieme, più bruciante e più coinvolgente: Dove è finito il pensiero sociale della chiesa? Se ne sono forse smarrite le tracce, se di esso la comunità cristiana non si ricorda nemmeno in circostanze di straordinaria importanza come le elezioni a cui tutti sono chiamati a partecipare? Su un tema così caldo e scottante come la città, il comune, il paese, il mondo cattolico non ha proprio nulla da suggerire? E quanti appartenenti a esso facevano parte della multiforme congerie di nomi che riempivano, fino a confondere l’elettore, le schede di votazione? Tradita una gloriosa tradizione e tradito anche il pensiero ufficiale della chiesa che, specialmente in questi ultimi anni, si è ripetutamente e seriamente fatto sentire? Una storia che scotta fra le mani.
Inutile riportare i grandi e gravi insegnamenti del concilio Vaticano II e di tutti i papi post-conciliari senza eccezione, finendo a papa Francesco che, fra l’altro proprio in questi giorni, aveva condannato con parole di fuoco certi atteggiamenti che qualcuno vorrebbe far passare come auteticamente cristiani o, almeno, come più cristiani. Si tratta dell’atteggiamento qualificato come quello del “soprannaturalismo disumanizzante”, così descritto: “Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le decisioni che s’incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. È la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. ‘I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora’”. La citazione interna è di don Primo Mazzolari, Il prete rivoluzionario a cui papa Francesco era andato a far visita.
È vero che esiste anche il pericolo opposto (quello del terrenismo e della secolarizzazione), ma non possiamo dimenticare che lo spiritualismo intimistico e individualistico è una delle malattie più frequenti all’interno della comunità cristiana. Le parole dure ora riportate richiamano alla mente i versi infuocati di Charles Péguy, il poeta della speranza, dell’incarnazione e della città armoniosa, che così, a suo tempo, senza batter ciglio, scriveva:

“Non mi piacciono i beati
quelli che credono di essere della grazia
perché non hanno forza per essere della natura.
Quelli che credono di essere nell’eterno
perché non hanno il coraggio di
essere nel tempo.
Quelli che credono di essere con Dio
perché non stanno con le persone.
Quelli che credono di amare Dio
perché non amano nessuno.”

Occorre recuperare insieme la capacità sintetica suggerita dal concilio, quando affermva che “la dissociazione, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata fra i più gravi errori del nostro tempo. Non si crei perciò un’opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte e la vita religiosa dall’altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso e mette in pericolo la propria salvezza eterna”. Non si possono dimenticare parole forti come queste. Alla gerarchia compete il dovere di trasmetterle e farle accettare in nome di Dio e della chiesa; ai laici l’impegno concreto di “iscrivere la legge divina nella vita della città terrena”, “facendosi guidare dallo spirito del Vangelo”. Un bel programma per i giorni avvenire. Nessuno ha il diritto di trascurarlo e di metterlo in disparte in favore di altre scelte, da lui ritenute prioritarie. Non si tratta di semplici affermazioni personali e per questo discutibili e anche trascurabili, ma di orientamenti ufficiali della chiesa, che in tal modo ripete e traduce autoritativamente le parole del Vangelo per i nostri giorni. Non si tratta nemmeno di espressioni troppo forti o troppo “di sinistra”, per cui qualcuno potrebbe sentire il bisogno di edulcorarle o di mediarle. Il pluralismo è all’interno del principio ma il principio si impone a tutti.
Giordano Frosini

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