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Riforma strutturale voluta dal Papa

Il quarto dei cinque discorsi che compongono il vangelo di Matteo è dedicato alla chiesa del tempo e alla chiesa di sempre. Quella che il testo ci fa intravedere non è affatto una comunità esemplare, come quella che ci presenta Luca nei tre sommari degli Atti degli apostoli. C’è però un particolare che merita di essere sottolineato perché, si direbbe, fa proprio al caso nostro: l’inserimento nel testo della parabola della pecora smarrita, che noi siamo abituati a leggere nella versione del terzo vangelo insieme alle parabole della moneta perduta e del figliol prodigo, riunite insieme per convincere il lettore dell’infinito amore misericordioso di Dio. L’intenzione del primo evangelista è chiara: la comunità cristiana ha certamente non poche cose da sistemare al suo interno, ma non deve dimenticare la sua responsabilità nei riguardi di coloro che nel frattempo hanno perduto il primitivo slancio e si sono allontanati da lei e dalla pratica religiosa. Si direbbe in termini attuali, essa deve pensare anche ai lontani, non chiudendosi al suo interno e aprendosi al suo esterno, diventando così una vera comunità missionaria. I lontani in quel caso sono esattamente coloro che avevano ricevuto e accettato il messaggio cristiano, ma poi si sono smarriti e allontanati, esattamente come è successo nei nostri paesi e nelle nostre città, dove gli attuali “fuorusciti” sono in genere battezzati nati e cresciuti all’interno di famiglie di tradizione cristiana. Siano quanti siano (fossero anche la quasi totalità), ci dice il testo, occorre lasciare le pecore sicure al caldo dell’ovile e mettersi alla loro ricerca, senza darsi pace finché non siano state ritrovate. Interessante e interpellante la domanda iniziale: “Che ve ne pare?”. La risposta è reperibile alla fine del piccolo racconto: qualunque cosa voi pensate, questa è la volontà di Dio, alla quale non potete venir meno.
Si diceva: siamo in piena attualità. Da tempo papa Francesco ricorda alla chiesa di oggi il dovere impellente e sacrosanto del suo impegno missionario. La chiesa deve uscire fuori dalle sue mura, dalle sue sicurezze, dai suoi problemi interni e affacciarsi al mondo, che sta al di fuori, sempre più secolarizzato, laicizzato, indifferente, incredulo, dimentico di quanto le nostre società una volta trasmettevano quasi automaticamente, attraverso le famiglie, i gruppi di appartenenza e il comportamento generalizzato. Una vera e propria folla, dinanzi alla quale la comunità cristiana strettamente intesa mostra la sua pochezza numerica e non di rado anche la sua insufficienza contenutistica.
Oggi come non mai, la chiesa ha il dovere di avvertire e far propria la sua vocazione missionaria. Essa esiste per evangelizzare, ci ripete con forza Paolo VI, non per riguardare se stessa ed esaurire le sue forze unicamente a suo uso e consumo. Ma se questi pensieri sono veri, c’è da chiedersi quanto il nostro comportamento corrisponde al suo ideale. Una domanda che interessa tutti quanti i battezzati, perché l’impegno di evangelizzare spetta all’intero popolo cristiano, ma si rivolge anzitutto ai ministri ordinati, chiamati a essere la guida sicura ed esemplare dell’intera comunità. Come da più parti si sta ripetendo, sono per questo in questione la formazione impartita nei seminari e l’aggiornamento continuo, che vediamo fedelmente praticato in tutti i settori della società e poco, pochissimo, nei nostri ambienti.
Parlando del futuro della chiesa, papa Francesco nella Evangelii gaudium, ha messo il dito sulla piaga ed è strano che si parli tanto di questo documento programmatico senza notare direttive così forti e impegnative: “La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di ‘uscita’ e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia” (n. 27). Se le parole hanno un senso, la conclusione dovrebbe essere questa: per venire incontro alle attuali esigenze, la chiesa ha una sola riforma da fare, quella che indica il papa con la sua consueta chiarezza e decisione. Come commenta S. Dianich, “la prima riforma che si impone alla chiesa sembra essere proprio quella di un deciso superamento nella mentalità del popolo di Dio dell’immagine di una chiesa che possa dedicarsi ai suoi fedeli, senza mettere in primo piano l’attenzione ai cattolici marginali, ai battezzati che hanno abbandonato la fede, così come agli uomini religiosi di altre religioni e ai non credenti”. La prima mossa da fare è quella della conversione comunitaria, perché, come ha detto felicemente papa Benedetto XVI, nella sua azione, “la chiesa non fa proselitismo ma si sviluppa piuttosto per attrazione”.
Diocesi, parrocchie e associazioni dovrebbero declinare in questo senso tutta la loro attività e tutte le loro strutture. E anche l’educazione dovrebbe andare in questo senso. Non basta la bontà per essere in grado di adempiere questo impegno: occorre una mentalità adeguata, il coraggio necessario, idee all’altezza della situazione, se necessario, anche la volontà di andare controcorrente.
Giordano Frosini

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