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La crisi del lavoro

Una crisi molteplice, ma senza dubbio la più profonda, la più radicale, è quella della perdita di senso. Come in tutte le cose e in tutte le sua attività, l’uomo secolarizzato e tecnicizzato conosce bene il come, il funzionamento, l’uso, ma ignora il perché, il significato, la motivazione, la ragione. La denuncia dei filosofi (e dei teologi) è stata condivisa anche dai sociologi e, più recentemente, dai sindacalisti più attenti ai cambiamenti culturali del nostro tempo. Si potrebbero citare non poche opere che parlano di questo fenomeno, il quale chiama in causa i maîtres à penser (scuole, uomini di cultura, pubblicisti di ogni genere e grado) del nostro tempo. Il vanto di certe ideologie, appartiene totalmente al passato. Oggi il lavoro è inteso sostanzialmente come mezzo per ottenere il necessario per vivere e una dura legge a cui sottomettersi per giungere alla sosta, al relax, alla vacanza, al quieto vivere. Un senso conosciuto bene dagli antichi latini, per cui il lavoro era semplicemente la negazione dell’otium: nec-otium, il vero valore è l’ozio, il lavoro è la sua privazione, dunque un impoverimento, una negatività.
Il pensiero cristiano ha una lunga tradizione in contrario. Il lavoro è stato sempre la realtà terrestre più studiata dalla teologia, che in questo campo ha creato autentici capolavori. L’apostolo Paolo aveva affermato con decisione: “Chi non lavora non mangi”; una frase che Stalin, forse memore dei suoi studi in seminario, aveva trasferito tale e quale nella costituzione russa. Il concilio Vaticano II ha insistito molto su questo tema, riassumendo il suo pensiero in una frase, che dovrebbe rimanere nella mente di ogni cristiano e che, anzi, dovrebbe divenire il titolo di lunghe e preziose riflessioni, le quali renderebbero all’attività umana il valore che si merita: “Con il lavoro, l’uomo provvede abitualmente al sostentamento proprio e dei suoi familiari, comunica con gli altri, rende un servizio agli uomini suoi fratelli e può praticare una vera carità e collaborare attivamente al completamento della divina creazione”. Altrove lo stesso concilio completa il suo pensiero affermando che il lavoro, prima di trasformare la realtà, trasforma l’uomo stesso, mette in esercizio e sviluppa le sue facoltà, lo rende libero e indipendente, soddisfatto e orgoglioso della sua opera e della sua bravura. Un fatto eminentemente umano. Il pigro, il nulla-facente, è una larva d’uomo, un peso morto inutile, che si intorpidisce sempre di più, fino a rimorire in se stesso, vittima della sua inedia e della sua pigrizia mortale. “Di qui – è ancora il concilio che parla – per ciascun uomo il dovere di lavorare fedelmente, come pure il diritto al lavoro”. E siamo ai nostri giorni.
La disoccupazione è uno dei nostri mali più gravi. Una società che non riesce a trovare un lavoro per tutti (per tutti, senza la minima concessione alle cosiddette disoccupazioni strutturali!) è una società fallita, che manca a una delle sue responsabilità principali e che per questo deve rivedere in profondità gli interi ingranaggi del suo sistema e delle idee che stanno alla base. Sono le ideologie dell’egoismo, del sopruso, dell’ingiustizia fattesi avanti con l’avvento dell’industria e degli sviluppi tecnici dell’età moderna. Che si chiamino capitalismo selvaggio o liberismo assoluto o neo-liberismo o in altra maniera, non ha molta importanza. Sono ideologie di morte, che la chiesa e, si direbbe, il senso comune, hanno condannato e continuano a condannare, con scarsi risultati. Intanto sta crescendo l’ira dei poveri e, in contemporanea, anche l’ingegno malefico di coloro che cercano soltanto la massimizzazione dei loro profitti. Di questo passo il futuro non promette niente di buono.
E il discorso non finisce qui. Atto umano per eccellenza, il lavoro dev’essere protetto in tutto il suo esercizio, perché sia degno dell’uomo e rispecchi tutta la sua personalità e i valori di cui egli è portatore. Deve avvenire in condizioni di sicurezza, di protezione, di garanzie, di attenzioni fisiche e morali, dev’essere ben remunerato, perché il lavoratore possa provvedere ai bisogni personali e familiari, presenti e futuri, compiuto in un clima di serenità e di vera collaborazione, con le iniziative che un autentico spirito di solidarietà può suggerire, come non poche volte è avvenuto nel nostro recente passato. Utopia? No, ma soltanto grande rispetto per la persona umana, da considerare come la realtà più grande, più importante, più sacra dell’intera creazione. E della partecipazione alla gestione dell’azienda, su cui insiste il pensiero sociale della chiesa e ha trovato posto anche nell’articolo 46 della nostra Costituzione, cosa ne facciamo? Non si tratta di un soprappiù, ma di una iniziativa degna di una grande civiltà, in cui il lavoro dipendente trova l’ultima formula di rispetto per chi lo compie e, se è ben realizzata, giova al lavoratore e insieme al suo lavoro. Per arrivare a queste conclusioni, quanto dovremo ancora continuare a sognare?
Giordano Frosini

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