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«Io sono la risurrezione e la vita»

«Io sono la risurrezione e la vita. Chiunque crede in me anche se muore, vivrà». Queste parole di Cristo riportate nel vangelo di Giovanni mi tornano alla mente in questi giorni, come un ritornello affascinante e misterioso. Parole che anno il senso dell’evento pasquale.
Al centro dei riti della settimana santa, in quei gesti antichi e così evocativi che coinvolgono centinaia di migliaia di persone, al centro delle feste pasquali c’è Lui: quell’uomo misterioso che da 2000 anni è segno di contraddizione dentro la storia. Un uomo speciale. Per noi credenti, figlio vero di Dio, della stessa sua sostanza. Un uomo concreto e completo però, fatto di carne e di ossa, la cui vicenda si concluse tragicamente: barbaramente ucciso, con un supplizio terribile, quello della croce. Ciononostante, quell’uomo ci dice: «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se morrà, vivrà». E non è un discorso, una chiacchiera: effettivamente Egli ha sconfitto ha la morte. Almeno è così per la nostra fede. Non è restato prigioniero del sepolcro. È passato da una situazione di assoluta impotenza e assoluto abbandono, a una condizione gloriosa, misteriosa ma vitale, perennemente vitale. Ci vuol fegato a credere una cosa del genere, diciamo la verità! Chi di noi ha mai visto un morto tornare in vita? A volte ci sono casi di morti apparenti ma la persona tornata alla vita poi, giunto il suo momento, muore di nuovo. Qui però non è la stessa cosa. Il risorto non torna alla vita di prima ma entra in una condizione esistenziale nuova per mai più morire; assiso, come affermano le Scritture con linguaggio immaginifico, «alla destra del Padre».
Le parole di Cristo poi hanno una forza, una apoditticità che lascia di stucco. Egli non dice semplicemente che era morto e ora invece vive e già sarebbe tanto. No, le sue parole assomigliano a una pretesa che non ammette eccezioni o limiti: «Io sono la risurrezione e la vita». Lui è la risurrezione e la vita, senza se e senza ma. In pienezza. La vita si identifica con lui e con lui si identifica anche la risurrezione. Non solo. Egli afferma pure che chi crede in Lui, anche se muore, vivrà.
Che cosa vogliono dire queste parole? E soprattutto, è possibile per noi, uomini del XXI secolo, credere a cose del genere? Per noi, immersi come siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica che ci fa ritenere ormai possibili modificazioni del nostro statuto umano tali da farci superare limiti dovuti al tempo, al venir meno delle forze, alle malattie? Che significato mai possono avere le affermazioni di Cristo per noi che abbiamo tra le mani strumenti che ci consentono letteralmente, come si dice, di fare miracoli?
Domande indubbiamente pertinenti e nello stesso tempo impertinenti, che ci invitano a scavare più in profondità riguardo alla risurrezione del Signore e al suo significato per noi. Cominciamo allora col dire che il Signore Gesù non ha voluto darci la formula magica per non morire mai. Non è un prolungamento di quel vivere sperimentato ogni giorno ciò che Egli ha in mente. Nemmeno però è qualcosa di totalmente staccato da esso. Le parole di Cristo si riferiscono in realtà alla possibilità data a chi crede in lui, a chi a Lui si affida e in lui confida, di raggiungere non una vita un po’ più lunga ma una «vita nuova»: cioè la bellezza stessa della vita, arrivando a gustare il succo stesso della vita, una dimensione nuova del vivere, dove regna la gioia, la luce dell’amore donato e ricevuto, dove non ci sono ombre ad offuscare il godimento né ostacoli alla spontaneità del bene.
Quella che Cristo ci offre è dunque una vita nuova, e il nuovo sta a indicare una vita di comunione profonda con gli altri, con Dio, con se stessi, con l’intera creazione. Una vita che non porta con sé l’oblio della sofferenza e del pianto; che non è cancellazione della memoria del dolore e della cattiveria subita e arrecata, ma dove al contrario, la memoria ridonda in gratitudine per la misericordia di Dio, in un pianto che si scioglie in canto di liberazione e pace e dove le piaghe del dolore del mondo non spariscono ma diventano segni di gloria e di amore. La vita che Cristo ci offre assume tutto ciò che di bello, di gioioso, di luminoso c’è nell’esperienza umana; anzi, raccoglie tutta intera la densità dell’umano, anche della carne dell’uomo, delle sue passioni, dei suoi sentimenti, del suo dolore e della sua sensibilità, per trovare però compimento oltre ogni umana misura, nella conoscenza amorosa di Dio, nella figliolanza con Dio Padre, attraverso il Figlio unigenito Gesù Cristo, mediante l’effusione sovrabbondante dello Spirito Santo che «da la vita». Con la risurrezione di Cristo ci è dato così di godere della gioia che ci viene da questa vita di Dio in noi, che è libertà dal peccato, pienezza d’amore, carità operosa nei confronti dei fratelli. Niente di ciò che è veramente umano è disprezzato o perduto, anzi, nella vita di grazia che lo Spirito Santo realizza in noi, tutto trova pieno significato e profondità. È questa la «buona notizia», il vangelo di Pasqua: «Coloro che si lasciano salvare dal Signore Gesù sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, 1).
† Mons. Fausto Tardelli
vescovo

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