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Il dialogo con le altre religioni e la missione della chiesa

Per chi vuole essere fedele alle disposizioni della chiesa, l’ordine del giorno della missione e dell’evangelizzazione va aggiornato. Abbiamo già ricordato che Paolo VI nel 1975 aveva chiesto di ampliare la tematica in questione includendovi il pensiero sociale della chiesa; ora dobbiamo aggiungere che Giovanni Paolo II nel 1990 aveva chiesto di fare altrettanto con il dialogo interreligioso. Purtroppo siamo ancora a lamentare il colpevole ritardo di gran parte della chiesa per l’una e l’altra richiesta, che invece dovrebbero avere il valore di un ordine preciso e obbligatorio. Non c’è ragione al mondo che possa giustificare questo ritardo. Esso è semplicemente un atto di disubbidienza, che reca un danno non indifferente alla vita della chiesa e un motivo di nuove divisioni, di cui non si sentiva affatto il bisogno.
L’enciclica Redemptoris missio di san Giovanni Paolo II afferma testualmente al n. 55: “Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa”. Certo, un dialogo che deve andare di pari passo con la convinzione dell’unicità della missione di Cristo e della chiesa, come i cristiani hanno sempre affermato e insegnato nel corso della loro storia. L’induismo, il buddismo, il musulmanesimo e le altre religioni non salvano, però si riconosce loro un’azione positiva nell’opera di salvezza. Già il concilio Vaticano II era stato con loro molto generoso, riconoscendo i valori di cui sono in possesso, in qualche caso addirittura assai prima del cristianesimo. Ma il documento di Giovanni Paolo II va oltre, riconoscendo loro il valore di “mediazione partecipata”, cioè subordinata rispetto a quella di Gesù Cristo e della chiesa, capace comunque di portare a salvezza coloro che l’accettano e la mettono in pratica. Un’affermazione preziosa che sarà confermata più tardi dal documento della Congregazione della Dottrina della fede Dominus Jesus, il quale sprona e incoraggia i teologi a proseguire la loro riflessione su questa linea. È il massimo riconoscimento che tutti i cristiani sono chiamati a tributare loro con convinzione e sicurezza.
Le conclusioni per i cristiani sono così chiaramente delineate: accettazione di questa ultima grande apertura teologica, dialogo sereno con tutti coloro che appartengono ad altre religioni, superamento di ogni spirito fondamentalistico ed esclusivistico, senza rinunciare naturalmente alle proprie convinzioni, ma approfondendole con lo studio e la riflessione, rimanendo aperti a eventuali suggerimenti e complementi, pronti soprattutto a recepire e imitare gli esempi che non di rado vengono offerti a molti cristiani stanchi e rinunciatari. Il dialogo è da intendersi come il metodo regale di ogni opera di evangelizzazione. Ci soccorrono per questo atteggiamenti di pastori come il cardinal Tettamanzi e il nuovo arcivescovo di Milano, che proprio in questi giorni ha preso possesso della sua diocesi con un fraterno saluto ai fratelli e alle sorelle di religione musulmana.
Anche l’Evangelii gaudium di papa Francesco ricalca le stesse linee. In particolare, queste raccomandazioni valgono oggi per i seguaci del musulmanesimo, presenti fra noi in maniera sempre più massiccia e significativa. Ci sono notizie false da smentire (lo ha fatto in questi giorni il direttore di Repubblica), notizie esemplari da diffondere, soprattutto c’è per tutti un richiamo alla carità verso coloro che hanno lasciato tutto per ritrovare altrove ragioni di vita e di speranza. Una linea di rispetto, di stima, di fraternità. Ci ha insegnato papa Benedetto e lo ha ripetuto papa Francesco, l’evangelizzazione non avviene per proselitismo, ma per contatto e attrazione. Come sempre, la comunità cristiana è invitata ad andare controcorrente, perché nella vecchia Europa, ce l’hanno confermato le recentissime elezioni in Germania, si sta diffondendo un clima di appena attutito stampo razzista e xenofobo. Che poi tutto questo si faccia in nome del Vangelo, per difendere, come si dice, i valori cristiani messi in pericolo dai nuovi sopravvenuti (i nuovi “barbari”), è veramente strano e aberrante. I valori cristiani si difendono attuando i comandamenti dell’amore, dell’accoglienza, della solidarietà, che formano la sostanza prima del Vangelo. Coloro che ne sono beneficiari oggi non potranno mai dimenticare l’accoglienza che siamo stati capaci di accordare loro. Ma, al limite, anche questo conta poco: l’essenziale per la coscienza cristiana è aver compiuto il proprio dovere e avere onorato la fede che ci qualifica e di cui vogliamo essere gelosi custodi.
“Il dialogo interreligioso e l’annuncio, anche se non allo stesso livello, sono entrambi elementi autentici della missione evangelizzatrice della chiesa”. La presenza delle altre religioni in mezzo a noi è una sfida posta alla nostra attenzione, la nostra fede messa alla prova, a livello di convinzioni e soprattutto a livello di vita. Due vie da percorrere insieme. Per l’apostolo Pietro, il cristiano è colui che è sempre pronto a dare ragione della propria fede e della propria speranza.
Giordano Frosini

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