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I poveri alla nostra porta

“C’era un uomo ricco che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti…”.
Da quando Gesù narrò la parabola con lo stesso linguaggio delle favole, i poveri del mondo hanno un nome, a differenza del ricco egoista che non merita nemmeno di essere ricordato (e siamo già agli antipodi della cultura moderna): si chiamano Lazzaro e giacciono esausti agli ingressi delle nostre case, coperti di piaghe, cenciosi e repellenti, bramosi di sfamarsi con quello che cade dalle laute mense che si consumano all’interno, ma inutilmente; i banchettanti escono rumorosi e allegri dalla loro ininterrotta e spensierata festa, addirittura meno partecipi dei cani, che almeno si inchinano a leccare le loro ferite.
È la storia dell’umanità, che continua da sempre e che assume particolari accenti di gravità ai nostri giorni. Inutile ripetere quanto tutti sanno molto bene sulla situazione della nostra società, dove la ricchezza si sta sempre di più accentrando su poche persone, sui popoli privilegiati, che scoppiano di superfluo e di grasso, mentre milioni e milioni di esseri umani muoiono di fame, di sete, di malattie, di miseria, di stenti. Un fenomeno che non riguarda soltanto i paesi del cosiddetto Terzo Mondo, del resto avvicinato fino alle soglie di casa dai moderni mezzi di informazione, ma è addirittura in mezzo a noi, ha preso domicilio nelle nostre città, nelle nostre strade, addirittura nelle nostre case. Proprio in queste ore i mezzi di comunicazione sociale stanno diffondendo, per la verità con una certa enfasi, la notizia che Roma è “anche la capitale della povertà”: una notizia che rimbomba più fortemente per chi crede che Roma sia anche la capitale del mondo cattolico.
Sono in questione soprattutto le periferie cresciute a dismisura nel disordine edilizio, ma la denuncia coinvolge anche i nostri paesi, i centri montani, i piccoli agglomerati, dove il progresso ha distrutto il passato e non è riuscito a costruire il futuro. La miseria si diffonde a macchia d’olio dovunque, perché dovunque e in mille modi si diffonde l’egoismo dell’uomo, la sete del guadagno, la mancanza di solidarietà, la ricerca del benessere a ogni costo, le conseguenze della nefasta ideologia del neo-liberismo e del capitalismo selvaggio. L’auspicato ideale della uguaglianza sostanziale, non solo non si è realizzato, ma si sta allontanando sempre di più dai nostri orizzonti. Cresce frattanto il pericolo della guerra che, come tutti sanno, avrebbe conseguenze tragiche per tutti, fino a mettere a repentaglio i destini stessi dell’umanità. Ma nemmeno la paura riesce a far capire che sono proprio l’ingiustizia e la mancanza di solidarietà, la vera causa della guerra.
Eppure sono duemila anni che le parole di Gesù hanno risuonato sulla terra. Quelle parole di fuoco e di condanna (nel senso di autocondanna!) sono forse morte sulle incantate colline della sua Palestina e non sono più capaci di scuotere l’uomo di oggi? E anche il mondo cristiano si è lentamente e forse inconsapevolmente allineato alle concezioni terrenistiche che ci stanno corrodendo e sommergendo?
Forse non è inutile ricordare ancora quanto più volte è stato detto, secondo le migliori interpretazioni del messaggio evangelico. Se è vero che l’avvento del Regno di Dio doveva segnare la fine delle povertà, si deve concludere che siamo forse di fronte a un fallimento storico del cristianesimo che iniziò il suo cammino duemila anni fa? Non lo pensiamo affatto perché la nostra storia è da sempre segnata dalla presenza di innumerevoli eroi della carità, ma un certo modo di vivere il cristianesimo nei nostri tempi lo potrebbe far pensare. Hanno dunque ragione gli ebrei che attendono ancora la venuta del Messia, dell’instaurazione del Regno, del compimento della salvezza?
Per la prima volta nella storia della chiesa si celebra una giornata mondiale dedicata ai poveri. Un richiamo salutare voluto da papa Francesco, che l’umanità intera ha imparato a salutare come l’interprete più alto della profezia della pace, della fraternità e della speranza. Ma ci duole dire che essa non è ascoltata nemmeno da tutti i cattolici, non pochi dei quali sono più sensibili ai messaggi provenienti da altre parti e da altre convinzioni, perfino negli stessi ranghi dirigenziali della chiesa.
Ci sono ideologie da cambiare, ma è il caso pure di rivedere seriamente certe idee che sembrano avere corso legale anche nelle nostre fila. Per esempio: i ricchi e i poveri ci sono sempre stati, i poveri sono poveri per loro colpa, le immigrazioni sono la causa di tutti i nostri mali, chi parla un certo linguaggio (cominciando dal papa) è un comunista, pensiamo a star bene noi poi penseremo anche ai poveri, la felicità sta nel benessere e nella ricchezza, la chiesa pensi alle questioni dell’anima, le tasse non sono un problema morale… Qualche tempo fa usciva un volume di un economista indiano, evidentemente, giudicando dal nome, di religione musulmana, così intitolato: Un mondo senza povertà. Lo chiamano il banchiere dei poveri che è stato insignito del premio Nobel nel 2008. Una cosa che ci fa immenso piacere, ma non possiamo rassegnarci al fatto che lo Spirito Santo parli più forte nei non cristiani che nei cristiani.
Giordano Frosini

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