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Anche la Liturgia è oggetto di discussione

La prima manifestazione della crisi di fede, o almeno l’aspetto suo più visibile, è l’abbandono abituale della messa festiva. Come ci è stato più volte segnalato, il fenomeno diventa sempre più preoccupante specialmente nel mondo dei giovani, dei quali ormai soltanto una piccolissima percentuale continua a compiere questo elementare atto di fede religiosa. Così ci dicono inchieste sostanzialmente serie, così ci conferma, senza necessità di ulteriori intermediari, la nostra esperienza diretta. Se domandiamo i motivi di questo abbandono, la prima risposta che ci viene data è che le celebrazioni della chiesa sono uggiose, ripetitive, monotone, senza mordente, in parte anche inintelligibili e perfino tristi. La correttezza dei gesti, l’uso della lingua volgare, la fedeltà rubricistica non riescono affatto a eliminare queste lacune che attualmente si avvertono più facilmente che nel passato. Forse le ricerche in atto per la celebrazione del Sinodo sui giovani ce lo diranno meglio e in modo più ragionato, ma l’impressione che in questo campo occorra il coraggio di profonde trasformazioni, anche oltre certe indicazioni del concilio sembra ben fondata. Gli interventi di papa Francesco vanno abbastanza chiaramente in questa direzione. In questi giorni, sottolineando contro i soliti nostalgici che “la riforma liturgica è irreversibile”, egli ha di nuovo affermato che “per sua natura la liturgia è ‘popolare’ e non clericale, essendo – come insegna l’etimologia – un’azione per il popolo, ma anche del popolo”. Più che tornare indietro, si tratta allora di andare avanti, non rivedendo le scelte fatte, “quanto di conoscerne meglio le ragioni sottese, come di interiorizzarne i principi ispiratori”. È necessario per questo togliere dalle nostre liturgie quella certa patina della clericalità e renderle più partecipate dal popolo che non ha soltanto la funzione di assistente.
Crediamo che per questo la prima cosa da fare sia l’ulteriore riduzione delle messe, che vanno preparate volta volta e non improvvisate. Ricordiamo che il detto “meno messe e più messa” era un titolo dell’Osservatore Romano di alcuni anni fa. Ogni messa dovrebbe essere un evento, un avvenimento, un fatto straordinario, se appena appena siamo convinti delle ricchezze teologiche, spirituali e pastorali che essa contiene. Certamente va messa al sicuro anche l’osservanza precisa delle rubriche sostanziali, ma, in contemporanea, va valorizzato l’elemento partecipativo, creativo, spontaneo del popolo orante. Si è dato nel passato molto spazio all’azione del cerimoniere, non si è invece pensato alla funzione di un animatore preparato e competente. In questo passaggio (dal cerimoniere all’animatore) è possibile riscontrare una necessità che si impone ai nostri giorni. Un animatore invisibile ma illuminato, in possesso anche delle tecniche messe oggi a nostra disposizione: le attenzioni e le risorse non sono mai sufficienti per un atto così importante come la celebrazione di una messa. A questo servizio potrebbero essere riconosciute nel futuro anche la dignità e le caratteristiche di un ministero vero e proprio.
Una cosa da raccomandare fortemente per le nostre celebrazioni è la creazione di un clima di festa e di gioia, che chiama in causa anche la fantasia, l’invenzione, la creatività, senza che tutto questo urti e disturbi la severità della norma stabilita dalla tradizione e dalla competente autorità. È sempre possibile infatti coniugare sapientemente spontaneità e legge, libertà e regola, fantasia e tradizione. Una fatica in più, ma una fatica benemerita perché il popolo cristiano trovi nei suoi incontri quel sentimento di pienezza e di ricarica di cui oggi ciascuno ha particolarmente bisogno.
Chesterton affermava che la gioia è il grande segreto del cristiano, ma da più parti, a volte anche con espressioni sferzanti, ci viene rimproverato che certo nostro modo di vivere, di comportarsi, di celebrare, è freddo, noioso, distaccato, assente. La prima smentita dovrebbe essere la messa, l’assemblea in cui la chiesa realizza e esprime pienamente se stessa. Forse il contatto con altre tradizioni liturgiche o tipi di accoglienza potrebbero indicarci qualcosa per migliorare i nostri riti. I tempi sono profondamente cambiati, dobbiamo prenderne atto, con l’aiuto di coloro che si aprono ora alla vita. Le tendenze, le preferenze, le scelte non sono più quelle di prima. Non è certo colpa dei giovani se essi sono diversi da noi. Quante cose ha spazzato via la mentalità post-moderna che in pochi anni ha preso saldamente possesso dei nostri paesi. Non è affatto una inesattezza interpretare i loro abbandoni come un segno dei tempi, come un richiamo urgente che ora ci interpella.
La teologia sta riflettendo sulle vie di accesso che anche la post-modernità offre al messaggio evangelico. Il Signore è al di sopra dei tempi e le sue parole hanno il valore dell’eternità. “Cristo ieri e oggi. Egli è lo stesso nei secoli”. Bisogna prenderne atto e trarne coraggiosamente tutte le conseguenze. Non nel rimpianto, ma nella serenità e nell’entusiasmo. Con lui la chiesa cammina nella storia.
Giordano Frosini

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