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La Chiesa del SInodo

“La prima forma di evangelizzazione è la testimonianza”: una frase ormai ben nota che figura solennemente nel documento dedicato da Giovanni Paolo II al mandato missionario della chiesa. Anche a chi scrive, per aver ripetuto queste parole, più di una volta è capitato di sentirsi accusare di pelagianesimo o quasi, come se la Parola non avesse alcuna efficacia nativa in se stessa, ma trovasse il consenso dell’uditore solo in forza della vita personale e collettiva di chi l’annuncia. Non è così, ma è pur vero che chi ascolta ha diritto di misurare la coerenza di chi parla e di aspettarsi da lui la corrispondenza della vita, che si manifesta nella scelta delle espressioni e dello stesso tono della voce con cui si pronuciano. Stanco di parole che gli arrivavo, molteplici e contraddittorie, da tutte parti, l’uomo di oggi difficilmente ascolta e più difficilmente ancora si lascia convincere, specialmente quando sono in gioco le sorti della sua vita. Anche papa Benedetto ha usato per questo una espressione ugualmente impegnativa e forse di maggiore spessore teologico: “La conversione non è opera di proselitismo, ma di imitazione”.
Se queste cose le avessimo dimenticate o, piuttosto, non prese sufficientemente sul serio, i giovani ce l’hanno continuamente ricordate e in particolare ce l’hanno ripetute, si direbbe a muso duro, quando abbiamo parlato con loro dell’imminente Sinodo. Anche l’Instrumentum laboris ne parla spesso, in particolare nel capitolo terzo della terza parte, dove si richiamano i principi fondamentali del concilio Vaticano II e si invita a prendere parte attiva alla loro ancora incerta realizzazione. Un’ennesima occasione, non certo l’ultima, che si offre alla chiesa di riprendere ciò che è stato tralasciato, correggere ciò che si è sbagliato magari con la migliore delle intenzioni, aggiornare ciò che non si è preso con la dovuta serietà. È triste constatare questo ritardo conciliare dopo tanto tempo dalla sua celebrazione. La chiesa che offriamo ai giovani non è esattamente quella che i padri conciliari, sotto la guida dello Spirito Santo, avevano coraggiosamente tratteggiato e programmato. Forse a questo punto la cosa migliore è che ci rivolgiamo a loro perché con la loro freschezza e la loro sensibilità ci aiutino a ritrovare noi stessi e insieme le grandi idee smarrite per la nostra pigrizia e così fare con loro quello che non si è riusciti a fare senza di loro. Non sono tanto loro ad aver bisogno di noi, quanto noi ad aver bisogno di loro. Per questo ci disponiamo all’ascolto, alla ricerca comune, al cambiamento necessario, alla realizzazione di quell’aggiornamento, che rimane la parola d’ordine e la grande eredità di papa Giovanni. I giorni del Sinodo sono i tempi dello Spirito Santo, i tempi in cui si potranno rinnovare i prodigi delle tante “Pentecoste” che hanno segnato nel tempo il cammino della chiesa. Ogni giorno lo pregheremo perché egli aleggi di nuovo su di noi, come fece nei tempi della prima creazione. “Vieni, Santo Spirito, e manda dal cielo un raggio della tua luce”, che ferisca le nostre menti, accenda i nostri cuori, attraversi visibilmente col suo entusiasmo e la sua forza il corpo dell’intera chiesa, rinnovi la faccia della terra. Restiamo in attesa. Che sarebbe la nostra vita senza questi tempi di luce e di grazia?
C’è una preghiera della liturgia nuova che dice tutto in poche ispirate parole: “La tua chiesa sia testimonianza di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”. È la chiesa del concilio, la chiesa del Vangelo, la chiesa dei grandi papi che lo Spirito ci ha donato in questi ultimi anni. La chiesa dell’uguaglianza, della fraternità, della sinodalità, della libertà, la chiesa di tutti. La chiesa che sa ancora meravigliare e che, come nei giorni antichi, attiri l’attenzione del mondo intero, che potrà così ritrovare in lei quello che da sempre sta cercando. La chiesa della speranza, venuta a mancare nel tempo del nichilismo e della cultura di morte, che stanno ricoprendo il pianeta della loro ombra triste e tenebrosa. La chiesa della gioia, esattamente di quella gioia che il mondo non può dare, ma che non può nemmeno rapire. La chiesa giovane, che torna a sperare, come nelle sue ore migliori, nelle schiere dei giovani, riammessi a pieno titolo al suo interno dal papa più giovane che la storia ricordi. Una chiesa che, dimentica di se stessa, vive e lotta per il veniente Regno di Dio, che è “regno di verità e di vita, di santità di grazia, di amore, di giustizia e di pace”.
La chiesa dei nostri sogni e delle nostre speranze. La chiesa di cui parlava l’antico padre greco Giovanni Crisostomo, rivolgendosi in particolare ai giovani: “Non separarti dalla chiesa! Nessuna potenza ha la sua forza. La tua speranza è la chiesa. La tua salvezza è la chiesa. Il tuo rifugio è la chiesa. Essa è più alta del cielo e più grande della terra. Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna”. La chiesa di Gesù, non quella degli uomini.
Giordano Frosini

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