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I giovani e le minoranze creative

Le benemerenze dei gruppi non si esauriscono al loro solo interno nelle formazioni di persone legate da vincoli di amicizia e di omogeneità di pensiero e di vita, ma nel loro complesso contengono anche forti valori di esemplarità espansiva e di capacità di richiamo sul mondo circostante. Essi così sono insieme mezzi di formazione e strumenti di invito e di proposta attraenti. Secondo la famosa frase di papa Benedetto, l’evangelizzazione avviene non per proselitismo ma per imitazione. Una legge fondamentale, a cui, ai giorni nostri, non si presterà mai sufficiente attenzione, capace, fra l’altro, di spiegare da sola l’insufficienza pastorale dell’insieme e delle parti.
Si tocca qui il tema delle minoranze creative, a cui sono legati due grandi personaggi del nostro tempo: lo storico inglese Arnold Toynbee e papa Benedetto XVI. Al primo spetta la creazione della legge frutto di una magistrale analisi storica, secondo la quale la storia della civiltà si presenta nei termini di sfide e di risposte, per le quali “minoranze creative” escogitano soluzioni capaci di riorientare l’intera società. Esempio classico quello della chiesa che risolse il caos dell’Europa post-romana con la creazione di una singola comunità religiosa. Quando le civiltà rispondono alle sfide, esse si sviluppano; muoiono quando non sono più capaci di reagire agli stimoli del tempo. “Le civiltà, diceva Toynbee, muoiono per suicidio, non per assassinio”. Un pensiero carico di tragiche responsabilità.
Papa Ratzinger è intervenuto più volte sul tema delle minoranze creative, naturalmente applicandolo alla vita e all’attività della chiesa, in questo passaggio particolarmente difficile della sua storia. Che essa, particolarmente in alcune condizioni, appaia ormai come una minoranza, non di rado di scarsa, scarsissima importanza, è un fatto che non sfugge più a nessuno. Partendo da questa considerazione papa Benedetto indica le vie da percorrere nel presente e nel futuro. “Sono le minoranze creative – afferma – che determinano il futuro e in questo senso la chiesa deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non son cose del passato, ma sono una realtà molto viva e attuale. La chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace”.
I diversi settori in cui può contribuire a questo scopo sono soprattutto “il dialogo intellettuale fra agnostici e credenti”, perché ambedue hanno bisogno dell’altro; il settore educativo, in cui la chiesa ha molto da dire e molto da dare e il mondo vive in uno stato di carenza e di vera e propria emergenza; in ultimo il settore della “Caritas”, che rimane una delle caratteristiche fondamentali della chiesa di tutti i tempi, in particolare nelle situazioni quasi disperate dei nostri giorni.
Una visione grandiosa degna a un condottiero di razza, che per un parte semplifica e per una parte rende più complesso e più impegnativo il compito dell’attuale e della futura comunità cristiana, a prescindere dalle sue dimensioni, che in questa concezione relativizzano la loro importanza. Non è infatti il numero che conta, quanto piuttosto la forza e la convinzione di coloro che rimangono fedeli al messaggio che è stato loro consegnato. Chiaro che in questo contesto si richiede alla comunità cristiana di vivere pienamente, almeno nella sua parte più significativa, la propria vocazione evangelica, di essere veramente il sale della terra e la luce del mondo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi. Discorso di tutti i giorni, ma sempre in via di realizzazione.
Ciò che il papa afferma dell’intero, può essere detto delle parti, in particolare per quanto riguarda il mondo dei giovani, verso il quale sono attualmente rivolte le attenzioni della chiesa. Una chiesa di minoranze profetiche è una chiesa a macchia di leopardo, dove la testimonianza si affaccia e si manifesta in tutti i settori della vita rendendo così completo, almeno soddisfacente, l’apporto dell’evangelizzazione da parte della comunità cristiana, senza inutili patemi d’animo e contorsioni mentali oltre il dovuto. Una visione centrata e concettualmente semplice, anche se la condizione fondamentale è altamente impegnativa.
Se nel vasto e indefinito mondo giovanile si riuscisse a creare (si capisce con la forza e la grazia di Dio) piccoli gruppi esemplari e profetici, potremmo guardare le cose con più speranza e maggiore ottimismo. Le rivoluzioni, ci dice la storia, non sono mai operate dalle maggioranze, ma da quei pochi che avvertono la necessità di un cambiamento radicale e per esso si sacrificano vincendo il peso dell’ambiente refrattario e, apparentemente almeno, indifferente e superando le proprie insufficienze, cui vengono incontro le forze di altri amici e soprattutto l’indispensabile aiuto di Dio.
Una grande chiamata, un grande ideale, un richiamo capace di riempire di entusiasmo l’animo di coloro che avvertono la necessità indilazionabile di dar vita a un mondo più giusto e più umano.
Giordano Frosini

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