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Riflessioni pasquali

Anche se mediocremente informato, il cristiano sa che la pasqua è l’evento più grande dell’anno liturgico. Nostro dovere, per noi e per gli altri, è riviverlo nel suo vero significato. Il linguaggio va aggiornato al nostro tempo, non per cambiare la fede, che rimane sempre la stessa, ma per renderla credibile e comprensibile agli uomini e alle donne di oggi. Da tempo si parla della necessità di passare dal cristianesimo pre-moderno a quello moderno, che la teologia sta cercando di mettere a fuoco e la pastorale, di conseguenza, dovrebbe saper realizzare. È un impegno di cui ci dovremmo ricordare almeno ogni volta che ci accingiamo a celebrare le ricorrenze principali.
La pasqua è anzitutto la festa della nostra liberazione, come si dice con parole più misteriose, della nostra salvezza e della nostra redenzione, l’evento che ci ha riaperto le porte del paradiso, il giorno della riconciliazione dell’umanità allontanatasi da Dio col proprio peccato, cioè il peccato originale e il peccato del mondo che, come una enorme valanga, portatrice di distruzione e di morte, sta sommergendo sempre di più tutti e tutto. Si dice che Gesù ha pagato per l’umanità peccatrice questo riscatto con la sua passione e la sua morte. Ma proviamo a ripetere la stessa cosa senza ricorrere a espressioni mitiche e desuete, ormai incomprensibili. In realtà, Gesù non ha pagato nulla, perché Dio non aveva nessun bisogno di essere placato dalla sua ira col sangue del proprio figlio: egli è la bontà e la misericordia, il padre che non sa fare altro che perdonare e aspetta con ansia il momento felice di riabbracciare il figlio, finalmente in cammino verso la sua casa.
Proviamo a dire la stessa cosa con altre parole, fra l’altro espresse con chiarezza e precisione da Paolo nella sua lettera ai romani: “Come per la disubbidienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”. Per l’esattezza, Adamo (o chi per lui) sarà stato il primo, non certo l’unico peccatore comparso sulla faccia della terra. Ecco la vera risposta: Gesù ci ha salvato con la sua ubbidienza alla volontà del Padre. In questo senso: egli ha dato agli uomini l’esempio di come si deve vivere (e morire) e insieme, donando lo Spirito Santo, ultimo dono del suo passaggio terreno e della sua risalita al Padre, e insieme ha loro donato la possibilità di imitarlo e così di immettersi sulla via della salvezza. Una salvezza che poi passa nelle nostre mani, che domanda la nostra prosecuzione, non una realtà già bell’e fatta che non abbisogna del nostro contributo. L’uomo è chiamato alla sequela e all’imitazione di Gesù, reso capace, se vuole, di pensare, di amare, di agire come lui: il che implica una conoscenza profonda della sua vita, perché non si può imitare ciò che non si conosce e che in qualche modo non si è capaci di scoprire e indovinare. Le nostre condizioni di vita non sono certamente le stesse di  Gesù, se non altro perché le nostre situazioni storiche e ambientali sono profondamente diverse dalle sue. La domanda tipica che ha fatto propria la spiritualità cristiana di sempre è: Che cosa farebbe Gesù al mio posto? La capacità di dare una risposta passabilmente oggettiva a questa domanda e poi realizzarla nella concretezza è l’impegno costante di colui che si arrende alla salvezza che gli è stata donata.
L’impossibilità dell’uomo lasciato alle sole sue forze è riscattata dalla grazia dello Spirito che è stata promessa e che non può mancare, anche se essa è sospesa alla nostra richiesta umile e perseverante. “Perché se voi che siete cattivi siete capaci di dare cose buone a coloro che ve le chiedono, quanto più il Padre vostro celeste  darà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano”.
Ma alla nostra riflessione manca ancora un punto della massima importanza, una risposta alla mentalità diffusa ai nostri giorni, specialmente nel mondo giovanile: l’ubbidienza a Dio non è l’ubbidienza a una volontà capricciosa che quasi si diverte a non farci gustare le cose belle che la vita ci offre, come se colui che ci dona il cielo ci volesse arbitrariamente privare dei beni che ci offre la terra. Non dobbiamo nemmeno pensare che Dio si rivolga a noi attraverso comandi e ingiunzioni perentorie che non ammettono discussioni. In realtà, Dio non comanda, ma propone. La formula più giusta ce l’offre il Deuteronomio con le parole: “Ecco io ti ho proposto il bene e il male, la vita e la morte: sta a te scegliere”.  Puoi scegliere perché sei libero, ma tu sei avvertito che al di là di queste linee non c’è la vita ma la morte, non c’è il successo e lo sviluppo ma la sconfitta. Al di sopra di tutto c’è un ordine oggettivo che neppure Dio può cambiare, perché è semplicemente l’ordine della verità. I comandamenti di Dio sono comandamenti dell’amore, preavvisi perché indirizzati all’uomo perché non si rovini con le sue stesse mani. Le sue trasgressioni, i suoi peccati non sono tanto un’offesa a Dio quanto un danno inferto a se stesso, come già san Tommaso aveva lucidamente previsto. Sì, Dio soffre, aveva detto il grande teologo, ma soltanto perché ti stai distruggendo.
Pensieri che non cambiano la sostanza della fede, ma che in compenso sono carichi di responsabilità personali.
Qui portano i pensieri della pasqua.
Giordano Frosini

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