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L’avvento, il tempo tra due venute

L’incanto del Natale ritorna puntualmente appena cominciano i freddi dell’inverno e i monti si ammantano delle prime nevi. Un fascino sempre nuovo anche se antico, come i presepi che lo narrano, i canti che lo celebrano, le luci che lo riscaldano. L’Avvento è l’inizio ufficiale di questa attesa, con il ripetuto invito all’intera comunità cristiana a oltrepassare le pur preziose suggestioni del sentimento e a interpretare e vivere l’evento con lo sguardo penetrante della fede. Tempo di attesa e di speranza, tempo di forti pensieri e di profondi richiami che, strappandoci dalle usuali preoccupazioni quotidiane, ci riportano alle grandi visioni della storia della salvezza, nelle quali è segnato il cammino dell’umanità verso la sua destinazione finale. La parola di origine latina indica infatti un avvenimento, un fatto, un evento, inciso a caratteri indelebili nel grande libro delle vicende umane. Più precisamente esso significa “venuta”: la venuta sorprendente di un bambino nell’umiltà della grotta di Betlemme, la cui vicenda rimanda però a una seconda venuta, questa volta nella gloria e nello splendore, quando i tempi arriveranno alla loro pienezza e il Regno annunciato e instaurato sarà giunto alle dimensioni stabilite.
È così che la storia che noi percorriamo con i nostri passi, con tutte le storture che sembrano sommergerci, ma anche con le splendide pagine scritte dai seguaci di quel bambino, è come costretta fra due venute. Il tempo di un’attesa compiuta e di un’attesa che si apre, di una speranza realizzata e di una speranza rinnovata, di una salvezza iniziata ma che rimanda oltre perché incompleta. “Salvi nella speranza”, dice con impareggiabile sinteticità e altrettanta precisione l’apostolo Paolo. Viviamo nel provvisorio, nel temporaneo, nella sospensione, nell’attesa solo in parte realizzata. “Già e non ancora”, hanno detto i teologi con una espressione che ha fatto fortuna e merita di essere continuata. O anche “inter tempora”, nel frattempo, nel segmento, nella limitazione.
Conoscere il segreto della storia è certamente importante, perché qualifica e definisce la nostra situazione e soddisfa i nostri pensieri, ma non è tutto. C’è ancora qualcosa di più da sapere e soprattutto da fare. Perché questo spazio intermedio va riempito con la nostra attività e operosità, arricchito con le nostre opere buone, impreziosito dalla nostra sollecitudine. Il tempo dell’attesa è anche il tempo concesso all’umanità perché con Dio prenda parte attiva alla preparazione dell’evento finale, secondo quanto il Creatore aveva stabilito fin dall’alba della creazione. Il Signore è partito per un paese lontano, come ci hanno raccontato le belle parabole delle ultime domeniche dell’anno liturgico. E nel partire ha distribuito tanti doni all’umanità: questi doni non vanno nascosti sottoterra, ma vanno fatti fruttificare nei campi di lavoro che il Signore ha affidato in parte a tutti gli uomini, nella loro pienezza ai cristiani, che per definizione sono “coloro che sanno”, coloro che conoscono i segreti della storia. Si tratta anzitutto dell’evangelizzazione, perché tutti i popoli di ogni tempo e di ogni luogo hanno diritto a conoscere l’Evangelii gaudium, il lieto annuncio della salvezza; in secondo luogo, della formazione di una società rinnovata dall’amore, liberata dai vincoli mortali dell’egoismo, più umana, più aperta, più giusta, più fraterna, più solidale; in ultimo, del compimento della creazione, un giorno lontano affidata all’uomo come un dono e come un compito. Un universo incompleto: ci sono ancora infinite ricchezze da scoprire e valorizzare, ci sono ancora molti mali da estirpare. Perché Dio è per essenza il nemico del male, di ogni male, l’Anti-male. Nessun male, nemmeno la morte, potrà essere presente nella Città della fine.
Questo commento dell’Avvento, del Natale, della vocazione cristiana in generale, nasce dalla lettura approfondita dei documenti del concilio Vaticano II, che aprono al credente prospettive nuove e suggestive verso queste infinite direzioni. Non basta applicare i magnifici testi della liturgia dell’Avvento alla propria vita spirituale, anche se evidentemente questa deve godere di un’attenzione privilegiata e particolare. L’uomo è collaboratore di Dio nell’opera di salvezza: una dignità e una responsabilità incomparabili, che formano uno degli strati più profondi e più benemeriti dell’insegnamento conciliare e che il nostro popolo ancora non conosce.
Il rischio è quello di ridurre il cristianesimo a una piccola e limitata sfera di astratta spiritualità, privandolo in tal modo di pensieri e orientamenti di fondo capaci di galvanizzare l’attenzione dell’uomo di oggi, in particolare dei giovani che, per accendersi di entusiasmo e di ardore, hanno bisogno di impegni forti e di grandi ideali. Le pagine conciliari contengono espressioni coraggiose e luminose in questo senso. Una meravigliosa catechesi che renderebbe certamente più serio il Natale, troppe volte svilito in un sentimentalismo vuoto e senza conseguenze.
A queste profondità è evidente che l’Avvento non dura soltanto quattro settimane, ma tutta la vita, anzi per tutta la storia. L’intero tempo che ci rimane è Avvento, attesa e preparazione della seconda venuta, quella che, anche per la collaborazione dell’uomo, porrà fine alla salvezza, cui stanno ponendo mano cielo e terra.
Giordano Frosini

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