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Le quattro notti della Pasqua

È certo che ai tempi di Gesù la celebrazione pasquale contemplasse il ricordo non solo del passaggio del Mar Rosso, ma di quattro notti che, unite insieme, riassumevano le date fondamentali dell’intera storia della salvezza, dal suo principio alla sua fine: la notte della creazione, quando Dio con la sua parola onnipotente trasse dal nulla tutte le cose; la notte della elezione di Abramo, quando Dio contrasse col padre dei credenti il patto di alleanza; la notte della traversata del Mar Rosso, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana e portato incolume nella terra promessa; e finalmente la notte escatologica, la notte della venuta del Messia e del compimento finale delle promesse divine: una notte sospesa nell’ignoto futuro di cui l’intera umanità rimaneva in trepida e fiduciosa attesa.
Tutta la storia riassunta in un ricordo unico per rendere presente e rivivere il passato e rimanere in rinnovata attesa di quanto Dio aveva promesso con i suoi gesti e le sue parole. Una notte simbolo in cui si concentra l’opera del Dio della salvezza e della liberazione e chiama a raccolta il popolo ebraico e insieme a lui l’intera umanità. Una lunga storia in cui i secoli e i millenni, apparentemente slegati e dispersi, vengono invece allineati per ri-presentare il piano rinnovatore di Dio dopo l’intervento disgregatore  dell’uomo. La storia di Dio dopo la storia dell’uomo, di cui hanno reso imperitura testimonianza i primi undici capitoli della Bibbia. Riunito in preghiera nella notte più grande e più santa dell’anno, il popolo celebra in festa e col canto le meraviglie di Dio che, nonostante tutto, rimane instancabile a fianco dell’uomo.
Perché, ripensando a tutto questo, non si riducono a tre, le prime tre, le letture bibliche riportate nel Messale Romano, dedicate appunto alla notte della creazione, di Abramo e del “miracolo” del mare asciutto e così dirigere insieme la riflessione comune verso la quarta notte, la notte della fine, che, per i cristiani a differenza degli ebrei ancora in attesa, è riconoscibile nella notte fra quel sabato e quel primo giorno della settimana, in cui essi presero atto del più grande fatto della storia umana? La celebrazione ne guadagnerebbe  in brevità e rigore storico, ma soprattutto ci congiungerebbe direttamente a tutta la nostra storia, fino alla sua conclusione. Il “tutto è superiore alla parte”, ci dice papa Francesco nell’Evangelii gaudium. Da sempre la liturgia ri-presenta, cioè rende presente, il passato, quasi strappandolo al tempo e anticipa il futuro, ne è pregustazione, annuncio e caparra (Sacramentum futuri).
Ricordando poi che anche il popolo cristiano è in attesa (un tratto, questo, che avvicina l’ebraismo al cristianesimo più di quanto si pensa normalmente dall’una e dall’altra parte),  perché l’opera di salvezza è cominciata ma attende ancora il suo compimento, il racconto  della pasqua continua ancora. Sa bene il cristiano che il mondo non è ancora del tutto cambiato come dovrebbe essere, lui che porta nelle sue stesse carni il segno del peccato e del male in tutte le sue svariate forme, però, a differenza dell’ebreo, sa che il Figlio di Dio è venuto e ha immesso nella storia una forza nuova (lo Spirito Santo), che sta fermentando come un fiume carsico la terra che calpestiamo coi nostri stessi piedi e il cielo che contempliamo coi nostri occhi incantati.
C’è del vero nella storia del rabbino che, alla notizia della venuta del Messia, si affacciò alla finestra e, vedendo che il mondo andava come prima, concluse sulla falsità di quanto gli era stato detto. C’è del vero, ma guardando soltanto dall’alto in basso, egli non riuscì a vedere la luce dello Spirito Santo che dall’alto sovrasta e illumina il travagliato cammino dell’uomo. Una differenza affatto non trascurabile: il cammino è lo stesso, ma le condizioni sono sostanzialmente diverse. Nella lotta contro il male l’uomo non è solo, perché Dio lotta con lui.
Una notizia confortante, ma anche un impegno che domanda la nostra responsabile collaborazione. Il Regno di Dio ha cominciato la sua esistenza duemila anni fa, dallo stesso tempo il figlio ha inviato i suoi discepoli a portare a tutti il lieto annuncio della salvezza. Egli tornerà un giorno per noi ignoto, ma l’attesa, il tempo intermedio, il tempo del “già e non ancora” è il tempo del lavoro, della testimonianza, del cambiamento. La comunità cristiana nel tempo della sua esistenza ha fatto tutto il possibile perché questo avvenga? Nella notte di pasqua, la notte della celebrazione e dell’attesa, la domanda si ripropone con tutta la sua forza. Il nostro non è il tempo del rimprovero, pure largamente meritato, ma piuttosto il tempo dell’esortazione e del coraggio, il tempo della ripresa dopo le immancabili, sempiterne delusioni, dovute alle nostre ripetute infedeltà e alle nostre invincibili pigrizie. Tutte le apparizioni di Gesù risorto ai suoi discepoli, nei racconti evangelici, sono collegate con un invio e una missione. Perché l’incontro con Gesù non è fine a se stesso, ma un invito a trasmettere dovunque l’annuncio della salvezza. L’incontro con lui nella notte di Pasqua avrà per noi la stessa conclusione?
Giordano Frosini

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