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Migrazioni: i quattro verbi di Papa Francesco

Li ha dettati il 21 febbraio di quest’anno, parlando ai partecipanti al Forum internazionale ‘Migrazioni e pace’. Sono: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, e nella loro laconicità, esprimono una scelta strategica che impegna indistintamente tutti coloro che partecipano alla sofferenza dell’umanità di oggi e hanno a cuore le sorti di quella del futuro. Anche se declinati secondo le proprie possibilità e disponibilità, essi portano in sé il timbro cristiano dell’amore e della carità e insieme hanno la capacità di parlare al cuore di ogni uomo che, al fondo, conserva sempre sentimenti di solidarietà per i più poveri e più infelici. Di questa virtù insieme umana e cristiana, possiamo ricordare ancora la bella definizione che di essa ha dato Giovanni Paolo II in una sua non dimenticata enciclica: “Non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine o lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti”.
Un sentimento, di per sé, comune a tutti gli uomini, come ci ricordano anche le culture pre-cristiane, che già riuscivano a parlare questo linguaggio. Purtroppo il veleno dell’individualismo, che si è così pesantemente inoculato nella nostra società, ha cambiato radicalmente pensieri e modi di essere degli uomini di oggi. Un forte regresso rispetto al nostro lontano passato, chiaramente ma invano rintracciato da coloro che indagano sul cammino della storia morale dell’umanità. Una vittoria scandalosa dell’egocentrismo e del proprio benessere, che da tempo dominano sovrani nella società dell’opulenza e del consumismo. E così rinasce spontanea in noi la domanda che ci mette dinanzi alle nostre responsabilità e alle nostre infedeltà: si è dunque esaurita la forza dirompente del messaggio cristiano, che pure era riuscito in pochi decenni a cambiare radicalmente i pensieri e i costumi degli uomini dei tempi passati? Da sempre l’amore, la carità, la solidarietà sono le caratteristiche distintive del messaggio cristiano, il segno di riconoscimento della comunità cristiana: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli”.
Inutile girare intorno alle parole: qui si impone un severo esame di coscienza, perché i conti non tornano. E non tornano in proporzioni non solo preoccupanti, ma addirittura drammatiche. In circostanze come quella che stiamo vivendo, la comunità cristiana dovrebbe essere capace di esprimere con forza ancora maggiore, rispetto alle situazioni normali, la sua testimonianza e la sua esemplarità sulla gente che la circonda. Ma non è affatto così. Perché una grande parte di essa, conquistata dagli slogan divulgati con tanta larghezza dai mezzi della comunicazione sociale e dall’opinione pubblica, si è allineata all’andazzo della gente che chiede soltanto di non essere disturbata nel suo quieto vivere, come non succedesse nulla, e non di rado almeno implicitamente si è fatta anch’essa portatrice di una mentalità pericolosamente inclinata verso il razzismo. A questo punto, un giornale che si professa cristiano e cattolico ha il dovere di gridare allo scandalo e di richiamare tutti alla propria coerenza. Ne va della nostra serietà. Non si è cristiani per gioco o per scherzo. Si rileggano le parole del racconto finale della storia umana: “Ero forestiero… e mi avete rifiutato!”.
Sono parole di Gesù, parole che ci ripete continuamente almeno papa Francesco, così tanto ammirato e così poco ascoltato. Meno, molto meno dell’ultimo imbonitore politico che con i suoi appelli sostanzialmente blasfemi spera di conquistare la maggioranza politica e andare al governo. Uno spettacolo avvilente e triste. Aggravato dalla convinzione diffusa anche in coloro che frequentano la messa domenicale che la questione di cui stiamo parlando è di carattere politico e che per questo la chiesa non se ne occupi e “pensi ai fatti suoi”. Quante volte e per quanti motivi, ci tocca risentire frasi come questa anche da parte di coloro che dovrebbero farsi portatori di idee diverse. Certo la questione è anche politica, perché va regolata secondo ordine e intelligenza, ma è anche, è soprattutto, di carattere morale e chi la tratta con spirito egoistico compie un peccato, di cui dovrà rendere conto a Dio. Chi tocca l’uomo tocca Dio, sua unica immagine e altra incarnazione di Cristo: “Qualunque cosa avete fatto agli altri l’avete fatta a me”. Il catechismo si impara da coloro che il Signore ha posto come maestri della sua chiesa, non dalla televisione o da certi giornali.
Un appello accorato, il nostro, rivolto a coloro che ancora si considerano cristiani, che riconoscono al papa la facoltà di interpretare autenticamente il messaggio rivelato, che non intendono vendere la propria fede e nemmeno il proprio cervello a coloro che continuano a ripetere insegnamenti lontani anni luce dal Vangelo consegnatoci da Gesù.
Giordano Frosini

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