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I giovani e il nichilismo

Nichilismo: parola tetra e spettrale, negazione di vita e di speranza, sinonimo di dissoluzione e di morte. Uno dei termini più disperati entrati nel vocabolario europeo nel 1800 per opera dello scrittore russo Ivan Sergeevic Turgenev, passando rapidamente attraverso i movimenti culturali del tempo, incamerando per affinità le idee fondamentali dell’anarchismo e del populismo russo, la morte di Dio di F. Nietzsche e l’ultimo ferale scetticismo fiorito nell’ormai vecchio e decrepito continente. Un coacervo di negazioni e di mali che mina alla base, fino a distruggerla, qualsiasi realtà a cui viene accostato. Il morso velenoso del serpente. La nostra domanda oggi è: ha coinvolto e pervaso anche il mondo giovanile? Forse la domanda più severa fra quelle che ci possiamo fare sui nostri giovani. Non sono pochi a pensarlo fondandosi, su una conoscenza approfondita del pur frastagliato e confuso universo giovanile.
Fra questi, pur con qualche limitazione, un autore di grido come Umberto Galimberti, il quale solo pochi anni fa usciva con un libro dal titolo provocante: L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani (Editore Feltrinelli). Il successo della pubblicazione metteva in chiaro che l’ipotesi dell’autore era sostanzialmente condivisa dai molti che seguono con crescente preoccupazione quanto sta accadendo non soltanto vicino a noi, ma anche addirittura nelle nostre case. Va detto però che il titolo, che riecheggia da vicino celebri espressioni ormai passate alla storia, esprime più una tentazione che una realtà già compiuta. Ma il tempo ha certamente aggravato la situazione, richiamando alla mente il versetto biblico che parla di quel leone ruggente, che circola affamato “cercando gente da divorare”. Qualche zannata di più, tutt’altro che trascurabile, va certamente registrata nel lasso degli ultimi mesi trascorsi.
Così gli specialisti hanno puntualmente avvertito gli interessati (cioè potenzialmente tutti: nessuno si può chiamare fuori) che le cose proseguivano sulla strada intrapresa, senza sensibili variazioni di sorta, e che i vari indici del deprecato nichilismo stavano inesorabilmente crescendo. I nostri piccoli atei crescono, scrive un noto sociologo cattolico, mettendo alla base il problema fondamentale che sta mietendo continuamente vittime nel nostro mondo. Si comincia con l’assenza dagli atti fondamentali del culto, si passa alla disistima progressiva della chiesa a cui si rimprovera di essere portavoce di un Dio che toglie la libertà e la gioia di vivere, si mettono in dubbio verità fondamentali come la risurrezione prive, si dice, di ogni fondamento oggettivo, lentamente si spegne anche il senso morale con la dimenticanza dei valori della vita e della società e il gioco è facilmente arrivato alla sua conclusione. “Prevedo ciò che avverrà nell’arco di due secoli”, aveva detto il pazzo che gridava la morte di Dio sulla piazza del mercato. A conti fatti, siamo quasi in anticipo sulla profezia. Non mancano certamente i richiami che impediscano al cammino di rallentare, ma anzi possa proseguire con immutata accelerazione. I mezzi di comunicazione sociale, gli scrittori di successo, gli uomini della televisione, i gruppi di amicizia e di riferimento, l’opinione pubblica, l’insufficienza sempre più notevole dell’educazione religiosa sostanzialmente inchiodata sul passato, si uniscono e congiurano insieme per dare consistenza e continuità a un cammino che non sembra conoscere pause di sosta o di serio ripensamento.
Nessuno può dire il numero esatto delle vittime di questo andazzo dei nostri tempi. Ma, stando così le cose, ogni educatore serio non può che considerare tutti i nostri giovani come potenziali soggetti di queste trasformazioni e comportarsi di conseguenza. Non è un segreto per nessuno che non poche volte la crisi si attorciglia proprio intorno ai figli di famiglie esemplari (o almeno così ritenute, perché l’esemplarità non è mai del tutto compiuta). Qui si danno convegno i pensieri e la preoccupazioni di genitori, docenti, educatori, amici, ai quali si chiede un supplemento di attenzione e di responsabilità per un compito che si fa sempre più difficile e faticoso. È necessario non contentarsi di vuote formule e di parole insignificanti e scendere in fondo all’anima dei giovani interlocutori con pensieri veri, sentimenti grandi, pazienza infinita, esemplarità totale. A mali estremi, si direbbe, estremi rimedi.
Sono molti anche i richiami dell’autore, intelligente uomo di cultura, capace di vedere oltre le apparenze, anche se il cristiano ha un’arma in più, a cui per nessuna ragione può mai rinunciare. In particolare ricordiamo il mito dell’apparire come unica forma dell’esserci, la diffusione incontrollata della droga che ha precise ragioni psicologiche, il dominio dell’indifferenza egocentrica, il cedimento a una certa cultura di morte, la non partecipazione alla vita della comunità, l’acriticità del pensiero e del comportamento. La sua raccomandazione dell’etica del viandante, che vive di attesa e di speranza, può essere completata dalla divina trascendenza del mistero cristiano, capace di dare un senso definitivo e totalizzante alla vita del tempo e dell’eternità.
Giordano Frosini

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