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La persona umana anzitutto

Mi diceva qualche tempo fa un amico laicista che era stato rimproverato da un suo collega, evidentemente della stessa corrente, perché in un suo scritto aveva usato il termine persona, invece dell’espressione loro propria di cittadino. Per parte mia riconoscevo la bontà della distinzione, perché la parola persona ha una sua origine propriamente cristiana ed è bene che non la usi chi non ne condivide il significato profondo in essa contenuto. Un significato ricchissimo, profondo, approfondito da una lunga storia gloriosa e benemerita, che ha avuto come teatro l’Europa, da cui col tempo si è diffusa per il mondo intero. Lo sa bene chi ha avuto qualche contatto con le culture orientali, dove il concetto di persona non esiste e sembra sostituito con quello di massa, di insieme, di moltitudine, di appartenenza. Non è il singolo che conta ma il numero.
Non è facile però riconoscerne e rispettarne tutti i dati che lo costituiscono e ne fanno una delle parole più belle e più significative del nostro vocabolario. Qualcosa di grande, di straordinario, di sacro. Per il cristiano l’uomo è l’immagine di Dio, il suo sostituto e partner sulla terra, l’icona che lo rende presente conservando le caratteristiche essenziali della sua origine. Di Dio egli ha la consistenza, la costituzione, la struttura, la statura spirituale. Chi colpisce la persona colpisce Dio, chi la ama ama Dio; addirittura tutto quello che si fa nei suoi riguardi Dio lo considera fatto a sé. Essa rimane il centro dei pensieri, delle preoccupazioni, delle iniziative dell’uomo: per Giovanni Paolo II la persona è la via fondamentale della chiesa. Niente le è superiore, se non Dio, cioè il prototipo di cui è l’immagine. Sempre fine e mai mezzo, l’intera creazione è come inginocchiata dinanzi a lei. Così la politica è per l’uomo, l’economia per l’uomo, la finanza per l’uomo, tutta l’attività umana è finalizzata al suo bene e al suo benessere. Accanto ai doveri, egli ha dei diritti inalienabili, riconosciuti teoricamente dai popoli civili, ma molto spesso negati nella realtà. Il peccato comincia quando le cose vengono distorte dal loro ordine e si rivolgono contro di lui, quando prevale l’egoismo, l’istinto di sopraffazione, la violenza dei singoli e delle comunità, quando l’odio prevale sull’amore e le forze istintive sulla ragione e sulla fede.
Parlare dell’uomo, ci insegna un altro papa, Paolo VI, significa parlare di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Egli è un microcosmo che unisce insieme il mondo materiale e il mondo spirituale, il corpo e l’anima, la storia e l’eternità: chi parla di lui e tratta con lui non può dimenticare nessuno dei due aspetti che lo costituiscono e lo definiscono: ambedue sono importanti e sacri e la società ha il dovere di riconoscerli e rispettarli entrambi. Si dà per scontato il valore dello spirito ed è normale che sia così, ma anche il corpo con tutte le sue esigenze ha un altissimo valore: il materialismo è certo condannabile, ma anche uno spiritualismo malinteso e disarticolato dal contesto non ha nessuna possibilità di essere giustificato e, come la storia ci insegna, è foriero di disordini, di sommosse e di rivoluzioni.
Ma lo sguardo si allarga a tutti gli uomini, nessuno escluso, per nessuna ragione. Val più una persona umana, anche piccola e apparentemente insignificante, che l’universo intero. Fortilizio inespugnabile in se stesso, l’uomo si realizza in comunità concentriche sempre più vaste, dalla famiglia allo Stato, alla comunità internazionale. Persona e comunità sono inscindibili fra loro. Da sola, senza aperture, senza dialogo, la persona umana si sclerotizza e muore in se stessa. Il Dio di cui è immagine è infatti il Dio trinitario.
Tutti gli uomini, senza distinzioni e senza preferenze, il che equivale a dire che le attuali scandalose differenze fra alcuni privilegiati e tutto il resto, come anche i diversi trattamenti usuali nelle nostre società (si pensi soltanto ai concorsi) sono da condannare senza appello. Per la verità, una preferenza ci deve essere, ma rovesciando i termini e dando la precedenza ai poveri di qualunque genere e specie. Il cristiano, come Dio, ama particolarmente coloro che non contano, gli emarginati, gli esseri delle periferie, i dimenticati. E chiede alla società che ogni iniziativa parta da loro, in loro favore, perché le povertà siano combattute su tutti i fronti e al posto degli invincibili egoismi regni la solidarietà, l’uguaglianza sostanziale, l’amore, la carità. Le tasse non possono essere uguali per tutti, i passaggi anche ereditari vanno sottoposti a rigorosi controlli, i ricchi devono essere capaci di rinunciare a parte dei propri averi per venire incontro ai bisogni dei meno avvantaggiati nella società. Gli ideali devono essere un lavoro per tutti, una sussistenza e una sufficienza generalizzate, un benessere condiviso, senza patenti esagerazioni né in un senso né nell’altro. E non tutti i politici la pensano così. Anziché fuggire dalle proprie responsabilità, il tempo di elezioni è l’occasione per ripensare seriamente a queste cose.
Giordano Frosini

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