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“Dove sono finiti i cattolici?”

Un grido di allarme (e di rimprovero) che ci proviene dall’esterno, esattamente dal filosofo Massimo Cacciari, il cui volto e il cui pensiero sono ben conosciuti, se non altro perché portati frequentemente dalla televisione in tutte le case. “Dove sono finiti i cattolici?” – ha detto in una recente intervista al settimanale cattolico della sua diocesi – “I loro valori non si sentono più. È un interrogativo drammatico: che influenza ha oggi sulle scelte politiche Santa Romana Chiesa? Che influenza hanno il magistero e i discorsi di papa Francesco? I cattolici hanno rappresentato per il Paese un valore determinante di vita civile. È sparito tutto questo? La gente va ad ascoltare il papa per fare una gita? Come mai l’influenza della chiesa va scemando a prescindere dalla popolarità dei papi e dalla loro grandezza? Ecco, credo che questo sia un grande tema per il dopo elezioni. Dovreste porlo voi settimanali diocesani, con forza”.
È passato un mese dalle elezioni ed è venuto il tempo per riflettere seriamente su quanto sta succedendo nel nostro paese. Le drammatiche parole che abbiamo ascoltato sono certamente condivise da molti cattolici, addolorati e sorpresi, più che dai risultati, soprattutto per la mancata opera di educazione del popolo cristiano, dei giovani in particolare, sull’importanza dei problemi sociali e politici e sulla influenza che il Vangelo dovrebbe avere nella loro soluzione. Una educazione che riguarda i principi e non le scelte tecniche e concrete che, salvi i principi, dipendono dalle opzioni dei singoli e possono variare da individuo a individuo, da gruppo a gruppo. Per la politica il Vangelo non è da considerarsi una ideologia obbligatoria e uguale per tutti, ma una ispirazione o, se vogliamo, una serie di ispirazioni, che consentono possibilità di scelte concrete diverse, pure all’interno dello stesso principio. Giustamente Cacciari parla di valori, cioè di principi che si possono applicare in diverse maniere concrete, senza venir meno a essi. Ai cristiani va dunque riconosciuta una certa pluralità di soluzioni all’interno dei medesimi principi, che invece sono obbligatori per tutti.
Un motivo questo che non soltanto rende difficile l’unità politica dei cattolici, ma addirittura non consente soluzioni del genere se non in tempi straordinariamente gravi. Si ascoltano qua e là richieste del genere, specialmente da una certa parte di cattolici. Tuttavia non crediamo che sia questa la via da battere per eliminare i gravi inconvenienti denunciati da Cacciari e da coloro che soffrono forse troppo silenziosamente per l’attuale situazione della chiesa. Certo, così non si può e non si deve continuare. La chiesa rischia di essere tagliata fuori dalla storia; di più: la chiesa viene meno a se stessa, alle leggi e agli orientamenti che si è data nel corso dei secoli, specialmente in quest’ultimo scorcio di storia, segnato in particolare dai grandi documenti del concilio Vaticano II e degli ultimi papi, tutti quanti all’altezza della situazione. Sulla carta almeno, un vero e proprio trionfo della incoerenza.
Sembra ormai quasi inutile ripetere le stesse cose, visto il silenzio con cui esse vengono accolte. Che un laico, aperto ai valori morali e spirituali, ma formalmente almeno non cristiano, come Massimo Cacciari, arrivi a dire quanto abbiamo ascoltato a proposito del popolo cristiano, che esalta all’infinito papa Francesco, cerchi di incontrarlo per sentire dal vivo la sua voce, ma poi non lo ascolti quando traduce il Vangelo in norme di vita per il nostro tempo, suona a rimprovero per tutta una categoria, come uno schiaffo che ci colpisce direttamente sulla faccia.
Potremmo aggiungere qualche altra considerazione. I problemi morali in questa lunga campagna elettorale non sono nemmeno stati toccati, ai politici si dà il massimo credito anche se hanno comportamenti familiari e personali più che discutibili, il richiamo ai grandi valori dell’esistenza è andato diluendosi fino quasi a scomparire, i discorsi che riguardano i temi della vita, della solidarietà, della giustizia, della disuguaglianza sono da tempo ridotti a semplici questioni economiche. Manca l’afflato profondo, lo spirito della carità come necessario complemento della giustizia, la ricerca delle ragioni ultime della convivenza umana, della società, della città, del piccolo agglomerato del paese, del valore assoluto della persona umana, dei grandi principi evangelici. Decisivo poi il tradimento dell’insegnamento papale sul fenomeno epocale delle migrazioni. Al di là delle leggi su cui si può sempre discutere, che ne è dei quattro verbi proposti da papa Francesco all’opinione pubblica del mondo intero: accogliere, proteggere, promuovere, integrare? Addirittura la concezione inclusivista, in cui l’Italia, se pur attraverso molte difficoltà, si stava distinguendo, è stata duramente punita. Si ripensi a tutto questo, senza facili slogans, minacce di paure ingiustificate, numeri gonfiati ad arte. Forse allora si potrà anche concludere che pure il papa è uno sconfitto.
Cosa pensano i lettori di tutto questo? Sarebbe molto interessante che su temi come questi si potesse discutere apertamente e con piena libertà. Con la speranza che un fremito di reazione si comunichi almeno alla parte migliore della comunità.
Giordano Frosini

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