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Il difficile momento della Chiesa

Non è certo il primo e non sarà l’ultimo, ma l’attuale momento storico continua a inallenare difficoltà su difficoltà, in termini umani si direbbe sconfitte su sconfitte all’interno della comunità cristiana, che vanno ad aggiungersi alle contestazioni che da tempo hanno preso di mira senza mezzi termini coloro che al suo esterno si ribellano ai suoi insegnamenti con critiche aspre e offese vere e proprie, per di più con un linguaggio scomposto e sguaiato, sconosciuto fino ai nostri giorni. Scandali interni, offensive esterne. Un mix che non accenna per niente a finire, che anzi cresce di intensità e di gravità e che naturalmente turba la vita della comunità e allarma l’opinione pubblica del cristiano medio. Inutile fingere di non sapere quello che, in un modo o in un altro, ormai conoscono tutti. Le notizie si diffondono capillarmente soprattutto attraverso i social, che ormai sanno usare anche i bambini, e che sono diventati una fonte continua di espressioni volgari e irripetibili, che offendono le intelligenze prima che gli organi sensitivi. Una offensiva vera e propria, di cui non è difficile scoprire l’origine, almeno remota.
Le ultime aggressioni verbali hanno preso di mira addirittura il papa da parte di un personaggio di alto livello ecclesiastico, che probabilmente non avrebbe avuto il coraggio di fare quello che ha fatto se non si sentisse appoggiato da una parte dell’opinione pubblica, specialmente del suo paese. Se è oggetto di sofferenza e di delusione, la bufera in corso non deve scoraggiare, ma piuttosto intensificare l’attenzione del popolo cristiano, così bruscamente richiamato alle sue responsabilità. Un’ora brutta che può portare anche conseguenze positive.
Anzitutto un invito alla comunità cristiana nella sua integrità a rimanere esemplarmente riunita nella fedeltà al Vangelo, costi quello che costi, anche se la persecuzione dovesse aggravarsi, come già sta avvenendo in alcune parti del mondo. Condannando senza appello quanto c’è da condannare fra le nostre file e stringendosi affettuosamente intorno al papa più amato dal popolo, che non sarà un povero untorello della diplomazia vaticana a scalfire nella sua grandezza e nella sua santità. L’unica cosa che dovrebbe meravigliare in questo caso è come quel tale abbia fatto ad arrivare tanto in alto. Ma chi conosce l’umanità della chiesa e come certe cose avvengono, non si meraviglia affatto. Magari una richiesta di maggiore oculatezza e maggiore severità a chi di dovere non è affatto fuori luogo. Gli scatti automatici lasciamoli agli organismi umani, ma all’interno della chiesa si proceda con altri criteri. Peccato che di un procedimento vecchio quanto l’uomo debba far le spese il papa meno diplomatico e meno carrierista che si ricordi. La vicinanza che la comunità cristiana deve dimostrare al papa del sorriso, venuto da lontano, non è soltanto di carattere affettivo, ma deve sostanziarsi di comportamenti concreti, di atteggiamenti conformi ai suoi esempi e ai suoi insegnamenti. È questo l’unico modo per stargli vicino e consolarlo in un momento di sofferenza e di umana stanchezza. Non fiori si direbbe, non parole vane e senza significato, non sospiri che poi si perdono nell’aria, ma veramente opere di bene. Fedeltà al Vangelo, che egli ci ripete con tanta forza e tanta convinzione.
L’amore ai poveri, lo spirito di accoglienza per chi non ha casa, la vicinanza alla sofferenza di ogni origine e colore sono elementi irrinunciabili per il seguace di Cristo. Nessuno, si voglia e no, riuscirà a toglierli dal cuore e dalla mente del vero cristiano. Lo devono sapere tutti: tanto chi non è cristiano, quanto chi lo è soltanto di nome. Pochi i primi; molti, troppi, sorprendentemente troppi, i secondi.
Ci corre il dovere di dire chiaramente che i nostri parroci riconoscono nelle firme che riempiono i nostri social alcuni nomi di loro parrocchiani che pure frequentano la messa domenicale: qualche volta rispondono, qualche altra volta no. Ma questo è segno di autentica confusione mentale. Da parte di tutti, e non soltanto del papa, che lo fa in modo egregio ed esemplare, è dovere dire tutta verità, senza mezzi termini e senza troppe distinzioni, che poi finiscono con l’annullare o fare dimenticare il principio. L’errore nel modo non dovrebbe inficiare la sostanza e invece il più delle volte si finisce col fare così. È l’eterna storia del dito e della luna, del dito che indica la luna: si guarda il dito, si dice che è sporco, che ha le unghie tagliate male, che non è a regola e intanto si perde di vista la luna, che era proprio ciò che si voleva guardare. Fuor di metafora, così facendo si critica chi fa (con più o meno sbagli) e si lascia in pace, cioè, in pratica si giustifica, chi non fa nulla e così trova facilmente la sua pace interiore, perché, come dice un noto proverbio, “chi non fa non falla”.
Abbiamo l’esempio luminoso del papa. Forse gli attacchi violenti che lo perseguitano in questo momento sono l’occasione migliore per allinearsi al suo stile senza infingimenti e senza mezze figure e farla finita col vecchio vizio del doppiogiochismo.
Giordano Frosini

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