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L’uomo desiderio d’infinito

Fra le branche della teologia ne è sempre esistita una che, dimenticata negli ultimi decenni, va oggi ripresa in mano, con urgenza e con gli aggiornamenti necessari: la cosiddetta apologetica, detta più recentemente teologia fondamentale. Negli ultimi tempi della sua esistenza, si divideva normalmente in tre parti: demonstratio religiosa, demonstratio christiana, demonstratio catholica: in pratica, i temi di Dio, di Gesù e della chiesa. Una riflessione che si incaricava di porre i fondamenti razionali della teologia, di per sé scienza della fede, attraverso la filosofia e la storia, per dimostrare che l’atto di fede non è un atto irrazionale, un salto nel buio, ma un gesto basato su fondamenti sicuri, un atto veramente umano, degno di un essere razionale, oltre che libero. Ne rivendichiamo qui l’esistenza e l’importanza nel nostro tempo, in cui i tre temi sono rimessi dai non credenti in forte e drammatica discussione.
Due settimane fa, abbiamo parlato dell’esistenza di Dio, basandoci su quel famoso interrogativo: perché l’essere e non il nulla? La settimana scorsa del problema storico di Gesù, su cui si appuntano oggi le maggiori difficoltà nei riguardi del fondatore del cristianesimo. Oggi portiamo a compimento il nostro programma con questo articolo con una variante rispetto all’impostazione del passato. Perché nel frattempo è nata l’esigenza di rendere più personali gli argomenti del passato basati esclusivamente su segni esterni (miracoli e profezie) e presentare il cristianesimo come risposta ai bisogni e ai desideri fondamentali dell’uomo (il cosiddetto metodo dell’immanenza).
Quali sono questi bisogni e queste attese fondamentali dell’uomo di oggi e di sempre? La domanda chiama in causa il nostro più profondo mondo interiore, la storia dell’intera umanità, la letteratura più incisiva di sempre, specialmente del nostro tempo. Lasciamo per primo parlare Pascal con la sua ben conosciuta frase lapidaria. “L’uomo supera se stesso”. Cioè l’uomo trascende se stesso, non si esaurisce in se stesso, ma rimanda oltre, verso l’infinito, l’interminabile, l’eterno, la pienezza della felicità e della perfezione. Una meta che vede lucidamente davanti a sé, che ambisce con tutte le sue forze, che lo attira e lo sospinge di prepotenza, ma che non riesce a realizzare con le sue pur grandi capacità. Un’incompiutezza che non si rassegna, un surplus che lo supera e lo lascia insoddisfatto, una promessa  smentita dalla realtà, una voce che non trova la sua eco accogliente. Il dramma dell’uomo finito nella sua infinitezza, incompleto nella sua tensione totalitaria. Una passione inutile, un’attrazione vana, un difetto originale insanabile? È la risposta dei pessimisti, di cui è piena la storia di coloro che non sanno guardare oltre gli orizzonti del panorama visibile.
“Una passione inutile” è l’uomo per Jean Paul Sartre, lo scienziato riesce a spiegarsi meglio quando, in vena di sincerità, avverte che, se si accetta il suo messaggio ateo in tutto il suo significato, “l’uomo deve infine destarsi dal suo sogno millenario per scoprire la sua completa solitudine, la sua assoluta stranezza. Egli ora sa che, come uno zingaro, si trova ai margini dell’universo in cui deve vivere. Universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini” (J. Monod). E i poeti completano il quadro aggiungendo i loro suggestivi  versi che, al di là del loro incanto, completano la mestizia dell’uditore. “O natura, natura,/ perché non rendi poi/ quel che promettesti allor?”.
Il cristianesimo si presenta come una risposta all’infinito che geme nel cuore dell’uomo. Da sempre egli porta con sé il  desiderio innato di essere come Dio. Per questo le parole di satana trovano subito la sua risposta immediata: “Sarete come Dio”. La proposta è giusta, l’errore sta nel volerla attuare senza Dio, anzi contro Dio, prendendo addirittura il suo posto. È il dramma dell’umanesimo ateo, che si sta consumando nel nostro mondo, in particolare dell’occidente, dove il moto di ribellione ha voluto coscientemente ripetere il gesto del primo uomo. “Abbiamo bevuto il veleno del serpente”, si vantavano gli atei del nostro ottocento, e il loro grido si sta diffondendo ancora intorno a noi, con le stesse identiche conseguenze. Con Dio, è stato detto, è morto anche l’uomo.
In questa atmosfera sta ritornando felicemente una parola che si diffuse nei primi secoli del cristianesimo per opera dei padri della chiesa sia orientali che occidentali: divinizzazione. Il cristianesimo è la religione della divinizzazione, secondo la formula che dobbiamo tornare a far nostra in tutta la sua forza e audacia. “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. Così il  desiderio di immortalità dell’uomo è esaudito in pienezza. L’uomo ha un destino di eternità. Un desiderio che Dio stesso ha messo nel suo cuore, come afferma sant’Agostino all’inizio del suo libro più famoso: “Ci hai fatto, Signore, per te ed è inquieto, senza pace, il nostro cuore fino a quando in te non riposa”.
Dio che risponde a se stesso, a distanza di tempo. A queste altezze il cristianesimo chiama l’uomo. A colui che, per essere felice, affermava che sarebbe necessario che l’impossibile diventasse realtà, si risponde che questo è realmente successo. L’insegnamento fondamentale della Bibbia è tutto qui. L’impossibilità dell’uomo è stata riscattata dalla onnipotenza misericordiosa di Dio.

Giordano Frosini

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