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L’iniqua disuguaglianza

Era il 1971 e l’allora pontefice Paolo VI, per ricordare l’ottantesimo anniversario della Rerum novarum, che aveva segnato l’inizio del pensiero sociale della chiesa nei tempi moderni, pubblicò sul tema un documento che, per la forma e il contenuto, rimane uno fra i più belli e più centrati che noi possediamo. Un documento avveniristico, che proprio per questo ritorna alla mente per giudicare quanto sta succedendo, in forme sempre più gravi e preoccupanti, ai nostri giorni. Alludiamo alla questione delle disuguaglianze che sempre di più sta assillando l’opinione pubblica e in particolare il mondo cristiano, per le conseguenze deleterie e minacciose che essa sta producendo in seno alla società non solo locale ma del mondo intero. Guardando verso il futuro, il papa indicava allora con sensibilità profetica i due orientamenti complementari da perseguire ai fini di un avvenire collettivo pacifico e ordinato: la partecipazione e l’uguaglianza. Il secondo termine in questione destava allora (e può destare anche ora) qualche perplessità per la sua durezza che, nel clima allora particolarmente teso nella polemica anticomunista, poteva generare (e in qualcuno generava) qualche sospetto. Comunque il papa, che del resto tutti conoscevano come un autorevole interprete dei principi tipici del cattolicesimo democratico e certamente non allineabile alle posizioni del socialismo reale, usava proprio questa parola: uguaglianza, che è qualcosa di più e di più preciso della semplice somiglianza. La democrazia guarda tutti i suoi componenti con la stessa considerazione di fondo, sostanzialmente unica e paritaria: non ci sono privilegiati di sorta e le disuguaglianze, certamente inevitabili e anche necessarie per il retto funzionamento della società, non devono oltrepassare i limiti della decenza. Se va oltre, si entra inesorabilmente sul terreno del disordine, e di uno dei disordini più ingiusti e pericolosi, contro cui la normale sensibilità umana reagisce con forza e, se necessario, anche con violenza.
Adesso, cosa è successo da allora? Qualche anno fa, esattamente nel 2013, un economista francese, Thomas Piketty, pubblicò un libro che fece scalpore nel mondo intero, intitolato Il capitalismo del XXI secolo, tradotto in molte lingue, compreso l’italiano. In seguito, tante altre pubblicazioni, fra cui anche una recente dello stesso autore, hanno continuato a ripetere il pericolo mortale che noi stiamo covando coi nostri comportamenti: gli effetti disastrosi che stanno venendo fuori, fra cui soprattutto l’aumento progressivo della ricchezza da una parte e della povertà dall’altra, sono una mina vagante per l’avvenire dell’umanità nel suo complesso. È chiaro che, su uno sfondo ben determinato e delimitato, la ricchezza e la povertà sono in proporzione inversa: la crescita di una di esse significa anche la crescita dell’altra.
È inutile riportare qui le cifre di questo scandalo crescente. Sono cifre note a tutti, come nota a tutti è anche la reazione che sta crescendo nell’opinione pubblica che assiste spaventata (e abbastanza passivamente) al triste spettacolo. La ricchezza mondiale è in mano a pochissimi individui e, su un piano più esteso, a pochissimi popoli. Naturalmente tutto questo non è avvenuto, e non continua ad avvenire, senza gli egoismi, le sopraffazioni, le ingiustizie, di cui gli uomini da soli e in collettività sono maestri specializzati. Il problema va visto e possibilmente sanato alla radice: c’è bisogno di una grande riforma economica, magari tenendo anche presente che il denaro non è la sola ricompensa che si può mettere in atto per premiare quelli che hanno maggiori meriti nella società. Questo criterio economicistico non è certo ispirato ai grandi principi del Vangelo e nemmeno della ragione umana. Invocare per questo una maggiore responsabilità è un’arma a doppio taglio, perché tutti coloro che lavorano, anche quelli che erigono una casa o costruiscono una ferrovia, hanno le loro responsabilità.
Ma purtroppo il discorso non finisce qui. Ci sono anche altri fenomeni di disuguaglianza che urtano la sensibilità degli interessati, cioè di tutti i cittadini del medesimo Stato. Si pensi ai posti di lavoro, specialmente in alcuni settori, ai concorsi evidentemente truccati, alla designazione di certi incarichi particolarmente importanti e particolarmente ricompensati. Basta camminare per le strade per sentire quanto questo modo abbastanza generalizzato di comportarsi sta  montando l’ira e lo sgomento generali. Noi veniamo da un tempo in cui tutti gli appartenenti al partito dominante, di riffe o di raffe, si prendevano tutti i posti disponibili, anche quelli collocati in un sottoscala; tutti sappiamo che da data immemorabile  i prescelti appartengono alla stessa famiglia, sono amici diretti o amici degli amici, e si vada dicendo. La competenza non vale quasi nulla, anzi a volte proprio nulla. E così le società si sfasciano e vengono meno a uno dei lori impegni fondamentali. Chi porrà rimedio a tutto questo? A quanto pare le leggi non bastano. Ci vuole una radicale conversione morale. Ma chi “pon mano” a ella?
Giordano Frosini

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