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Ricominciamo

L’estate non ha portato consiglio. L’anno pastorale comincia con le stesse difficoltà, magari aumentate da circostanze avverse, ma, da quello che sembra, anche da una certa scarsezza di idee e con un entususiasmo non proprio alle stelle. La freschezza e il dinamismo che in genere qualificano il tempo degli inizi non sembrano il segno distintivo di questo principio del nuovo mese di settembre. È ancora lo stordimento dell’estate bruciante e afosa, oppure è l’indice di una stanchezza che da tempo grava sulla nostra situazione in progressione crescente? In nome di Dio, dobbiamo raccogliere le nostre energie nella certezza che lo Spirito Santo non  verrà meno al suo aiuto. C’è dinanzi a noi almeno un avvenimento di straordinaria importanza che può incidere profondamente sul futuro della chiesa non soltanto nella sua parte giovanile. Seguirlo con attenzione, disponibilità e partecipazione è dovere di ogni cristiano serio e convinto. Attendiamo con fiducia e speranza.
Sulla base delle ultime esperienze, due cose in particolare ci sentiamo di raccomandare ai nostri lettori Anzitutto una maggiore unità all’interno della chiesa e delle sue attività. Non è certamente un cedere al pessimismo se denunciamo un individualismo esasperato che attraversa massicciamente non solo metodi e programmi pastorali (e non sarebbe affatto poco, perché certe diversità sorprendono e non di rado scandalizzano i nostri fedeli), ma addiritttura idee, indirizzi, prospettive, scelte pubbliche e private. Né l’individuo è un’isola, né la parrocchia una cbiesa a sé stante. Il papa stesso, da considerare un dono straordinario dello Spirito Santo in un tempo così difficile sotto tutti i punti di vista, è diventato oggetto di divisione. È vero che egli non è sempre infallibile, ma avere i suoi stessi sentimenti, condividere scelte impegnative dell’intera chiesa, dare ascolto alla sua voce in cui risuona da vicino la stessa voce di Gesù, sacrificando anche il proprio pensiero e le proprie preferenze, è un segno distintivo di coloro che appartengono in senso forte alla chiesa cattolica.
Un caso clamorso è oggi quello del rapporto con i popoli del terzo mondo, con coloro che cercano di fuggire dalle loro condizioni più o meno disperate. Un evento che si prolunga e sta diventando una pietra di scandalo, in cui sono coinvolte questioni di carattere tecnico e politico, ma al fondo del quale passa soprattutto un problema di fede e di morale. Qualche giorno fa un nostro quotidiano pubblicava a caratteri cubitali un titolo di prima pagna così concepito: “L’85% dei cattolici italiani la pensa diversamente dal papa”. Forse si sta esagerando, ma tutto sommato, non si dovrebbe essere molto distanti dal vero. Se pensiamo a chi è compreso in quella cifra e alle cose che sul tema si scrivono sui social nei riguardi del papa, vengono i brividi. Poi ci sono tutti gli aggiornamenti imposti alla chiesa e dalla chiesa sui quali una non piccola parte non si è voluta allineare. Per cui ci sarebbe da chiedere quante antropologie, ecclesiologie, teologie ci sono oggi nei nostri ambienti. Non si parli però a queste condizioni dell’unità delle chise, delle diverse aggregazioni, degli stessi presbiterii. La carità, che rimane il dovere fondamentale del cristiano, non può sanare un pluralismo così degenere e senza un minimo di razionalità e di fondamento.
L’altra cosa da raccomandare agli inizi di un percorso è l’entusiasmo, che le difficoltà più recenti di ogni attività pastorale, hanno gradatamente rapito ai nostri animi e alle nostre iniziative.  La convinzione di fondo è quella che noi stiamo combattendo la battaglia di Dio e che, quindi, Dio è con noi e lo Spirito già previene e poi accompagna con la sua grazia e la sua forza il nostro impegno e il nostro sacrificio. L’anima di ogni apostolato (una vecchia formula da non dimenticare mai) rimane la preghiera, la meditazione, il ritiro con Dio, il silenzio contemplativo, la vita esemplare. Ai ministri ordinati dovremmo anche ricordare che fra i loro doveri c’è pure quello della preghiera d’intercessione, di cui le ultime pagine del vangelo di Giovanni ci offrono un esempio incisivo e sublime. Sono impressionanti le parole di commento che Max Thurian scrive a questo proposito in un suo aureo libro sul sacerdozio cristiano, scritto prima del suo passaggio dal calvinsmo al cattolicesimo. Un tasto quasi proibito che oggi non si ha quasi il coraggio di affrontare più.
Nova et vetera: il vecchio e il nuovo. C’è un passato da rinnovare, c’è un presente da valorizzare. È esattamente il ritratto  dell’apostolo dotto nella scienza del Regno, che, secondo il vangelo di Matteo, tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie. Niente di valido deve andare perduto. Un lavoro che il cristiano trova oggi già posto sotto i suoi occhi. Non soltanto dai teologi (anch’essi meriterebbero più considerazione), ma addirittura dalla chiesa, in particolare da una serie di papi uno più grande dell’altro, che abbiamo conosciuto e apprezzato nel corso della nostra fortunata esistenza, tutti quanti al servizio di quel grande avenimento mondiale che fu il concilio Vaticano II, o alla sua preparazione, o alla sua celebrazione o al suo commento aggiornato in ogni suo settore.
Si voglia o no, questa è l’unica via della comunione e della sinodalità.
Giordano Frosini

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