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La parola ai giovani

“La parola ai giovani”: il titolo del recente libro di Umberto Galimberti fa bella figura di sé nelle nostre librerie e noi lo salutiamo come un utile aiuto alle comunità cristiane impegnate da papa Francesco ad ascoltare senza chiusure e senza pregiudizi i nostri giovani in vista del prossimo Sinodo dei vescovi. Il famoso sociologo italiano aveva recentemente già scavato con successo nell’animo giovanile con una pubblicazione dal titolo abbastanza preoccupante. Analisi condotte con severità scientifica e senza secondi fini in un mondo che sembra sfuggirci sempre più di mano e che comunque ci serba continue sorprese che sarebbe fatale errore lasciar passare inosservate. La loro voce è troppo importante, perché, lo si voglia o no, essi hanno in mano il futuro dei nostri paesi e delle nostre nazioni. Già nelle recenti elezioni politiche hanno detto la loro, rompendo schemi prefissati e richiamando invece l’attenzione su questioni che pesano di più sul loro presente e sul loro avvenire. La risposta non è né una condanna né un’approvazione globale di quanto ci viene proposto. Due atteggiamenti opposti, uno più dannoso dell’altro, come ci dimostra l’esperienza anche recente. Sarebbe da stolti però evitare il dialogo, non ascoltare quello che pensano e quello che sentono, ignorare i loro consigli, nei quali è anche facile scoprire il vento dei segni dei tempi che soffia impetuoso e inarrestabile sopra le nostre teste. Diceva Giorgio La Pira che i giovani sono come le rondini, che per prime avvertono e annunciano la primavera. Il nostro è per antonomasia il tempo del confronto e del dialogo.
Che francamente non ci sembra tanto ricercato nelle nostre file. Il problema è talmente grave e importante che non è affatto il caso di contentarsi di poco, di un impegno alla bell’e meglio, che poi, alla fine, lascerebbe le cose più o meno come si sono trovate. Le nostre comunità parrocchiali o superparrocchiali, le nostre numerose e variopinte associazioni, che quando vogliono sanno anche farsi sentire, stanno facendo il possibile perché le mete prefissate da papa Francesco vengano realizzate? Manca forse la cosiddetta volontà politica? O forse non si ritiene il problema degno di una grande concentrazione di tempi e di energie da parte di tutti? Domande che rimangono sospese e non soltanto in questo caso.
Intanto un altro ottimo aiuto concreto ci giunge da parte di un sociologo cattolico, da noi ben conosciuto, che ha appena concluso un’inchiesta sulla fede dei nostri giovani, giungendo a conclusioni non molto sorprendenti, comunque degne della massima attenzione: Franco Garelli. Ne riferiamo la sintesi recentissimamente pubblicata su una delle poche riviste cattoliche rimaste ancora sul mercato.
“Vent’anni fa i giovani che si dichiaravano ateo-agnostici in Italia non superavano il 10-15%, mentre oggi sono circa il 30%. Se a questi si aggiungono quanti – pur palesando una fede religiosa e cattolica- vivono di fatto ‘come se Dio non ci fosse’, appare evidente il processo di avvicinamento dell’Italia alla situazione media del centro-nord Europa, dove circa la metà dei giovani si definisce ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. In parallelo, la crescita riguarda anche i giovani che continuano a identificarsi nella religione della tradizione (circa un terzo dei casi) ritrovando in essa più un ancoraggio identitario e culturale che un principio di vita. Inoltre, i giovani che rientrano nella categoria dei ‘credenti convinti e attivi’ non superano il 15% e rappresentano un gruppo che si sta assottigliando nel corso degli anni, anche se si compone di figure consapevoli e reattive. Il trend dunque appare sufficientemente chiaro: non mancano soggetti che nella società aperta vivono con entusiasmo ed impegno un’opzione religiosa e un’appartenenza ecclesiale consapevole, smarcandosi dal sentire diffuso; ma molti mantengono un legane allentato e assai soggettivo con la fede della tradizione in cui siamo stati formati e educati; mentre sono in sensibile aumento quanti hanno ormai spezzato il legame con l’identità cristiana e cattolica ritenendosi ormai in posizione ateo-agnostica o di indifferenza religiosa”.
I testi dei sociologi, specialmente quando si tratta di questioni religiose, non sono mai del tutto precisi come la matematica, tuttavia quanto abbiamo ora riportato è sufficientemente chiaro per impostare, insieme ai giovani, una ricerca sul proprio ambiente, per vedere se la situazione è nei limiti tracciati oppure se è diversa, in meglio o in peggio. Il discorso può cominciare così, anche se così non può terminare. Rimane poi da ricercare le motivazioni di fondo di questi atteggiamenti e allora il discorso si fa più difficile e stringente. Forse le risposte ci costringeranno a rivedere il nostro modo usuale di vivere la fede e la stessa vita ecclesiale, l’impostazione delle assemblee liturgiche e i rapporti fra le diverse categorie di fedeli, in particolare fra i semplici fedeli e coloro che detengono il ministero della presidenza. Niente di male, anzi sarà questa l’ennesima occasione di ripensare i nostri comportamenti alla luce degli insegnamenti conciliari. Un impegno poche volte cominciato, certamente mai portato a termine.
Giordano Frosini

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