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“Un solo Signore”

Sono le parole con cui, in pieno regime nazista, un gruppo di teologi e cristiani “confessanti”, guidati dal grande Karl Barth, presero posizione, quasi come un giuramento, dinanzi alle provocazioni e alle persecuzioni dello stato tedesco, stretto da una delle più feroci dittature che la storia ricordi. Chi non ha dimenticato il clima di paura instaurato in Germania e presto esportato nei paesi alleati, fra cui l’Italia, sa bene di quale coraggio fossero animati coloro che presero parte a quella storica riunione. Non era in questione solo il posto di lavoro con il licenziamento o la libertà con il carcere o l’espulsione con l’esilio forzato: in gioco era la vita, perché il “signore” che comandava spargeva sangue e terrore dovunque arrivava il suo potere. Si ricordi soltanto il caso di Dietrich Bonhoeffer, che pagò con l’impiccagione in uno dei tanti lager della Germania la sua fede cristiana e la sua disubbidienza al regime imperante, che si ergeva a creatore indiscusso del diritto e della ragione. Il “signore” del momento, che con un atto di inimmaginabile superbia detronizzava il Signore e si collocava al suo posto. È storia di ieri, che nessuno (speriamo veramente nessuno) si sogna di ripetere, anche se purtroppo qualche segnale qua e là farebbe proprio pensare al contrario.
Un pensiero però che non sfiora nemmeno lontanamente chi scrive che, al termine di un’estate troppo calda in tutti i sensi, ricorda questi fatti, non per impaurire il lettore, ma per mettere in risalto il gesto di straordinaria coerenza di coloro che osarono ribellarsi contro un’opinione pubblica galvanizzata dalla propaganda e del tutto succube e allineata. Le piazze, non va dimenticato, erano piene di gente convinta, connivente e plaudente. Come fu possibile? Eppure la storia non si smentisce. Le foto sono lì a dimostrarlo.
Fra allora e ora una certa analogia esiste, lontana quanto si vuole, ma al fondo simile in certi suoi connotati e soprattutto in alcuni suoi effetti. Uno dei più grandi sociologi del nostro tempo, il polacco Zigmunt Bauman, con un suo stile personale che ha finito col convincere tutti, ha parlato della nostra epoca come di un’epoca liquida, che vuol dire mutevole, sdrucciolevole, senza fermezze e punti fermi, priva di leggi morali fisse e di valore universale e perpetuo. Oggi le persone semplicemente inventano, fanno da sé senza norme che li precedono, senza programmi che li coartino: un andazzo che sembra travolgere tutto, perfino la religione che non è più qualcosa che s’impone alla libera volontà, ma qualcosa che si sceglie a seconda dei gusti e delle preferenze, magari attingendo qua e là, come api che succhiano il loro miele da tutti i fiori che incontrano. Si parla per questo, con fondatezza, di “religione-fai-da-te”. Un dato di fatto, anche se sorprendente e sconcertante.
Un altro dato di fatto, meno visibile, ma certamente esistente e ormai diffuso a livello generale, è il pensiero debole. Si è partiti dalla filosofia, ci si è ragionato e scritto a diritto e a rovescio, ma, lentamente e senza che ce ne accorgessimo, ci ritroviamo tutti indeboliti di ragione e di pensiero. È la condizione liquida applicata alle facoltà razionali, tipiche dell’uomo. Una miscela paurosa, perlomeno pericolosa, quella che è nata dalla fusione di queste due caratteristiche del nostro tempo. La società liquida e il pensiero debole, per un verso e per un altro, facendosi forza a vicenda, completandosi nella loro unione, col contributo determinante dei mezzi di comunicazione sociale, asserviti alla mentalità del tempo e ai suoi dominatori, hanno finito col creare la figura tipica dell’uomo di oggi. Non sarebbe poco, nemmeno per noi, che vogliamo restare su un piano specificamente religioso. Il guaio è che, certamente anche con la nostra complicità e il nostro silenzio, le due tendenze hanno finito col creare anche il cristiano di oggi. Non tutti i cristiani, grazie a Dio, ma il cristiano medio, quello che s’incontra normalmente, magari anche nelle stesse nostre chiese e, qualche volta almeno, perfino nelle nostre associazioni, che pure sono destinate all’approfondimento, allo studio, alla consapevolezza, alla maturità.
È il cristiano che magari dice anche con orgoglio di essere tale, che ignora gli stessi fondamenti della propria fede, che non conosce e nemmeno legge il Vangelo o non ne trae un minimo profitto sul piano delle idee e della prassi, che ignora del tutto il pensiero sociale della chiesa, che alla voce di questa, perfino del papa (pure teoricamente ammirato ed esaltato) preferisce quello del leader politico del momento, che sui temi scottanti di oggi, come l’immigrazione, la povertà diffusa, la disuguaglianza scandalosa, ragiona come i non cristiani, sul filo del razzismo e della demagogia e comunque si comporta nella stessa maniera, che taccia di politicanti coloro che cercano di applicare il Vangelo ai problemi dell’uomo e della società, che pensano al cristianesimo come alla religione cosiddetta dell’anima, senza per niente incidere sulla vita personale e sociale. Forse all’inizio del nuovo anno pastorale c’è da riflettere seriamente sulla nostra situazione. Anche in casa nostra, la società liquida e il pensiero debole hanno bisogno di una energica cura.
Dai “signori” al “Signore” e non viceversa.
Giordano Frosini

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