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Riflessioni ecclesiali in clima elettorale

Non si tratta di un richiamo al voto personale che, come sempre, è un problema di coscienza illuminata dalla ragione e dalla fede. Ma di qualcosa che riguarda l’intera chiesa locale, anzi, a quanto pare, l’intera chiesa nazionale. La quale si presenta a questa data con le mani vuote, con la coscienza pesantemente gravata da un peccato di omissione. Ridiciamolo ancora per non essere fraintesi: non si tratta di mancanze su impegni politici concreti, ma di una trasgressione che riguarda la chiesa come tale. I documenti degli episcopati italiani hanno giustamente sottolineato la fine di ogni forma di collateralismo, nel rispetto assoluto dell’autonomia delle attività umane, compresa quella nobilissima della politica, ma insieme hanno altrettanto giustamente ricordato, direttamente ai cristiani e indirettamente agli altri, i1 contenuto del suo insegnamento sociale, praticamente l’unico rimasto in piedi dopo la fine delle ideologie moderne. Un insegnamento nato dal Vangelo applicato alle concrete situazioni della storia, che ha già mostrato più volte la sua carica riformatrice e provvidenziale in un mondo spesso dominato dalla superficialità, dagli egoismi, da una più estesa mancanza di solidarietà. Un supplemento d’anima prestato a un’attività continuamente tentata dagli interessi immediati e dalla brama di potere e mai così generalmente sottostimata e criticata come ai nostri giorni.
Un’occasione d’oro offerta alla comunità cristiana per far conoscere il suo pensiero e così prestare il suo disinteressato contributo per il progresso e il benessere della società, come aveva solennemente annunciato il concilio Vaticano II. Invece è accaduto proprio il contrario. Gli anni del fervore dell’immediato post-concilio e successivamente del primo convegno delle chiese italiane (quello del 1976), di fatto, come fu detto, una traduzione del messaggio conciliare in lingua e in chiave italiana, sono ormai un lontano e sbiadito ricordo. Da allora, nonostante i reiterati inviti dei diversi papi succedutisi sulla cattedra di Pietro, le cose sono andate progressivamente peggiorando, salvo qualche lucido intervallo di tempo e di luogo senza conseguenze. Morte le scuole di formazione sociale, morti i corsi di aggiornamento organizzati su scala diocesana, morti i richiami a un’attività che è da considerarsi come parte integrante, anzi essenziale, dell’evangelizzazione. La ricerca delle cause è presto conclusa: o si è fatto del proprio pensiero negazionista una legge vera e propria oppure si è ceduto alla pigrizia, cullata anche da un disinteresse diffuso e generalizzato. Difficile dire quale sia la peggiore e la più sconcertante; certo il perdurare della prima, lasciata sopravvivere come se avesse corso legittimo e benedetto, non può non meravigliare coloro che amano allinearsi alle direttive della chiesa, raramente così chiare e così esplicite.
La chiesa vive nella storia, esercita il suo ministero all’interno delle società umane, fa proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini” di ogni tempo e di ogni luogo, come si dice all’inizio di uno dei grandi documenti del concilio Vaticano II. Una chiesa spiritualistica (come, del resto, una chiesa totalmente immersa nelle realtà sociali) non è la chiesa del concilio, né la chiesa di Gesù Cristo. La storia le ha condannate tutt’e due, si direbbe senza possibilità di appello. È proprio tanto difficile trovare un giusto equilibrio fra due tendenze in questione? Il richiamo per tutti ai documenti ufficiali è indispensabile e cogente, il pluralismo attualmente in uso non può e non deve continuare.
Il fatto che la chiesa non prende parte per nessun partito non significa che tutto vada bene e che non esistano errori da evitare e indicazioni positive da adottare. Non ogni forma di pluralismo è accettabile e, si voglia o no, quando qualcuna di esse è adottata dai responsabili della comunità, meravigliano alquanto e scandalizzano anche coloro che sono fuori della chiesa. Il ritorno ai giusti limiti si impone a tutti, ricordando che il pluralismo per il cristiano, né in questo né in altri campi, può mai essere illimitato. La libertà è possibile all’interno della cornice, ovverosia dei principi, mai al di fuori.
La crisi attuale della politica, che non accenna affatto a diminuire, anzi trova sempre nuove motivazioni per continuare la sua discesa verso il baratro, è un incentivo in più a tornare sui propri passi. Se le forme antiche non vanno più bene, se ne cerchino delle nuove: l’essenziale è ricordare efficacemente che quello di cui stiamo parlando è un dovere tassativo della pastorale ordinaria di chiunque intenda lavorare nella chiesa. Ognuno naturalmente dal proprio posto e secondo il tipo e la variazione delle proprie responsabilità.
La responsabilità è di tutti nessuno escluso se, appena appena, abbiamo in mente la sinodalità della chiesa.
Sarebbe certamente opportuno che nella formazione, negli incontri, negli aggiornamenti, nella valutazione, nelle scelte, anche questo criterio venisse tenuto nella debita considerazione. Ai nostri giorni ci stiamo giocando un pezzo del nostro futuro. “Errare humanum, perseverare…”.
Giordano Frosini

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