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La sfida dei giovani

Con l’Instrumentum laboris, il documento pubblicato in questi giorni per la discussione dei padri sinodali, il tanto atteso Sinodo sui giovani entra nella sua fase definitiva. Certo ora si attendono gli interventi, le discussioni, le conclusioni, ma il materiale da trattare, da approfondire, da discernere è già delineato sommariamente con un contributo molto ampio, si potrebbe quasi dire generale, da parte dell’intera comunità cristiana: pastori, responsabili a diverso livello, educatori, familiari, laici in genere, in particolare naturalmente i giovani, che si sono fatti vivi, quando sono stati sollecitati e interpellati, il più delle volte con la loro abituale sincerità e vivacità. Il documento preparatorio è di ampio respiro, qualcuno potrebbe pensare di troppo ampio respiro, anche perché il Sinodo non durerà che alcune settimane, a meno che certi argomenti non trovino poi qualche prosecuzione nelle sedi più appropriate. Non pochi avrebbero preferito che certi argomenti di carattere generale, anche se di importanza fondamentale, fossero dati per scontati e ci si concentrasse, invece, su atteggiamenti, modi di fare, usi, convincimenti, che sono apparsi si può dire unanimemente oggetto di dura critica da parte dei diretti interessati e di coloro che li seguono da vicino fisicamente e affettivamente. La presenza di un uomo aperto e coraggioso come papa Francesco è una garanzia di serietà e di riuscita. Ma, come sempre, del resto, sta succedendo nella chiesa anche di oggi, non mancheranno certo le voci di dissenso, di remora e di conferma del passato, come se tutto procedesse alla perfezione e non ci fosse bisogno di adeguarsi alla realtà di un mondo che sta cambiando vorticosamente e che si sta allontanando sempre di più dalla chiesa. Dinanzi all’innegabile crisi che attraversa l’intero campo della chiesa né si possono chiudere gli occhi e nemmeno contentarsi di ripetere quanto è sempre stato detto nel passato, concilio Vaticano II compreso. Il Sinodo non ha il valore di un concilio ecumenico, ma ha comunque una portata di valore immenso e, con l’autorità dei vescovi che lo compongono e del papa che lo presiede, può aggiornare quanto è stato tramandato dallo stesso concilio e ha ormai bisogno di essere adeguato ai tempi che scorrono veloci e senza sosta sotto i nostri occhi.
È il caso, per esempio, della liturgia. La rigidità dei formulari, la scelta delle letture, le traduzioni letterali non poche volte inintelligibili anche ai veri professionisti, la scarsa partecipazione dei fedeli, le omelie ridotte a monologo, e via di questo passo, non possono suscitare il desiderio di tentare qualcosa di diverso, di più vivo, di più vitale, che susciti adesione, compromesso, entusiasmo? Leggiamo nell’Instrumentum sotto il titolo: “Il gusto e la bellezza della liturgia”: “In maniera provocatoria la Riunione Presinodale del marzo 2018 dice che ‘i cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo, troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte’”. Qualcosa del genere si dice anche delle omelie. Cose che tutti più o meno abbiamo sentito ripeterci più volte e che purtroppo, se vogliamo essere sinceri corrispondono alla verità. La decimazione (per essere generosi) dei giovani alle nostre tante (troppe!) messe non è purtroppo un’invenzione, ma una delle più cocenti realtà delle nostre “aggiornate” pastorali.
Una risposta generica, sbrigativa e scontata del Sinodo su un punto così importante (ipotesi tutt’altro che improbabile) lascerebbe pienamente delusi giovani e adulti. Perché per dar vita a qualcosa di diverso, anziché ai soli liturgisti, non ci si rivolge, anche ai tecnici della comunicazione, che hanno fatto grandi progressi ai nostri giorni e che può certamente dare qualche consiglio utile, del quale Dio non si offenderebbe affatto? Anche la tecnica è al servizio di Dio. Una convinzione sulla quale tutti potrebbero e dovrebbero essere oramai convinti, senza nessuno sforzo.
Il richiamo alla Parola di Dio non ha bisogno di commenti. Siamo alle radici della fede cristiana. Tutto quello che ha trasmesso la Dei Verbum ha valore assoluto: perché la Parola di Dio è l’unico assoluto che possiede la chiesa. Attenzione però. Non tutta, non sempre la Parola di Dio, tramandata a noi da opere che hanno circa duemila anni di vita è di facile lettura e di facile comprensione. Volere o no, anche i testi scritturistici sono oggetto di critica e fonte di incomprensioni, se non proprio di incredulità. Ci sono dei criteri di lettura che la chiesa raccomanda da tempo e che non vengono minimamente messi in atto. Un lavoro che continua seriamente tutti i giorni e che impegna altrettanto severamente i maestri della Parola, della catechesi, della predicazione, dell’insegnamento. Si sta operando sotto i nostri occhi un passaggio dal cristianesimo pre-moderno al cristianesimo moderno. Nessuno è dispensato da questo cammino. Segnalo in particolare i vangeli dell’infanzia, i testi dei miracoli, i racconti evangelici della risurrezione. In genere succede che chi è aggiornato è quello che subisce le critiche più aspre da parte di coloro che non si sono degnati di dare un’occhiata a tutto quello che sta emergendo da tempo almeno sotto lo sguardo attento della chiesa.
I giovani hanno aperto la sfida. Noi non abbiamo altra possibilità che di accettarla.
Giordano Frosini

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