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Perché l’essere e non il nulla

Una domanda che circola da qualche secolo nel campo del pensiero, formulata da un grande filosofo protestante del 1700, ripresa da altri grandi filosofi dei secoli successivi, fino ai nostri giorni, che interpella ciascun essere ragionevole con la sua semplicità disarmante e che attende da ciascuno una presa di posizione. Filosofia della massima facilità, domanda che potrebbe porsi anche un bambino e capisce molto bene anche chi non ha sentito nemmeno parlare di filosofia, tanto è semplice e immediata. Perché ci sono al mondo le cose, gli esseri, le realtà di ogni specie, rocce, vegetali, animali, uomini, mare, monti, cielo, terra, atomi e galassie a non finire, ognuna delle quali conta miliardi di stelle? O, se vogliamo semplificare ancora di più, perché è esistita la molecola iniziale, concentratissima e di inimmaginabile densità, da cui, con il famoso Big Bang primordiale, ha avuto inizio l’evoluzione che ha formato l’universo che noi conosciamo? Perché? Una domanda che incombe su tutti e che non è certamente segno di saggezza ignorare, come se non ci fosse. Il nostro poeta Giosuè Carducci preferiva questa seconda strada: “Meglio oprando obliar senza indagarlo/ questo enorme mister de l’universo”: una posizione che sostanzialmente coincide con la rinuncia alla ragione. Una soluzione che non ci fa certamente onore.
Ma non sempre è così. Quel vecchio socialista non credente, uomo onesto fino allo scrupolo che risponde al nome di Norberto Bobbio ha lasciato scritto che questa domanda gli girava importunamente nella testa e gli turbava i sogni notturni. E qualche tempo fa, quando un noto quotidiano nazionale pubblicò un articolo che riassumeva per i propri lettori i termini del vecchio problema, ho assistito a una lunga discussione fra i nostri medici, anche loro rimasti colpiti dalla semplicità e dalla fondamentalità ineludibile della domanda. Una discussione che durò delle ore, normalmente con l’accettazione del pensiero di colui che per primo l’aveva formulata.
Cioè, se al mondo esiste anche solo un grammo di realtà, visto che da nulla non può uscire nulla, bisogna riconoscere l’esistenza di un Assoluto, che esiste, senza dipendere da nessuno. O un Assoluto, che tutti chiamano Dio, oppure il nulla. Ma il nulla, l’inesistente, ciò che non è, può produrre qualche cosa? Troppe volte i filosofi si sono abbandonati a soluzioni del genere, inconcepibili e insostenibili comunque si vogliano formulare. In questo clima rarefatto di razionalità, i credenti si considerano spesso vittime di un complesso d’inferiorità, semplicemente perché gli altri, i non credenti, fanno più chiasso e parlano con disinvolta e ingiustificata arroganza. Ma colui che per primo disse che le cose e gli esseri procedono dal nulla (i filosofi sanno bene chi è stato), ha detto la più grossa fandonia che si possa pensare, semplicemente perché dal nulla, come sa bene chi ha anche un briciolo di ragione, dal nulla non può uscire nulla. A meno che l’umanità non debba dividersi in due categorie: quelli che ragionano e quelli che non ragionano o ragionano in un’altra maniera. La moltiplicazione nel tempo della confusione dell’episodio della torre di Babele, di cui parla anche la Bibbia. Del resto, il vecchio Aristotele soleva dire che non è necessario che uno pensi veramente quanto afferma con la bocca o con lo scritto.
La storia dell’umanità conferma questa facilità dell’accesso a Dio attraverso il ragionamento della mente umana, perché, da sempre, sia pure con molti errori riguardo alla natura, l’umanità è arrivata, quasi con una specie di naturalità, all’esistenza di un Essere Assoluto, senza il quale l’intero universo mancherebbe del suo ultimo fondamento. A meno che non si vogliano attribuire all’universo stesso i caratteri dell’Assoluto, ciò che sarebbe panteismo e non vero e proprio ateismo, cioè un errore sulla natura e non sull’esistenza di Dio: un errore verso cui protendono gli scienziati moderni, catturati dalla grandezza, dalla bellezza, dalla complessità del creato, di cui si dice che si conosce soltanto il cinque per cento dell’intero. Albert Einstein era uno di questi, non certamente un ateo, come in genere i grandi che hanno preso parte agli enormi progressi delle scienze umane in questi ultimi tempi.
Essi domandano semplicemente una presenza più diretta di Dio nell’evoluzione continua, cominciata circa quattordici miliardi di anni fa e tuttora perdurante sotto i nostri occhi, aiutati dai grandi telescopi e dai ragionamenti dell’intelligenza umana. Ciò che la teologia, con la scienza, crede di aver trovato nel cosiddetto panenteismo, secondo il quale tutto è in Dio, concepito come l’anima del mondo, ma nello stesso tempo anche essere personale, padre amoroso dell’umanità, col quale l’uomo può parlare e dialogare, come la tradizione della chiesa ha da sempre insegnato.
Ragionamenti che dovrebbero interessare tutti e a cui i giovani dovrebbero essere gradatamente introdotti, perché il loro avvenire si muoverà su questa linea di pensiero. Compito degli insegnanti, dei sacerdoti, dei catechisti. Un impegno ineludibile.
Giordano Frosini

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